A colazione con Chiara

scritto il 2026-10-31 tempo di lettura 5 min

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A colazione con Chiara

Erano le sette e mezza di una domenica mattina che prometteva di essere memorabile, o quantomeno altamente calorica. Fu allora che Chiara, con la grazia di una modella di Botero e la determinazione di uno chef stellato privo di fornelli funzionanti, decise di rivoluzionare i canoni tradizionali del primo pasto della giornata, sovvertendo ogni regola del buongiorno per trasformarsi interamente nel banchetto di cui ero l'unico, famelico commensale.

— Basta con i preliminari convenzionali — esordì lei, sfilandosi la vestaglia di seta con uno scatto secco, rivelando un corpo perfetto, formoso e rovente, prima di sdraiarsi in mezzo al tavolo di legno massello, incurante di tutto se non del proprio desiderio di essere consumata. — Oggi, amore mio, la colazione la faccio io. Anzi, sono io.

Distesa in tutto il suo splendore epidermico, Chiara offriva le sue curve con una solennità voluttuosa. Ogni centimetro della sua pelle trasudava un invito esplicito, un richiamo viscerale che azzerava la distanza tra la gola e il peccato.

Armato unicamente del mio stesso desiderio, mi chinai su di lei, pronto a officiare questo rito di pura lussuria.

Il primo atto si consumò sulle sue labbra dischiuse in un ansimare caldo e febbrile. Aprii il barattolo di un miele d'acacia denso, viscido e colante, prelevandone una dose generosa con la punta delle dita. Chiara mi fissava con gli occhi socchiusi, con una morbosità lucida.

— Non sprecare una sola goccia — mormorò con un filo di voce, arrochita dalla tensione.

Spalmai il nettare dorato sulle sue labbra con carezze lente e deliberate, tracciando il contorno della sua bocca prima di far scivolare il miele lungo il collo affusolato, fin nell'incavo palpitante della gola. Fu allora che la mia bocca si avventò sulla sua pelle: la lingua affondò con avidità nel calore di quel miele, leccando, succhiando, raccogliendo ogni singolo fremito mentre Chiara inarcava la schiena, emettendo un gemito profondo che vibrava contro il legno del tavolo.

Discendendo lungo il versante caldo del suo petto, il gioco si fece più audace. Dimenticato il miele, passai a una coltre di marmellata di mirtilli neri, densa, scura e carnosa, che depositai a piene mani direttamente sui suoi seni turgidi e pieni, trasformandoli in due sfere di piacere viscido e profumato.

— Assaggia — sussurrò lei, con il petto che sobbalzava furiosamente sotto quella crema di frutta.

Mi immersi in quel tripudio sensoriale senza l'ausilio di alcun filtro. Le mie labbra chiusero il capezzolo intriso di marmellata, mordicchiando la carne sensibile, mentre le mie mani stringevano i suoi fianchi con forza, imprimendo un ritmo sempre più serrato alle mie carezze. Chiara affondò le dita tra i miei capelli, tirandomi a sé con un'urgenza disperata, le unghie che affondavano nella mia pelle mentre il respiro si faceva rotto, spezzato da spasmi di puro godimento.

Scendendo ancora, verso la sezione meridionale del suo corpo, la tensione erotica raggiunse vette vertiginose. Presi un panetto di burro, ne tagliai una fettina morbida e lucida, e la adagiai con estrema delicatezza e rispetto geometrico sul suo ano, massaggiandola lentamente mentre il calore della sua pelle fondeva il burro in un unguento vellutato e peccaminoso che la fece fremere di piacere.

Subito dopo, presi la bomboletta di panna montata alla vaniglia, erogando un soffice cumulo candido e spumoso esattamente sul monte di Venere e sulle grandi labbra, un bacino di velluto bianco che copriva la sua intimità bagnata. Senza perdere un attimo, mi inginocchiai tra le sue gambe spalancate e affondai il viso in quel tripudio dolce e cremoso: iniziai a leccare e mangiare avidamente la panna montata, guidando la lingua con voracità direttamente sulla sua fica bollente, raccogliendo ogni goccia zuccherata mentre Chiara perdeva il controllo, gridando il mio nome e contraendosi in un orgasmo violentissimo che bagnava la mia bocca.

— Adesso basta giocare — ansimò con il fiato corto, gli occhi lucidi e la febbre del piacere che le alterava i tratti del viso.

Non c'era più spazio per la delicatezza, ma solo per il possesso e per l'istinto più primordiale.

Le mie mani, sulle sue caviglie, tenevano le sue gambe indecentemente sollevate e aperte.
Chiara, per favorire la mia penetrazione, avanzò il suo fondoschiena fino al bordo del tavolo, spalancando i glutei resi vellutati dal burro ormai sciolto, pronta a ricevermi in un abbraccio più profondo e totalizzante. Mi inserii in lei con un affondo anale totale e deciso, colmando ogni vuoto mentre i nostri corpi, sudati e appiccicosi di panna e miele, si scontravano in un ritmo implacabile, tra sussurri strozzati e un crescendo di gemiti che riempivano la cucina.
La colazione si trasformò in una lussuria dolce e zuccherata di quel nostro banchetto carnale.

E fu così che, tra una risata soffocata e un rigurgito di colesterolo sentimentale, quella mattina scoprimmo che la colazione è davvero il pasto più importante della giornata, soprattutto se consumato rigorosamente senza cucchiaini!

***

Brano musicale: Buongiorno mattina — Piero Pelù
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