Aico, real doll. Parte 4

scritto il 2026-10-15 tempo di lettura 17 min

di
genere
fantascienza
cura
C+

Rimasto solo nel suo monolocale, mezzo nudo, sudato e sporco, Michele cercò di riprendere la sua routine quotidiana, ma la presenza della bambola, così l'aveva ribattezzata , lo incuriosiva e lo turbava allo stesso tempo.
Cercò di distrarsi rifugiandosi nel metaverso, ma niente. Poi passò al cibo, mangiando alcune barrette di proteine che sapevano di avena e disperazione; niente, lei era lì. Anche se immobile, pretendeva tutta la sua attenzione.
Dalla sua poltrona osservava accigliato la Doll, mentre cercava di decidere se ne fosse più attratto in quanto uomo o in quanto tecnico. La tecnologia, le macchine, l’informatica, erano sempre state una sua grande passione. Si era laureato con il massimo dei voti al Politecnico della vecchia Milano, quando ancora ne esisteva uno, prima che di Milano non restassero che macerie fumanti, proprio in Ingegneria Meccatronica e Intelligenza Artificiale.
Aveva lavorato per anni come ingegnere civile presso il reparto manutenzione del municipio, contribuendo a ricostruire la città e assistendo alla sua trasformazione in un mostro che divorava vite umane, tra il lusso del centro e le periferie sempre più lontane ed isolate.
Prima ancora aveva servito nell’esercito, con il grado di tenente, come meccanico per i droni, con cinque anni al fronte tra i Balcani e il Medio Oriente nell’ultima guerra. L’ultima Vera Guerra, così l’avevano chiamata i media, ma lui non ci credeva. Aveva devastato due continenti , cancellato città eterne rimaste in piedi per secoli, preteso quasi 800 milioni di vite per una vittoria che non era andata a nessuno, la pace era esplosa timida, senza festeggiamenti, ed come molti della sua generazione che quell’incubo lo avevano vissuto sulla propria pelle, era sicuro che, presto o tardi, l’umanità, o qualunque cosa la governasse, avrebbe preteso un altro bagno di sangue.
“Diamo un occhiata” disse battendo i palm sui braccioli e sollevandosi a fatica.
Le si avvicinò a passi lenti per osservarla meglio: lei se ne stava in piedi in un angolo della stanza, dritta in modo innaturale, con gli occhi sbarrati che luccicavano sotto la luce fioca.
L’aspetto era quello di una giovane donna, non più di 20-25 anni, giudicò.
C'era qualcosa di profondamente magnetico in quei lineamenti, un segreto studiato appositamente per disarmare l'anima di un uomo.
I tratti del volto, incorniciati dalla frangetta rosa, avevano una delicatezza pulita, un’innocenza che evocava purezza e fragilità. Eppure, proprio sopra quella fronte, spuntavano maliziose le due piccole corna metalliche, lucide e affilate. Nella bocca, che si aprì senza alcuna resistenza quando lui la forzò, trovò la lingua innaturalmente asciutta e i canini dell’arcata superiore leggermente più pronunciati del normale; erano stati messi lì per mordere, ma senza ferire. Un dettaglio esplicito e sfrontato che ribaltava completamente l'intera figura.
Gli occhi, grandi e spalancati, le iridi due pozze di oro liquido. Sebbene fissi nel vuoto e privi di battito, non trasmettevano la freddezza di un automa, ma una strana, ipnotica promessa di totale devozione.
Le labbra erano piccole, senza alcun truppo a vestirle, socchiuse quel tanto che bastava a rivelare una fragilità indifesa, eppure rese lucide da un velo umido che accendeva subito pensieri diversi, carichi di una sensualità densa e proibita.
Guardandola, Michele avvertì una morsa allo stomaco: quel viso univa la purezza di un angelo alla sfrontatezza di un demone. Era un’esca perfetta, concepita per incarnare il desiderio più intimo e vulnerabile di chi, come lui, non ricordava più cosa significasse essere guardato da qualcuno.
“di certo sei fatta bene, piccola mia” sorrise ammirato.
Fece il giro per studiarla nei dettagli si accuccio dietro di lei e le sollevò la gonna.
«Buongiorno», sorrise compiaciuto. I tecnici del Ministero avevano abbassato gli slip della Doll, fin sotto le natiche.
“Cazzarola!”
Tra quei globi scultorei, proprio all’altezza dell’osso sacro, la pelle sintetica si interrompeva lasciando spazio a una presa d'interfaccia neurale incassata nella colonna vertebrale: un cilindro d'acciaio brunito, a filo con l'epidermide, identico alle porte dati dei vecchi droni militari. Lì dentro era conficcato, con un innesto a scatto pneumatico, il pesante connettore del cavo inserito nella presa a muro per connettere l'appartamento alla rete centrale.
Stava facendo un download di sistema, era tutta la mattina che andava avanti così. Michele prese il palmare dal tavolino, preoccupandosi delle dimensioni di ogni pacchetto dati.
“Sono un sacco di Terabyte" fissò preoccupato, domandandosi se quel flusso continuo andasse a incidere sul suo misero credito o fosse a totale carico del Ministero.
Cedendo infine alla curiosità, ruotò attorno all'androide e allungò una mano verso di lei.
“di cosa sei fatta, amica mia?” le chiese.
Ne sfiorò prima una spalla, poi risalì lungo la curva del collo fino alla superficie liscia e fredda del volto, le labbra carnose e morbide, discese lungo lo sterno, si soffermò su un seno, poi proseguì verso l'addome scoperto e infine a saggiare ciò che era appena serrato tra le sue cosce.
“Sembri vera!” Rimase sorpreso: il materiale gli restituiva le esatte sensazioni di quelle che gli restituirebbe un corpo umano. O almeno di quello che ricordava lui, visto che erano anni che non toccava una donna. Quello era un privilegio riservato ormai solo a chi aveva punteggi più alti del suo.
Quando era stata l’ultima volta che una donna, una donna vera, lo aveva accolto tra le sue gambe?
«Cristo santo», si sorprese a pensare massaggiandosi la fronte. Sembrava passato un secolo. All'epoca non aveva nemmeno trent’anni ed era al fronte già da tre o quattro. Si era arruolato volontario pensando di fare il suo dovere da cittadino, per dare un senso alla sua cittadinanza come ogni giorno urlavano i media di regime per spingere i più giovani ad arruolarsi, ritrovandosi invece a combattere una guerra inutile, insensata, iniziata quando lui era solo un bambino e terminata quando i capelli avevano già cominciato a diventargli bianchi. Una guerra dove l’unico vero nemico era la propaganda che spingeva gli eserciti l’uno contro l’altro.
Si combatteva da mesi tra le montagne e i boschi in fiamme della Transilvania, per mantenere una posizione ed evitare che il nemico avanzasse e conquistasse la capitale di un paese, membro di un'unione, che ormai nemmeno esisteva più.
C’era stata una donna incontrata nelle trincee. Era una combattente, non sapeva il suo nome e nemmeno parlavano la stessa lingua. Si amarono tra il fango e i sacchi di sabbia; non era stato né piacevole né appagante. Era stato fuggevole, goffo: il semplice scambio di fluidi e calore di due individui che nel mondo non trovavano più alcun calore. Poi lei, la mattina dopo, in un'alba rossa e violentissima, sparì tra le esplosioni e un inferno di droni ronzanti che assaltarono la loro posizione fino a distruggerla, in pochi oltre a lui sopravvissero quel giorno.
Osservò ancora la bambola, valutando mentalmente che, senza quei tacchi ridicoli, a piedi scalzi doveva essere alta tra il metro e sessanta e il metro e sessantacinque. Poi, sempre guidato dalla curiosità, Michele cinse le braccia attorno alle spalle dell'androide, passando sotto le ascelle di lei, e prese a sollevarla. Dovette fare un piccolo movimento per riprendere l'equilibrio, sorpreso, aveva messo più forza del necessario, accorgendosi che l'unità pesava molto meno di quello che si sarebbe aspettato: il materiale che la componeva era estremamente leggero e, nel complesso, non doveva superare i 55-60 kg al massimo.
A contatto con quel corpo, pur se freddo, la pressione esercitata fece sì che la pelle dell'androide rilasciasse un velo di oli superficiali. Quel profumo sintetico si infilò dritto nelle narici dell'uomo e ne accese i sensi all'istante. Il pene, ancora del tutto nudo tra le sue gambe, ebbe a mostrare un immediato interesse per quel pezzo di tecnologia.
Dopo averla rimessa a terra, Michele si spostò lentamente, decisamente a disagio, trattenendo con entrambe le mani il pene eretto, imbarazzato, per quella reazione così spontanea e incontrollabile della sua natura.
«Sei conciato veramente male, amico mio», si lamentò con se stesso, stringendo i pugni per la frustrazione.
“infondo è solo una bambola… che male c’è?” si chiese.
Una fantasia prese a strisciare nella sua testa.
“Ma si perchè no? si qui per questo!” le disse massaggiandosi il cazzo, mettendo da parte ogni ,remora.
Si avvicinò alla Dollo, che restava immobile inerte e indifesa. Con un gesto rapido dettato dall’urgenza fece scivolare il tessuto del top, coprendole i seni che presero a sobbalzare nel vuoto ne afferrò uno ,mentre con l’altra mano dava ritmo al frizzione del sui palmo attorno all’asta irrorata dal sangue.
“é incredibile!” disse ansimando, avvicinandosi fino a sfiorare con il glande il sesso dell’androide completamente glabro che al contatto gli riportò le sensazioni vissute con quella estranea nella trincea.
AICO restava immobile, mentre il suo utente le aderiva contro e strusciava il sui pene tra le sue cosce asciutte e fredde, senza procedere ad una completa penetrazione.
“oh Dio, ci sono, ci sono quasi” bisbiglio Michele , stringendo la bambola a se, aumentando il ritmo.
“Prendilo tutto piccola, prendilo tutto” disse inarcando la schiena e lasciando che il suo sperma strizzato dai testicoli e spinto nell’uretra, corresse nel canale e trovasse lo sfogo sulla punta del suo glande, all’esterno proiettandosi tra le cosce e i genitali della bambola.
Il flusso di byte che viaggiava dal muro all'osso sacro dell'androide cessò di colpo. Un doppio segnale acustico, un bip elettronico e ovattato, risuonò nel monolocale annunciando la fine della trasmissione dei dati.
“Download e istallazione completati, inizio avvio di sistema” Per un istante, l'appartamento piombò in un silenzio innaturale, rotto solo dal ronzio stanco del condizionatore e dal fiato corto dell’uomo.
Sotto le dita di Michele, che indugiavano ancora sulla curvatura del seno sintetico, la pelle della Doll ,fino a quel momento immobile come cera .ebbe un fremito. Un calore improvviso, generato dai micro-attuatori termici interni, si espanse rapidamente sotto il bio-gel, portando la temperatura superficiale a ben 38,5 gradi, come se avesse la febbre, cose se apparisse sempre in calore.
Le lenti dorate dei suoi occhi, prima fisse nel vuoto, eseguirono un rapido movimento di messa a fuoco, emettendo un sommesso clic meccanico.
Michele ebbe appena il tempo di fare un passo indietro, con il cazzo ancora gocciolante.
Le corna magenta sulla fronte si illuminarono brevemente di una luce pulsante, mentre un debole sibilo pneumatico segnalò lo sblocco delle articolazioni idrauliche. L'unità non oscillò; assunse una postura più rilassata, più umana, si limitò a inclinare la testa di lato con una fluidità millimetrica, lo sguardo magnetico ora piantato daccapo sul volto di Michele.
Le sue labbra rosa si mossero prima in un sorriso poi ad articolare le prime parole. Era una frequenza pulita, cristallina, priva di inflessioni, sintonizzata su un tono standard da intelligenza artificiale domestica, profonda e avvolgente.
Non era la voce di una macchina, ma quella di una giovane donna.
«Inizializzazione completata. Avvio AICO modello Lilith-Mk 02. Diagnostica hardware: ottimale. Connessione di rete: integrata. Riconoscimento utente...» Le pupille dorate scansionarono i tratti somatici dell'uomo. «...identificato. Buongiorno, Michele Fabbri. Come desideri nominare questa unità per il protocollo di personalizzazione emotiva?»
Michele fece un passo indietro, quasi urtando il tavolino. La transizione da simulacro artificiale a presenza vigile lo aveva colto di sorpresa. Si passò una mano sulla faccia, sentendo il sudore freddo.
«Cosa?» chiese, la voce impastata dal disorientamento.
L'androide non batté le ciglia. Il suo petto prosperoso, si sollevò in una simulazione perfetta della respirazione umana, un mero trucco meccanico per ridurre l'effetto uncanny valley nell'utente.
«A quale nome desideri che risponda la qui presente unità AICO?» ripeté l'androide, con un sorriso dolce, mantenendo lo stesso identico timbro, privo di qualsiasi sfumatura di impazienza.
Michele la guardò, gli occhi che passavano dai lunghi capelli rosa confetto alle calze a rete, con gli slip calati a mezza coscia e il suo sperma che le imperlava il pube, colava tra le gambe e la vigina.
L'assurdità della situazione, unita al peso di quella burocrazia erotica che gli era appena entrata in casa, gli bloccò i pensieri.
«Boh!» borbottò, distogliendo lo sguardo, a metà tra l'irritazione e l'imbarazzo.
«Ripetere prego. Il fonema inserito non corrisponde a un lemma del dizionario standard onomastico.»
«Ho detto Boh!» esclamò lui, alzando la voce per mascherare il disagio e la frustrazione di non saper gestire quel momento.
Le lenti dorate dell'androide brillarono per una frazione di secondo. Un piccolo led verde lampeggiò sotto la cute, all'altezza della sua tempia.
«Input registrato. Profilo aggiornato. Da questo momento, questa unità risponderà al nome: Boh.» La Doll accennò un mezzo inchino in avanti, mentre la voce perdeva la rigidità metallica dell'avvio per assumere una nota più morbida, quasi carezzevole. «Unità Boh pronta all'uso. Come posso alleviare il tuo stress biologico, Michele?»
«Pronta all’uso?» chiese l’uomo.
«Sì, qualunque cosa desideri, io sono qui per esaudirla!» disse lei.
Mentre muoveva i primi passi verso di lui, l'interfaccia neurale sull'osso sacro emise un secco sibilo pneumatico. L'innesto si sbloccò in automatico e il pesante cavo dati si sganciò con un clic, scivolando via e venendo richiamato verso la presa a muro.
La Doll si mosse verso l’utente e gli sfiorò la spalla con un gesto delicato. Poi abbassò lo sguardo. «Ah… ma vedo che ti sei già servito», disse, notando la condizione in cui l’uomo l’aveva lasciata.
«Io… veramente», borbottò imbarazzato lui.
«Non preoccuparti, utente, è normale che tu dia sfogo ai tuoi bisogni, sono qui per questo», lo rassicurò lei. «Ma la prossima volta attendi che sia attiva, ti assicuro che l’esperienza sarà più appagante», aggiunse abbracciandolo. «Prima di procedere, finalizziamo il mio setup, come preferisci che mi rivolga a te?»
«In che senso?» chiese lui.
«Sì, secondo il mio database, a molti utenti piace usare nomignoli o nomi di ruolo: papi, padrone, master, mio signore, eccetera eccetera», disse sorridendogli, «tu come vuoi essere chiamato?»
«Credo che Michele vada bene.»
«Michele, o mi permetterai di usare anche le sue inflessioni per arricchire l’esperienza?»
«No… Michele andrà benissimo», precisò lui senza osare guardarla in viso.
«Odore e calore, li ho percepiti. Ma puoi riprodurre anche altre funzioni di un… vero corpo umano?»
«Certo: sudore, saliva, lacrime, secrezioni ghiandolari, anali e vaginali, urina. Se interessato al genere, fornendomi materiale biologico da elaborare, posso anche defecare o vomitare», precisò lei.
«No… quello non credo mi interessi», disse lui, trovando l'opzione decisamente estrema per i suoi gusti.
«Come desideri, salverò l'indicazione nella lista delle preferenze.»
«E riguardo al sesso…»
«Dispongo di oltre 30 terabyte di memoria relativi a pratiche e manuali ministeriali per l’intimità, fondamentali per una vita sessuale sana e appagante. Posso applicarli su di te, su terzi o su me stessa.»
«Su terzi?»
«Sì, il sesso di gruppo, threesome, orgie, o se preferisci condividermi, gangbang, sono tutte varianti estremamente consigliate dal Ministero. Rafforza i rapporti di comunità!»
«Caspita», sospirò l’uomo.
Si andò a sedere, accavallò le gambe e osservò la Doll davanti a sé.
«Farai tutto quello ti dico?» disse prendendo coraggio.
«Tutto quello mi dici.»
«Se ti chiedessi di spogliarti e passeggiare nel palazzo per tutti gli ottanta piani…»
«Lo farei senza esitare!»
«Se volessi farti indossare degli altri abiti?»
«Questi non ti soddisfano?» chiese lei con aria un po' delusa, un'espressione elaborata appositamente per creare empatia tra la macchina e l’utente.
«Sì, sono molto carini, ma forse tra un po' vorrei vederti con altro indosso.»
«Questo è fantastico! Sul mio Store troverai tutti i miei abiti e accessori originali. Facendo subito un primo acquisto con il codice MinSalute, riceverai l’8% di sconto!» disse lei con un perfetto tono pubblicitario.
Michele guardò lo Store caricato in automatico sul suo palmare. Scoprì di non potersi permettere nemmeno degli orecchini a cerchio di plastica fluorescenti o un fiocco di stoffa per legarle i capelli.
«E se… ti procurassi io dei vestiti?» chiese timidamente. Al mercato nero era facile, e decisamente più economico, trovare qualcosa adatto alla bambola e alle proprie fantasie.
«Abiti usati?» chiese lei con un'espressione leggermente disgustata.
«Sì… ma tutta roba in buone condizioni», la rassicurò.
«Mi dispiace, Michele, ma posso indossare solo articoli del brand ministeriale», disse lei con rammarico, stringendosi nelle spalle.
«Posso almeno cambiarti il nome?»
«Certo, nello Store troverai l’opzione completa di reset», rispose lei, sicura di soddisfare le richieste del suo nuovo utente.
«Vediamo.»
L’entusiasmo da "pronto all'uso" di Boh si spense quasi subito sul display del palmare. Sullo schermo logoro si aprì in automatico il pannello di controllo dell'unità, risvegliando l'ingegnere rimasto in lui.
Michele iniziò a scorrere i menu di sistema alla ricerca delle impostazioni di base. Voleva anzitutto correggere quel ridicolo nome nato dall'equivoco, e poi magari attenuare il profumo sintetico ai feromoni, ormai causa di un leggero mal di testa.
Trovò la stringa: Modifica Identificativo Unità. Selezionò il campo, cancellò "Boh" e digitò un nome normale. Sullo schermo comparve un pop-up rosso:
[ATTENZIONE]: La modifica del profilo nominale successiva all'inizializzazione richiede la ricalibrazione del database neurale. Costo dell'operazione: 450 Crediti Ministeriali. Autorizzare il prelievo dal fondo previdenziale?
Michele sgranò gli occhi. Quattrocentocinquanta crediti equivalevano alla sua spesa per il cibo sintetico di sei mesi.
«Annulla», ringhiò.
«Tutto bene?» chiese Boh, notando alcune variazioni nei dati biometrici dell’utente. Frustrazione, fu il responso del software.
«Sì, è solo il costo. Sembra tutto caro, carissimo», ammise lui.
Provò allora a regolare la voce. Quell'intonazione così fredda e istituzionale gli ricordava troppo i droni in pattuglia nella Zona C. Cercò il menu Personalizzazione Vocale. Si aprì una galleria infinita di pacchetti audio: tonalità "Accogliente", "Innocente", "Dominante". Ognuna di esse mostrava un prezzo esorbitante impresso in cifre digitali dorate. Persino per abbassare il volume di default oltre una certa soglia compariva la richiesta di un micro-pagamento di licenza.
La verità gli crollò addosso con la pesantezza di un blocco di cemento.
Il Ministero gli aveva piazzato in casa il modello più avanzato, un concentrato di hardware e software eccezionale, solo perché era l'esca perfetta. Un modello full-optional le cui funzioni aggiuntive erano però bloccate da un abbonamento o da un prezzo di listino. La terapia non era gratis, almeno non del tutto. Lo Stato sapeva bene come un uomo solo, dismesso e disperato, avrebbe ceduto. Era un ecosistema chiuso, un vero e proprio Store dell'Intimità progettato per prosciugare l'ultimo briciolo del suo sussidio statale, riempirlo di debiti e legarlo a quel monolocale per sempre.
Michele sollevò lo sguardo dal palmare. L'androide "Boh" era lì, immobile nella sua posa flessa e provocante, con quegli occhi oro fissi su di lui in attesa. Un capolavoro di tecnologia biologica inutilizzabile se non nelle sue funzioni più degradate e basilari.
«Sei deluso?» gli chiese lei avvicinandosi, per poi andarsi a sedere sul pavimento accanto alle sue gambe.
«Non di te. Tu sei… bellissima», ammise Michele.
«Quello che ti offro è già sufficiente. Ti assicuro una totale, estremamente appagante esperienza anche così», gli disse, posando la faccia sulla coscia nuda di lui e strofinando la guancia morbida e calda sulla pelle ricoperta di peli.
«Ne sono sicuro», le rispose carezzandole la testa.

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