Quella volta in via Rubicone

di
genere
trio

Erano ormai diversi giorni che ci scrivevamo su Messenger. Ci eravamo conosciuti attraverso Facebook e, dopo i primi messaggi, la conversazione aveva preso rapidamente una piega diversa dal semplice scambio di battute. Avevamo parlato un po' di tutto, cercando di capire chi fossimo, fino ad arrivare naturalmente all'idea di incontrarci. Nei giorni successivi avevamo continuato a scriverci per stabilire ogni dettaglio: il giorno, l'orario, il posto e soprattutto dove poterci vedere con un minimo di tranquillità. Alla fine avevamo deciso per via Rubicone, in una zona che nessuno di noi conosceva particolarmente bene ma che, almeno sulla carta, sembrava abbastanza isolata.

Per arrivarci passammo davanti all'autolavaggio e, subito dopo la rotonda, prendemmo la prima stradina sulla destra. Era una di quelle strade secondarie che sembravano appartenere a un'altra epoca, quasi dimenticate dal resto della città. All'inizio era asfaltata, anche se l'asfalto era consumato e screpolato in più punti; poi, man mano che avanzavamo, la superficie diventava sempre più irregolare, fino a lasciare spazio a una strada sconnessa e piena di grosse buche.

Ai lati erano cresciuti ciuffi d'erba alta, rovi e piccoli arbusti che invadevano lentamente i margini della carreggiata. Qua e là spuntavano vecchi pezzi di rete metallica arrugginita, mezzi nascosti dalla vegetazione. Alcune piante si erano arrampicate lungo i muri perimetrali degli edifici, insinuandosi nelle crepe del cemento e dando alla zona un aspetto ancora più abbandonato. Più ci addentravamo, più sembrava di allontanarci dalla parte viva della città.

Proseguimmo lentamente, evitando le buche più profonde, fino ad arrivare davanti a un cancello chiuso con una grossa catena. Il ferro era coperto di ruggine e in alcuni punti la vernice si era completamente staccata. Dietro il cancello si intravedeva quella che un tempo doveva essere stata un'azienda, ormai chiusa da più di dieci anni, almeno a occhio e croce. I vecchi capannoni si susseguivano oltre la recinzione, enormi blocchi di cemento e lamiera anneriti dal tempo. Alcune finestre erano prive di vetri, altre erano state coperte alla meglio con pannelli o vecchie assi. Sul tetto di uno degli edifici crescevano ciuffi di erba e piccole piante, mentre le pareti erano segnate da macchie scure, infiltrazioni e strisce di umidità.

Il silenzio era quasi totale. Ogni tanto si sentiva il rumore lontano di qualche automobile proveniente dalla strada principale, ma lì dentro sembrava tutto fermo. Non c'erano insegne, persone o mezzi in movimento. Soltanto quei vecchi capannoni, la vegetazione cresciuta senza controllo e il vento leggero che muoveva le foglie ai margini della strada.

Naim Peci arrivò puntuale con un piccolo furgone della CLS. Il mezzo era tutt'altro che nuovo: la carrozzeria presentava diverse ammaccature, soprattutto sul portellone posteriore e lungo la fiancata destra, mentre in alcuni punti la vernice era graffiata e scolorita. Anche il paraurti aveva visto giorni migliori. Il furgone si muoveva lentamente sulle buche della strada, sobbalzando appena prima di fermarsi proprio davanti al cancello.

Naim era un ragazzo sui trent'anni, magro e piuttosto alto, con pochi capelli in testa, esattamente come appariva nelle fotografie che avevamo visto su Facebook. Aveva un viso asciutto, un accenno di barba bionda e uno sguardo diretto, sicuro di sé. Indossava una tuta sportiva e aveva quell'aria rilassata di chi sembrava non avere alcun problema a trovarsi in un posto del genere.

Io e mia moglie eravamo fermi un paio di metri più indietro. Quando scese, Naim si avvicinò e si presentò. Cominciammo a parlare e, per qualche minuto, scherzammo e ridemmo, cercando di rompere il ghiaccio e rendere più naturale quell'incontro.

A un certo punto prese per mano mia moglie e la guardò sorridendo.

«Sei pronta a godere un po'?»

Lo disse con un italiano un po' incerto.

Lei gli sorrise in modo malizioso e rispose:

«Sì.»

Fece un leggero cenno con la testa.

Naim e mia moglie si avviarono verso il furgone, mentre io li seguii subito dopo. Durante il tragitto lui le teneva una mano sul sedere e lei camminava accanto a lui, sculettando visibilmente. Il vestitino nero che indossava aderiva al suo corpo e seguiva i suoi movimenti; la parte davanti era quasi completamente trasparente e lasciava intravedere gran parte del suo seno.

Arrivati davanti al furgone, Naim aprì il portellone posteriore. Mia moglie si preparò a salire e lui la aiutò, accompagnandola con una leggera spinta sul sedere. Prima di seguirla all’interno, si voltò verso di me e mi sorrise, soffermandosi per un momento ad ammirare il culo di mia moglie mentre saliva nel retro del furgone.

Poi salì anche lui.

Io mi avvicinai lentamente. Il portellone laterale era aperto, così rimasi lì vicino, senza entrare.

Mia moglie si guardò intorno, poi domandò:

«Sicuri che questo posto vada bene? Non è che potrebbe vederci qualcuno?»

Mi guardai anch’io attorno. La strada era deserta e, tutt’intorno, c’erano soltanto i vecchi capannoni ormai abbandonati, con le strutture lasciate a marcire da anni. Non si vedeva anima viva. Forse, ogni tanto, poteva capitare di incontrare qualche tossico o qualche senzatetto che cercava riparo in quei luoghi.

«È tutto disabitato qui...»

Feci una pausa e guardai ancora verso i capannoni.

«Stai tranquilla!» continuai.

Lei mi sorrise e «Ok, va bene» disse.

Poi si voltò verso di lui e iniziò a baciarsi con lui. Naim, parecchio più alto di lei, dovette abbassarsi, mentre con le mani iniziò a palparla un po' ovunque, dai seni al sedere.

Le dita grandi di lui scivolarono prima sul vestito nero, stringendo i fianchi, per poi salire verso i seni, premendoli attraverso il tessuto trasparente. Mia moglie emise un piccolo sospiro contro la sua bocca, inarcando leggermente la schiena. Senza interrompere il bacio, le mani di Naim scesero di nuovo fino a stringere con forza le gote del sedere, sollevandole appena il vestitino.

Di colpo e con decisione lui la fece girare.

«Appoggia le mani lì», le disse.

Lei appoggiò le mani alla lamiera del furgone. Lui le sollevò il vestito e le abbassò il perizoma. Gli passò due dita tra le cosce.

«Sei già bagnata!» le disse. «Brava puttana!» continuò lui.

Tirò fuori il membro dai pantaloni della tuta e la penetrò con forza e decisione, con frenesia.

Mia moglie incassò i colpi e gemette forte, mentre lui continuava violentemente senza sosta. Stringeva i pugni contro la lamiera che vibrava a ogni impatto. I suoi lamenti echeggiavano nel retro del furgone, un misto di sorpresa e puro piacere che rompeva del tutto il silenzio di quella zona industriale.

Naim continuava a spingere con foga, usando i fianchi di lei come leva. Poi girò leggermente la testa verso di me, con il viso lucido di sudore e lo sguardo fisso nei miei occhi.

«Guarda come mi fotto la puttana di tua moglie!» disse.

Nel frattempo lei si era spogliata nuda completamente, liberandosi del vestito nero tra una spinta e l'altra. Lui le strizzava i seni con le mani grandi mentre continuava a martellare senza sosta, con un ritmo cieco e ossessivo. Mia moglie gettò la testa all'indietro, completamente in balia della sua foga.

Di colpo, Naim cambiò presa, stringendola ancora più forte per i fianchi e bloccandole i movimenti per un istante. Il suo fiato era corto, pesante. La fissò dall’alto, poi, con voce roca e senza giri di parole, le disse:

«Adesso te lo metto nel culo!»

L’eccitazione nel retro del furgone sembrò toccare il culmine. Mia moglie, completamente travolta dal momento, fradicia e con il respiro spezzato, non esitò un solo secondo. Voltò appena la testa verso di lui, gli occhi lucidi, e gli rispose con voce carica di desiderio:

«Sì! Sfondami in culo!»

Naim non se lo fece ripetere. La afferrò saldamente per le chiappe, affondando le dita grandi nella carne per stabilizzare la presa, e la spinse in avanti con decisione. Senza un attimo di esitazione, la penetrò analmente con un colpo secco, profondo e violento.

L’impatto fu così immediato e brutale che mia moglie spalancò la bocca, lanciando un urlo acuto che squarciò il silenzio pesante di quella zona industriale abbandonata. Il suono rimbalzò contro le lamiere del furgone e si diffuse nell'aria deserta circostante. Lei strinse i pugni così forte che le nocche le diventarono bianche, cercando un appoggio per non cedere sotto il peso di quella spinta così ravvicinata e spietata.

Lui non le diede il tempo di abituarsi. Trovato il ritmo, iniziò a incularla con una foga cieca e martellante. Ogni spinta era carica di una forza rozza, i suoi fianchi sbattevano con violenza contro il sedere di lei, producendo un rumore sordo e ritmico che si univa ai gemiti disperati della donna. Naim era visibilmente eccitato dalla resistenza fisica della carne, il sudore gli colava dalla fronte lungo il collo, bagnando la schiena nuda di mia moglie a ogni movimento.

Mentre continuava a colpirla senza sosta, Naim si chinò leggermente su di lei, stringendole i fianchi ancora più a fondo per non perdere un millimetro di profondità. Con il fiato corto e la voce resa ancora più roca dallo sforzo, le ringhiò all'orecchio:

«Prendilo tutto in culo, puttana!»

Quelle parole, pronunciate con quell'accento duro, sembrarono dare a mia moglie una scarica ulteriore di pura elettricità. Nonostante il dolore acuto della penetrazione, il piacere la stava letteralmente travolgendo, togliendole ogni freno inibitore.

«Sì...» riuscì a malapena a sussurrare in un primo momento, con la voce soffocata contro la lamiera.

Poi, quando il ritmo di Naim si fece ancora più serrato e profondo, devastante nella sua precisione, lei non riuscì più a trattenersi. Inarcò la schiena al massimo delle sue possibilità, buttando la testa all'indietro e urlando con le lacrime agli occhi per l'intensità di quello che stava provando:

«Oh madonna... mi stai spaccando il culo!»

Era un grido di totale sottomissione e godimento, una confessione urlata ai quattro venti in quel parcheggio desolato.

Io, a dire il vero, la sigaretta l'avevo già buttata via da un pezzo. Non stavo più fumando: mi stavo segando con foga, muovendo la mano velocemente mentre osservavo la scena a bocca aperta. Quella visione mi stava mandando il cervello in fumo. Sentire le sue urla di piacere così forti, vedere il suo corpo nudo scosso dai colpi di Naim, mi spingeva a un'eccitazione mai provata prima.

Ma quelle urla erano state talmente alte e incontrollabili da spingersi ben oltre il retro del furgone. Avevano squarciato il silenzio della zona industriale a tal punto che, dai capannoni abbandonati lì vicino, era sbucato qualcuno.

Era un giovane ragazzo, poco più che ventenne, la cui figura sembrava l'incarnazione stessa di quel posto dimenticato da Dio. Addosso aveva una felpa grigia sbiadita, di tre taglie più grande, con i polsini sfilacciati che gli coprivano quasi interamente le mani nodose; i pantaloni della tuta, lerci di polvere e macchiati di fango secco sulle ginocchia, gli pendevano larghi sui fianchi, trascinandosi sulle scarpe da ginnastica ormai consumate e prive di lacci.

Era spaventosamente magro, con le clavicole che sporgevano visibilmente dal colletto slabbrato della felpa e le spalle curve, incassate in una postura perennemente difensiva. Il viso era scavato, affilato come una lama, con gli zigomi alti che tendevano una pelle pallida, quasi grigiastra, segnata da qualche crosticina sui lati della bocca. Sotto gli occhi infossati e cerchiati da profonde occhiaie violacee, lo sguardo era vitreo, febbricitante, tipico di chi vive in un mondo alterato dalle sostanze. Aveva i capelli corti, castani, ridotti a ciocche unte e disordinate che gli appiccicavano la fronte imperlata di sudore freddo.

Attirato da quei lamenti così espliciti, si era avvicinato trascinando i piedi sul terreno sconnesso, muovendosi lentamente, quasi incredulo, fino a raggiungere il furgone.

Si era fermato lì, a pochissimi metri da noi, immobile, con le labbra leggermente schiuse e il fiato corto che gli usciva in piccoli respiri tremanti. Rimanemmo entrambi a osservare quanto stava accadendo: io, con la mano ancora stretta sul mio membro, e quel perfetto sconosciuto, rapito e immobile nella sua miseria, guardammo mia moglie, completamente nuda, mentre lo prendeva in culo con quella violenza da Naim, un ragazzo kosovaro conosciuto su internet soltanto pochi giorni prima.

Per qualche istante io e quel ragazzo ci scambiammo degli sguardi. I suoi occhi vitrei e sgranati passarono dalla figura di mia moglie alla mia mano, che continuava a muoversi senza sosta. Non gli dissi niente, non ce n’era bisogno; gli feci solo un leggero cenno con la testa, lasciando che si godesse lo spettacolo insieme a me, uniti da quel voyeurismo improvvisato e clandestino.

Davanti a noi, il ritmo nel retro del furgone divenne frenetico e ossessivo. Naim era ormai completamente preso da una foga animalesca, guidato dai lamenti incontrollabili di mia moglie. La afferrò di nuovo per i fianchi, tirandola indietro con un colpo secco per sfilarsi dal suo culo, ma non si fermò nemmeno per un secondo. Con una rapidità impressionante, sfruttando l'abbondante lubrificazione, spinse il membro in avanti, centrando la sua fica completamente rasata.

L'impatto ravvicinato con la carne liscia e nuda tese al massimo la pelle di lei. Mia moglie emise un gemito diverso, più acuto e profondo, inarcando la schiena mentre la carne rimbalzava contro quella di lui con un suono umido e schioccante. Naim iniziò a martellarla lì davanti con spinte corte e violentissime, facendo sobbalzare tutto il suo corpo. Le sue tette, gonfie per l'eccitazione, oscillavano vistosamente a ogni impatto; i capezzoli, turgidi, durissimi e arrossati dallo sfregamento precedente, puntavano dritti verso il pavimento di lamiera, vibrando a ogni spinta che riceveva da dietro.

Naim non la lasciava respirare. Dopo poche e potenti spinte nella fica, la afferrò di nuovo per le natiche sollevandola leggermente e, con un passaggio rapidissimo e preciso, tornò ad affondare nel culo. Questo continuo alternarsi da un buco all'altro, rapido e senza sosta, mandò mia moglie in un delirio di puro piacere. La sua pelle nuda era ormai lucida di sudore, i capelli appiccicati al collo mentre sbatteva la testa contro la parete del furgone, gli occhi girati all'indietro. Non erano più semplici lamenti: urlava frasi sconnesse, un misto di sottomissione e godimento assoluto, totalmente in balia della carne.

Anche Naim stava toccando il limite. Il suo biondo accenno di barba era bagnato di sudore, i muscoli delle braccia tesi allo stremo mentre le stringeva la pelle lasciando i segni delle dita. Ogni volta che passava dalla fica al culo, un grugnito roco gli usciva dai denti stretti, i suoi colpi diventavano sempre più pesanti, scoordinati dalla foga di chi sta per venire. Godeva nel sentire la morsa raddoppiata di quei due canali così bagnati e caldi, e godeva nel farlo davanti a noi, spingendo ancora più a fondo ogni volta che il suo sguardo incrociava il mio o quello del ragazzo tossico rimasto immobile accanto a me.

Dopo quella scarica di colpi frenetici e l'alternarsi ossessivo tra la fica e il culo, Naim arrivò al culmine con un ultimo grugnito roco, riversando tutto dentro di lei prima di sfilarsi lentamente.

Mia moglie Valentina e il ragazzo kosovaro si accasciarono sul pianale di lamiera, restando immobili per qualche istante per riprendere fiato. Il silenzio tornò a scendere pesante sulla via deserta, interrotto soltanto dai loro respiri corti e affannati che pian piano si regolarizzavano. Naim si passò il dorso della mano sulla fronte imperlata di sudore, poi si voltò a guardarla mentre lei si tirava su a fatica, ancora scossa dai brividi del piacere.

«È proprio una gran bella puttana!» disse lui, con quel suo italiano incerto ma carico di un'ammirazione rozza e genuina.

Valentina, anziché offendersi, scoppiò in una piccola risata complice. I due si scambiarono un'occhiata d'intesa, sorridendo apertamente per l'intensità di quello che avevano appena condiviso, e si abbracciarono amichevolmente, stringendosi per un momento come vecchi complici prima di sciogliere la presa.

Fu proprio in quel momento, mentre si sistemava i capelli disordinati ed umidi di sudore dietro le orecchie, che lo sguardo di Valentina andò oltre la mia figura e intercettò la presenza estranea accanto a me. I suoi occhi, ancora lucidi, si posarono sulla figura emaciata e tremante del giovane tossico rimasto a guardare a bocca aperta per tutto il tempo.

«Chi è?» mi chiese con totale naturalezza, la voce ancora leggermente roca per le urla di prima.

Prima ancora che potessi rispondere io o che Naim potesse rendersi conto della situazione, fu il ragazzo stesso a fare un passo in avanti. Sembrò ridestarsi da una specie di trans, attirato dalla voce di mia moglie.

«Mauro...» disse il ragazzo, con un filo di voce timido e impastato. Fece un altro piccolo scatto verso l'interno del furgone e, con un gesto che contrastava incredibilmente con la sporcizia della sua felpa sbiadita, allungò la mano nodosa verso di lei: «Mi chiamo Mauro».

Valentina lo fissò per un istante, studiando quel viso scavato e quegli occhi infossati dalle occhiaie violacee. Poi, senza mostrare alcun tipo di ritegno o pudore, si sporse in avanti. Restando completamente nuda, con il corpo ancora lucido di sudore e i segni evidenti delle dita di Naim stampati sui fianchi, afferrò la mano di Mauro e la strinse con decisione, sostenendo il suo sguardo vitreo senza la minima traccia di imbarazzo.

Valentina mantenne la presa per qualche secondo, incurante del contrasto tra la propria pelle ancora calda e le dita ruvide del ragazzo. Mauro, incoraggiato da quella totale assenza di barriere e dal silenzio complice tra me e Naim, sembrò scuotersi di dosso la timidezza iniziale. Fece un passo ancora più all'interno del furgone, lo sguardo fisso e acceso da una scintilla di improvvisa audacia.

«Posso... posso approfittare?» domandò, con la voce che gli tremava appena in gola.

Valentina lo guardò dal basso, appoggiando la schiena contro la parete interna del mezzo. Nei suoi occhi non c'era ombra di esitazione, solo il divertimento e il compiacimento per l'effetto che il suo corpo continuava a provocare. Gli sorrise in modo aperto, quasi invitante, e rispose senza un attimo di respiro:

«Sì, fai pure.»

Il ragazzo non se lo fece ripetere. Allungò la mano sudicia e rozza, segnata dai giorni passati in mezzo a quei capannoni abbandonati, e la posò direttamente sul petto di mia moglie, stringendo e palpando con decisione i suoi grossi seni nudi e ancora lucidi.

«Sono enormi!» esclamò Mauro, lasciandosi sfuggire la frase con un misto di stupore e meraviglia sincera, mentre le dita affondavano nella carne morbida sotto gli occhi miei e di Naim.

Mauro abbassò lo sguardo, rapito dalla scollatura aperta e bagnata, spingendo la mano ruvida più in basso, finché le dita non affondarono direttamente tra le cosce spalancate di Valentina. Iniziò a tormentarle la fica fradicia di umori, infilando le dita sporche nella carne tesa e bagnata, strappandole un gemito roco di pura eccitazione.

Nel frattempo, Naim si era già buttato a terra, sul pianale del furgone. Ha abbassato i pantaloni della tuta, liberando il cazzo eretto e rigido. Valentina si è chinata subito su di lui, afferrando l'asta tra le mani e infilandosela profondamente in bocca. Ha iniziato a fargli un pompino profondo e vorace, muovendo la testa avanti e indietro con foga, bagnandogli tutta la pelle fino a lasciargli il cazzo completamente lucido di bava.

Si è sollevata un istante, sputando la saliva accumulata, e guardandolo dall'alto con gli occhi carichi di lussuria sfrenata gli ha urlato contro: «Forza troia, datti da fare!».

Senza perdere un secondo, ha scavalcato il corpo di Naim e ci è salita sopra a cavalcioni, guidando con le mani la punta bagnata del cazzo dentro
scritto il
2026-08-20
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