Resort... a sorpresa! Cap. 1

di
genere
incesti

Il cancello del resort si chiuse dietro di noi con un clic metallico definitivo. L'aria era calda e pesante, odorava di pino e sale; nel parcheggio quasi vuoto si sentiva solo il frinire delle cicale. Papà spense il motore con la sua solita calma. Bianca aveva già la mano sulla maniglia.

Avevamo prenotato tutto online qualche mese prima, nel caso fossero finiti i posti. Ci eravamo meritati quella vacanza, avevamo stretto la cinta tutto l'anno per accumulare i soldi necessari a pagarla. Un club vacanze con spiaggia privata, piscine, ristoranti, "atmosfera libera e rilassata". Solo quando fummo davanti alla reception, con le valigie ancora in mano, comprendemmo la verità. Nessuna riga, in nessun punto della prenotazione, parlava di nudismo obbligatorio. La donna dietro il bancone — nuda, seno pieno, un tatuaggio sul fianco — ci spiegò con tono professionale che il dress code era "tessuto zero". Vestiti ammessi solo in caso di necessità mediche certificate. Il rimborso? Non previsto. La stagione era alta, la camera già pagata per intero, e non potevamo permetterci di pagare la penale di annullamento: oltre al danno, la beffa.

Restammo in silenzio per qualche secondo, inebetiti. Papà strinse la mascella. Io sentii lo stomaco chiudersi di colpo. Bianca, invece, lasciò uscire un piccolo sospiro che suonava quasi… divertito.

"Beh", disse lei voltandosi verso di me. Gli occhi verdi sembravano brillarle. "Siamo arrivati. E a quanto pare ci tocca spogliarci. Abbiamo un'altra scelta?"

Il check-in fu rapido. Ci diedero le chiavi del bungalow e una mappa. Lungo il tragitto verso il nostro appartamento, nessuno ci guardò due volte. Per loro eravamo solo altri tre ospiti. Il bungalow era piccolo, pulito, con due camere comunicanti e una terrazza sulla pineta. Appena entrati, Bianca lasciò cadere lo zaino e si girò verso di noi. Il sorriso era leggero, ma gli occhi nascondevano quella scintilla che solo in seguito imparai a riconoscere.

"Allora? Meglio farlo subito no? O vogliamo restare qui a fissarci come tre idioti?"

Papà si schiarì la gola. Io rimasi in silenzio, stringendo le cinghie dello zaino fino a farmi male alle dita.

Bianca fu la prima a muoversi, e lo fece senza fretta. Si tolse la maglietta con un gesto lento, quasi deliberato, rivelando il seno piccolo e a punta. I capezzoli, già leggermente arrossati, si indurirono appena l’aria li toccò. Poi sfilò i pantaloncini, facendoli scivolare lungo le cosce esili. Restò un momento in mutandine — un pezzo di tessuto chiaro che non nascondeva quasi nulla — prima di abbassare anche quelle. In pochi secondi era totalmente nuda. Alta un metro e sessanta, corpo esile ma non fragile, capelli castani mossi che le scendevano sulla schiena. Tra le gambe aveva una peluria castana non eccessiva, che disegnava un triangolo. Mi guardò e sorrise, quasi divertita dal mio imbarazzo, con la freschezza dei suoi ventitrè anni.

"Alice... sei ancora qui con noi?" Mi richiamò alla realtà, agitando la mano.

Papà stava di spalle, fingendo di sistemare qualcosa sulla mensola. Lo sentii respirare più forte. Poi, lentamente, si girò verso di noi. Tolse la camicia, una manica alla volta, rivelando il torso chiaro e la pancia morbida e prominente, quasi senza peli. Poi levò i pantaloni. Quando rimase in mutande esitò. Un secondo. Due. Tre. Le mani gli tremavano appena mentre le faceva scendere. Il suo corpo era quello di un uomo di cinquantasei anni. Il pene, piuttosto piccolo, riposava molle contro la coscia destra, circondato da una peluria scura e densa. Non era in erezione, ma io lo guardai lo stesso, e credo che lui se ne accorse. Una volta nudo, si limitò a fissare il pavimento; il collo gli si era irrigidito e il respiro gli si era fatto più corto.

Adesso toccava a me.

Le dita mi tremavano mentre afferravo l’orlo della canottiera. La sollevai, sentendo il tessuto scorrere sulla pelle, poi la buttai da parte, fingendo un'indifferenza che non mi apparteneva. L’aria condizionata mi colpì il petto e i capezzoli si indurirono immediatamente, quasi dolorosamente. Abbassai lo sguardo un istante: il seno si muoveva al ritmo del mio respiro, più pesante del solito. Poi mi dedicai ai pantaloncini; li feci scendere lungo le cosce, sentendo ogni centimetro di tessuto che lasciava la mia pelle. Mi fermai un momento, fremente. Poi, con un respiro trattenuto, abbassai anche gli slip e restai nuda: una trentenne alla sua prima vacanza nudista.

Bianca mi osservava apparentemente senza pudore, come se stesse confrontando il suo corpo con il mio. Il suo sguardo scese dal mio petto al ventre, si fermò un istante di troppo sul mio pube glabro, poi risalì. Papà alzò gli occhi per un attimo — solo un attimo — e in quell’istante il suo sguardo parve posarsi sul mio seno. Poi si voltò con aria colpevole. I capezzoli di mia sorella sembravano essersi induriti; forse solo per l’aria fresca, forse no. Vidi il corpo di papà, così diverso da come l’avevo immaginato in tutti questi anni, e il suo pene che, nonostante tutto, sembrava un po’ più pieno di prima. Non ci eravamo mai visti così. Mai. Adesso eravamo tutti e tre nudi, nello stesso spazio, e il silenzio pesava più del caldo. Il mio stomaco si contrasse. Non solo di imbarazzo.

"Va bene" dissi, e la mia voce suonò più ferma di quanto credessi. "Andiamo a vedere la spiaggia?"

Uscimmo. Il sentiero di ghiaia era caldo sotto i piedi nudi. Passammo davanti ad altri ospiti: una coppia di cinquantenni che camminava mano nella mano, il pene dell’uomo che dondolava leggermente a ogni passo; un uomo solo che leggeva sdraiato su un lettino con una mano posata in modo troppo casuale sulla coscia; due donne che chiacchieravano vicino alla piscina, una delle quali aveva le gambe aperte quanto bastava per far vedere tutto. Nessuno ci guardò in modo strano. Solo noi tre sembravamo ancora fuori posto.

La spiaggia privata era una mezzaluna di sabbia fine. Ci sistemammo su tre lettini vicini. Bianca si sdraiò a pancia in su, gambe leggermente divaricate, un braccio dietro la testa. Il seno piccolo si appiattì un poco, ma i capezzoli restarono in evidenza. La peluria tra le sue cosce era illuminata dal sole, e io facevo fatica a non guardare. Dovetti impormelo con tutta me stessa. Papà si mise a sedere, le spalle curve, le mani sulle gambe come se non sapesse dove metterle. Il suo pene, ancora molle, riposava contro la coscia, ma ogni tanto, quando spostava il peso, si muoveva. Mi stesi anch'io e feci finta di chiudere gli occhi.

Non riuscivo a non pensare. Sentivo un desiderio crescente e sconosciuto farsi strada dentro di me. Mi accorsi che papà, ogni tanto, alzava gli occhi. Lo facevo anche io.

Il mio sguardo veniva inspiegabilmente calamitato dalla curva del seno di mia sorella, dal modo in cui la luce disegnava i contorni del suo corpo esile, dal piccolo solco tra le labbra quando spostava leggermente una gamba.
Così come dal pene di papà. Mi chiedevo cosa stesse pensando. Se trovasse strano vedermi nuda, se si fosse accorto che ogni tanto sbirciavo il corpo di mia sorella. Se avesse notato che i miei capezzoli erano ancora duri nonostante il caldo.

Il sole mi scaldava la pelle. L’aria portava odore di crema solare e mare. Qualche metro più in là una donna rideva, e il suono sembrava troppo normale per quello che stavo provando. Tra le mie gambe c’era un leggero formicolio che non doveva esserci. Eppure era lì.

Dopo un po’ mi alzai. "Vado a fare due passi". Annuirono.

Camminai per un po' lungo la riva. L’acqua mi lambiva le caviglie e mi portava un pizzico di refrigerio contro la pelle calda. Dietro di me sentivo la presenza dei loro sguardi sulle mie natiche, che si muovevano ritmicamente seguendo i miei passi. Mi voltai d'istinto, ma Bianca era rimasta distesa per come l'avevo lasciata, forse addormentata al sole, forse fingendo indifferenza come me. Papà guardava il mare, ma di tanto in tanto abbassava lo sguardo verso di lei.

Tornai indietro. Mi sdraiai. Questa volta non chiusi gli occhi. Bianca allargò appena di più le gambe, forse senza rendersene conto. Il sole illuminava tutto. Papà spostò una mano, e per un secondo il suo pene si sollevò di un millimetro prima di ricadere. Non era un’erezione. Era solo… presenza. Consapevolezza.

Il disagio non era sparito. Aveva solo cambiato forma. Era diventato qualcosa di più denso, più caldo, che mi si posava sulla pelle insieme al sole e mi scendeva lentamente tra le cosce. Non sapevo ancora cosa stava per succedere, che qualcosa di irrefrenabile si era messo in moto e avrebbe scosso le fondamenta del nostro rapporto; che, presto, quella donna che rideva avrebbe cambiato le nostre vite per sempre. In quel momento, sapevo solo che eravamo nudi, tutti e tre, e che non c’era più modo di tornare indietro. E che, nonostante l’imbarazzo, nonostante la voce nella mia testa che mi diceva che era sbagliato, una parte di me sembrava aver voglia di continuare a percorrere questa nuova strada.

Il resto della giornata passò tra silenzi e piccole frasi banali. Cena al ristorante all’aperto, ancora nudi, tra altri ospiti che mangiavano e parlavano come se fosse la cosa più normale del mondo. Io sentivo ogni movimento del mio corpo, ogni sguardo che mi sfiorava, ogni volta che Bianca rideva e il suo seno tremante attirava l’attenzione di papà per un attimo di troppo.

Poi il ritorno al bungalow. Bianca si stese sul suo letto senza coprirsi, le gambe un po' divaricate, offrendo senza volerlo una visuale che io non avrei dovuto trovare così… interessante. Si mise a giocare al cellulare, fregandosene del mondo attorno a lei. Sentii un brivido formicolarmi dentro. Papà andò nella sua stanza. Io rimasi un momento sulla soglia, guardando la fica di mia sorella. Mi chiesi cosa stesse pensando papà, dall’altra parte della porta. Se stesse pensando a me. Se stesse pensando a lei. Se, come me, stesse combattendo contro qualcosa che non doveva esistere. Se in questo momento si stesse masturbando.
Mi sfiorai la vulva con le dita... era appiccicosa.

Mi distesi sul letto, cercando di non pensare a nulla. Spensi la luce e attesi interminabili minuti, finché ebbi l'impressione che Bianca si fosse addormentata. E nel silenzio della notte, cercai con tutta me stessa di non svegliare mia sorella con i movimenti ritmici del mio corpo o con le urla di piacere che sembravano voler esplodere prorompenti dalla mia fica.

Era solo il primo giorno.
E la tensione già mi stava mangiando da dentro.

Continua...

Se avete voglia di darmi i vostri pareri o opinioni, o di fare quattro chiacchiere sul racconto o altro, scrivetemi pure: alicethequeen96@gmail.com
scritto il
2026-08-17
2 8 0
visite
4
voti
valutazione
7.8
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.