Resort... a sorpresa! Cap. 3
di
frozenqueen96
genere
incesti
La mano dell'uomo tra le mie gambe non si fermava. Due dita scivolavano su e giù tra le labbra della mia fica, già bagnata, aprendomi piano, sfiorando il clitoride senza mai premere del tutto. L'altra mano mi teneva un capezzolo, stringendolo a intervalli regolari. Io respiravo a scatti, le cosce che tremavano leggermente, e non riuscivo a distogliere lo sguardo da Bianca.
Lei aveva le gambe spalancate. La donna bruna le stava frugando la fica con gesti lenti e precisi. Bianca gemette quando quelle dita le aprirono di più le labbra e ne strofinarono l'interno. Il suono mi arrivò dritto tra le gambe.
Alzai gli occhi verso papà.
Era ancora in disparte, ma adesso il suo cazzo era completamente duro. Grosso quanto poteva diventare, e pulsava leggermente a ogni respiro. Non si toccava. Restava fermo, le mani sulle cosce, e ci guardava. Guardava me mentre uno sconosciuto mi apriva la fica con le dita. Guardava Bianca mentre le facevano lo stesso. I nostri sguardi si incrociarono. Lui non abbassò gli occhi. Io nemmeno. E in quel secondo qualcosa dentro di me si spezzò e si ricompose nello stesso istante.
La tensione mi saliva dritta alla gola. Le dita dell'uomo premevano un po' più forte, entrando appena, solo la punta, e io sentii i muscoli del basso ventre contrarsi. Le dita dei piedi si arricciarono sulla terra. Stavo per lasciarmi andare. Stavo per spingermi contro quella mano e venire davanti a mia sorella e a mio padre.
Poi, di colpo, la lucidità.
Mi alzai di scatto. La mano dell'uomo scivolò via. Senza dire una parola corsi verso papà, allungai il braccio, gli afferrai la mano e lo trascinai via.
Dissi solamente: "Andiamo."
Lui non resistette. Si lasciò trascinare via dalla radura, attraverso le dune, lungo il sentiero buio. Dietro di noi la festa continuava: risate basse, gemiti, il suono umido di dita nella carne. Non mi voltai a guardare Bianca. Non volevo sapere cosa stesse succedendo. O forse non volevo mettere alla prova quel momento di lucidità.
Camminammo in silenzio. Il cazzo di papà era ancora duro. Io sentivo la mia fica pulsare, le labbra gonfie e bagnate che si strofinavano l'una contro l'altra mentre avanzavo. Non parlammo. Non ci guardammo. Quando raggiungemmo il bungalow entrai per prima, andai dritta in camera e chiusi la porta. Mi distesi sul letto, nuda, con le cosce strette e il cuore che batteva troppo forte.
Dall'altra parte della parete sentii papà muoversi, poi il silenzio.
Non mi toccai. Non quella notte. Restai sveglia a lungo, fissando il soffitto, chiedendomi cosa stesse facendo Bianca in quel momento, e se papà, nella stanza accanto, stesse pensando alle stesse cose a cui pensavo io.
---
La mattina dopo mi svegliai tardi. Bianca non c'era. Il suo letto era disfatto e i suoi vestiti — quelli che non usavamo mai — spariti. Papà era in cucina, nudo, di spalle. Il caffè bolliva. Quando si girò il suo cazzo era molle, ma lo sguardo gli si fermò un istante di troppo sul mio petto prima di alzarsi al mio viso.
"Tua sorella ha lasciato un biglietto", disse, indicando il foglio. Un piccolo appunto: ci vediamo in spiaggia.
Annuii. Versò due tazzine. Ci sedemmo una di fronte all'altro, nudi, a pochi centimetri di distanza. Il silenzio era carico. Ogni tanto i nostri sguardi si incontravano e poi scivolavano via sui rispettivi corpi. Vedevo la linea del suo ventre, il modo in cui il pube peloso incorniciava il cazzo che riposava tra le cosce. Lui vedeva i miei capezzoli, ancora un po' sensibili, e il pube glabro. Nessuno dei due commentò. Non ce n'era bisogno. Quel silenzio parlava già molto forte.
Uscimmo insieme e ci dirigemmo verso la spiaggia. Camminavamo uno accanto all'altra, le spalle che quasi si sfioravano. L'aria calda mi asciugava la pelle sudata. A un certo punto, senza dire niente, la sua mano toccò la mia per un attimo, solo per spostarmi da una radice sul sentiero. Il contatto durò un secondo. Fu abbastanza da farmi stringere le cosce.
In spiaggia non vedemmo Bianca. Ci sistemammo quindi sui lettini. Papà si stese a pancia in su, un braccio sotto la testa. Io restai seduta, le ginocchia tirate al petto, poi le lasciai scivolare. Il sole mi scaldava la fica esposta. Ogni tanto lo guardavo di sottecchi: il cazzo gli si era un po' riempito solo per la posizione e per il caldo. Non diceva niente. Nemmeno io.
Fu allora che arrivò Elena. Camminava lungo la riva con il suo compagno, nuda, il seno che oscillava a ogni passo. Quando ci vide sorrise e si avvicinò senza esitazione.
"Ehi, voi due. Ieri sera siete spariti presto."
La sua voce era leggera, ma gli occhi no. Mi guardò dritta in faccia, poi scese sul mio corpo, si fermò un attimo a fissare il pube e risalì. Poi fece lo stesso con papà, soffermandosi sul suo cazzo con un sorriso quasi divertito.
"Stasera si ripete", disse. "Stesso posto. Un po' più… libero, se vi va. Venite. L'altra tua figlia - si rivolse a papà - ieri è rimasta fino a tardi. Si è divertita."
Il cuore mi accelerò, inseguendo scene sessuali a cui mia sorella poteva aver partecipato. Papà restò in silenzio qualche secondo, poi annuì appena. Io non dissi di no. Elena ci salutò con un gesto della mano e se ne andò, le natiche che si muovevano al ritmo dei passi. Io restai a guardarla allontanarsi, con la bocca un po' secca.
Bianca ci raggiunse solo nel pomeriggio. Arrivò sorridente, il corpo ancora segnato da un leggero rossore sul collo e sulle cosce interne. Non raccontò niente. Si limitò a sdraiarsi tra noi due e a chiudere gli occhi. Io non le chiesi nulla. Non ero pronta a sapere, seppur lo desiderassi ardentemente.
---
Quella sera tornammo alla radura.
L'atmosfera era già più carica della notte precedente. Più corpi vicini, più mani che si muovevano senza pudore, più suoni umidi e respiri spezzati. Ci sedemmo come la volta prima: papà in disparte, io e Bianca una quasi di fronte all'altra, abbastanza vicine da vederci a vicenda.
Non passarono nemmeno cinque minuti che l'uomo della sera prima mi si avvicinò senza dire una parola. Mi si accovacciò di fianco, una mano sul mio ginocchio, e lo aprì. Poi le dita scesero dritte e sicure tra le labbra della mia fica. Ero già umida. Sorrise. Due dita iniziarono a strofinarmi il clitoride con pressione costante. Io non lo allontanai, anzi, istintivamente scostai le cosce un po' di più e guardai Bianca.
Elena era già inginocchiata tra le gambe di mia sorella. Prima le aprì la fica con le dita, mostrandola, poi chinò la testa e le passò la lingua in mezzo. Bianca emise un gemito lungo, aperto, e anche lei allargò di più le cosce. Non si trattenne. Non guardò in giro per vedere chi la stesse osservando. Chiuse gli occhi, affondò una mano nei capelli di Elena e spinse il bacino in avanti, offrendosi voluttuosa.
La lingua di Elena lavorava lenta e rumorosa. Si sentiva il suono bagnato ogni volta che leccava su e giù tra le labbra gonfie, ogni volta che succhiava il clitoride. Bianca gemette più forte, senza pudore, le cosce che tremavano, i piedi che si contraevano.
Io guardavo tutto. E ansimavo.
Le dita dell'uomo tra le mie gambe entrarono più in profondità. Due, poi tre. Mi masturbava con ritmo costante, il palmo che batteva contro il clitoride a ogni spinta. I muscoli del basso ventre mi si tesero. Le dita dei piedi si arricciarono contro la terra. Un brivido mi salì lungo la schiena e mi costrinse ad aprire di più le gambe. Non rifiutai. Non potevo. Ero troppo presa a guardare la lingua di Elena che spariva dentro la fica di Bianca, e a sentire le dita che mi fottevano la mia.
Alzai gli occhi verso papà.
Era seduto con un uomo e una donna, chiacchieravano a bassa voce, ma la sua attenzione non era lì. Il suo cazzo era duro, rosso, e ogni tanto la mano gli scendeva ad accarezzarlo. Non si masturbava davvero: solo lunghe carezze lente dalla base alla punta, il pollice che passava sul glande, poi la mano che tornava sulla coscia. Come se non potesse farne a meno. Come se il fatto di vederci così lo obbligasse a toccarsi.
Bianca stava venendo.
Lo capii dal modo in cui inarcò la schiena, dal gemito acuto che le uscì dalla gola, dalle cosce che si chiusero intorno alla testa di Elena. Elena non si fermò. Continuò a leccarle la fica mentre mia sorella veniva, bevendo ogni sorso, ogni spasmo. Bianca non si vergognò. Godette ad alta voce, con il viso rovesciato all'indietro e le tette che salivano e scendevano al ritmo del respiro. Un fiotto copioso pulsò e bagnò il viso di Elena e la sabbia sotto la sua fica.
Io la guardai venire in quel modo, scoprendo per la prima volta l'orgasmo di mia sorella, e sentii le dita dell'uomo accelerare.
I miei muscoli si contrassero di colpo. Le dita dei piedi si strinsero fino a far male. Un suono strozzato mi uscì dalla bocca mentre venivo sulle sue dita, la fica che pulsava e si chiudeva intorno a loro. Continuai a guardare Bianca. Continuai a guardare papà che si accarezzava il cazzo mentre mi vedeva godere.
Quando l'orgasmo finì restai sdraiata, le gambe aperte, le dita dell'uomo ancora dentro di me, lente ora, quasi dolci. Bianca respirava a fatica, la fica lucida di saliva e dei suoi umori, mentre Elena le stava ancora leccando piano le labbra esterne.
Papà non aveva smesso di toccarsi.
Io non avevo smesso di guardarlo.
E sapevo, con una chiarezza che mi faceva male e mi eccitava insieme, che la notte successiva sarebbe stato ancora più difficile andarcene.
Continua...
Ho avuto per qualche giorno problemi all'email, ma ora ho risolto ed è di nuovo attiva, anche se ho perso le conversazioni precedenti. Se volete fare due chiacchiere o commentare il racconto, scrivetemi pure: alicethequeen96@gmail.com
Lei aveva le gambe spalancate. La donna bruna le stava frugando la fica con gesti lenti e precisi. Bianca gemette quando quelle dita le aprirono di più le labbra e ne strofinarono l'interno. Il suono mi arrivò dritto tra le gambe.
Alzai gli occhi verso papà.
Era ancora in disparte, ma adesso il suo cazzo era completamente duro. Grosso quanto poteva diventare, e pulsava leggermente a ogni respiro. Non si toccava. Restava fermo, le mani sulle cosce, e ci guardava. Guardava me mentre uno sconosciuto mi apriva la fica con le dita. Guardava Bianca mentre le facevano lo stesso. I nostri sguardi si incrociarono. Lui non abbassò gli occhi. Io nemmeno. E in quel secondo qualcosa dentro di me si spezzò e si ricompose nello stesso istante.
La tensione mi saliva dritta alla gola. Le dita dell'uomo premevano un po' più forte, entrando appena, solo la punta, e io sentii i muscoli del basso ventre contrarsi. Le dita dei piedi si arricciarono sulla terra. Stavo per lasciarmi andare. Stavo per spingermi contro quella mano e venire davanti a mia sorella e a mio padre.
Poi, di colpo, la lucidità.
Mi alzai di scatto. La mano dell'uomo scivolò via. Senza dire una parola corsi verso papà, allungai il braccio, gli afferrai la mano e lo trascinai via.
Dissi solamente: "Andiamo."
Lui non resistette. Si lasciò trascinare via dalla radura, attraverso le dune, lungo il sentiero buio. Dietro di noi la festa continuava: risate basse, gemiti, il suono umido di dita nella carne. Non mi voltai a guardare Bianca. Non volevo sapere cosa stesse succedendo. O forse non volevo mettere alla prova quel momento di lucidità.
Camminammo in silenzio. Il cazzo di papà era ancora duro. Io sentivo la mia fica pulsare, le labbra gonfie e bagnate che si strofinavano l'una contro l'altra mentre avanzavo. Non parlammo. Non ci guardammo. Quando raggiungemmo il bungalow entrai per prima, andai dritta in camera e chiusi la porta. Mi distesi sul letto, nuda, con le cosce strette e il cuore che batteva troppo forte.
Dall'altra parte della parete sentii papà muoversi, poi il silenzio.
Non mi toccai. Non quella notte. Restai sveglia a lungo, fissando il soffitto, chiedendomi cosa stesse facendo Bianca in quel momento, e se papà, nella stanza accanto, stesse pensando alle stesse cose a cui pensavo io.
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La mattina dopo mi svegliai tardi. Bianca non c'era. Il suo letto era disfatto e i suoi vestiti — quelli che non usavamo mai — spariti. Papà era in cucina, nudo, di spalle. Il caffè bolliva. Quando si girò il suo cazzo era molle, ma lo sguardo gli si fermò un istante di troppo sul mio petto prima di alzarsi al mio viso.
"Tua sorella ha lasciato un biglietto", disse, indicando il foglio. Un piccolo appunto: ci vediamo in spiaggia.
Annuii. Versò due tazzine. Ci sedemmo una di fronte all'altro, nudi, a pochi centimetri di distanza. Il silenzio era carico. Ogni tanto i nostri sguardi si incontravano e poi scivolavano via sui rispettivi corpi. Vedevo la linea del suo ventre, il modo in cui il pube peloso incorniciava il cazzo che riposava tra le cosce. Lui vedeva i miei capezzoli, ancora un po' sensibili, e il pube glabro. Nessuno dei due commentò. Non ce n'era bisogno. Quel silenzio parlava già molto forte.
Uscimmo insieme e ci dirigemmo verso la spiaggia. Camminavamo uno accanto all'altra, le spalle che quasi si sfioravano. L'aria calda mi asciugava la pelle sudata. A un certo punto, senza dire niente, la sua mano toccò la mia per un attimo, solo per spostarmi da una radice sul sentiero. Il contatto durò un secondo. Fu abbastanza da farmi stringere le cosce.
In spiaggia non vedemmo Bianca. Ci sistemammo quindi sui lettini. Papà si stese a pancia in su, un braccio sotto la testa. Io restai seduta, le ginocchia tirate al petto, poi le lasciai scivolare. Il sole mi scaldava la fica esposta. Ogni tanto lo guardavo di sottecchi: il cazzo gli si era un po' riempito solo per la posizione e per il caldo. Non diceva niente. Nemmeno io.
Fu allora che arrivò Elena. Camminava lungo la riva con il suo compagno, nuda, il seno che oscillava a ogni passo. Quando ci vide sorrise e si avvicinò senza esitazione.
"Ehi, voi due. Ieri sera siete spariti presto."
La sua voce era leggera, ma gli occhi no. Mi guardò dritta in faccia, poi scese sul mio corpo, si fermò un attimo a fissare il pube e risalì. Poi fece lo stesso con papà, soffermandosi sul suo cazzo con un sorriso quasi divertito.
"Stasera si ripete", disse. "Stesso posto. Un po' più… libero, se vi va. Venite. L'altra tua figlia - si rivolse a papà - ieri è rimasta fino a tardi. Si è divertita."
Il cuore mi accelerò, inseguendo scene sessuali a cui mia sorella poteva aver partecipato. Papà restò in silenzio qualche secondo, poi annuì appena. Io non dissi di no. Elena ci salutò con un gesto della mano e se ne andò, le natiche che si muovevano al ritmo dei passi. Io restai a guardarla allontanarsi, con la bocca un po' secca.
Bianca ci raggiunse solo nel pomeriggio. Arrivò sorridente, il corpo ancora segnato da un leggero rossore sul collo e sulle cosce interne. Non raccontò niente. Si limitò a sdraiarsi tra noi due e a chiudere gli occhi. Io non le chiesi nulla. Non ero pronta a sapere, seppur lo desiderassi ardentemente.
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Quella sera tornammo alla radura.
L'atmosfera era già più carica della notte precedente. Più corpi vicini, più mani che si muovevano senza pudore, più suoni umidi e respiri spezzati. Ci sedemmo come la volta prima: papà in disparte, io e Bianca una quasi di fronte all'altra, abbastanza vicine da vederci a vicenda.
Non passarono nemmeno cinque minuti che l'uomo della sera prima mi si avvicinò senza dire una parola. Mi si accovacciò di fianco, una mano sul mio ginocchio, e lo aprì. Poi le dita scesero dritte e sicure tra le labbra della mia fica. Ero già umida. Sorrise. Due dita iniziarono a strofinarmi il clitoride con pressione costante. Io non lo allontanai, anzi, istintivamente scostai le cosce un po' di più e guardai Bianca.
Elena era già inginocchiata tra le gambe di mia sorella. Prima le aprì la fica con le dita, mostrandola, poi chinò la testa e le passò la lingua in mezzo. Bianca emise un gemito lungo, aperto, e anche lei allargò di più le cosce. Non si trattenne. Non guardò in giro per vedere chi la stesse osservando. Chiuse gli occhi, affondò una mano nei capelli di Elena e spinse il bacino in avanti, offrendosi voluttuosa.
La lingua di Elena lavorava lenta e rumorosa. Si sentiva il suono bagnato ogni volta che leccava su e giù tra le labbra gonfie, ogni volta che succhiava il clitoride. Bianca gemette più forte, senza pudore, le cosce che tremavano, i piedi che si contraevano.
Io guardavo tutto. E ansimavo.
Le dita dell'uomo tra le mie gambe entrarono più in profondità. Due, poi tre. Mi masturbava con ritmo costante, il palmo che batteva contro il clitoride a ogni spinta. I muscoli del basso ventre mi si tesero. Le dita dei piedi si arricciarono contro la terra. Un brivido mi salì lungo la schiena e mi costrinse ad aprire di più le gambe. Non rifiutai. Non potevo. Ero troppo presa a guardare la lingua di Elena che spariva dentro la fica di Bianca, e a sentire le dita che mi fottevano la mia.
Alzai gli occhi verso papà.
Era seduto con un uomo e una donna, chiacchieravano a bassa voce, ma la sua attenzione non era lì. Il suo cazzo era duro, rosso, e ogni tanto la mano gli scendeva ad accarezzarlo. Non si masturbava davvero: solo lunghe carezze lente dalla base alla punta, il pollice che passava sul glande, poi la mano che tornava sulla coscia. Come se non potesse farne a meno. Come se il fatto di vederci così lo obbligasse a toccarsi.
Bianca stava venendo.
Lo capii dal modo in cui inarcò la schiena, dal gemito acuto che le uscì dalla gola, dalle cosce che si chiusero intorno alla testa di Elena. Elena non si fermò. Continuò a leccarle la fica mentre mia sorella veniva, bevendo ogni sorso, ogni spasmo. Bianca non si vergognò. Godette ad alta voce, con il viso rovesciato all'indietro e le tette che salivano e scendevano al ritmo del respiro. Un fiotto copioso pulsò e bagnò il viso di Elena e la sabbia sotto la sua fica.
Io la guardai venire in quel modo, scoprendo per la prima volta l'orgasmo di mia sorella, e sentii le dita dell'uomo accelerare.
I miei muscoli si contrassero di colpo. Le dita dei piedi si strinsero fino a far male. Un suono strozzato mi uscì dalla bocca mentre venivo sulle sue dita, la fica che pulsava e si chiudeva intorno a loro. Continuai a guardare Bianca. Continuai a guardare papà che si accarezzava il cazzo mentre mi vedeva godere.
Quando l'orgasmo finì restai sdraiata, le gambe aperte, le dita dell'uomo ancora dentro di me, lente ora, quasi dolci. Bianca respirava a fatica, la fica lucida di saliva e dei suoi umori, mentre Elena le stava ancora leccando piano le labbra esterne.
Papà non aveva smesso di toccarsi.
Io non avevo smesso di guardarlo.
E sapevo, con una chiarezza che mi faceva male e mi eccitava insieme, che la notte successiva sarebbe stato ancora più difficile andarcene.
Continua...
Ho avuto per qualche giorno problemi all'email, ma ora ho risolto ed è di nuovo attiva, anche se ho perso le conversazioni precedenti. Se volete fare due chiacchiere o commentare il racconto, scrivetemi pure: alicethequeen96@gmail.com
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