Gli attrezzi del giardiniere
di
Dott. BratIslavo
genere
etero
È un martedì di giugno, l'asfalto trasuda calore e la città sembra sul punto di esplodere sotto una cappa di smog. Sono al parco centrale, cercando un angolo dove l'aria non sappia di bruciato, quando un’ombra mi si staglia davanti.
"Ti sei seduto nel mio posto preferito."
Alzo lo sguardo. È Francesca. Alle medie eravamo in classe insieme, ma non ci siamo mai scambiati una parola. Eravamo due entità parallele: io perso dietro la mia ragazza dell'epoca, lei attaccata al suo fidanzatino di terza, entrambi blindati nelle nostre bolle. Poi, alla fine del secondo anno, la rottura definitiva: lei fu promossa in terza, io rimasi in seconda. Quella bocciatura fu l'ultimo muro; da quel momento, anche solo vedersi nei corridoi divenne un evento raro, finché lei finì le medie e io sparii nel mio limbo. Non ci cagavamo di striscio, eravamo solo due nomi su un registro che non avevano mai avuto motivo di interagire.
Ora, dietro un paio di occhiali da sole neri, vedo una donna che occupa lo spazio con una naturalezza che mi blocca il respiro. Indossa solo una canotta smanicata in cotone, che lascia le spalle nude, e una gonnellina fluida; un’eleganza che stride con il rumore di fondo della metropoli che corre a pochi metri.
"Francesca? Non ci credo. Sei tu?"
"Andrea. Il ragazzo 'vivace' che non faceva stare tranquillo nessuno."
Ride. Un suono profondo. Si siede accanto a me sulla panchina. Il profumo che emana un’avvolgente scia di gelsomino e ambra bianca vince sull'odore di smog. Parliamo di come eravamo idioti a quell'età: io a fare il gradasso per compiacere la mia ragazza, lei a recitare la parte della fidanzata perfetta. È assurdo scoprire che, pur condividendo lo stesso metro quadro per due anni, eravamo due estranei. Ma c’è tensione. I suoi occhiali sono una barriera che cade quando, lentamente, se li sfila per raccogliere i capelli. I suoi occhi, nocciola e intensi, mi fissano con una consapevolezza che prima non esisteva.
"Ho sempre pensato che fossi tu il più audace," dice a bassa voce. "Ma non hai mai avuto il coraggio di guardare oltre il tuo naso."
"Eri irraggiungibile, Francesca. E poi avevi sempre quel tizio attaccato."
"E ora?"
Mi sposto, cercando una distanza che lei annulla subito. Il calore della sua spalla nuda contro il mio braccio è una scossa. "Qui c’è troppa gente," sussurra, indicando il sentiero trafficato. "Conosco un vecchio magazzino attrezzi da giardino, poco più avanti, sotto gli alberi. È in muratura, lì dentro si sta da dio. Nessuno ci vede."
La strada verso la rimessa è un corridoio di adrenalina pura. Quando entriamo, la differenza di temperatura è violenta: le pareti in pietra mantengono il fresco dell'ombra. È un posto cupo, che puzza di terra umida e legna secca. Francesca non si dà arie: si tira su la gonna con una mano sola, mentre l'altra tira giù la canotta, lasciando scoperto il reggiseno.
"Non ho il preservativo," ringhio, mentre mi sento esplodere.
"Chi se ne frega," risponde lei. "Per ora possiamo fare tanto altro."
Mi strappa la zip. Si china, mi prende con una voracità che sa di sfida, la testa che si muove ritmica, decisa, come se volesse portarmi via un pezzo alla volta. Il sudore le bagna la fronte, mischiandosi a quel profumo intenso di gelsomino e ambra che mi satura i polmoni. Mi appoggio al banco da lavoro, le mie mani si intrecciano nei suoi capelli.
"Adesso tu," esclama, alzandosi di scatto.
Mi sposta, si gira e si appoggia con la schiena contro la porta in legno grezzo. Mi afferra per la cintura e mi spinge contro di sé. Non c'è romanticismo, solo attrazione. Le strizzo il seno con una pressione che fa male. Con l'altra mano entro tra le sue mutandine, affondo le dita senza pensarci, crudo, veloce. Lei emette un suono strozzato, un grugnito, e il bacino inizia a scattare contro la mia mano in un ritmo ossessivo. Poi mi abbasso e la mia testa si perde tra le sue cosce.
Il sudore ci rende scivolosi, eppure non riusciamo a staccarci. La sento contrarsi, le unghie che mi graffiano le braccia, la pelle che scotta. Quando cede, lo fa con un gemito secco, quasi di rabbia.
Ci stacchiamo che siamo impresentabili: la canotta è stropicciata, i miei pantaloni sono aperti, l'aria nella rimessa è pesante di noi.
"Alle nove," dice lei. "Vieni da me. E stavolta portati la scatola intera, perché non ho intenzione di fermarmi."
Si sistema i vestiti, si rimette gli occhiali e sparisce tra gli alberi. Io rimango lì, nella penombra fresca, con le mani che ancora sanno di lei, mentre sento il traffico della città che riprende a correre, indifferente a quello che abbiamo appena combinato.
"Ti sei seduto nel mio posto preferito."
Alzo lo sguardo. È Francesca. Alle medie eravamo in classe insieme, ma non ci siamo mai scambiati una parola. Eravamo due entità parallele: io perso dietro la mia ragazza dell'epoca, lei attaccata al suo fidanzatino di terza, entrambi blindati nelle nostre bolle. Poi, alla fine del secondo anno, la rottura definitiva: lei fu promossa in terza, io rimasi in seconda. Quella bocciatura fu l'ultimo muro; da quel momento, anche solo vedersi nei corridoi divenne un evento raro, finché lei finì le medie e io sparii nel mio limbo. Non ci cagavamo di striscio, eravamo solo due nomi su un registro che non avevano mai avuto motivo di interagire.
Ora, dietro un paio di occhiali da sole neri, vedo una donna che occupa lo spazio con una naturalezza che mi blocca il respiro. Indossa solo una canotta smanicata in cotone, che lascia le spalle nude, e una gonnellina fluida; un’eleganza che stride con il rumore di fondo della metropoli che corre a pochi metri.
"Francesca? Non ci credo. Sei tu?"
"Andrea. Il ragazzo 'vivace' che non faceva stare tranquillo nessuno."
Ride. Un suono profondo. Si siede accanto a me sulla panchina. Il profumo che emana un’avvolgente scia di gelsomino e ambra bianca vince sull'odore di smog. Parliamo di come eravamo idioti a quell'età: io a fare il gradasso per compiacere la mia ragazza, lei a recitare la parte della fidanzata perfetta. È assurdo scoprire che, pur condividendo lo stesso metro quadro per due anni, eravamo due estranei. Ma c’è tensione. I suoi occhiali sono una barriera che cade quando, lentamente, se li sfila per raccogliere i capelli. I suoi occhi, nocciola e intensi, mi fissano con una consapevolezza che prima non esisteva.
"Ho sempre pensato che fossi tu il più audace," dice a bassa voce. "Ma non hai mai avuto il coraggio di guardare oltre il tuo naso."
"Eri irraggiungibile, Francesca. E poi avevi sempre quel tizio attaccato."
"E ora?"
Mi sposto, cercando una distanza che lei annulla subito. Il calore della sua spalla nuda contro il mio braccio è una scossa. "Qui c’è troppa gente," sussurra, indicando il sentiero trafficato. "Conosco un vecchio magazzino attrezzi da giardino, poco più avanti, sotto gli alberi. È in muratura, lì dentro si sta da dio. Nessuno ci vede."
La strada verso la rimessa è un corridoio di adrenalina pura. Quando entriamo, la differenza di temperatura è violenta: le pareti in pietra mantengono il fresco dell'ombra. È un posto cupo, che puzza di terra umida e legna secca. Francesca non si dà arie: si tira su la gonna con una mano sola, mentre l'altra tira giù la canotta, lasciando scoperto il reggiseno.
"Non ho il preservativo," ringhio, mentre mi sento esplodere.
"Chi se ne frega," risponde lei. "Per ora possiamo fare tanto altro."
Mi strappa la zip. Si china, mi prende con una voracità che sa di sfida, la testa che si muove ritmica, decisa, come se volesse portarmi via un pezzo alla volta. Il sudore le bagna la fronte, mischiandosi a quel profumo intenso di gelsomino e ambra che mi satura i polmoni. Mi appoggio al banco da lavoro, le mie mani si intrecciano nei suoi capelli.
"Adesso tu," esclama, alzandosi di scatto.
Mi sposta, si gira e si appoggia con la schiena contro la porta in legno grezzo. Mi afferra per la cintura e mi spinge contro di sé. Non c'è romanticismo, solo attrazione. Le strizzo il seno con una pressione che fa male. Con l'altra mano entro tra le sue mutandine, affondo le dita senza pensarci, crudo, veloce. Lei emette un suono strozzato, un grugnito, e il bacino inizia a scattare contro la mia mano in un ritmo ossessivo. Poi mi abbasso e la mia testa si perde tra le sue cosce.
Il sudore ci rende scivolosi, eppure non riusciamo a staccarci. La sento contrarsi, le unghie che mi graffiano le braccia, la pelle che scotta. Quando cede, lo fa con un gemito secco, quasi di rabbia.
Ci stacchiamo che siamo impresentabili: la canotta è stropicciata, i miei pantaloni sono aperti, l'aria nella rimessa è pesante di noi.
"Alle nove," dice lei. "Vieni da me. E stavolta portati la scatola intera, perché non ho intenzione di fermarmi."
Si sistema i vestiti, si rimette gli occhiali e sparisce tra gli alberi. Io rimango lì, nella penombra fresca, con le mani che ancora sanno di lei, mentre sento il traffico della città che riprende a correre, indifferente a quello che abbiamo appena combinato.
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