21
di
Giu!!!
genere
etero
La prima volta non ci fu nessuna scusa.
Nessuna bugia, nessuna malizia maleducata. Solo la brutale verità, detta con voce quasi monotona.
«Tu mi insegni chimica, io il funzionamento dell’impianto» le dissi, guardandola negli occhi. «Metto una buona parola per il tirocinio, se vuoi. Niente di più.»
Lei accettò con quel sorriso timido, quasi infantile, che ancora oggi mi perseguita nei momenti più sbagliati. Dopo otto ore di turno, di un giorno senza santi, salimmo nella sua stanza. E lì, appese al muro e sparse sulla scrivania come una condanna, c’erano le foto di sua sorella.
Sua sorella in bikini, sul bordo di una piscina o su una passerella, corpo scolpito, tette enormi, culo che sembrava sfidare la gravità. Curve create per far male, per far impazzire gli uomini, per far sentire inadeguate le altre. Il mio sguardo si fermò lì, traditore. Non riuscii a staccarlo. E il mio cazzo, senza chiedere il permesso a nessuno si alzò duro, spietato, dolorosamente visibile sotto i pantaloni sentendomi a disagio con la vergogna. Eppure non mi mossi. Non distolsi lo sguardo.
Rimasi lì, con il cazzo che tradiva esattamente ciò che stavo pensando: che quella sorella era una bomba, mentre lei… lei era solo passabile, inosservata tra la folla.
E in quel preciso istante, senza che nessuno dei due lo dicesse ad alta voce, qualcosa di sporco e inevitabile cominciò. Mi alzai dopo la lezione, lei se ne accorse. Vide che non ero eccitato per lei, ma per l’immagine di un’altra. Nei suoi occhi passò prima l’offesa, poi una determinazione pericolosa e un battibecco che sapeva di sfida verbale che perdevo senza rendermi conto che…
LSi tolse la maglia. Mi mostrò le sue tette giovani e sode. Si abbassò i pantaloni, il culo. Io, invece di voltarmi e andarmene come avrebbe fatto un uomo migliore, tirai fuori il mio cazzo grosso e lei, in ginocchio, me lo prese in bocca con tutta l’esitazione di una situazione irreversibile. E poi lo succhiò con una fame disperata, come se volesse cancellare quella sorella dalla mia testa. Non era brava dunque le scopai la gola finché non le esplosi dentro, tanto e denso che tossì, ingoiò a fatica e mi guardò con gli occhi lucidi: «Quanta ne hai?»
Quella sborra fu solo l’inizio. Qualche giorno dopo tornai da lei. L’aria tra noi era già cambiata, carica di una tensione sporca e inevitabile. La feci sedere sulla scrivania della sua stanza, le aprii le gambe senza troppe parole e glielo infilai dentro con una spinta lunga e profonda. La figa le colava copiosa fin dal primo affondo; la scrivania divenne uno specchio bagnato dei suoi umori mentre la scopavo per venti minuti feroci, senza pietà. Mi leccava il collo con una tenerezza quasi dolce, poi mi mordeva la spalla come se volesse marchiarmi. Il suo corpo minuto tremava sotto di me, la figa che grondava sulla scrivania ormai bagnata. E poi, con una voce strana, troppo acuta, troppo studiata, come se avesse provato quelle frasi per ore, cominciò a parlare.
«Sono… sono la tua troia…» disse, arrossendo violentemente.
Fece una piccola pausa, deglutì, poi riprese con lo stesso tono forzato: «forte… ti prego, scopami forte… sono la tua troia…»
Le parole uscivano rigide, banali, ripetute mille volte nei video che probabilmente aveva visto. Sembrava una brava ragazza che cercava disperatamente di sembrare depravata, e quel contrasto tra la sua voce educata e le frasi da porno da quattro soldi rendeva tutto ancora più osceno. Ripeté «sfondami» due volte di fila, la voce che saliva di tono in modo innaturale, quasi comica nella sua goffaggine.
Non resistetti.
Le afferrai i capelli con forza, le tirai la testa indietro e le ringhiai direttamente nell’orecchio, la voce bassa e tagliente:
«Sta’ zitta, troietta.»
Lei si bloccò all’istante. Un brivido violento le attraversò il corpo. La sua figa si strinse intorno al mio cazzo così forte che per un secondo pensai stesse per venire solo per quelle parole. Gli occhi le si velarono di vergogna e di eccitazione pura. Non osò più aprire bocca. Da quel momento uscirono solo gemiti rotti, soffocati, mentre io continuavo a scoparla con colpi profondi e spietati.
Ma dentro di me lo sapevo: quella sua goffaggine, quel tentativo maldestro di essere “la mia troia”, mi aveva eccitato. Quando venni dentro il preservativo, lei lo sfilò dal mio cazzo ancora pulsante e si rovesciò tutta la mia sborra calda direttamente in bocca, ingoiando con un sorriso osceno.
Poi mi chiese, con voce roca: «Sono una grandissima troia, vero?» Le parole uscivano contraddicendosi. Imbarazzo da vincere con turpiloquio.
Io risposi solo da vero stronzo depravato: «Le troie vere lo prendono in culo.»
E lei decise che voleva imparare. La sera stessa al telefono fummo brutali nella nostra sincerità. Io volevo una troietta da scopare a mio piacimento. Lei voleva esperienza: bere sborra senza vergogna, farsi aprire il culo, imparare a scopare come una puttana esperta, per non essere mai più la ragazza timida con gli altri.
Stasera, in macchina, al buio, sto per commettere l’ennesimo, inevitabile peccato.
Lei ha tenuto il dilatatore dentro per ore, obbediente. Mi ha mandato le foto: il suo culo bello sodo, ma piatto, che stringeva quel giocattolo con devozione. Mi ha chiesto se avrebbe fatto male.
Io le ho mentito con voce ferma: «Non ti preoccupare, troietta. So come si incula.»
Ma dentro di me, mentre spengo il motore in quell’angolo nascosto, lo so fin troppo bene.
So che è uno sbaglio.
So che lei ha solo ventun anni, che lavora con me, che è carina ma normale, che merita di meglio che diventare il mio sfogo segreto. So che sto approfittando della sua insicurezza verso la sorella, della sua voglia di non essere più invisibile. So che domani la incrocerò a lavoro e sentirò il peso schiacciante di quello che sto facendo.
Eppure non scendo dalla macchina.
Eppure il cazzo mi pulsa, duro e impaziente.
Eppure continuo.
Le faccio togliere tutto. La metto a quattro zampe sui sedili posteriori, la pelle calda che trema leggermente. Le spalmo lubrificante sul buchetto stretto, ci infilo due dita, poi tre, sentendo quel culo sodo aprirsi piano sotto le mie mani. È caldo. È vergine. È mio, almeno per stanotte.
Entro piano all’inizio, centimetro dopo centimetro, fingendo di avere ancora un briciolo di controllo. Ma lei volta la testa, mi guarda con quegli occhi giovani carichi di eccitazione e paura, e mi incita con voce spezzata:
«Sfondami… voglio sentire che si prova ad avere il tuo cazzo nel culo!»
Allora qualcosa dentro di me si frantuma, come sempre accade.
Spingo più forte. Le apro quel culo sodo centimetro dopo centimetro, sentendo la carne giovane cedere sotto la pressione del mio cazzo grosso. Lei geme, ansima, il corpo che trema violentemente, ma non si tira indietro. La tengo per i fianchi con forza brutale, le unghie che affondano nella pelle, e la inculo sempre più a fondo, sempre più duro, finché non la sto scopando come merita una troietta che ha chiesto di essere rotta.
Il piacere è osceno. È perfetto. È una condanna dolce e terribile che non riesco a rifiutare.
Quando sento l’orgasmo salire, tiro fuori il cazzo lucido di lubrificante, le giro la testa con una mano e glielo infilo di nuovo tra le labbra.
«Bevi» le ringhio, la voce roca di rimorso e di lussuria pura. «Bevi tutta la sborra.»
Lei succhia avidamente, la gola che lavora con impegno, ingoiando ogni goccia densa senza sprecarne una, come la brava allieva che sta diventando.
Questa è solo l’inizio.
Lei vuole bere sborra, a farsi scopare, prendere il cazzo in culo come una vera puttana.
Io voglio una troietta giovane, ubbidiente e sempre pronta quando ho voglia di sfogarmi.
E mentre la guardo leccarsi le labbra con quel sorriso soddisfatto e sporco, lo so con una chiarezza dolorosa:
Questa cosa è uno sbaglio madornale.
Uno sbaglio che farò ancora.
E ancora.
E ancora. Allora non so più che voglio
perché per quanto mi detesti in questo momento, non riesco, non voglio, non posso fermarmi.
E tu, mia cara troietta di ventun anni… stai imparando benissimo.
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