Il cantiere delle orge - prima parte
di
Vecchiobambino
genere
orge
C'era caldo, un caldo soffocante come solo può fare in campagna nel Monferrato in una giornata afosa di Luglio. Nadia era il tecnico responsabile di una ditta che faceva numerosi lavori in zona e in particolare ora si stava occupando degli scavi di un acquedotto con conseguente posa in opera di nuove tubazioni. C'erano stati parecchi intoppi ed erano in ritardo col lavoro, per cui il titolare l'aveva incaricata di dare una smossa alla squadra per vedere se si poteva dare una accelerata in modo da non sforare troppo sui tempi previsti ed evitare di pagare troppe penali.
Aveva parcheggiato in un area poco distante dal cantiere e stava ripensando a come far lavorare di più quella squadra che sola in mezzo alla campagna se la prendeva certamente comoda, anche perchè lavorare all'aperto con quel caldo umido e appiccicoso non era certo invogliante e non era con gli eventuali premi in denaro che le cose sarebbero cambiate. C'era solo un arma....il sesso, ma doveva essere sesso bollente, concesso e promesso per stimolare e averne ancora man mano che c'erano progressi e si recuperavano tempi sulle scadenze.
Il sesso aveva sempre funzionato con le squadre e tutti gli operai la conoscevano su questo lato e anche il titolare chiudeva un occhio sui suoi metodi, visto che funzionavano alla grande. Come dice il proverbio...tira più un pelo di fica che un carro di buoi, per cui si era preparata a dovere per questa giornata (anche se il proverbio non andava bene per lei che era completamente depilata).
Nadia aveva cinquanta anni compiuti da poco, un'età che non aveva appesantito la sua figura, ma l'aveva resa più succulenta, come un frutto maturo lasciato al sole fino a scoppiare e quel giorno era un crocevia di pathos interiore, un turbine emotivo che la squassava dall'anima alle viscere. Il suo corpo era un poema, gambe lunghe, seni superbi e pieni che non mostravano cedimenti, un culo a mandolino con due natiche in cui perdersi, gambe lunghe e fica carnosa con labbra larghe che attraevano i cazzi.
Sapeva benissimo che la squadra la aspettava, che tutti sapevano come sarebbe finita, che si sarebbero svuotati dentro e fuori dal suo corpo e che poi avrebbero lavorato con maggior lena per cercare di recuperare il tempo perduto.....il sesso che lei concedeva era unico...non c'erano limiti e i dipendenti lo sapevano, questi erano i premi che aspettavano e dopo avrebbero lavorato con maggior impegno e precisione recuperando il tempo perduto e lei come al solito avrebbe avuto gratifiche aggiuntive e bonus per come riusciva a far rispettare tutti i contratti e le tempistiche.
La mattina si era alzata presto poiché non si riusciva a dormire dal caldo opprimente che faceva. Era sudata e non poteva uscire senza rinfrescarsi con una doccia, per cui si diresse in bagno, il pavimento di cotto fresco sotto i piedi nudi, e si spogliò davanti allo specchio appannato dal vapore della doccia che aveva già aperto. L'immagine riflessa era un capolavoro di carne matura: i capelli neri incorniciavano un viso da sirena peccatrice, zigomi alti e olivastri, labbra carnose e perennemente umide, socchiuse in un invito eterno con quegli occhi che scintillavano di un misto di vulnerabilità e ferocia. I seni, oh, i suoi seni: due globi perfetti e generosi, ognuno grande come un melone maturo di stagione, con la pelle liscia e venata di azzurrino sotto la superficie, i capezzoli larghi e scuri come olive nere, eretti in perenne stato di eccitazione, circondati da areole ampie e rugose che si contraevano al minimo soffio d'aria. Scendendo, il ventre piatto ma morbido, si apriva su fianchi larghi e sinuosi, culminanti in un culo che era poesia erotica: due emisferi rotondi e alti, soda carne olivastra che sfidava la gravità, con un solco profondo e invitante che nascondeva un ano rosa e stretto, pulsante di vita repressa. Le cosce, piene e muscolose, si aprivano su una figa che era il suo altare privato: labbra esterne carnose e scure, come petali di una rosa notturna, che racchiudevano quelle interne rosee e delicate, sempre umide di un nettare dolce e muschiato; al centro, il clitoride, un piccolo nodo gonfio e sensibile, visibile anche a riposo, che bastava sfiorare per scatenare tempeste.
L'acqua della doccia la avvolse come un abbraccio materno, tiepida e insistente, scorrendo in rivoli che tracciavano mappe sul suo corpo: dal collo lungo e elegante, tra la valle profonda dei seni dove si raccoglieva in pozze tremolanti, giù per il ventre fino al monte di Venere rasato liscio come seta, e poi tra le labbra intime, lavando via il sudore notturno ma risvegliando il desiderio. Le sue dita – lunghe, eleganti, con unghie laccate di un rosso vino Primitivo – scivolarono naturalmente lì, un tradimento inevitabile: prima un tocco leggero sulle labbra esterne, sentendole gonfiarsi come fiori al sole, poi un dito che sfiorava il clitoride, roteando in cerchi lenti che le strapparono un gemito roco, attutito dal rumore dell'acqua. "No... non ora, è tardi", si rimproverò con voce spezzata, ma il pathos la tradì di nuovo: l'orgasmo arrivò come un sussurro, non violento ma profondo, un'onda che le contrasse l'addome in spasmi lenti, facendola appoggiare alle piastrelle fredde con un singhiozzo, le cosce che tremavano mentre un fiotto chiaro e viscoso le bagnava le dita, colando misto all'acqua in un rituale di purificazione.
Uscì gocciolante, si asciugò con movimenti abituali, lasciando che l'aria calda del bagno le accarezzasse la pelle e si vestì come al solito quando faceva visita ad un cantiere. Una T-shirt con le mezze maniche, fu in dubbio se indossare il reggiseno, ma poi lo mise dato che i suo grossi seni sarebbero diventati troppo evidenti se non l'avesse messo e anche i capezzoli sarebbero stati come due punte d'acciaio tese a sfondare quella copertura invadente. Ovviamente non metteva la gonna, ma come al solito un paio di leggins aderentissimi (che si sfilavano facilmente) sotto i quali come sempre non indossava le mutandine, nemmeno i minuscoli perizoma che adorava.
Ormai era quasi arrivata e si sentivano i rumori tipici di un cantiere...un escavatore stava scavando il terreno dove sarebbe stata costruita la lunga fossa per accogliere le tubazioni dell'acquedotto, mentre un cingolato portava avanti e indietro dal deposito la parte di tubazioni che poi sarebbero state interrate e saldate insieme.
Nell'aria c'era il tipico odore di terra smossa, ma era temperato da un profumo di erba che un venticello portava dal boschetto che era vicinissimo al cantiere stesso, venticello che dava un po' di refrigerio ai lavoratori, ma non sufficiente per dar loro sollievo. Nadia era pochi metri da loro e già si sentiva l'odore acre e poco piacevole del loro sudore, dal momento che per il caldo infernale erano tutti a torso nudo, in un posto che era molto isolato, lontano da qualsiasi via di comunicazione e quindi la società chiudeva un occhio sull'abbigliamento dei lavoratori. In tutto erano sette come i magnifici dell'omonimo film e Nadia sorrise per averlo pensato, sapendo cosa sarebbe successo tra poco. Il caposquadra la vide per primo e mentre era ancora lontana di una cinquantina di metri le sorrise. Lui era Michele ed era l'unico piemontese del gruppo, lavoratore affidabile quasi cinquantenne, mentre gli altri erano tutti più giovani e tutti fra i 30 e i 40 anni.
Nella squadra c'erano Rocco e Vito, due calabresi muscolosi e capaci, che da qualche tempo facevano parte della ditta, mentre i quattro rimanenti erano quasi nuovi acquisti, ma si erano rivelati in più occasioni lavoratori attenti e capaci. Si trattava di Ardi e Dardan due rozzi albanesi e Kofi e Samuel, due ghanesi che esteticamente piacevano molto a Nadia e la eccitavano con i loro corpi neri come l'ebano, i muscoli molto evidenti e lucidi per il sudore con pettorali scolpiti e lisci, brillanti al sole. Anche ora guardandoli lei provò un sottile brivido di piacere.
Lei era già eccitata nel vedere come la guardavano, come la spogliavano con gli occhi, malgrado la stanchezza e il sudore osservava come dentro i pantaloni delle tute i cazzi cominciassero a muoversi e gonfiarsi e provò un brivido di piacere, ma prima si doveva fare un breve briefing per fare il punto della situazione, per esaminare gli eventuali ritardi sul programma di marcia e vedere a quali espedienti si poteva ricorrere per accelerare i lavori e recuperare il tempo perduto. Andarono nel piccolo prefabbricato metallico che fungeva da ufficio dove c'era un po' di aria condizionata e che era accanto ad un altro simile con bagni, docce e spogliatoi. La riunione fu piuttosto sbrigativa e concordarono in una ventina di minuti il modo di procedere dato che tutti erano ansiosi di ricevere il premio che Nadia concedeva alle squadre quando facevano in modo di non creare problemi o ritardi.
Uscirono tutti insieme frementi ed eccitati. Michele aveva preso un paio di grandi coperte da stendere sull'erba e tutti insieme si diressero verso il vicino boschetto che sorgeva a pochi passi dal cantiere, dove avrebbero avuto innanzi tutto un po' di ombra per ripararsi dalla calura estiva senza peraltro perdere di vista il cantiere stesso. Era il luogo in cui si recavano sempre nell'intervallo del lavoro e dove consumavano il breve pasto che si erano portati da casa e che avevano lasciato nel capace frigorifero della saletta che fungeva da mensa, troppo triste per fare l'intervallo in cui preferivano certo stare all'aperto sotto gli alberi.
Dopo avere steso le coperte sul manto erboso i sette uomini si spogliarono. Michele il capocantiere era un colosso di un metro e novanta con petto ampio come una botte da vino con un tappeto di peli ricci che si estendeva fino alle scapole larghe, pancia morbida ma dura da bevitore di birra e braccia solide come tronchi d'albero, per non parlare del cazzo che appena liberato cominciò ad oscillare indurendosi a vista d'occhio....era veramente un cazzo mostruoso, tozzo e largo con un cappella simile ad un grosso fungo porcino. Rocco e Vito i due calabresi erano più piccoli di statura, ma pieni di tatuaggi su tutto il corpo con ancore, rose, stelle e Vito addirittura con una sirena tatuata sul cazzo che mentre si induriva allungava la figura della donna mezzo pesce con un effetto strabiliante. Nadia li guardava e si leccava le labbra vogliosa di assaggiarli e riceverli dentro il suo corpo e li valutava tutti uno alla volta. Gli albanesi Ardi e Dardan erano entrambi biondi, tutti e due muscolosi, occhi azzurri, corpi da gladiatore, petti lisci e timide erezioni che cominciavano a fare capolino, ma furono i due ghanesi a sollecitare maggiormente i bassi istinti di Nadia....nudi, la pelle sudata e lucida come fosse stata unta, i cazzi mostruosamente lunghi e lucidi con quella pelle nerissima, sentiva l'odore della loro eccitazione a metri di distanza e si accorse che la fica le gocciolava solo all'idea che la penetrassero, che potesse leccarli fino alle palle e succhiarli ingoiandoli fino a che fosse possibile..solo l'idea la faceva tremare di desiderio. I sette uomini cominciarono a prendersi il cazzo in mano, a carezzarlo lentamente e a farlo indurire e Nadia quasi inconsciamente abbassò i leggins e si toccò a sua volta...aveva la fica che la gocciolava dal desiderio e strofinandosela si accorse che sulla mano le lasciava una scia appiccicosa e meno male che era depilata perfettamente, se no avrebbe avuto tutti i peli impastati....sentì il clitoride che sporgeva appuntito mentre le scivolava tra le dita e quelle vista fece impazzire i sette maschi che si ritrovarono col cazzo duro in mano davanti a lei pronti a sfogarsi in tutti i modi che gradivano, sapendo che lei avrebbe permesso loro qualsiasi cosa.
Lei si tolse le scarpe piano piano coi pantaloni già un po' abbassati per farli impazzire di desiderio e intanto fece ammirare fica e culo mentre li abbassava fino in fondo per poi toglierli del tutto. Con lenti movimenti mentre la guardavano sbavando, si tolse la maglietta e contemporaneamente il reggiseno, in modo che le tette liberate improvvisamente oscillarono a destra e a sinistra con i capezzoli già duri che puntavano dritto verso i maschi già infoiati al massimo. Nel farlo notò che alcuni cazzi già stavano per gocciolare il pre sperma che per l'eccitazione si era formato sulla punta e sorrise con il sorriso più da troia che poteva sfoggiare. Arrivo....fate di me la vostra troia pensò, sicura che li avrebbe spompati tutti....
FINE PRIMA PARTE
Aveva parcheggiato in un area poco distante dal cantiere e stava ripensando a come far lavorare di più quella squadra che sola in mezzo alla campagna se la prendeva certamente comoda, anche perchè lavorare all'aperto con quel caldo umido e appiccicoso non era certo invogliante e non era con gli eventuali premi in denaro che le cose sarebbero cambiate. C'era solo un arma....il sesso, ma doveva essere sesso bollente, concesso e promesso per stimolare e averne ancora man mano che c'erano progressi e si recuperavano tempi sulle scadenze.
Il sesso aveva sempre funzionato con le squadre e tutti gli operai la conoscevano su questo lato e anche il titolare chiudeva un occhio sui suoi metodi, visto che funzionavano alla grande. Come dice il proverbio...tira più un pelo di fica che un carro di buoi, per cui si era preparata a dovere per questa giornata (anche se il proverbio non andava bene per lei che era completamente depilata).
Nadia aveva cinquanta anni compiuti da poco, un'età che non aveva appesantito la sua figura, ma l'aveva resa più succulenta, come un frutto maturo lasciato al sole fino a scoppiare e quel giorno era un crocevia di pathos interiore, un turbine emotivo che la squassava dall'anima alle viscere. Il suo corpo era un poema, gambe lunghe, seni superbi e pieni che non mostravano cedimenti, un culo a mandolino con due natiche in cui perdersi, gambe lunghe e fica carnosa con labbra larghe che attraevano i cazzi.
Sapeva benissimo che la squadra la aspettava, che tutti sapevano come sarebbe finita, che si sarebbero svuotati dentro e fuori dal suo corpo e che poi avrebbero lavorato con maggior lena per cercare di recuperare il tempo perduto.....il sesso che lei concedeva era unico...non c'erano limiti e i dipendenti lo sapevano, questi erano i premi che aspettavano e dopo avrebbero lavorato con maggior impegno e precisione recuperando il tempo perduto e lei come al solito avrebbe avuto gratifiche aggiuntive e bonus per come riusciva a far rispettare tutti i contratti e le tempistiche.
La mattina si era alzata presto poiché non si riusciva a dormire dal caldo opprimente che faceva. Era sudata e non poteva uscire senza rinfrescarsi con una doccia, per cui si diresse in bagno, il pavimento di cotto fresco sotto i piedi nudi, e si spogliò davanti allo specchio appannato dal vapore della doccia che aveva già aperto. L'immagine riflessa era un capolavoro di carne matura: i capelli neri incorniciavano un viso da sirena peccatrice, zigomi alti e olivastri, labbra carnose e perennemente umide, socchiuse in un invito eterno con quegli occhi che scintillavano di un misto di vulnerabilità e ferocia. I seni, oh, i suoi seni: due globi perfetti e generosi, ognuno grande come un melone maturo di stagione, con la pelle liscia e venata di azzurrino sotto la superficie, i capezzoli larghi e scuri come olive nere, eretti in perenne stato di eccitazione, circondati da areole ampie e rugose che si contraevano al minimo soffio d'aria. Scendendo, il ventre piatto ma morbido, si apriva su fianchi larghi e sinuosi, culminanti in un culo che era poesia erotica: due emisferi rotondi e alti, soda carne olivastra che sfidava la gravità, con un solco profondo e invitante che nascondeva un ano rosa e stretto, pulsante di vita repressa. Le cosce, piene e muscolose, si aprivano su una figa che era il suo altare privato: labbra esterne carnose e scure, come petali di una rosa notturna, che racchiudevano quelle interne rosee e delicate, sempre umide di un nettare dolce e muschiato; al centro, il clitoride, un piccolo nodo gonfio e sensibile, visibile anche a riposo, che bastava sfiorare per scatenare tempeste.
L'acqua della doccia la avvolse come un abbraccio materno, tiepida e insistente, scorrendo in rivoli che tracciavano mappe sul suo corpo: dal collo lungo e elegante, tra la valle profonda dei seni dove si raccoglieva in pozze tremolanti, giù per il ventre fino al monte di Venere rasato liscio come seta, e poi tra le labbra intime, lavando via il sudore notturno ma risvegliando il desiderio. Le sue dita – lunghe, eleganti, con unghie laccate di un rosso vino Primitivo – scivolarono naturalmente lì, un tradimento inevitabile: prima un tocco leggero sulle labbra esterne, sentendole gonfiarsi come fiori al sole, poi un dito che sfiorava il clitoride, roteando in cerchi lenti che le strapparono un gemito roco, attutito dal rumore dell'acqua. "No... non ora, è tardi", si rimproverò con voce spezzata, ma il pathos la tradì di nuovo: l'orgasmo arrivò come un sussurro, non violento ma profondo, un'onda che le contrasse l'addome in spasmi lenti, facendola appoggiare alle piastrelle fredde con un singhiozzo, le cosce che tremavano mentre un fiotto chiaro e viscoso le bagnava le dita, colando misto all'acqua in un rituale di purificazione.
Uscì gocciolante, si asciugò con movimenti abituali, lasciando che l'aria calda del bagno le accarezzasse la pelle e si vestì come al solito quando faceva visita ad un cantiere. Una T-shirt con le mezze maniche, fu in dubbio se indossare il reggiseno, ma poi lo mise dato che i suo grossi seni sarebbero diventati troppo evidenti se non l'avesse messo e anche i capezzoli sarebbero stati come due punte d'acciaio tese a sfondare quella copertura invadente. Ovviamente non metteva la gonna, ma come al solito un paio di leggins aderentissimi (che si sfilavano facilmente) sotto i quali come sempre non indossava le mutandine, nemmeno i minuscoli perizoma che adorava.
Ormai era quasi arrivata e si sentivano i rumori tipici di un cantiere...un escavatore stava scavando il terreno dove sarebbe stata costruita la lunga fossa per accogliere le tubazioni dell'acquedotto, mentre un cingolato portava avanti e indietro dal deposito la parte di tubazioni che poi sarebbero state interrate e saldate insieme.
Nell'aria c'era il tipico odore di terra smossa, ma era temperato da un profumo di erba che un venticello portava dal boschetto che era vicinissimo al cantiere stesso, venticello che dava un po' di refrigerio ai lavoratori, ma non sufficiente per dar loro sollievo. Nadia era pochi metri da loro e già si sentiva l'odore acre e poco piacevole del loro sudore, dal momento che per il caldo infernale erano tutti a torso nudo, in un posto che era molto isolato, lontano da qualsiasi via di comunicazione e quindi la società chiudeva un occhio sull'abbigliamento dei lavoratori. In tutto erano sette come i magnifici dell'omonimo film e Nadia sorrise per averlo pensato, sapendo cosa sarebbe successo tra poco. Il caposquadra la vide per primo e mentre era ancora lontana di una cinquantina di metri le sorrise. Lui era Michele ed era l'unico piemontese del gruppo, lavoratore affidabile quasi cinquantenne, mentre gli altri erano tutti più giovani e tutti fra i 30 e i 40 anni.
Nella squadra c'erano Rocco e Vito, due calabresi muscolosi e capaci, che da qualche tempo facevano parte della ditta, mentre i quattro rimanenti erano quasi nuovi acquisti, ma si erano rivelati in più occasioni lavoratori attenti e capaci. Si trattava di Ardi e Dardan due rozzi albanesi e Kofi e Samuel, due ghanesi che esteticamente piacevano molto a Nadia e la eccitavano con i loro corpi neri come l'ebano, i muscoli molto evidenti e lucidi per il sudore con pettorali scolpiti e lisci, brillanti al sole. Anche ora guardandoli lei provò un sottile brivido di piacere.
Lei era già eccitata nel vedere come la guardavano, come la spogliavano con gli occhi, malgrado la stanchezza e il sudore osservava come dentro i pantaloni delle tute i cazzi cominciassero a muoversi e gonfiarsi e provò un brivido di piacere, ma prima si doveva fare un breve briefing per fare il punto della situazione, per esaminare gli eventuali ritardi sul programma di marcia e vedere a quali espedienti si poteva ricorrere per accelerare i lavori e recuperare il tempo perduto. Andarono nel piccolo prefabbricato metallico che fungeva da ufficio dove c'era un po' di aria condizionata e che era accanto ad un altro simile con bagni, docce e spogliatoi. La riunione fu piuttosto sbrigativa e concordarono in una ventina di minuti il modo di procedere dato che tutti erano ansiosi di ricevere il premio che Nadia concedeva alle squadre quando facevano in modo di non creare problemi o ritardi.
Uscirono tutti insieme frementi ed eccitati. Michele aveva preso un paio di grandi coperte da stendere sull'erba e tutti insieme si diressero verso il vicino boschetto che sorgeva a pochi passi dal cantiere, dove avrebbero avuto innanzi tutto un po' di ombra per ripararsi dalla calura estiva senza peraltro perdere di vista il cantiere stesso. Era il luogo in cui si recavano sempre nell'intervallo del lavoro e dove consumavano il breve pasto che si erano portati da casa e che avevano lasciato nel capace frigorifero della saletta che fungeva da mensa, troppo triste per fare l'intervallo in cui preferivano certo stare all'aperto sotto gli alberi.
Dopo avere steso le coperte sul manto erboso i sette uomini si spogliarono. Michele il capocantiere era un colosso di un metro e novanta con petto ampio come una botte da vino con un tappeto di peli ricci che si estendeva fino alle scapole larghe, pancia morbida ma dura da bevitore di birra e braccia solide come tronchi d'albero, per non parlare del cazzo che appena liberato cominciò ad oscillare indurendosi a vista d'occhio....era veramente un cazzo mostruoso, tozzo e largo con un cappella simile ad un grosso fungo porcino. Rocco e Vito i due calabresi erano più piccoli di statura, ma pieni di tatuaggi su tutto il corpo con ancore, rose, stelle e Vito addirittura con una sirena tatuata sul cazzo che mentre si induriva allungava la figura della donna mezzo pesce con un effetto strabiliante. Nadia li guardava e si leccava le labbra vogliosa di assaggiarli e riceverli dentro il suo corpo e li valutava tutti uno alla volta. Gli albanesi Ardi e Dardan erano entrambi biondi, tutti e due muscolosi, occhi azzurri, corpi da gladiatore, petti lisci e timide erezioni che cominciavano a fare capolino, ma furono i due ghanesi a sollecitare maggiormente i bassi istinti di Nadia....nudi, la pelle sudata e lucida come fosse stata unta, i cazzi mostruosamente lunghi e lucidi con quella pelle nerissima, sentiva l'odore della loro eccitazione a metri di distanza e si accorse che la fica le gocciolava solo all'idea che la penetrassero, che potesse leccarli fino alle palle e succhiarli ingoiandoli fino a che fosse possibile..solo l'idea la faceva tremare di desiderio. I sette uomini cominciarono a prendersi il cazzo in mano, a carezzarlo lentamente e a farlo indurire e Nadia quasi inconsciamente abbassò i leggins e si toccò a sua volta...aveva la fica che la gocciolava dal desiderio e strofinandosela si accorse che sulla mano le lasciava una scia appiccicosa e meno male che era depilata perfettamente, se no avrebbe avuto tutti i peli impastati....sentì il clitoride che sporgeva appuntito mentre le scivolava tra le dita e quelle vista fece impazzire i sette maschi che si ritrovarono col cazzo duro in mano davanti a lei pronti a sfogarsi in tutti i modi che gradivano, sapendo che lei avrebbe permesso loro qualsiasi cosa.
Lei si tolse le scarpe piano piano coi pantaloni già un po' abbassati per farli impazzire di desiderio e intanto fece ammirare fica e culo mentre li abbassava fino in fondo per poi toglierli del tutto. Con lenti movimenti mentre la guardavano sbavando, si tolse la maglietta e contemporaneamente il reggiseno, in modo che le tette liberate improvvisamente oscillarono a destra e a sinistra con i capezzoli già duri che puntavano dritto verso i maschi già infoiati al massimo. Nel farlo notò che alcuni cazzi già stavano per gocciolare il pre sperma che per l'eccitazione si era formato sulla punta e sorrise con il sorriso più da troia che poteva sfoggiare. Arrivo....fate di me la vostra troia pensò, sicura che li avrebbe spompati tutti....
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