Storia di una coppia cuck - capitolo 1

di
genere
corna

Ciao a tutti, è la prima volta che scrivo un racconto, tutto quello che leggerete è autobiografico è successo realmente, è la storia di come il mio matrimonio è diventato qualcosa di più…stuzzicante.

Per contatti e suggerimenti aurora2711@libero.it

Mi chiamo Aurora, ho quarantadue anni e da diciotto sono sposata con Marco, che ne ha quarantuno. Siamo una coppia normalissima: io commercialista, lui ingegnere. Niente figli, niente drammi, solo una vita tranquilla fatta di lavoro, cene fuori ogni tanto e weekend in cui ci piace stare sul divano a guardare serie tv. Sembriamo la coppia perfetta da catalogo, di quelle che si tengono per mano al supermercato e ridono per le stesse stupidaggini. Eppure, sotto sotto, qualcosa si stava muovendo da un po’.
Tutto è iniziato per caso, con quelle piccole cose che sembrano innocenti ma che accendono la scintilla. La prima volta è stata durante una cena con amici, a casa di Paolo e Silvia. Paolo è un collega di Marco, alto, spalle larghe, con quel sorriso da stronzo che sa di avere fascino. Io ero seduta di fronte a lui e, mentre parlavamo del più e del meno, mi sono accorta che mi guardava le tette. Non in modo volgare, ma con quell’attenzione lenta, da uomo che ti sta spogliando con gli occhi. Ho sentito un calore improvviso tra le gambe. Ho spostato lo sguardo su Marco: stava ridendo con Silvia, ma ogni tanto lanciava un’occhiata verso di noi. Non era geloso. Era incuriosito. Quella sera, quando siamo tornati a casa, abbiamo fatto l’amore come non succedeva da mesi. Lui era più duro del solito, io più bagnata. Non abbiamo detto niente, ma entrambi sapevamo che qualcosa era cambiato.
Poi è venuta la sera del cinema. Eravamo andati a vedere un film d’azione, uno di quelli con il protagonista tutto muscoli e tatuaggi. Durante una scena di sesso – niente di esplicito, ma abbastanza hot, con lei che gemeva piano mentre lui la prendeva da dietro contro un muro – Marco mi ha messo la mano sulla coscia e l’ha stretta. Io mi sono chinata verso di lui e ho sussurrato: «Guarda come la tiene forte… come la sbatte». Marco non ha risposto, ma ho sentito il suo respiro farsi più pesante. In sala era buio, eppure ho percepito chiaramente il rigonfiamento nei suoi pantaloni. Quando il film è finito e siamo usciti, in macchina, l’aria tra noi era elettrica. Siamo arrivati a casa senza quasi parlare. Appena chiusa la porta, Marco mi ha spinta contro il muro dell’ingresso e mi ha baciata con una fame che non gli sentivo da tempo. Io gli ho infilato la mano nei pantaloni e ho trovato il cazzo già duro come pietra. L’ho segato piano mentre gli mormoravo all’orecchio: «Ti è piaciuto immaginare che fossi io quella contro il muro, vero?». Lui ha mugolato un sì rauco e mi ha scopata lì, in piedi, con le mutande abbassate solo quel tanto che bastava. È venuto in pochi minuti, dentro di me, ansimando il mio nome.
Da quel momento le cose hanno iniziato a scivolare lentamente verso un territorio nuovo. Piccole battute, sguardi, frasi buttate lì come per caso. Una domenica mattina al supermercato ho visto un tipo al banco del pesce: sui trentacinque, fisico da palestra, mani grandi e forti. Ho dato una gomitata a Marco e gli ho detto, ridendo: «Secondo te quello lì ce l’ha grosso?». Marco è arrossito leggermente, ma ha sorriso. «Vuoi scoprirlo?». Era una battuta, eppure l’aria tra noi si è fatta subito calda. Quella sera abbiamo scopato sul divano, con la tv accesa su un programma qualunque, e mentre lo cavalcavo gli ho chiesto: «Ti piacerebbe guardarmi mentre mi faccio fottere da uno come quello?». Marco ha stretto i denti e mi ha risposto con un gemito profondo: «Cazzo, sì».
Non era ancora il cuckold vero e proprio. Era un gioco, un gioco sporco che ci stavamo inventando insieme.
Una sera di novembre, dopo cena, ci siamo messi sul divano con un bicchiere di vino. I ragazzi non c’erano perché non ne abbiamo. Marco aveva la mano sulla mia gamba, io appoggiata a lui. Stavamo parlando del nulla, quando gli ho chiesto, con voce normale: «Hai mai pensato a me con un altro?». Lo avevo detto così, senza drammi, come se chiedessi se voleva un altro bicchiere. Marco ha bevuto un sorso, poi mi ha guardato negli occhi. «Sì. A volte». La sua voce era bassa, un po’ roca. Ho sentito il cazzo che gli si induriva contro la mia coscia. Ho sorriso, piano.
«Raccontami».
Lui ha esitato un secondo, poi ha cominciato. «Penso a te che ti fai toccare da un altro. Che ti baci mentre io sono lì. Che ti fai scopare». Le parole gli uscivano lente, come se le stesse assaporando. Io ho spostato la mano sul suo pacco. Era già duro, teso contro i pantaloni della tuta. L’ho accarezzato piano, sopra la stoffa.
«Ti piace l’idea che io sia una troia per qualcun altro?».
Marco ha chiuso gli occhi. «Cazzo, sì».
Ho infilato la mano dentro i pantaloni. Il suo uccello era bollente, già bagnato di pre-eiaculato. L’ho stretto tra le dita e ho iniziato a masturbarlo lentamente, con movimenti lunghi, dal basso verso l’alto. «Dimmi cosa vuoi vedere, amore».
Lui ha deglutito. «Voglio vederti nuda… con un altro che ti tocca le tette… che ti lecca la figa…».
Ho accelerato un po’ il ritmo. «E poi? Vuoi vedermi mentre mi apro le gambe e gli dico di infilarmelo dentro? Vuoi sentire come gli chiedo di scoparmi più forte perché il tuo cazzo non mi basta più?».
Marco ha emesso un gemito. Il suo cazzo pulsava nella mia mano. Io ero già fradicia, ma non mi sono toccata. Questa era per lui. Volevo farlo impazzire con le parole.
«Immagina», ho continuato, con voce bassa e sporca. «Siamo in un hotel. Tu sei seduto in poltrona, nudo, con l’uccello in mano. Io sono sul letto a quattro zampe. Dietro di me c’è un tipo che non conosci, uno con il cazzo grosso, venoso, che mi batte sulle chiappe. Mi dice: “Guarda tuo marito, puttana, mentre ti apro la figa”. E io lo guardo, ti guardo negli occhi mentre lui mi spinge dentro tutto quanto, fino in fondo. Senti il rumore? Splat… splat… splat… la mia figa che fa quel suono bagnato perché sono zuppa».
Marco respirava affannosamente. Io stringevo più forte, il pollice che gli sfiorava la cappella ogni volta che arrivavo in cima.
«Ti piace sentirmi urlare come una troia? “Sì, scopami, cazzo, più forte, riempimi quella figa che mio marito non sa usare!”. E tu stai lì, con l’uccello che ti cola, e non puoi fare niente se non guardare e toccarti. Magari ti dico di avvicinarti, di vedere da vicino come quel cazzo mi allarga le labbra, come entra e esce lucido dei miei succhi».
Ho cambiato ritmo, più veloce ora, quasi frenetico. «E quando lui sta per venire, io ti guardo e ti dico: “Vuoi che mi sborri dentro, amore? Vuoi che mi riempia la figa di seme caldo mentre tu vieni sulle tue dita come un cuckold patetico?”».
Marco ha sussultato. «Cazzo, Laura… sì…».
«Dimmi che sei il mio cuckold. Dimmelo mentre ti sega la moglie che si fa fottere da altri».
«Sono… sono il tuo cuckold».
La sua voce era rotta. Io ho rallentato di nuovo, per torturarlo. «Bravo. E adesso immagina due. Due uomini. Uno davanti, uno dietro. Io in ginocchio sul letto, con un cazzo in bocca e uno nella figa. Tu sei lì, seduto, e io ogni tanto tiro fuori quello dalla bocca e ti dico: “Guarda come mi sbavano la gola, amore. Senti che sapore ha il cazzo di uno sconosciuto?”. Poi mi giro e ti mostro la figa aperta, rossa, che cola. “Vieni a leccarla, cuck. Lecca via il loro sapore prima che mi riempiano di nuovo”».
Marco era al limite. Il suo cazzo era durissimo, le vene gonfie sotto le mie dita. Io mi sono chinata un attimo e gli ho sputato sulla cappella, poi ho ripreso a segarlo veloce, sporco.
«Vuoi che ti faccia guardare mentre mi fanno una doppia penetrazione? Uno nel culo, uno nella figa, e io che urlo come una puttana in calore: “Riempitemi tutti i buchi, cazzo! Fate vedere a mio marito come si scopa una vera troia!”. E tu vieni senza toccarti, solo guardando, con il tuo sperma che schizza sul pavimento mentre loro mi sborrano dentro, uno dopo l’altro, fino a farmi colare come una fontana».
Marco ha iniziato a tremare. «Aurora… sto per…».
«Vieni, amore. Vieni pensando alla tua moglie che si fa usare come una sgualdrina da cazzi più grossi del tuo. Vieni mentre immagino di succhiarglielo dopo che mi hanno scopata, di leccargli le palle mentre tu guardi e ti senti piccolo e inutile».
È venuto. Forte. Schizzi caldi che mi hanno bagnato la mano, il polso, persino la manica della felpa. Ho continuato a masturbarlo piano, spremendo ogni goccia, mentre lui ansimava con gli occhi chiusi.
Quando ha finito, ho tirato fuori la mano e me la sono leccata lentamente, guardandolo. «Buono il sapore del mio cuckold».
Marco ha riso, debole. «Cazzo, Aurora… non so da dove ti sia uscita tutta questa roba».
«Da dove è uscita a te, amore. L’ho solo detta ad alta voce».
Ci siamo baciati, piano. Poi siamo andati a letto. Quella notte non abbiamo scopato di nuovo. Abbiamo parlato. Tanto. Di come era iniziato, di quelle occhiate alle cene, dei porno che guardavamo di nascosto, delle fantasie che avevamo tenuto nascoste per anni. Marco mi ha confessato che da un po’ di tempo, quando mi vedeva vestita sexy per uscire, immaginava altri uomini che mi guardavano e pensavano di potermi avere. Io gli ho detto che mi eccitava l’idea di essere guardata da lui mentre mi facevo prendere. Non era gelosia. Era potere. Era desiderio. Era qualcosa di nuovo e sporco e nostro.
La mattina dopo, mentre preparavo il caffè, Marco è arrivato da dietro e mi ha abbracciata. «Ieri sera… è stato incredibile».
Ho sorriso. «È solo l’inizio, amore. Se vuoi».
Lui ha annuito contro il mio collo. «Voglio».
Da quel giorno le cose sono cambiate. Non di colpo, ma con piccoli passi. Ho cominciato a vestirmi un po’ più provocante quando uscivamo. Gonne più corte, scollature più profonde. Marco non diceva niente, ma quando tornavamo a casa il suo cazzo era già duro prima ancora di chiudere la porta. Una sera siamo andati a bere qualcosa in un locale del centro. C’era un tipo al bancone, sui trentotto, bello, con la barba corta e gli occhi scuri. Mi ha guardata due, tre volte. Io ho incrociato il suo sguardo e ho sorriso. Marco era seduto accanto a me. Ha visto tutto. Quando siamo usciti, in macchina, gli ho messo la mano sul pacco. Era gonfio.
«Ti è piaciuto che mi guardasse?».
«Sì».
«Vuoi che la prossima volta gli dia il mio numero?».
Silenzio. Poi: «Forse».
Ho riso. «Piano, cuck. Piano».
A casa l’ho fatto sedere sul letto e mi sono messa in ginocchio. Gli ho tirato fuori l’uccello e l’ho leccato piano, senza fretta. «Raccontami cosa hai pensato quando quel tipo mi fissava le tette».
Marco ha chiuso gli occhi. «Ho immaginato che ti portasse in bagno… che ti alzasse la gonna… che ti scopasse contro il lavandino mentre io aspettavo al tavolo».
Ho preso la cappella in bocca e ho succhiato forte per un secondo, poi l’ho lasciata andare con un pop. «E tu cosa facevi mentre lui mi fotteva?».
«Ti guardavo. Mi toccavo».
Ho ripreso a segarlo con la mano, la bocca a pochi centimetri. «Bravo. E adesso immagina che non sia in bagno. Immagina che sia qui, a casa nostra. Io sul nostro letto, con le gambe aperte, e lui che mi entra dentro. Tu sei sulla sedia lì in fondo, con l’uccello in mano. Senti il rumore delle sue palle che sbattono contro il mio culo? Senti come gli dico “più forte, cazzo, sfondami”?».
Marco gemeva. Io continuavo a masturbarlo, sporca, volgare, con la voce che diventava sempre più roca.
«Lo vuoi vedere entrare fino in fondo? Lo vuoi sentire mentre mi dice che la mia figa è più stretta di quella di sua moglie? Lo vuoi vedere mentre mi sborra dentro e poi mi ordina di aprire le gambe per farti vedere come cola fuori il suo seme? E tu ti avvicini, da bravo cuckold, e lecchi tutto, mentre io ti dico “bravo, amore, puliscimi la figa che un altro ha usato meglio di te”».
È venuto di nuovo, schizzando sul mio viso e sui capelli. Ho riso, mi sono passata un dito sulle labbra e l’ho leccato. «Ti piace sporcarmi, eh?».
Da lì in poi abbiamo iniziato a parlarne ogni volta che scopavamo. Non era più solo una fantasia buttata lì. Era diventata la nostra cosa. Io gli descrivevo scenari sempre più dettagliati mentre lo segavo o lo cavalcavo. Lui mi diceva cosa voleva vedere: io che succhiavo due cazzi alla volta, io piegata sul tavolo della cucina mentre un estraneo mi prendeva da dietro, io che tornavo a casa con la figa piena di sborra e gli facevo sentire l’odore prima di fargliela leccare.
Una sera, dopo una cena fuori, siamo tornati e io ero un po’ brilla. Mi sono tolta il vestito davanti a lui, lasciando solo le autoreggenti nere e le mutandine di pizzo. Mi sono seduta sul bordo del letto e ho aperto le gambe. «Vieni qui».
Marco si è inginocchiato. Io gli ho preso la testa e l’ho spinta contro la mia figa. «Leccami e ascolta». Mentre la sua lingua mi lavorava il clitoride, ho iniziato a parlare.
«Immagina che domani sera esca io da sola. Incontro un tipo al bar. Alto, cazzo grosso, mani da manovale. Gli dico che mio marito sa tutto e che vuole guardare. Lui ride e mi porta in un appartamento. Tu ci segui in macchina. Entri dopo di noi. Io sono già nuda sul letto. Lui mi sta leccando le tette. Io ti guardo e ti dico: “Siediti, amore. Goditi lo spettacolo”. Poi lui si alza, si cala i pantaloni e mi mette il cazzo in faccia. È enorme, Marco. Più grosso del tuo. Io lo prendo in bocca, lo succhio fino a farlo diventare lucido, mentre ti guardo negli occhi. “Vedi come lo prendo bene? Vedi come gli piace la bocca della tua moglie?”».
Marco leccava più forte. Io gli tenevo la testa ferma.
«Poi mi gira, mi mette a quattro zampe. Tu vedi tutto: la mia figa aperta, bagnata, che aspetta. Lui mi sputa sulla fica e me lo spinge dentro in un colpo solo. Io urlo. “Cazzo, sì, è grosso!”. Lui inizia a sbattermi forte, tenendomi per i fianchi. Ogni spinta mi fa muovere le tette. Tu vedi il suo cazzo che entra e esce, lucido dei miei succhi. Io ti guardo e ti dico: “Ti piace vedere tua moglie che si fa fottere come una puttana? Ti piace sentire il rumore della mia figa che viene sfondata?”».
Ho iniziato a venire, stringendogli i capelli. Marco non ha smesso di leccare.
«Quando lui sta per venire, mi chiede dove lo vuole. Io ti guardo e dico: “Dentro, tutto dentro”. Lui spara, forte, e io sento il calore che mi riempie. Poi si tira fuori e tu vedi la sborra che cola fuori dalla mia figa aperta. Io ti chiamo: “Vieni, cuck. Leccami. Puliscimi mentre ancora cola”».
Marco è venuto senza toccarsi, schizzando sul pavimento. Io ho riso, soddisfatta.
Le settimane successive sono state un crescendo. Piccole cose di nuovo, ma più intense. Ho creato un profilo anonimo su un sito di incontri per coppie. Non abbiamo ancora contattato nessuno, ma guardavamo i profili insieme. Marco mi indicava quelli che gli piacevano: «Questo ha un cazzo bello grosso, guarda». Io ridevo e glielo prendevo in mano. «Vuoi che gli scriva che mio marito vuole vedermelo prendere tutto?».
Abbiamo parlato per ore, nudi sul letto, di limiti, di sicurezza, di come farlo senza rovinare quello che abbiamo. Marco voleva guardare, ma non voleva essere umiliato in modo crudele. Io volevo sentirmi desiderata, usata, ma solo con lui che mi guardava. Era un equilibrio strano, ma nostro.
Una sera abbiamo fatto un gioco nuovo. Io mi sono vestita come se dovessi uscire con un altro: tacchi alti, vestito corto nero, trucco pesante. Marco era seduto sul divano. Io ho camminato per la stanza, mi sono tolta lentamente le mutandine e mi sono piegata sul tavolino, culo per aria. «Adesso mi scopa. Guardalo entrare». Mi sono toccata mentre parlavo, due dita dentro, e sono venuta forte, gemendo il nome di un uomo inventato: «Sì, Carlo, riempimi!».
Marco è venuto subito dopo, schizzando sul tappeto.
Dopo, abbracciati, gli ho detto: «La prossima volta lo facciamo davvero. Se vuoi».
Lui ha annuito. «Lo voglio».
E così, la prima parte della nostra storia è finita lì: con la promessa di qualcosa di più grande, di più sporco, di più vero. Io, Aurora, quarantadue anni, moglie, commercialista, che scopre di essere una troia per il piacere del suo uomo. Marco, il mio cuckold tranquillo, che impara a godere guardando la donna che ama farsi usare da altri.
Ma questa è solo la prima parte. La prossima… beh, la prossima sarà quando non sarà più fantasia.
scritto il
2026-03-24
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