Tra la mia Ragazza e sua Cugina - Capitolo 14

di
genere
tradimenti

Apro gli occhi a fatica, cullato dal respiro profondo e regolare di Giada contro la mia spalla. La luce ambrata del lampione è sparita, sostituita dal primo chiarore pallido e grigio dell'alba che filtra dalle tapparelle. Il mio appartamento, solitamente silenzioso e asettico, è saturo del profumo della nostra notte: vaniglia scura, sudore dolce, panno bagnato e un'intimità carnale che mi fa ancora tremare le vene.
Mi muovo leggermente, cercando di non svegliarla. I muscoli sono indolenziti, un promemoria doloroso e delizioso della passione che ci ha consumato. Ma il dolore più grande è quello che sento nel petto. Il risveglio porta con sé la scure della realtà. La bolla magica della notte si sta incrinando sotto la luce del sole.
Sono innamorato di due donne. È una verità mostruosa, inaccettabile, che mi sta lacerando l'anima. Amo la dolcezza di Erika, la nostra vita ordinata, il futuro che avevamo progettato insieme. Ma amo anche Giada. Amo la sua complessità, le sue ferite nascoste, la sua risata cristallina che mi ha travolto in questa macchina. Non voglio ferire nessuna delle due. Non posso sopportare l'idea di veder soffrire Erika per colpa mia, ma non posso nemmeno rinunciare a Giada, ora che ho visto la sua anima.
Giada si muove accanto a me. Un mugugno basso le esce dalla gola. Lentamente, allunga una gamba nuda e perfetta, facendo scivolare il suo piede freddo e liscio sul mio viso. L'alluce mi sfiora la guancia, scendendo fino alle labbra. È un gesto di una sensualità sfacciata e gioiosa, un richiamo alla realtà del suo corpo contro il mio.
Sorrido, afferrandole la caviglia sottile con una mano, baciandole la pianta del piede bagnata di sonno. "Buongiorno anche a te, stronza," mormoro, la voce roca.
Lei apre gli occhi, neri e profondi, lucidi per il risveglio. Un sorriso stanco e felice le illumina il viso disordinato sul cuscino. "Svegliati, cucciolo," fa le fusa, tirando la gamba verso di sé, costringendomi ad avvicinarmi. "Ho fame."
Mi sposto sopra di lei, appoggiandomi sui gomiti per non schiacciarla. Le nostre pelli sudato si scontrano con un suono umido e ritmico. Le bacio il collo, le clavicole, scendendo fino ai suoi seni perfetti, che si alzano e si abbassano ritmicamente con il respiro. I suoi capezzoli sono già duri sotto la mia lingua, un invito silenzioso che non riesco a rifiutare.
"Sei bellissima," le sussurro contro la pelle calda. "Anche disordinata e piena di sonno."
Giada geme piano, inarcando la schiena verso di me, le mani che si intrecciano nei miei capelli. "Non finire mai di dirmelo," ansima, le labbra che cercano le mie.
Ci coccoliamo con una dolcezza che non avrei mai creduto possibile tra di noi. I nostri corpi si muovono l'uno contro l'altro, una danza lenta e sensuale che celebra la nostra riconciliazione. Le bacio il viso, le mani, i piedi, venerando ogni centimetro del suo corpo. Non c'è foga, non c'è urgenza. C'è solo una disperata necessità di sentirsi vicini, di congelare questo momento prima che la realtà lo distrugga.
Mentre la accarezzo, le dita che scivolano lungo i suoi fianchi morbidi, il pensiero di Erika mi colpisce come un pugno allo stomaco. Immagino il suo sorriso dolce, i suoi occhi castani pieni di fiducia. Immagino il suo dolore se scoprisse quello che sto facendo. Il senso di colpa mi stringe la gola, togliendomi il respiro.
"A cosa pensi?" sussurra Giada, accorgendosi della mia tensione improvvisa. Mi accarezza la guancia, i suoi occhi pieni di una comprensione muta.
"A lei," ammetto, la voce roca. "A Erika. Mi sento un mostro, Giada. Non voglio farla soffrire. Lei non se lo merita."
Giada sospira, nascondendo il viso nell'incavo del mio collo. "Lo so," mormora, la voce incrinata. "Non voglio ferirla nemmeno io. È mia cugina, Franci. Ci vogliamo bene, nonostante tutto. Stasera, in macchina... mi sono fatta schifo al solo pensiero di quello che ho innescato."
Si stacca leggermente da me, guardandomi negli occhi con una serietà che mi fa tremare. "Ma non posso farci niente. Sono innamorata di te. Non voglio perderti, Franci. Non ora che ti ho trovato davvero."
"Non ti perderò," le rispondo, stringendola più forte, baciandole la tempia. "Ma non so cosa fare. Non posso scegliere, Giada. Mi sento fottutamente diviso a metà."
Non glielo dico, ma il mio cuore sta già prendendo una decisione. Il legame con Giada è più profondo, più romantico, più completo. È lei la donna che mi fa bruciare, che mi capisce senza che io debba aprire bocca. Ma non posso distruggere Erika. Non ora.
Giada mi accarezza il petto nudo, le sue dita disegnano cerchi invisibili sulla mia pelle. "Ho pensato a una cosa," sussurra, la voce un velluto oscuro. "A me va bene anche se... se per un po' lei è solo la ragazza che frequenti e con cui ti diverti dolcemente la notte."
Sussulto leggermente. "Cosa vuoi dire?"
Lei si sporge verso di me, le sue labbra sfiorano le mie. "Voglio dire che possiamo continuare a vederci. Di nascosto. Di notte. In altre occasioni. Per conoscerci meglio. Per capire se questo è reale o se è solo... passione."
Le sue parole sono un'ancora gettata nel mare in tempesta, un compromesso che mi permette di tenere in piedi il mio castello di carte. "Sei seria?" chiedo, la voce incrinata dalla speranza e dal terrore.
"Sì," risponde lei, un sorriso indecifrabile che le increspa le labbra. "Certo, Franci. Se è questo che vuoi per stare tranquillo con la tua coscienza... saremo ottimi amici. Che si divertono di notte."
Mi piego su di lei e la bacio. Ma è un bacio diverso. Non è più disperato, non è più un urlo. È un sussurro. È la promessa. È la pace. Ma è anche l'inizio della bugia più grande della mia vita.
Ci avvinghiamo di nuovo, i nostri corpi sudato che si intrecciano in un groviglio inestricabile. Scivolo lentamente nell'inconsapevolezza, cullato dal respiro profondo e regolare di Giada contro la mia clavicola. E per la prima volta da settimane, mi addormento senza combattere, abbracciato all'unico, bellissimo disastro che mi fa sentire davvero a casa.
Questa cosa va avanti per il resto dell’estate.
Di giorno, sono il ritratto della devozione. Cerco di compensare il mio tradimento notturno riempiendo Erika di attenzioni. Andiamo in piscina, studiamo insieme per gli esami di settembre, ceniamo con i suoi genitori. Lei sta fiorendo di nuovo; il fantasma delle sue insicurezze sembra svanito, rassicurata dalla mia presenza costante.
I momenti in cui facciamo l'amore sono intrisi di una dolcezza che quasi mi fa male fisicamente, perché so che è costruita su una farsa. Un giovedì pomeriggio, a casa sua, i suoi sono fuori città. L'aria condizionata è accesa, le tapparelle abbassate per tenere fuori la canicola di agosto. Erika è distesa sul letto, nuda, la pelle dorata che contrasta con le lenzuola bianche.
"Sei lontano, Franci?" mi sussurra, accarezzandomi il petto mentre sono steso accanto a lei. "Mai stato così vicino," le mento, sorridendo. Mi metto sopra di lei, baciandole la punta del naso, poi le labbra, scendendo lungo il collo.
Voglio farla sentire amata. Le accarezzo i seni con lentezza esasperante, prendendo un capezzolo tra le labbra e succhiando dolcemente, mentre lei inarca la schiena con un sospiro tremante. Le mie dita scivolano verso il basso, trovandola già umida e pronta. "Franci... ti prego," ansima lei, stringendo le mani attorno alle mie spalle.
Entro in lei con una lentezza studiata. I nostri sguardi sono incatenati. Non c'è foga animale, c'è un ritmo cadenzato, romantico. Le sposto i capelli sudati dal viso mentre mi muovo dentro di lei, affondando con decisione ma senza violenza. "Ti amo," le sussurro all'orecchio, mentre il ritmo aumenta e i suoi gemiti riempiono la stanza. "Sei perfetta, Erika." Quando lei viene, si stringe a me con una forza disperata, le unghie che mi graffiano dolcemente la schiena. Raggiungo l'orgasmo pochi secondi dopo, svuotandomi dentro di lei, chiudendo gli occhi per non farle vedere il senso di colpa che mi avvelena l'anima ogni singola volta.
Ma è quando il sole tramonta che la mia vera vita inizia. Giada e io abbiamo trovato un equilibrio folle e bellissimo. Non facciamo solo sesso. Ci viviamo.
Spesso, verso le due o le tre di notte, sgattaiolo fuori di casa e la passo a prendere all'angolo del suo palazzo. Le strade sono deserte, un deserto d'asfalto che appartiene solo a noi. La nostra intimità si consolida nelle cose più banali, che con lei diventano elettriche. Una notte, alle tre e mezza, siamo parcheggiati in un piazzale industriale alla periferia della città. I finestrini sono abbassati per far entrare un filo d'aria.
Siamo seduti sui sedili anteriori, mangiando un kebab unto che abbiamo preso in un chiosco notturno. Giada indossa solo una mia vecchia t-shirt grigia e un paio di shorts inguinali, i capelli legati in uno chignon disordinato. Un filo di salsa piccante le è rimasto all'angolo della bocca.
"Hai sporcato il sedile, fai schifo," la prendo in giro, rubandole una patatina dal cartoccio. "Taci, che tu ti sei sbrodolato la maglietta cinque minuti fa," ribatte lei con la bocca mezza piena, ridendo di gusto.
Vederla così—lontana anni luce dalla femme fatale inarrivabile della montagna, sporca di salsa, che ride a crepapelle in una Fiat parcheggiata—mi fa stringere il cuore. Finito di mangiare, buttiamo i cartocci dal finestrino nel cestino più vicino. Giada tira fuori dal cruscotto un mazzo di carte stropicciato.
"Ti straccio a briscola," mi sfida, incrociando le gambe nude sul sedile. "Se perdi, ti togli la maglietta," la provoco, appoggiandomi al volante. "E se perdi tu, mi devi dire esattamente cosa le hai detto oggi pomeriggio per farla sorridere in quel modo in foto," sibila lei. Il suo sorriso rimane, ma i suoi occhi neri si fanno seri per un istante. La gelosia per la dolcezza che riservo a Erika è sempre lì, un fuoco che cova sotto la cenere.
Perdo io, ovviamente. Lei bara, ne sono sicuro. "Le ho detto che è bella," mormoro, abbassando lo sguardo.
Giada butta le carte sul cruscotto. In un secondo, il gioco finisce. L'atmosfera nell'abitacolo cambia, diventando densa, satura. Scavalca il tunnel centrale dell'auto con un'agilità felina e si mette a cavalcioni sulle mie gambe, costringendomi ad abbassare il sedile all'indietro.
"Guardami," mi ordina, la voce che si fa roca, possessiva. Afferra il colletto della mia maglietta e mi tira verso di sé. "Dimmi che io sono meglio. Dimmi che con me bruci."
"Con te vado a fuoco, Giada," confesso, la voce che trema, arrendendomi a lei.
Le sue labbra si schiantano sulle mie, sanno di spezie, di notte e di desiderio assoluto. Le mie mani scivolano sotto la t-shirt che indossa, trovando la sua pelle nuda, calda e morbida. Le stringo i fianchi, sollevandola leggermente per baciarle il collo, proprio lì dove pulsa la sua vena. Lei ansima, inarcando la schiena e premendo la sua intimità, separata da me solo da un velo di cotone, contro la mia erezione dura come la pietra.
Sfilo via la t-shirt, gettandola sui sedili posteriori. Giada è bellissima illuminata solo dal cruscotto dell'auto. Le sbottono gli shorts, aiutandola a liberarsi dell'intimo in quello spazio ristretto. Faccio lo stesso con i miei jeans.
Quando scende su di me, accogliendomi dentro di sé con un unico, fluido movimento, l'abitacolo si riempie di un suono umido e dei nostri respiri spezzati. "Franci... cazzo, sì," geme, gettando la testa all'indietro, le mani piantate sul mio petto per darsi la spinta.
I suoi movimenti sono selvaggi ma profondamente intimi. Non c'è bisogno di parlare. Le accarezzo i seni turgidi, stringendo i capezzoli tra le dita per farla impazzire, accompagnando il ritmo del suo bacino con le mie mani sui suoi fianchi. "Mia," le sussurro contro il petto nudo, baciando la valle tra i suoi seni. "Sei mia." "Solo tua," risponde lei, le unghie che mi affondano nelle spalle mentre aumenta il ritmo, sfregando il suo clitoride contro di me ad ogni affondo, fino a quando non esplodiamo entrambi in un orgasmo violento, disperato, che ci lascia senza fiato, aggrovigliati e sudati in una macchina alle quattro del mattino.
Fine Agosto. Il mese e mezzo passa così. Un pendolo che oscilla tra il paradiso rassicurante e l'inferno meraviglioso. Ma l'estate sta finendo. E so, con la certezza di una condanna a morte, che questa doppia vita non può durare per sempre.
Siamo arrivati a un punto di non ritorno. Settembre è alle porte, l'università e la routine stanno per ricominciare.
Settembre. Settembre porta con sé l’aria frizzante del mattino e l'illusione di un nuovo inizio, ma per me è solo il palcoscenico perfetto per continuare la mia doppia vita.
Giada non è più fuorisede. Ha trasferito i suoi corsi qui, alla mia stessa università, e le nostre giornate si sono intrecciate in modo viscerale. Tra una lezione e l'altra, il campus è diventato il nostro terreno di caccia privato. E io? Io mi sento invincibile. Sto camminando su un filo spinato sospeso nel vuoto, ma sono convinto di avere l'equilibrio perfetto. Erika è felice e rassicurata, e Giada è la mia dose quotidiana di adrenalina pura. Credevo davvero che potesse funzionare per sempre.
È un martedì pomeriggio. I corridoi dell'ala est della biblioteca sono deserti. Ho appena finito la mia ultima lezione e Giada mi ha trascinato nell'ultimo stanzino degli archivi, chiudendo la porta a chiave alle nostre spalle.
La penombra odora di carta vecchia e polvere, ma viene subito spazzata via dal suo profumo di vaniglia e pelle calda. Senza dire una parola, mi spinge contro una delle scaffalature metalliche. Il suo zaino cade a terra con un tonfo sordo. "Avevi gli occhi addosso a me per tutta l'ora di Diritto," mi sussurra, premendo il suo corpo contro il mio. Indossa una gonna di jeans corta e un maglioncino leggero che le fascia i seni.
"È difficile guardare il professore quando tu ti accavalli le gambe in quel modo a due banchi di distanza," le ringhio in risposta. Le afferro i fianchi, sollevandola di peso per farla sedere sul bordo freddo del tavolo da lettura. Mi metto tra le sue gambe, che si aprono docilmente per accogliermi. Le sue mani corrono subito ai miei capelli, tirandoli indietro con quella possessività che ormai amo alla follia, mentre le mie labbra si avventano sul suo collo.
"Fammi sentire che ci sei," ansima lei, la voce che si spezza mentre scivolo con le mani sotto la sua gonna. La sua pelle è bollente. Sfioro l'elastico dei suoi slip di pizzo, trovandola già umida, bagnata di quell'eccitazione clandestina che ci divora entrambi. Inizio a stimolarla attraverso il tessuto, con movimenti decisi e ritmici. Giada getta la testa all'indietro, mordendosi il labbro inferiore per non urlare, i respiri che le escono spezzati. "Sì... Franci... cristo, non fermarti."
L'attrito, la fretta, il rischio che qualcuno possa girare la maniglia da un momento all'altro rendono tutto follemente intenso. Le bacio le labbra, soffocando i suoi gemiti nella mia bocca, assaporando il sapore del suo desiderio. Premo il mio bacino contro il suo, facendole sentire quanto sono duro contro la cerniera dei miei jeans. Quando i suoi fianchi iniziano a sussultare contro le mie dita, in preda agli spasimi dell'orgasmo, la stringo forte a me, cullandola in questo nostro vizio segreto.
Ci ricomponiamo pochi minuti dopo, i respiri ancora affannosi, scambiandoci sorrisi complici. Tutto sembra perfetto. Sono il burattinaio della mia stessa felicità.
Ma la vita ha un modo crudele di presentare il conto quando pensi di aver fregato il banco.
Usciamo dal portone principale, inondati dalla luce dorata del tardo pomeriggio. E poi, il mio cuore si ferma.
Appoggiata al muretto davanti all'ingresso, con due caffè da asporto in mano e un sorriso radioso, c'è Erika. Non mi aveva detto che sarebbe passata. È una sorpresa. E appena i suoi occhi incrociano i nostri, il suo sorriso vacilla per una frazione di secondo nel vedere chi c'è al mio fianco.
L'istinto territoriale di Erika si accende all'istante. La dolcezza lascia spazio a una competitività sfacciata. Posa i bicchieri sul muretto e mi corre incontro. Ignora quasi del tutto Giada, puntando dritta su di me. "Sorpresa, amore!" esclama, la voce un po' più alta del normale.
Prima che possa reagire, Erika mi getta le braccia al collo. Non è il bacio a stampo che ci diamo di solito in pubblico. È un bacio profondo, umido, esplicito. La sua lingua cerca la mia, le sue mani scivolano sui miei fianchi, premendo il suo petto contro il mio con una foga studiata. Mi accarezza la nuca, passandosi le dita tra i capelli – gli stessi capelli che Giada stava stringendo dieci minuti fa.
"Mi mancavi da impazzire oggi," sussurra Erika contro le mie labbra, a voce abbastanza alta da farsi sentire chiaramente. Poi si stacca, mantenendo però le braccia intrecciate dietro il mio collo, e si volta finalmente verso sua cugina con un sorriso che gronda finta innocenza. "Ciao Giada! Non sapevo aveste finito insieme. Gli ho fatto una sorpresa per festeggiare il primo esame."
Io mi sento paralizzato. Il mio cervello, fino a un secondo fa convinto di dominare tutto, va in tilt. Resto avvinghiato a Erika, ma il mio sguardo scivola oltre la sua spalla, per cercare Giada.
Mi aspetto il suo solito sorrisetto diabolico. Mi aspetto l'occhiata voyeuristica, quella che mi lanciava attraverso il vetro della finestra in montagna mentre Erika cercava di eccitarmi. Mi aspetto la regina di ghiaccio che si diverte a vedere la cuginetta dimenarsi per niente.
Ma quello che vedo mi gela il sangue nelle vene.
La maschera di Giada è andata in frantumi. Non c'è malizia sul suo viso, non c'è arroganza. C'è solo un dolore puro, crudo e devastante. I suoi occhi neri, solitamente fieri, sono sgranati e lucidi. La sua mascella è contratta per lo sforzo immane di non crollare. Le sue mani, che tengono distrattamente la tracolla dello zaino, tremano.
Vedere Erika che mi bacia, che mi chiama "amore", che mi rivendica con quella dolcezza pubblica e inattaccabile, l'ha distrutta. La gelosia che la divora non è per il mio corpo, è per l'intimità alla luce del sole che io posso dare a Erika e che a lei, l'amante clandestina, è negata.
I nostri occhi si incrociano per un istante infinito. E in quello sguardo c'è tutta la consapevolezza del nostro fallimento. Le ho promesso che le cose sarebbero cambiate, ma la verità è che lei è lì, in piedi da sola sul piazzale, mentre io stringo la mia fidanzata ufficiale.
"Sì... abbiamo appena finito," balbetta Giada. La sua voce è incrinata, quasi un sussurro roco, del tutto priva del suo solito magnetismo. Deglutisce a fatica, distogliendo bruscamente lo sguardo da noi.
"Beh, se volete prendiamo un caffè tutti e tre!" propone Erika, crudele nella sua totale inconsapevolezza, stringendomi ancora più forte a sé.
"No," risponde Giada troppo in fretta. Fa un passo indietro, inciampando quasi sui suoi stessi piedi. Alza una mano per sistemarsi i capelli, ma il gesto serve solo a coprirsi per metà il viso. Una lacrima solitaria e non invitata le sfugge dalle ciglia, rigandole il trucco sotto l'occhio.
"Io... io devo scappare. Ho un treno. Ciao."
Non aspetta risposta. Si volta di scatto e si allontana a passo svelto, quasi correndo verso i cancelli dell'università, con la testa china per nascondere il viso ai passanti.
"Che le prende?" chiede Erika, un po' perplessa, staccandosi leggermente da me per guardare la cugina che si allontana. "Era strana."
"Non lo so," mento, la voce che mi esce come polvere.
Il mio petto si stringe in una morsa asfissiante. Mentre Erika riprende i caffè e mi bacia di nuovo la guancia, felice della sua piccola vittoria territoriale, io continuo a fissare il punto in cui Giada è scomparsa. L'illusione è finita. Il mio castello di carte è crollato sotto il peso di una singola lacrima.
Il rumore dei passi di Giada che si allontanano sull'asfalto mi rimbomba nel cranio come un martello pneumatico. Erika continua a parlare, aggrappata al mio braccio, ma la sua voce mi arriva ovattata, come se fossi sott'acqua.
All'improvviso, l'aria scompare. Il piazzale dell'università inizia a girare. Sento un sudore freddo scivolarmi lungo la schiena, il cuore mi batte così forte nel petto che mi fa male la gabbia toracica. Mi fermo di colpo, appoggiandomi al muretto con una mano, cercando disperatamente di incamerare ossigeno. Quella lacrima... l'ho vista. Ho visto la sua corazza spezzarsi per colpa mia.
"Franci? Amore, che hai? Sei pallido," mi chiede Erika, il sorriso che le muore sulle labbra, sostituito da una sincera preoccupazione. "Niente..." sbotto, passandomi una mano tremante sul viso. "Un calo di pressione. Il caldo... andiamo a casa mia, per favore."
Il tragitto verso il mio appartamento è un incubo. E il resto del pomeriggio è una vera e propria tortura psicologica. Appena chiudo la porta di casa alle nostre spalle, Erika, ancora carica per l'adrenalina della "sorpresa" e per l'istinto territoriale che l'ha infiammata, mi spinge contro il muro del corridoio.
"Ti faccio passare io il calo di pressione," mi sussurra, baciandomi il collo con una foga che, fino a un mese fa, mi avrebbe fatto impazzire. Le sue mani scendono rapide, slacciandomi la cintura dei jeans.
Mi lascio trascinare in camera da letto come un automa. Erika si sfila la maglietta e i pantaloncini in un attimo, rimanendo solo con l'intimo di pizzo nero. È bellissima, radiosa, convinta di avere il mondo tra le mani. Mi spinge sul bordo del letto e si mette a cavalcioni su di me.
"Fammi tua, Franci," ansima, baciandomi con disperazione, guidando le mie mani sui suoi seni caldi e pieni.
Il suo odore, un mix di vaniglia e della sua pelle bagnata dal sudore, mi avvolge, ma è un profumo che non mi appartiene più. Le sue labbra, morbide e calde, cercano le mie, insistenti. Le stringo i fianchi, sento la morbidezza della sua pelle sotto i palmi, la sua elasticità di donna piena e sicura. Ma è solo una sensazione fisica. Un'eco.
"Sento che stai pensando a me," mi sussurra, mordicchiandomi il lobo. "Dammi tutto, amore. Tutto te stesso."
Non sa quanto sia vera quella frase. Tutto me stesso, sì. Ma il tutto, ora, è altrove.
La spoglio con un gesto brusco, quasi impaziente. Le spinge indietro le spalle e stacco il gancio del reggiseno. I suoi seni rotondi e pieni si liberano, oscillando leggermente al mio gesto. Li accarezzo, li stringo, le dita si affondano in quella morbidezza perfetta, ma non sento nulla. È come toccare un cuscino. Funzionale, ma inerte.
"Più forte," geme lei, spingendosi contro le mie mani. "Sfregami. Fammi male."
Inizio a massaggiare il suo clitoride con il pollice, sentendolo gonfiare e indurire sotto la pressione. Lei si inarca, un gemito rauco esce dalla sua gola. "Sì, così. Lì. Non fermarti."
Le sue parole sono coltellate nella mia carne. Vogliono fede, passione, dedizione. Io le do solo tecnica. Conosco il suo corpo a menadito. So cosa le piace, dove toccarla, come farla gridare. È un manuale che ho memorizzato, non più una poesia da vivere.
Mi inginocchio tra le sue gambe. Le sue cosce piene e calde mi stringono la testa. Con la lingua, traccio un percorso lento dal suo perineo fino al clitoride, sentendola tremare sotto di me. "Dio, sì, Franci... la tua lingua... è divina," sussurra, le dita che mi afferrano i capelli.
La sua vulva è bagnata, calda, di un rosa intenso. La lecco con precisione chirurgica, alternando lenti passate della lingua e veloci colpetti sulla sua carne sensibile. Lei geme sempre più forte, il bacino che si muove in un ritmo frenetico contro la mia bocca.
"Io ti amo," geme lei, mentre la sento vicina all'orgasmo. "Ti amo così tanto."
E sono quelle parole che mi spezzano. Che mi riportano a Giada, al suo sorriso crudele, alla sua promessa di dolore e piacere.
"Ma io no," penso, mentre le sue contrazioni mi inondano il viso.
Continuo a stimolarla, prolungando il suo piacere, finché le sue gambe non si rilassano, esauste. Si distende sul letto, il respiro affannoso. "È stato fantastico," sussurra, gli occhi chiusi, un sorriso di pura soddisfazione sulle labbra.
"Vorrei che fosse vero, ma dentro di me non c'è più niente," ripeto nella mia testa.
Mi alzo, mi sfilo i boxer, il mio cazzo eretto e duro. Mi spingo sopra di lei, le allargo le gambe con le ginocchia. Mi guardo riflettere negli occhi di Erika, ma non la vedo. Vedo solo il buio. E quel buio ha la forma di Giada.
"Scopami, Franci. Inondami," mi esorta lei, la voce roca per il piacere.
Le afferro i polsi e li pianto nel materasso, sopra la sua testa. Si lamenta, un suono di puro desiderio. "Sì, prendimi. Forza."
Senza un altro secondo di attesa, mi spingo in lei, tutto d'un fiato. È bagnata, calda, stretta, come sempre. Ma è una sensazione vuota, inerte. È come mettere il cazzo in un caldo guanto di lattice. Funziona, ma non dice nulla.
Inizio a muovermi, spinte potenti e profonde. Ogni colpo è un tentativo di sentire qualcosa, di spezzare questo guscio di ghiaccio che si è formato attorno al mio cuore. Ma più cerco, più il vuoto si amplifica. E in quel vuoto, c'è lei. Giada. Giada con i suoi occhiali scuri, il suo sorriso da sfidante, la sua promessa di corruzione.
"Più forte," geme Erika, le sue unghie che mi graffiano la schiena. "Sfondami, Franci. Fammi sentire solo tua."
La guardo, la vedo godere, la vedo perdersi nel piacere che le sto dando. Ma non sono io. È un'ombra. Il burattinaio che mi manovra dall'ombra. E io non sono che il suo burattino.
Cambio ritmo. Inizio a scoparla con una rabbia che non mi appartiene. Una furia che è tutta mia, ma che ha radici lontane, nella promessa di Giada. In questa rabbia, cerco un barlume di realtà, un pezzo di me che sia ancora mio.
"È tutto mio," sibilo, i denti stretti. "Questo corpo è mio." Le parole sono per Erika, ma il pensiero è per Giada. Per i suoi occhi lucidi di lacrime in quel piazzale, per il suo corpo perfetto e per il dolore che le ho appena inflitto.
Erika urla, un suono acuto che riempie la stanza. Il suo corpo trema, le sue contrazioni mi stringono il cazzo, mi portano vicino al limite. Ma io non cedo. Non ancora. Continuo a muovermi, spingendola oltre il suo piacere, verso un territorio di dolore e sovraccarico che la fa gemere, che la fa implorare.
"Basta, Franci, basta... troppo..."
Ma non basta. Non finirà finché non sarà finita. Finché il suo piacere non sarà un'eco del mio vuoto. Finché non sarò sicuro di non sentire più nulla.
Finalmente, quando il mio corpo non regge più, quando il mio cazzo è così teso da fare male, mi lascio andare. Un orgasmo secco, quasi doloroso, che mi svuota senza darmi alcun sollievo. Mi ritiro, crollando accanto a lei, il respiro corto.
Erika mi abbraccia, il corpo sudato e rilassato contro il mio. "Sei stato un animale," mi sussurra, con un filo di orgoglio nella voce. "Mi hai distrutta."
Passo il resto della serata a fingere sorrisi, a guardare un film sul divano tenendola abbracciata, contando i minuti che mi separano dal momento in cui tornerà a casa sua.
Quando finalmente la porta si chiude e resto solo, il silenzio del mio appartamento mi schiaccia. Mi butto sul letto disfatto, afferro il telefono e compongo il numero di Giada. Il cuore mi martella in gola. Uno squillo. Due. Tre. Cinque. Sto per riagganciare, quando la linea si apre.
"...Pronto?" La sua voce non è il solito velluto graffiante e sensuale. È un sussurro piatto, fragile, svuotato di ogni energia.
"Giada," respiro, chiudendo gli occhi. "Vieni da me. Ti prego. Ho bisogno di vederti."
Dall'altra parte c'è un silenzio lungo e doloroso. Sento solo il suo respiro, leggermente irregolare. "Non posso, Franci," risponde alla fine, con una freddezza forzata che non riesce a nascondere il tremore di fondo. "Sono stanca. Voglio solo dormire."
"Giada, non fare così. Lo so che stai male per oggi pomeriggio..."
"Oggi pomeriggio non è successo niente!" mi interrompe lei, la voce che si incrina pericolosamente. Sento che sta piangendo silenziosamente dall'altra parte della cornetta. "È stata una scena normale. Lei è la tua ragazza, tu sei il suo fidanzato. Va benissimo così. Sono io che... sono io che ho preteso troppo dalle regole del nostro stupido gioco. Lasciami stare stasera, Franci. Buonanotte."
Clic. Ha riattaccato.
Il suono sordo della linea caduta rimbomba nel buio della mia stanza. Getto il telefono sulle coperte e mi prendo la testa tra le mani, stringendo i capelli fino a farmi male.
Un singhiozzo secco, involontario, mi sale dal petto e mi si spezza in gola.
Fa così fottutamente male. Il dolore che sto provando non è quello di un egoista a cui hanno tolto il giocattolo preferito. È un dolore viscerale, profondo, che mi strappa la carne dalle ossa. Ripenso alla sua voce tremante al telefono. Ripenso a come ha cercato di fare la dura per non farmi pesare le sue lacrime. E all'improvviso, nel buio di questa stanza vuota, ogni tassello va al suo posto.
Sono stato un idiota. Un codardo e un idiota. Ho continuato a dirmi che era solo un'attrazione mentale, che era solo un'affinità chimica irripetibile, che era il brivido del proibito. L'ho mascherata da passione pura, da vizio, da complicità clandestina. Tutto pur di non ammettere la verità, per paura di distruggere le mie sicurezze.
Ma se fosse stata solo attrazione, oggi non avrei avuto un fottuto attacco di panico nel vederla crollare. Se fosse stato solo sesso, stasera non mi sentirei morire dentro per non poterla stringere a me e dirle che andrà tutto bene.
Mi alzo dal letto, iniziando a camminare nervosamente per la stanza. Io non voglio solo scoparla in una macchina alle tre di notte. Io voglio stringerle la mano alla luce del sole. Voglio proteggere la ragazza ferita che si nasconde dietro la sua corazza di arroganza. Voglio essere il motivo per cui sorride, non quello per cui piange.
Io la amo. La amo davvero. Con una profondità e una disperazione che annientano tutto il resto. Amo Giada con tutto me stesso. E averla ferita in quel modo, averle permesso di sentirsi di nuovo la "seconda scelta" scartata da qualcuno, mi sta uccidendo.
Fisso la porta della mia camera, il petto che si alza e si abbassa freneticamente. L'epifania mi ha appena ripulito da ogni dubbio. Non posso più mentire a Erika, e soprattutto non posso più mentire a Giada.
di
scritto il
2026-03-19
4 6
visite
1
voti
valutazione
10
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.