Zia Silvia 2
di
Paolo Cenere
genere
incesti
La Zia Volume 2
Il giorno dopo Silvia scese davvero in spiaggia.
Io la vidi arrivare da lontano.
La nostra famiglia era già sotto l’ombrellone da quasi un’ora. I miei cugini stavano giocando a carte, mia zia Laura parlava con mia madre e mio padre stava leggendo il giornale come faceva ogni mattina.
Quando Silvia comparve sul bagnasciuga successe una cosa strana.
Tutti si voltarono.
Non perché facesse qualcosa di particolare.
Semplicemente perché era… diversa.
Aveva un vestito leggero color sabbia che si muoveva con il vento del mare, e i capelli sciolti sulle spalle. Camminava lentamente sulla sabbia calda come se non avesse nessuna fretta di arrivare.
Io la guardai solo per un secondo.
Poi abbassai lo sguardo.
Ma quando mi sedetti di nuovo sulla sdraio sentii chiaramente la sua voce.
— Guarda chi c’è.
Alzai gli occhi.
Silvia era ferma davanti all’ombrellone.
Sorrideva.
— Il mio infermiere personale.
I miei cugini risero.
— Che infermiere? — chiese uno di loro.
Silvia fece un gesto vago con la mano.
— Andrea mi ha salvato la vita mentre ero prigioniera della scottatura.
Io sentii il viso diventare caldo.
— Mi portava il pranzo — aggiunse.
— Tutti i giorni.
Disse quelle parole guardandomi negli occhi.
Per un secondo mi sembrò che nessun altro esistesse davvero su quella spiaggia.
Poi mia zia Laura intervenne.
— Finalmente ti sei decisa a uscire di casa.
Silvia si sedette sulla sdraio accanto alla mia.
— Il medico ha detto che posso sopravvivere.
I miei cugini tornarono alle loro carte.
La conversazione riprese normalmente.
Ma ogni tanto Silvia si girava verso di me.
Solo per un attimo.
Uno sguardo rapido.
Un mezzo sorriso.
Condividevamo un segreto che nessun altro poteva capire.
Passò tutta la giornata così.
Piccoli momenti.
Piccole provocazioni invisibili.
Una volta mi chiese di passarle l’acqua e le nostre dita si sfiorarono appena.
Un’altra volta si alzò per andare a fare il bagno e, tornando, si fermò accanto alla mia sdraio più del necessario.
— L’acqua è perfetta — disse.
Ma lo disse piano.
Solo per me. Poi scivolò via con quel fantastico corpo profumato di crema abbronzante.
Quando arrivò il tramonto la famiglia cominciò a raccogliere le borse.
— Stasera pizza al porto — disse mio padre.
Tutti annuirono entusiasti.
Ma Silvia scosse la testa.
— Io passo.
— Come mai? — chiese mia zia.
— Voglio fare una passeggiata sul lungomare.
Poi guardò verso di me.
Solo per un secondo.
— Fa troppo caldo per stare seduti a mangiare.
La cosa finì lì.
Ma mentre camminavamo verso casa sentii il telefono vibrare nella tasca.
Un messaggio.
Numero sconosciuto.
Lo aprii.
Lungomare. Dopo le dieci.
Solo quello.
Nessuna firma.
Ma non c’era bisogno.
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Alle dieci in punto il lungomare era pieno di gente.
Le luci dei locali si riflettevano sull’acqua nera del mare. La musica usciva dai bar, mescolata al rumore delle onde e alle voci dei turisti.
Io camminavo lentamente lungo il muretto.
Non sapevo esattamente cosa stessi facendo lì.
O cosa avrei detto quando l’avrei vista.
Poi la vidi.
Era appoggiata alla ringhiera che dava sul mare.
Il vento muoveva i suoi capelli.
Indossava lo stesso vestito della mattina, ma senza sandali. Li teneva in mano.
Quando mi avvicinai non si girò subito.
— Sapevo che saresti venuto.
— Come fai a esserne sicura?
Silvia sorrise guardando il mare.
— Perché sei curioso.
Fece un passo indietro e si appoggiò al muretto.
— E anche un po’ incosciente.
Io mi fermai accanto a lei.
Il lungomare era pieno di gente che passeggiava, rideva, mangiava gelati.
Eppure, in quel momento mi sembrava che ci fosse solo il rumore del mare.
— Perché mi hai scritto? — chiesi.
Silvia mi guardò.
— Perché volevo vedere se eri capace di incontrarmi fuori da quella stanza.
Fece una piccola pausa.
— Senza la scusa della crema.
Il vento fece muovere il suo vestito.
— E allora? — disse.
— Sono qui.
— Lo vedo.
Restammo in silenzio qualche secondo.
Poi lei scese dal muretto.
— Vieni.
Iniziò a camminare lungo la passeggiata.
Io la seguii.
Il lungomare di notte aveva un’aria completamente diversa dal giorno. Le luci, la musica lontana, il rumore delle onde.
Dopo qualche minuto, arrivammo in un punto più tranquillo, dove la folla era più diradata.
Silvia si fermò.
Si appoggiò di nuovo alla ringhiera.
— Sai cosa mi piace di questa città?
— Cosa?
Indicò il mare scuro davanti a noi.
— Che tutto sembra possibile.
Il vento le sollevò leggermente i capelli.
— Di giorno è una città normale.
Fece un piccolo sorriso.
— Ma di notte… cambia tutto.
Io la guardai.
— Silvia…
— Sì?
— Non so bene cosa stiamo facendo.
Lei non rispose subito.
Si limitò a osservare il mare.
Poi disse:
— Nemmeno io.
Fece un passo verso di me.
Non abbastanza da toccarmi.
Ma abbastanza da farmi sentire il suo profumo.
— Però so una cosa.
— Quale?
Mi guardò negli occhi.
— Se non fossi venuto stasera… avrei pensato che sei solo un ragazzo molto timido.
Fece una pausa.
— Invece sei qui.
Il vento si alzò leggermente.
Le luci del porto brillavano in lontananza.
Silvia sollevò una mano.
Per un attimo pensai che volesse sfiorarmi il viso.
Ma non lo fece.
Si limitò a fermarsi a pochi centimetri.
— Andrea…
La sua voce era bassa.
— Questa è l’ultima volta che ti invito io.
— Cosa significa? Mica è una competizione.
Un piccolo sorriso comparve sulle sue labbra.
— Che la prossima mossa… tocca a te.
Poi successe qualcosa che non mi aspettavo.
Dal lungomare arrivò una voce familiare.
— Andrea?
Mi girai di scatto.
A pochi metri da noi c’erano due dei miei cugini.
Con i gelati in mano.
E stavano guardando proprio nella nostra direzione.
Silvia non si mosse.
Anzi.
Si avvicinò appena di più.
Abbastanza perché sembrasse che stessimo parlando molto da vicino.
— Adesso — sussurrò — vediamo quanto sei coraggioso davvero.
E sorrise.
Quando sentii la voce di mio cugino Marco il cuore mi salì in gola.
— Andrea?
Era a pochi metri da noi, sul marciapiede del lungomare. Aveva ancora il cucchiaino del gelato in mano.
Accanto a lui c’era sua sorella.
Entrambi ci guardavano.
Io rimasi immobile per un secondo.
Silvia invece no.
Silvia fece esattamente il contrario di quello che mi aspettavo.
Si avvicinò ancora.
Non molto.
Ma abbastanza perché la distanza tra noi diventasse quasi inesistente.
Il suo braccio sfiorò il mio.
— Allora? — sussurrò.
— Sono i tuoi cugini?
Io annuii appena.
— Sì.
Lei sorrise.
Quel sorriso lento che ormai conoscevo.
— Perfetto.
— Perfetto?
Non feci in tempo a dire altro.
I miei cugini si avvicinarono.
— Oh, sei qui — disse lui.
Poi guardò Silvia.
— Ah… ciao. Tu sei Zia Silvia?
Silvia si girò verso di loro con una naturalezza perfetta.
— Ciao. Si Esatto
— Vi conoscete? — chiesi.
Silvia fece una piccola pausa.
Poi disse con calma:
— Siamo una famiglia talmente numerosa che a volte non ci riconosciamo. Forse i vostri genitori, ma voi… sorrise.
Io cercai di sembrare il più normale possibile.
— Le portavo il pranzo quando era malata, si era scottata — dissi.
Mio cugino Marco fece una faccia divertita.
— Ah sì? Fai anche l’infermiera adesso?
Silvia rise, io strinsi gli occhi. Non mi era mai piaciuto essere sfottuto davanti ai miei amici.
— Qualcuno doveva pur salvarmi. Intervenne Silvia.
La conversazione durò pochi secondi.
Poi loro dissero che stavano andando verso il porto a prendere da bere.
— Venite?
Io stavo per rispondere qualcosa.
Ma Silvia parlò di nuovo per prima.
— Noi restiamo ancora un po’ qui.
Disse quella frase con assoluta tranquillità.
Come se fosse la cosa più naturale del mondo.
I miei cugini fecero spallucce, salutarono con un bacetto, e se ne andarono. Marco prima di andare via guardò le il corpo di Silvia per un secondo, facendomi bruciare dalla gelosia.
Li guardai allontanarsi tra la folla e mi tranquillizzai.
Solo quando furono abbastanza lontani mi voltai verso Silvia.
Lei stava ancora sorridendo.
— Sei pazza.
— Forse.
Si appoggiò di nuovo alla ringhiera.
— Però non è successo niente.
Il vento del mare era diventato più fresco, sembrava un respiro.
— Potevano capire.
— Capire cosa?
Mi guardò con aria innocente.
— Stiamo solo parlando.
Io scossi la testa, stizzito.
Silvia mi osservò per qualche secondo, cercando di carpire i miei pensieri.
Poi disse:
— Sai qual è la cosa interessante?
— Cosa?
— Che quando si sono avvicinati… non ti sei allontanato.
Rimasi in silenzio.
Lei inclinò leggermente la testa.
— Potevi farlo.
— Non lo so.
— Sì che potevi.
Fece un piccolo passo verso di me.
— Invece sei rimasto fermo.
Il lungomare era pieno di gente, ma in quel punto la luce era più bassa.
Le onde si infrangevano contro gli scogli sotto di noi, la marea stava salendo, come un presagio.
Silvia sollevò una mano.
Questa volta non si fermò a metà.
Le sue dita sfiorarono il mio polso.
Un gesto leggero, dolce.
Quasi impercettibile.
Una carezza talmente discreta da lasciare in sospeso il mio desiderio, infiammandolo al punto che ne avrei potuto mendicarne ancora.
— Andrea…
— Sì? Mi ridestai da quella riflessione silenziosa-
— Hai capito che questo gioco sta diventando pericoloso?
— Sì.
— Eppure sei ancora qui.
Il suo sguardo rimase fisso sul mio.
— Perché?
Per orgoglio non potei rispondere.
Silvia sorrise appena. Forse grazie ai suoi quaranta anni riusciva e intuire i miei pensieri.
— Vedi?
Fece un piccolo gesto con la testa.
— Questo è il motivo per cui mi piaci.
Il vento sollevò leggermente il suo vestito.
Quella gonna leggera si alzava appena, quasi a sottolineare le sue parole, come se avesse una propria identità, come se fosse animata.
Il rumore del mare riempiva il silenzio tra noi, dando peso alle pause, che mi sembravano eterne.
Passò qualche secondo.
Poi lei disse piano:
— Vieni.
— Dove?
Indicò la scalinata che scendeva verso la spiaggia sotto il lungomare.
— Lì sotto c’è meno luce.
— Silvia…
— Hai paura?
Io guardai la scalinata.
Poi il lungomare alle nostre spalle.
La gente continuava a passeggiare, ridere, parlare.
Il mondo andava avanti come se nulla fosse.
Silvia stava già scendendo i primi gradini.
Si fermò a metà scala.
Si voltò verso di me.
— Andrea.
La sua voce era quasi un sussurro, ma mi arrivava come un meraviglio comando.
— Se non vieni adesso… non scendo da sola.
Il mare sotto di noi era nero.
Le luci del porto tremavano sull’acqua.
Io rimasi fermo un secondo.
Poi feci il primo passo verso la scalinata. Un uomo che sconfitto china la testa al suo boia.
Silvia sorrise.
Un sorriso lento.
Quasi soddisfatto.
— Bene — disse piano.
— Adesso comincia la parte interessante.
E mentre scendevamo verso la spiaggia… sentii di nuovo vibrare il telefono nella tasca.
Un altro messaggio.
Numero sconosciuto.
Lo tirai fuori mentre camminavo.
Lo schermo si illuminò.
Lessi una sola frase.
Non fidarti di Silvia.
Mi fermai di colpo.
E quando alzai lo sguardo verso di lei…
Silvia mi stava osservando.
Come se sapesse esattamente cosa avessi appena letto.
Rimasi fermo sul gradino.
Il telefono ancora acceso nella mano.
Non fidarti di Silvia.
Quelle quattro parole sembravano più pesanti di quanto dovessero essere.
Silvia era qualche gradino sotto di me.
Non si muoveva.
Mi stava guardando.
— Che succede? — chiese.
La sua voce era calma.
Troppo calma.
Io abbassai lentamente il telefono.
— Niente.
Lei inclinò leggermente la testa.
— Sicuro?
— Sì.
Silvia rimase in silenzio per qualche secondo.
Poi fece un piccolo sorriso.
— Andrea…
Fece due passi verso di me, salendo i gradini.
Adesso era quasi alla mia altezza.
— Hai quella faccia che fai quando non dici la verità.
Io infilai il telefono in tasca.
— È solo un messaggio.
— Da chi?
— Non lo so.
Lei non rispose subito.
Continuava a guardarmi.
Poi disse piano:
— Fammi indovinare.
Fece una piccola pausa.
— Dice di stare lontano da me.
Il mio stomaco si strinse.
— Come fai a saperlo?
Silvia sospirò.
Si sedette su uno dei gradini della scalinata.
Il vento muoveva i suoi capelli.
— Perché non sei il primo a riceverlo.
— Cosa?
Lei fece scivolare le dita sulla ringhiera di metallo.
— Questa città è piccola.
— Silvia…
— Qualcuno deve essersi accorto che passo troppo tempo con te.
— Chi?
Lei fece spallucce.
— Una cugina curiosa.
— Un amico geloso.
— O magari qualcuno che pensa di farmi un favore.
Io rimasi in silenzio.
Il mare sotto di noi faceva un rumore continuo, lento.
— Non ti sei spaventato, vero? — disse lei.
— Non lo so.
Silvia sorrise appena.
— Sei molto onesto.
Si alzò dal gradino.
Fece un passo verso di me.
— Andrea…
La sua voce era più morbida adesso.
— Se vuoi possiamo tornare su.
Indicò il lungomare.
— Fare finta che questa sera non sia mai esistita.
Il vento portava l’odore del mare, salato come il boccone che dovevo ingoiare.
Le luci della passeggiata illuminavano appena la scalinata.
Io la guardai.
— E tu?
— Io cosa?
— Vuoi davvero tornare su?
Silvia rimase immobile per un secondo.
Poi scosse lentamente la testa.
— No.
Fece un piccolo sorriso.
— Per niente.
Scese gli ultimi gradini.
Io la seguii.
Eravamo io e quella donna meravigliosa, non mi importava del resto.
La spiaggia sotto il lungomare era quasi deserta.
Solo qualche coppia seduta lontano, vicino agli scogli.
La sabbia era fresca sotto i piedi.
Silvia camminò fino alla linea dove arrivavano le onde.
Poi si fermò.
— Sai qual è la cosa divertente?
— Cosa?
Si voltò verso di me.
— Che quel messaggio adesso ti renderà ancora più curioso.
Il vento ora giocava con suo vestito leggero, come lei giocava con me.
— Non pensi?
Io non risposi.
Silvia fece qualche passo verso di me.
— Andrea.
— Sì?
— Se davvero pensassi che sono pericolosa… non saresti sceso fin qui.
Aveva ragione.
E lo sapeva.
Si fermò a pochi centimetri.
Il rumore delle onde copriva quasi tutte le altre voci del lungomare. Io ero come anestetizzato.
— Però voglio essere onesta — disse piano.
— Quel messaggio non è completamente sbagliato.
Il mio cuore fece un salto.
— Cosa significa?
Silvia sorrise.
Non era il sorriso provocante dei giorni precedenti.
Era diverso.
Più misterioso.
— Significa che potresti pentirti di questa settimana.
Il vento si alzò ancora un po’.
La sabbia si mosse sotto i nostri piedi, aumentando il senso di instabilità che sentivo quando ero insieme a lei.
— Perché? — chiesi.
Silvia non rispose subito.
Si limitò a guardare il mare.
Poi disse una frase che non mi aspettavo.
— Perché non sono qui in vacanza.
Io la fissai.
— Cosa?
Lei tornò a guardarmi.
Il suo sguardo era serio adesso.
— Non nel modo in cui pensi.
Fece un piccolo passo indietro.
— Andrea…
— Sì?
— Hai mai sentito parlare di persone che arrivano in una città… per cambiare completamente vita?
Il vento fece tremare le luci del lungomare sull’acqua e la mia mente.
— Io sono una di quelle.
Il mio stomaco si strinse.
— Non capisco.
Silvia fece un piccolo sorriso.
— Lo so.
Poi aggiunse:
— Ed è per questo che qualcuno ti ha scritto quel messaggio.
Rimasi in silenzio.
Il mare continuava a muoversi lentamente davanti a noi.
Silvia mi osservò per qualche secondo.
Poi disse una cosa che cambiò di nuovo tutto.
— Andrea…
— Sì?
— Se adesso ti avvicini ancora… non torniamo più indietro.
Il vento sollevò leggermente il suo vestito, come un invito.
Le onde arrivarono fino ai nostri piedi, ancora.
E per la prima volta da quando era iniziata quella settimana… capii che non era più solo un gioco.
Poco più in là finivano le luci della passeggiata ed iniziava un tratto di spiaggia senza illuminazione. Ci dirigemmo in quella direzione con passo lento, scambiando qualche parola ogni tanto. Intravedemmo una barchetta chiara, rovesciata sulla spiaggia e ci sedemmo, vicini. Sentivo il suo profumo. Le cinsi le spalle con il braccio, lei poggiò la testa sulla mia spalla. Le diedi un bacio innocente sui capelli, lei sorrise.
Mi prese la mano, e la baciò. Rimasi in ascolto per un attimo, poi tenendola per i capelli la baciai. Non fu un bacio casto, ma il gesto disperato di chi vuole trattenere una persona che ti sfugge, come fa la sabbia tra le dita. La disperata dolcezza lasciò il passo alla rabbia, e questa alla passione animale. Le nostre bocche si incontrarono, umide affamate. Ero furioso, perché tutte quelle parole, quelle frasi incomplete, quel devastante senso di indeterminatezza? Non le avevo chiesto nulla, e mi aveva reso pazzo. Le infilai la lingua completamente in bocca, violandola. La tenevo forte per i capelli inibendo qualsiasi movimento, finalmente ero io a comandare, e non ci sarebbero stati ripensamenti, dubbi o paure. Finalmente potevo avere il controllo di una piccola parte del nostro rapporto. Non incontrai il minimo segno di resistenza, era assolutamente passiva e sottomessa. Creta tra le mie mani, finalmente. Spalancò la bocca lasciandomi infilare tutta la lingua. Esplorai bene fino in fondo e lei fece lo stesso con me. Mi spinsi oltre. Le presi la mano e la poggiai sulla mia coscia, come per un cortese invito, poi attesi, continuando a limonarla. Dal ginocchio salì alla coscia, poi alla patta dei pantaloni e in pochi istanti aveva estratto il mio pisello, scappellandolo come mi piaceva. Bene, stava obbedendo, come un cagnolino, e sentivo il suo piacere crescere in risposta a questa sottomissione.
Pensai allora di alzare la posta, ed esplorai le sue mutandine. Alzai la gonna animata, ed infilai una mano direttamente sotto le mutandine, per sentire la sua fica. Non si mosse, ma le spalancai le cosce, come per prendere qualcosa che mi apparteneva. Ebbi finalmente accesso alle sue grazie. Che Dio benedica le quarantenni!
Ripresi fiato ed iniziai ad accarezzarla delicatamente propria sopra le labbra, soffermandomi ogni tanto sul monte di venere, come mi aveva insegnato una ex più grande. Lei continuava a segarmi, come aveva fatto nella sua stanza.
Il mare arrivò vicino ai nostri piedi e poi si ritirò lentamente nella sabbia.
Nessuno dei due si mosse per non rovinare il momento. Per un istante mi guardai intorno. Il vento, il mare, la spiaggia deserta e fui assalito dalla sensazione di essere grande, di essere finalmente un uomo che ha trovato il proprio posto nel mondo, ma soprattutto tra le cosce della propria donna.
Il vento faceva muovere il suo vestito leggero, e ogni tanto i capelli le cadevano davanti al viso. Lei non li sistemava. Li lasciava lì, come se non volesse interrompere quel momento.
— Hai sentito quello che ho detto — mormorò.
— Sì.
— Eppure, non ti sei allontanato.
Io non risposi.
La verità era semplice: non riuscivo ad allontanarmi.
Silvia sbilanciò in avanti, elasciandosi cadere sulla sabbia, nascosta dalla chiglia della barca rispetto alle luci della passeggiata ormai distante.
Adesso la distanza tra noi era quasi inesistente, eravamo sdraiati sulla sabbia fresca, le sue mani sul mio pisello in tiro e le mie tra le sue gambe spalancate.
— Andrea…
— Sì?
— Sai qual è la cosa che mi incuriosisce di più?
Scossi appena la testa.
— Che continui a guardarmi come se non sapessi se scappare o restare.
Il rumore delle onde copriva quasi tutte le altre voci del lungomare.
— E tu cosa preferiresti? — chiesi.
Silvia sorrise lentamente.
— Che restassi.
Perché doveva parlare sempre? Ma non mi sfuggì il peso di quelle parole. Strinsi tre dita e le puntai all’ingresso della sua fica, poi la fissai negli occhi per un istante. Mi guardò di rimando supplichevole, con una espressione innocente da bambina, ed infine spinsi nella sua fica fradicia fin dove riuscii ad arrivare. Le sue carni si aprirono per accogliermi e lei ebbe un sussulto, accompagnato da un gemito sulle mie labbra.
Il vento si alzò un poco.
La sabbia fredda sotto i piedi, l’odore del mare, le luci lontane del porto e la mia mano che la scopava lenta. Le tre dita che entravano e uscivano piano, il profumo della sua crema. Ero in paradiso.
Tutto sembrava più intenso.
— Tutta questa settimana… — continuò piano — abbiamo fatto finta che fosse un gioco.
Io annuii appena.
— La crema.
— Il pranzo.
— Le visite a mezzogiorno.
Fece un piccolo sorriso.
— Ma tu lo sai… vero?
— Cosa?
Le sue dita scivolarono lentamente lungo la mia asta a raggiungere le palle.
— Che non era solo quello.
Il cuore mi batteva forte.
Silvia si avvicinò ancora di qualche centimetro per sentire meglio il contatto con il mio corpo.
Adesso sentivo il suo respiro, ansimava, ma non smetteva di parlare.
— Andrea…
— Sì?
— Dimmi la verità.
Fece una piccola pausa.
— Quando venivi in quella stanza… venivi davvero solo per portarmi il pranzo?
La domanda rimase sospesa tra noi.
Il vento si calmò per un attimo.
Io non risposi subito.
Silvia mi osservava con quell’espressione curiosa che avevo visto fin dal primo giorno.
Poi fece qualcosa di improvviso.
Si avvicinò ancora, mentre io continuavo a scoparla con la mano, aprendo a momenti alterni le dita per spalancarla completamente.
Ora era avvinghiata a me, e sentivo anche il contatto con il suo seno.
— Lo vedi? — disse piano.
— Adesso non stai più pensando alla crema.
Il mare tornò a salire sulla sabbia.
Le onde lambirono i nostri piedi.
Silvia abbassò lo sguardo un momento.
Poi lo rialzò.
— Quel messaggio…
Indicò la mia tasca.
— Forse voleva proteggerti.
Fece una pausa.
— O forse voleva rovinare questo momento.
Il suo sguardo rimase fisso sul mio.
— Ma la verità è che ormai è troppo tardi.
— Per cosa?
Un sorriso lento comparve sulle sue labbra.
— Per fermarsi.
Il vento tornò a muovere i suoi capelli.
Silvia sollevò la mano, lasciando il mio cazzo.
Per un istante pensai che si sarebbe fermata a metà.
Invece sfiorò lentamente il lato del mio viso.
Solo per un secondo.
Poi ritirò la mano.
Come se non volesse ancora superare quella linea invisibile e intima.
— Vedi? — disse piano.
— Anche adesso sto cercando di essere prudente.
Io la guardai.
— Prudente?
Lei annuì.
— Se facessi davvero quello che mi passa per la testa… questa notte finirebbe molto diversamente.
Il mio cuore accelerò.
Silvia sorrise vedendo la mia reazione.
— Però non voglio che succeda tutto troppo in fretta.
Il mare si mosse di nuovo davanti a noi.
Le luci del lungomare tremavano sull’acqua.
— Perché?
Adesso eravamo davvero a un respiro di distanza.
— Perché — sussurrò — quando qualcosa arriva troppo facilmente… non è mai davvero indimenticabile.
Restammo così qualche secondo.
Immobili. Il pensiero di un ulteriore rinvio mi fece impazzire. Ero stanco di ascoltare tutte quelle storie e la mia mazza chiedeva attenzioni. Volevo sborrare. E volevo che fosse proprio zia Silvia a darmi quella soddisfazione che tanto avevo bramato. Ripensai al piacere nei suoi occhi quando, impedendole di parlare, la avevo sottomessa ai miei baci. Poi presi un respiro profondo, e come un uccello che lascia il nido mi lanciai. Avevo ancora le mani tra le sue gambe, quindi mi voltai su un fianco, la cinsi intorno al collo, e aumentai il ritmo. Questa volta misi da parte dolcezza e pazienza, ed usai la forza. La tenni a terra, le presi la mano e la portai nuovamente sul mio cazzo, e pompai con tutta la forza del braccio sinistro. Silvia comprese immediatamente le mie intenzioni, e cercò di fermarmi, primi divincolandosi, poi cercando di parlare ancora. Mi attaccai forte al suo corpo, bloccandolo completamente. Le infilai la lingua in bocca, fino in fondo, e le spalancai la fica quasi infilandole tutta la mano. Davanti alla mia irruenza non reagì più, anzi rovesciò la testa all’indietro e spalancò le cosce per favorire la penetrazione. Poi rantolò, iniziando a ripetere il mio nome, siiiii, ficcami la mano nella fica, mi piace. Hai già capito come devi fare con me vero? Scopami tutta siiii. Ed iniziò a rantolare come un animale ferito. La sua mano intanto aveva recuperato la mia cappella e mi segava con ritmo ed entusiasmo. Durò ancora pochi istanti, si fermo, diventando silenziosa, ed ebbe un orgasmo fantastico, inondando la mia mano di umori bollenti. Volle subito riprendere il controllo del suo corpo e tornò ad essere loquace. Forse era un meccanismo di difesa, ma che palle pensai! Tentò ancora ad usare le parole per confondermi, ma ormai avevo capito il trucco. Mi sdraiai sulla schiena con il cazzone in erezione, ero veramente infoiatissimo e se zia Silvia pensava di cavarsela così, si sbagliava di grosso. Mi voltai verso di lei, la baciai per zittirla, poi ripresa la parola la ammonii. Adesso stai zitta! Mi guardò con uno sguardo a metà tra l’offeso e il complice, poi la presi per i capelli e con decisione le misi la testa sul mio cazzo. Ci fu un accenno di ribellione, mise le mani sul mio pube per respingermi, ed appoggiò la guancia al mio uccello, ma non poté contrastare la mia forza. La presi meglio i capelli in un crocchio, la discostai da me quanto sufficiente a posizionare la nerchia sulle sue labbra e le dissi: succhia!
Sentii subito il pisello entrare in un ambiente caldo ed umido, accogliente ed intimo. Il resto fu facile, tenendola per i capelli le diedi il ritmo e lei fece il resto. Capivo che era tremendamente eccitata e quello che più la faceva impazzire era la sottomissione, la violenza che avevo usato per obbligarla a succhiare il mio cazzo. Era un suo segreto che ora diventava un’arma tra le mie mani. Alzai gli occhi al cielo, e mi godetti quelle fantastiche labbra che salivano e scendevano lente, lubrificando con molta saliva il mio cazzo. In certi momenti mi divertivo ad affondare completamente nella sua bocca, e mi rendevo conto che aveva difficoltà a ingoiarlo tutto, ma quella sofferenza, unita alla mia prepotenza la mandava in estasi, e quando riprendeva fiato ansimava come una cagna in calore. La mia cagna.
Poi dal lungomare arrivò una musica più forte, le risate di una piccola comitiva che passava sulla passeggiata.
Il mondo tornò a farsi sentire.
Silvia provò a ritrarsi, coprendo le gambe, ma non glielo permisi.
Continuai a tenerla per i capelli imponendo il su e giù anche quando il gruppo arrivò a pochi passi dalla nostra barca. Si accorsero di noi quando si sedettero sulla chiglia, e lo spettacolo fu fantastico. Silvia con la gonna alzata ed il culo ben in vista mi stava facendo una sonora pompa. Avrebbe voluto nascondersi ai loro occhi ma non glielo permettevo, e questo la faceva mugolare, aumentando imbarazzo ed eccitazione. Ci osservarono per un istante, in un comico passarola.
“C’è una che sta facendo una pompa al ragazzo”, poi la risposta di una ragazzetta: beati loro!
Poi il più sveglio raccolse il pallone che aveva messo sulla sabbia, e scusandosi portò via l’allegra comitiva.
Noi non li degnammo di uno sguardo, e continuammo tranquilli, come nulla fosse accaduto. Qualche tempo dopo sentii che zia Silvia si rilassava, i suoi movimenti divennero più fluidi, e alla fine non resistetti più. Senza dire nulla, senza avvertire o chiederle il permesso mi svuotai usando la sua bocca, semplicemente. Le diedi tutta la mia sborra, fino all’ultima goccia. Lei si staccò, rossa in viso e soddisfatta. Un’altra gocciolina usci dalla mia cappella, ed io irreverente le presi di nuovo i capelli, ordinandole: pulisci bene!
Lei eseguì dolce ed obbediente. Lo prese di nuovo in bocca, lo affondò fino alle palle, provocandosi un leggero conato, poi lo succhiò più forte, spostandosi dalla base alla punta. Si fermò, succhiò meglio la punta, se la tolse di bocca per guardare meglio, se fosse perfettamente linda, ma la luce non era sufficiente; quindi, diede ancora un paio di succhiate, infine un bacetto sulla punta, e lo rimise nelle mutande. Mi guardò ed esclamò, perfettamente pulito!
La tensione erotica si ruppe con una fragorosa risata.
Ma solo un poco.
— Domani — disse.
— Domani cosa?
Il suo sorriso tornò quello provocante dei giorni precedenti.
— Domani non verrò in spiaggia con la nostra famiglia.
Fece una pausa.
— E non resterò nemmeno chiusa in casa.
Io la guardai.
— Dove sarai?
Silvia si chinò per raccogliere i sandali dalla sabbia.
Poi tornò a guardarmi.
— Se sei curioso… lo scoprirai.
Fece qualche passo verso la scalinata.
Poi si fermò.
Si voltò un’ultima volta.
Il vento le muoveva i capelli nel buio.
— Andrea…
— Sì?
Il suo sorriso si allargò appena.
— Domani sarà molto più difficile resistere.
E senza aggiungere altro… salì lentamente verso le luci del lungomare.
Il giorno dopo non riuscii a concentrarmi su niente.
La spiaggia era piena di gente come sempre. Ombrelloni, bambini che correvano, il rumore delle onde e della musica che arrivava dagli stabilimenti.
Eppure, io continuavo a guardare verso il lungomare.
Silvia non c’era.
Mia madre se ne accorse. Mia madre capiva sempre tutto, era il suo superpotere, ma era anche discreta.
— Tua zia oggi non scende?
Scrollai le spalle.
— Credo voglia riposare ancora.
In realtà sapevo che non era vero.
Quella mattina mi aveva mandato solo un messaggio.
Se passi verso mezzogiorno… forse sono in casa.
Nient’altro.
Nessuna spiegazione.
A mezzogiorno presi il solito vassoio con il pranzo. Ormai era diventata quasi una scusa ufficiale.
Nessuno disse niente.
— Portaglielo tu — disse mia madre. — Così mangia qualcosa.
Annuii.
Il sole era forte mentre percorrevo la strada verso il suo appartamento.
Il caldo faceva vibrare l’aria sopra l’asfalto.
Quando arrivai sotto il palazzo il cuore mi batteva già più veloce.
Non sapevo bene perché.
Forse per quello che era successo la sera prima.
Forse per quello che poteva succedere.
Salii le scale lentamente.
La porta dell’appartamento era socchiusa.
Bussai piano.
— Silvia?
Nessuna risposta.
Entrai.
L’appartamento era silenzioso. Le persiane erano quasi tutte chiuse e la luce filtrava in strisce sottili sul pavimento.
Dalla camera da letto arrivava il suono basso della televisione.
Mi avvicinai.
— Ti ho portato da mangiare.
La porta era aperta.
Silvia era sul letto.
Per un secondo rimasi fermo sulla soglia.
Era sdraiata di lato, con la schiena appoggiata ai cuscini.
Indossava solo una camicia larga, di quelle leggere che si usano al mare.
Le gambe erano scoperte sotto il lenzuolo sottile.
Quando mi vide, sorrise piano.
— Pensavo non venissi.
Appoggiai il vassoio sul comodino.
— Mi hai scritto tu.
— È vero.
La televisione illuminava la stanza con una luce azzurra.
Silvia si sollevò un poco sui gomiti.
— Come sta la mia famiglia rumorosa?
— In spiaggia.
— Tutti?
— Tutti.
Fece un piccolo sorriso.
— Perfetto.
Quelle parole mi fecero sentire uno strano brivido.
Silvia spense la televisione con il telecomando.
La stanza diventò ancora più silenziosa.
— Vieni qui — disse.
Indicò il bordo del letto.
Mi sedetti.
Per qualche secondo nessuno parlò.
Silvia prese il cucchiaio e assaggiò un po’ di pasta dal vassoio.
— Mmh… tua madre cucina sempre bene.
Poi posò il cucchiaio.
— Però non avevo davvero fame.
La guardai.
— Allora perché mi hai fatto venire?
Silvia inclinò la testa.
— Secondo te?
Il suo sguardo era lo stesso della sera prima sulla spiaggia.
Curioso.
Provocante.
Mi accorsi che la camicia le era scivolata leggermente da una spalla.
La pelle lì era ancora un po’ arrossata dal sole dei giorni prima.
Silvia lo notò.
— Vedi? — disse piano. — Non è ancora guarita del tutto.
Sfiorò la spalla con le dita.
— Brucia ancora un po’.
Rimasi in silenzio.
Lei mi osservò.
— Non mi hai più messo la crema.
Il cuore mi fece un salto.
— Pensavo fosse passata.
Silvia sorrise lentamente.
— Non del tutto.
Dal comodino prese il tubetto che avevo usato nei giorni precedenti.
Lo fece girare tra le dita.
— Ti ricordi?
Annuii.
— Certo.
Silvia si spostò un poco sul letto.
La camicia si sollevò appena sulle cosce mentre cambiava posizione.
— Allora aiutami ancora.
Il suo tono era tranquillo.
Quasi innocente.
Eppure, la stanza sembrava improvvisamente più piccola.
Presi il tubetto.
Spremetti un po’ di crema sulle dita.
Silvia si voltò lentamente, dandomi la schiena.
La camicia scivolò un poco più giù sulle spalle.
La pelle era calda sotto la luce morbida che filtrava dalle persiane.
Appoggiai le dita sulla sua spalla.
Silvia fece un piccolo respiro.
— Così va bene.
Cominciai a spalmare la crema lentamente.
Era un gesto che avevo già fatto.
Eppure, quella volta era diverso.
Silvia rimaneva immobile.
Solo il suo respiro si muoveva piano.
— Andrea…
— Sì?
— Ieri sera non mi hai risposto.
— A cosa?
— Alla domanda.
Continuai a muovere le mani lentamente sulla sua schiena.
— Quale domanda?
Silvia girò appena il viso verso di me.
— Se venivi davvero solo per portarmi il pranzo.
Le mie dita si fermarono per un secondo.
Poi ripresero a muoversi.
Silvia fece un piccolo sorriso.
— Lo immaginavo.
La crema si stava assorbendo.
Le mie mani si muovevano più lentamente adesso.
Quasi senza pensarci.
Silvia lasciò uscire un respiro più lungo.
— Sai qual è la cosa pericolosa?
— Cosa?
La sua voce era quasi un sussurro.
— Che ormai ti sei abituato a toccarmi.
La frase rimase sospesa nell’aria.
Io non risposi.
Le mie mani si fermarono.
Silvia si voltò lentamente verso di me.
Adesso eravamo molto vicini.
Il lenzuolo era scivolato un poco mentre si muoveva.
Lei lo tirò appena su, con un gesto lento.
Poi mi guardò negli occhi.
— Vedi?
Fece una piccola pausa.
— Non è successo niente.
Il suo sorriso tornò.
— Eppure, sembra che stia succedendo tutto.
Il silenzio nella stanza diventò più intenso.
Silvia appoggiò una mano sul mio polso.
Solo per un momento.
— Andrea…
— Sì?
Il suo sguardo si fece più serio.
— Se resti ancora un po’ qui…
La frase si fermò a metà.
— Cosa succede?
Silvia sorrise piano.
Poi disse soltanto:
— Lo scopriremo.
Non so dire con precisione quanto tempo restammo così.
La stanza era silenziosa.
La televisione spenta.
Solo la luce sottile che passava tra le persiane e il rumore lontano del mare.
Silvia non aveva tolto la mano dal mio polso.
La sua pelle era calda.
Non stringeva, non tirava.
La teneva lì, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
— Andrea — disse piano.
— Sì.
— Hai smesso.
Abbassai lo sguardo.
Le mie mani erano ancora sulla sua schiena, ma ferme.
La crema si era quasi assorbita del tutto.
— Pensavo fosse abbastanza.
Silvia sorrise appena.
— Per la scottatura sì.
Fece una piccola pausa.
— Per il resto… non lo so.
Sentii il mio stomaco stringersi.
Lei si mosse appena sul letto.
La camicia si piegò sotto la schiena e il lenzuolo scivolò un poco più giù sulle gambe.
Non sembrava farci caso.
O forse sì.
— Sai una cosa strana? — disse.
— Cosa?
— Quando mi hai messo la crema il primo giorno… pensavo che ti saresti sentito a disagio.
Fece un piccolo sorriso.
— Invece sei stato molto… attento.
Non sapevo cosa dire.
Silvia lasciò il mio polso.
Poi si girò lentamente verso di me.
Il movimento fu lento, quasi studiato.
Adesso eravamo seduti uno di fronte all’altro sul letto.
Molto vicini.
Troppo vicini.
Per un momento nessuno parlò.
Io sentivo il suo profumo.
Un odore leggero, di crema solare e shampoo.
Silvia appoggiò una mano sul materasso, tra noi.
— Posso chiederti una cosa?
Annuii.
— Certo.
Lei mi guardò con quella espressione curiosa che avevo imparato a conoscere.
— In questi giorni… hai mai pensato a me quando non ero nella stanza?
La domanda arrivò così, senza preparazione.
Il cuore mi fece un salto.
— Non devi rispondere subito — aggiunse.
Ma stava sorridendo.
Come se già conoscesse la risposta.
Io abbassai lo sguardo.
Silvia fece un piccolo respiro.
— Lo vedi?
— Cosa?
— È quello che mi piace di te.
Inclinò leggermente la testa.
— Sei onesto anche quando non parli.
La stanza sembrava ancora più calda.
Lei sollevò una mano.
Per un attimo pensai che avrebbe toccato di nuovo il mio viso.
Invece si fermò a metà.
Poi cambiò idea.
Le sue dita sfiorarono lentamente il mio collo.
Solo un gesto leggero.
Ma bastò.
Silvia lo notò subito.
— Tranquillo — mormorò.
— Non sto facendo niente.
Ma non ritirò la mano.
Rimase lì.
Le sue dita si muovevano appena sulla pelle.
— Andrea…
— Sì?
— Ti ricordi quello che ti ho detto ieri sera sulla spiaggia?
Annuii.
— Che non sei qui solo in vacanza.
Silvia sorrise lentamente.
— Esatto.
Poi aggiunse, quasi sottovoce:
— E che potresti pentirti di questa settimana.
Il silenzio tornò tra noi.
Io la guardai.
— Perché?
Silvia non rispose subito.
Si limitò a studiare la mia faccia.
Poi fece una cosa che non mi aspettavo.
Si avvicinò ancora.
Adesso la distanza tra noi era davvero minima.
— Perché — disse piano — quando l’estate finisce… certe cose non tornano più indietro.
Il mio respiro si fermò per un secondo.
Lei lo notò.
Il suo sorriso diventò più dolce.
— Non devi avere paura.
— Non ho paura.
— Davvero?
Scossi appena la testa.
Silvia mi osservò ancora qualche secondo.
Poi lasciò uscire un piccolo sospiro.
— Sai qual è il problema?
— Quale?
Il suo sguardo scese un momento sulle mie mani.
Ancora ferme sulle sue spalle.
— Che stiamo facendo finta di niente.
La sua voce era quasi un sussurro.
— Ma lo sappiamo tutti e due.
— Cosa?
Silvia sollevò gli occhi.
Il suo viso era a pochi centimetri dal mio.
— Che se resto ancora qui…
Fece una piccola pausa.
Poi finì la frase con un sorriso appena accennato.
— Succederà qualcosa che nessuno dei due aveva previsto.
Il tempo sembrava essersi fermato.
Io sentivo il suo respiro.
Il suo profumo.
Il calore della sua pelle.
Silvia non si muoveva.
Aspettava.
Come se volesse vedere cosa avrei fatto io.
La abbracciai, la baciai, e la feci sdraiare a pancia sotto sul letto. Ripresi la crema, e sollevai la camicia, sfilandogliela dalla testa.
Si sentiva la tensione tra noi. Presi la crema e inizia a spalmarla sulle sue spalle. Osservavo il suo corpo nudo e la forma delle sue chiappette disposte sul letto, pronte. Inizia lento a sfiorarle i fianchi e puntualmente iniziò ad essere logorroica per la tensione. Scesi ancora lungo la linea dei lombi, e lei protestò.
Le dissi perentoriamente di fare silenzio, le si voltò un attimo e sorridendomi ammise, mi piace quando mi dici cosa devo fare.
Lo so risposi secco.
La mia mano ora era sicura, presi ancora crema, e scesi dove inizia il solco del sedere. Lei si mosse appena, per esporre meglio il suo fantastico culetto. Presi un cuscino e lo misi sotto il suo bacino, sollevandolo. Il suo buchino era magnificamente esposto, la sua figa si intravedeva attraverso le gambe tornite. Depilata e liscia come me la ricordavo dalla sera prima. Scesi a massaggiare il suo culetto, lo sentii piano aprirsi sotto la pressione delle mie dita. Poi iniziai ad esplorarlo con il medio, aprendolo a mio piacimento. La scopavo piano con il dito, e lei era li sottomessa e vogliosa. Poi due dita, sapevo che le faceva male, perché era molto stretta, ma la cosa dava piacere ad entrambi e continuai, aspettando il momento di poter entrare con altro. Ogni tanto le schiaffeggiavo le chiappe e le dicevo che era proprio una grande fica. Lei mugolava con la faccia affondata nel cuscino e sculettava come un cucciolo che fa le feste.
E fu in quel momento che successe una cosa completamente inattesa.
Dal corridoio arrivò un rumore.
Il suono metallico della porta d’ingresso.
Qualcuno stava provando ad aprire.
Silvia si voltò di scatto.
I suoi occhi incontrarono i miei.
Per la prima volta da quando la conoscevo… sembrò davvero sorpresa.
— Non può essere… — mormorò.
Un secondo dopo la maniglia della porta girò.
Il suono della maniglia durò appena un secondo.
Ma a me sembrò lunghissimo.
Silvia si era irrigidita accanto a me. Non si era ancora spostata dal letto, ma il suo corpo aveva perso quella calma lenta che aveva avuto fino a pochi istanti prima.
— Non può essere… — ripeté sottovoce.
Io non capivo.
Dal corridoio arrivò di nuovo il rumore della porta.
Questa volta più forte.
Qualcuno stava davvero entrando.
Silvia si alzò dal letto in fretta. Infilò rapida un calzoncino e una t-shirt che erano appoggiate su una sedia.
Si avvicinò alla porta della camera e rimase ferma ad ascoltare.
Io rimasi seduto sul bordo del letto, con il cuore che batteva forte, in attesa che l’erezione passasse.
— Chi è? — sussurrai.
Silvia non rispose subito.
Dal corridoio arrivò il rumore di passi.
Lenti.
Poi una voce.
— Silvia?
Era una voce maschile.
Non molto forte, ma abbastanza vicina.
Silvia chiuse gli occhi per un secondo.
Poi si voltò verso di me.
Il suo sguardo era completamente diverso da prima.
Non più provocante.
Adesso sembrava… concentrato.
— Devi restare qui — disse piano, indicando il mio pacco ben visibile.
— Perché?
— Fidati.
La porta della camera era ancora socchiusa.
Dal corridoio entrava una striscia di luce.
La voce chiamò di nuovo.
— Silvia, ci sei?
Lei fece un respiro lento.
Poi uscì dalla stanza.
Io rimasi lì, seduto sul letto.
Sentii i suoi passi nel corridoio.
Poi la sua voce.
— Sì, sono qui.
La voce dell’uomo si fece più vicina.
— Pensavo fossi scesa al mare.
— Non oggi.
Seguì un breve silenzio.
Io non riuscivo a vedere niente, solo la luce del corridoio che attraversava la porta semiaperta.
— Non sapevo fossi tornato — disse Silvia.
— Sono passato a prendere una cosa.
L’uomo sembrava muoversi nell’ingresso.
— Tutti gli altri sono in spiaggia?
— Sì.
Un’altra pausa.
Il mio cuore batteva sempre più forte.
Poi l’uomo disse:
— Ho visto una bicicletta fuori.
Silenzio.
Silvia non rispose subito.
Io trattenni il respiro.
— È di Andrea — disse lei alla fine.
La voce uscì tranquilla.
Naturale.
Come se non ci fosse niente di strano.
— È venuto a portarmi da mangiare.
I passi dell’uomo si fermarono.
— Ah.
Ancora silenzio.
Io guardavo la porta della camera, immobile.
Non sapevo se alzarmi o restare seduto.
Dopo qualche secondo la voce dell’uomo tornò.
— Posso salutarlo?
Il cuore mi salì in gola.
Silvia non parlò per un momento.
Poi disse:
— È in camera.
I passi ripresero.
Si avvicinarono lungo il corridoio.
Io mi alzai dal letto quasi senza pensarci.
La porta si aprì lentamente.
L’uomo si fermò sulla soglia.
Avrà avuto poco più di trent’anni.
Capelli scuri, la pelle segnata dal sole.
Per un attimo mi guardò senza dire niente.
Poi fece un piccolo sorriso.
— Ciao.
— Ciao.
Silvia era dietro di lui.
Appoggiata alla parete del corridoio.
Le braccia incrociate.
Stava osservando la scena in silenzio.
L’uomo entrò di un passo nella stanza.
— Allora sei tu Andrea.
Annuii.
— Sì.
Lui indicò il vassoio sul comodino.
— Servizio pranzo a domicilio?
Sorrise.
— Gentile da parte tua.
Non sembrava arrabbiato.
Ma c’era qualcosa nel modo in cui guardava la stanza.
Come se stesse cercando di capire qualcosa.
Il letto ancora disfatto.
Il tubetto della crema sul comodino, senza il tappo.
Silvia parlò da dietro di lui.
— Andrea stava andando via.
La frase cadde nella stanza con calma.
Come una piccola pietra nell’acqua.
L’uomo si voltò verso di lei.
— Ah sì?
Silvia fece spallucce.
— Gli stavo solo dicendo grazie per il pranzo.
Poi tornò a guardare me.
I suoi occhi rimasero sui miei per un secondo.
— Vero?
Io annuii.
— Sì.
L’uomo fece un piccolo cenno con la testa.
— Allora non vi trattengo.
Si spostò dalla porta per farmi passare.
Io presi il vassoio vuoto dal comodino, lasciando il piatto pieno.
Quando gli passai accanto sentii il suo sguardo su di me.
Non ostile.
Ma attento.
Molto attento.
Uscii nel corridoio.
Silvia mi seguì fino alla porta d’ingresso.
L’uomo rimase indietro, vicino alla cucina.
Quando arrivammo vicino alla porta lei parlò sottovoce.
— Andrea.
Mi voltai.
Era molto vicina.
Il suo sguardo era tornato quello di prima.
Calmo.
Ma acceso.
— Non è finita.
Il cuore mi batté più forte.
— Cosa?
Silvia sorrise appena.
— Anzi.
Fece una piccola pausa.
— Adesso diventa interessante.
Poi aprì la porta.
La luce forte del pomeriggio entrò nell’ingresso.
— Ci vediamo stasera sul lungomare.
Il suo sorriso si allargò appena.
— Se hai ancora il coraggio di venire.
Quella sera il lungomare era pieno come sempre.
Le luci dei bar riflettevano sull’acqua e la musica arrivava da ogni direzione. Turisti che camminavano lentamente, bambini con i gelati, gruppi di ragazzi seduti sui muretti.
Io camminavo senza una meta precisa.
Ma in realtà sapevo benissimo dove stavo andando.
Il punto dove la sera prima Silvia mi aveva fermato sulla scalinata.
Non ero nemmeno sicuro che sarebbe venuta.
Eppure, continuavo a guardare tra la gente.
Ogni tanto mi sembrava di riconoscerla tra le luci e le ombre della passeggiata.
Ma non era mai lei.
Passarono quasi venti minuti.
Stavo quasi per tornare indietro quando sentii la sua voce.
— Pensavo non venissi.
Mi voltai.
Silvia era appoggiata al muretto che dava sulla spiaggia.
Indossava un vestito scuro, molto semplice, che il vento muoveva appena.
Sembrava quasi diversa da come l’avevo vista durante il giorno.
Più seria.
— Sei arrivata adesso? — chiesi.
Silvia scosse lentamente la testa.
— Sono qui da un po’.
Fece un piccolo sorriso.
— Volevo vedere se avevi davvero il coraggio di venire.
Mi avvicinai.
Il mare sotto di noi era quasi nero.
Solo le luci lontane delle barche si muovevano lentamente sull’acqua.
— Allora? — disse lei.
— Allora cosa?
— Hai cambiato idea?
La guardai.
— Su cosa?
Silvia fece un piccolo gesto con la mano.
— Su tutto questo.
Tra noi scese un breve silenzio.
Il vento muoveva i suoi capelli.
— No — dissi alla fine.
Lei mi osservò per qualche secondo.
Poi annuì.
— Bene.
Si staccò dal muretto.
— Andiamo a fare due passi.
Cominciammo a camminare lungo la passeggiata.
Per un po’ nessuno dei due parlò.
Ogni tanto qualcuno passava vicino a noi senza farci caso.
Turisti.
Famiglie.
Coppie.
Silvia camminava lentamente accanto a me.
Le nostre spalle ogni tanto si sfioravano.
— Andrea — disse a un certo punto.
— Sì?
— Oggi pomeriggio non ti sei spaventato.
— Quando?
— Quando è arrivato lui.
Io rimasi in silenzio.
— Chi è? — chiesi.
Silvia non rispose subito.
Guardava il mare mentre camminavamo.
— Una persona complicata.
— Non sembra uno che passa solo a prendere una cosa.
Lei sorrise appena.
— Infatti.
Continuammo a camminare ancora qualche metro.
Poi Silvia si fermò.
Si voltò verso di me.
— Andrea… devo dirti una cosa.
Il suo tono era diverso.
Più serio.
— Cosa?
Silvia fece un piccolo respiro.
— Tutto quello che è successo tra noi… non era nei miei piani.
Il cuore mi fece un salto.
— In che senso?
Lei non rispose subito.
Invece guardò oltre la mia spalla.
Verso la strada dietro di me.
Il suo sguardo cambiò all’improvviso.
— Accidenti.
Mi voltai anch’io.
Dall’altra parte della passeggiata, tra la gente, stava arrivando qualcuno.
Ci misi qualche secondo a riconoscerlo.
Era l’uomo dell’appartamento.
Stava camminando verso di noi.
Silvia fece un piccolo passo più vicino a me.
— Andrea — disse piano.
— Sì?
La sua voce era appena un sussurro.
— Adesso non dire niente.
— Perché?
Il suo sguardo rimase fisso sull’uomo che si avvicinava.
Poi disse una frase che mi fece gelare il sangue.
— Perché lui non sa che io ti ho scelto.
L’uomo si avvicinava lentamente tra la gente.
Non sembrava avere fretta.
Camminava con le mani nelle tasche dei pantaloncini, come se stesse facendo una semplice passeggiata sul lungomare.
Ma i suoi occhi erano fissi su di noi.
Io lo sentii prima nello stomaco che nella testa.
Quella sensazione strana che arriva quando capisci che sta per succedere qualcosa che non avevi previsto.
Silvia non si mosse.
Era ancora molto vicina a me.
— Respira normalmente — disse piano.
— Sto respirando.
— No, stai trattenendo il fiato.
Aveva ragione.
Provai a rilassarmi.
L’uomo era ormai a pochi metri.
Si fermò davanti a noi.
Per un attimo nessuno parlò.
Il rumore del lungomare continuava intorno: musica lontana, gente che rideva, il mare che si muoveva piano contro gli scogli.
Ma tra noi tre sembrava esserci una specie di bolla silenziosa.
Poi lui sorrise.
— Che coincidenza.
Guardò prima Silvia.
Poi me.
— Non pensavo di trovarvi insieme anche qui.
Silvia fece spallucce.
— È una città piccola.
L’uomo annuì lentamente.
— Già.
I suoi occhi tornarono su di me.
— Andrea, giusto?
— Sì.
— Servizio pranzo a domicilio… e passeggiate serali.
Non lo disse con cattiveria.
Ma nemmeno per scherzo.
Silvia intervenne subito.
— Stavamo solo facendo due passi.
L’uomo si voltò verso di lei.
— Immagino.
Silenzio.
Poi fece un passo avanti e si appoggiò anche lui al muretto che dava sul mare.
Adesso eravamo uno accanto all’altro.
Guardando l’acqua scura sotto il lungomare.
— Bella serata — disse.
Nessuno rispose.
Passarono alcuni secondi.
Poi lui parlò di nuovo.
— Silvia.
— Sì?
— Posso parlarti un attimo?
Il suo tono era tranquillo.
Quasi gentile.
Silvia non si mosse.
— Stiamo parlando.
— Non di fronte a lui.
Quella frase rimase sospesa nell’aria.
Io mi voltai verso Silvia.
Lei rimase immobile per qualche secondo.
Poi sospirò piano.
— Andrea…
Il modo in cui disse il mio nome era diverso.
Più morbido.
— Aspettami qui.
Annuii.
Silvia fece qualche passo con l’uomo lungo la passeggiata.
Non si allontanarono molto.
Una decina di metri.
Ma abbastanza perché non potessi sentire cosa dicessero.
Li guardai parlare.
L’uomo gesticolava poco.
Silvia invece sembrava più tesa.
A un certo punto lui disse qualcosa che la fece irrigidire.
Anche da lontano si capiva.
Lei rispose subito.
Con un gesto veloce della mano.
Come se volesse chiudere la discussione.
Ma lui continuò a parlare.
Più lentamente.
Più vicino a lei.
Passarono forse due minuti.
Poi Silvia tornò indietro.
Da sola.
Il suo viso era cambiato.
Non sembrava arrabbiata.
Sembrava… preoccupata.
— Che succede? — chiesi.
Lei guardò un attimo dietro di sé.
L’uomo era rimasto dov’era.
Appoggiato al muretto.
Ci osservava.
— Dobbiamo andare via da qui — disse Silvia.
— Perché?
— Perché lui non se ne andrà.
— E allora?
Silvia mi guardò negli occhi.
Per la prima volta da quando la conoscevo sembrava davvero indecisa.
— Andrea… ti fidi di me?
— Sì.
Lei annuì.
— Allora vieni.
Scendemmo dalla scalinata verso la spiaggia.
La sabbia era quasi vuota a quell’ora.
Solo le solite coppie sedute lontano, vicino all’acqua.
Camminammo per qualche metro senza parlare.
Poi Silvia si fermò.
Il mare arrivava quasi fino ai nostri piedi.
— Quello che sta succedendo… — disse.
Si fermò.
Come se stesse cercando le parole giuste.
— Non doveva succedere.
— Cosa?
Silvia mi guardò.
E per la prima volta il suo sorriso non c’era.
— Tu.
Il vento muoveva i suoi capelli.
— Io?
— Non dovevi entrare in questa storia.
Il cuore mi batté più forte.
— In che storia?
Silvia rimase in silenzio.
Guardava il mare.
Le onde che arrivavano e si ritiravano lentamente.
Poi disse qualcosa che non mi aspettavo.
— Quell’uomo… non è qui per caso.
— Nemmeno tu, vero?
Lei sorrise appena.
Ma non era un sorriso allegro.
— Nemmeno io.
Il vento si alzò un poco.
La sabbia si mosse sotto i nostri piedi.
Silvia fece un passo più vicino.
— Andrea…
— Sì?
Il suo sguardo era diverso adesso.
Più intenso.
— Se ti dicessi che tra due giorni potrei non essere più qui…
Sentii un nodo nello stomaco.
— Dove vai?
Silvia scosse lentamente la testa.
— Non posso dirtelo.
Il mare arrivò fino alle nostre scarpe.
Poi tornò indietro.
— Però posso dirti una cosa.
— Cosa?
Silvia si avvicinò ancora.
Adesso eravamo di nuovo molto vicini.
Come la notte prima.
— Questa settimana…
Fece una pausa.
— È stata un errore.
Il cuore mi cadde nello stomaco.
Poi lei aggiunse sottovoce:
— Ma è stato l’errore più bello che potessi fare.
Restammo in silenzio.
Il rumore delle onde copriva quasi tutto.
Poi Silvia disse una frase che cambiò di nuovo tutto.
— Domani mattina… voglio mostrarti una cosa.
— Cosa?
Il suo sguardo tornò verso il lungomare.
Dove l’uomo era ancora fermo.
A guardarci.
— La ragione per cui sono venuta qui.
Quella notte dormii poco.
Non era la prima volta che Silvia mi confondeva con le sue frasi a metà, con quel modo di dire le cose senza spiegarle davvero. Ma quella volta era diverso.
“Domani mattina… voglio mostrarti una cosa.”
Continuavo a ripeterlo nella testa mentre fissavo il soffitto della mia stanza.
Fuori si sentiva ancora il rumore lontano del mare.
Alle sette ero già sveglio.
Alle otto ero già fuori di casa.
Non avevamo stabilito un punto preciso dove incontrarci, ma sapevo dove andare. Il posto dove Silvia passava quasi sempre: la scalinata che scendeva dalla passeggiata verso la spiaggia.
Quando arrivai lei era già lì.
Seduta sul muretto, con gli occhiali da sole e i capelli raccolti in una coda veloce. Indossava un vestito chiaro, leggero, che il vento del mattino muoveva piano, sottolineando le sue splendide forme.
Appena mi vide sorrise.
— Sei mattiniero.
— Non ho dormito molto.
Silvia scese dal muretto.
— Immaginavo.
Per un momento restammo in piedi uno davanti all’altro.
La luce del mattino era completamente diversa da quella della notte. Tutto sembrava più semplice, più normale.
Eppure, io sentivo la stessa tensione di ieri sera.
— Lui dov’è? — chiesi.
Silvia capì subito a chi mi riferissi.
— Dorme.
Fece un piccolo sorriso.
— Credo.
Poi mi fece cenno con la testa.
— Vieni.
Cominciammo a camminare lungo il lungomare.
A quell’ora era quasi vuoto. Solo qualche anziano che faceva la passeggiata mattutina e due pescatori seduti sugli scogli.
Camminammo per qualche minuto senza parlare.
Poi Silvia si fermò davanti a una piccola strada che scendeva verso il porto.
— Da questa parte — disse.
Non ci ero mai passato.
La strada era stretta e un po’ in discesa. Case vecchie, porte di legno scolorite dal sale, biciclette appoggiate ai muri.
Dopo un centinaio di metri arrivammo a una piccola piazza.
Il porto era proprio lì davanti.
Barche da pesca ferme sull’acqua, corde tirate sui moli, l’odore forte del mare e del gasolio.
Silvia si fermò.
Guardò le barche per qualche secondo.
Poi disse:
— Andrea… tu pensi che io sia qui per una vacanza.
— Non più.
Lei sorrise appena.
— Giusto.
Si avvicinò a una delle barche ormeggiate.
Era più piccola delle altre, ma tenuta bene.
Lo scafo bianco, il nome dipinto in blu sul lato.
"LUNA NERA".
Silvia posò una mano sulla ringhiera di metallo.
— Vedi questa barca?
Annuii.
— Sì.
— Non è di un pescatore.
— Di chi è?
Silvia mi guardò.
— Di quell’uomo.
Sentii lo stomaco stringersi.
— Quello di ieri sera?
— Sì.
Il mare faceva sbattere piano lo scafo contro il molo.
Silvia salì sul pontile di legno.
Io la seguii.
— Andrea… — disse.
— Sì?
— Lui pensa che io sia venuta qui per aiutarlo.
— Aiutarlo a fare cosa?
Silvia esitò un momento.
Poi fece un piccolo gesto con la mano verso la barca.
— A partire.
Il vento del mattino si alzò un poco.
Le corde della barca scricchiolarono.
— Partire dove?
Silvia scosse la testa.
— Non è importante.
Poi mi guardò con quell’espressione che avevo visto tante volte durante la settimana.
Ma quella volta era diversa.
Più seria.
— La cosa importante è che io non voglio più farlo.
— Perché?
Silvia non rispose subito.
Guardava l’acqua scura del porto.
Poi disse piano:
— Perché adesso c’è un problema.
Il cuore mi batté più forte.
— Che problema?
Silvia alzò lo sguardo verso di me.
Il vento le muoveva i capelli.
— Tu.
Rimasi in silenzio.
Lei fece un mezzo sorriso.
— Non doveva succedere.
— Che cosa?
Silvia non rispose.
Fece invece una cosa strana.
Si chinò e aprì una piccola borsa che aveva appoggiato sul pontile.
Ne tirò fuori qualcosa.
Una busta.
Sottile.
Chiusa.
— Questo — disse.
— Cos’è?
Silvia me la porse.
— Aprila.
Presi la busta.
Dentro c’era una fotografia.
La guardai.
E per qualche secondo non capii.
Poi il cuore mi saltò in gola.
Nella foto c’ero io.
Io e Silvia.
Sulla spiaggia.
Scattata da lontano.
Come se qualcuno ci avesse osservati dal buio.
Alzai lo sguardo verso di lei.
— Chi ha fatto questa foto?
Silvia non rispose subito.
Guardava il mare.
Poi disse una frase che mi fece gelare.
— Andrea…
— Sì?
Il suo sguardo tornò su di me.
— Il problema non è chi l’ha fatta.
Fece una pausa.
— Il problema è che non era destinata a me.
Continuai a guardare la fotografia.
Io e Silvia eravamo sulla spiaggia, vicini alla barca rovesciata.
Ricordavo perfettamente quel momento. Io ero sdraiato accanto a lei mentre la baciavo.
Ma la foto non era stata scattata da vicino.
Era lontana.
Molto lontana.
Come se qualcuno fosse nascosto.
— Chi l’ha fatta? — ripetei.
Silvia non rispose subito.
Il vento faceva muovere le corde delle barche contro il pontile.
Clac.
Clac.
Clac.
Alla fine disse:
— Non lo so.
— Non lo sai?
— No.
La guardai.
— E allora come è arrivata a te?
Silvia si passò una mano tra i capelli.
— Stamattina.
— Dove?
— Sotto la porta dell’appartamento.
Sentii un brivido lungo la schiena.
— Quindi qualcuno…
— Ci osserva — finì lei.
Restammo in silenzio.
Il porto a quell’ora era quasi vuoto. Solo due pescatori che sistemavano le reti poco più in là.
— Andrea — disse Silvia.
— Sì.
— Tu devi smettere di vedermi.
La frase arrivò improvvisa.
— Cosa?
— È meglio così.
— Per chi?
Silvia mi guardò negli occhi.
— Per te.
Scossi la testa.
— Non ha senso.
— Invece sì.
— Perché qualcuno ci ha fatto una foto?
Silvia fece un piccolo sorriso stanco.
— Non hai ancora capito.
Il mare sbatteva piano contro lo scafo della barca.
— Cosa?
Silvia indicò la fotografia che tenevo ancora in mano.
— Quella foto non è un ricordo.
Fece una pausa.
— È un avvertimento.
Il cuore mi batteva forte.
— Da parte di chi?
Silvia non rispose.
Guardò invece la barca.
LUNA NERA.
— Andrea… — disse.
— Sì?
— Lui vuole partire domani notte.
— Con quella barca?
— Sì.
— E tu?
Silvia rimase in silenzio.
Poi disse:
— Io dovrei andare con lui.
Il vento si alzò.
Le corde del pontile scricchiolarono.
— Ma non vuoi.
— No.
Fece un piccolo sorriso.
— Almeno non più.
Io guardai la barca.
— Allora non partire.
Silvia scosse la testa.
— Non è così semplice.
— Perché?
Silvia esitò.
Poi disse piano:
— Perché se non parto… lui penserà che qualcuno mi abbia convinta.
Sentii lo stomaco stringersi.
— Tipo me.
Lei non rispose.
Non ce n’era bisogno.
Passarono alcuni secondi.
Poi Silvia fece un passo più vicino.
— Andrea… devo chiederti una cosa.
— Cosa?
— Stasera non venire sul lungomare.
— Perché?
— Perché potrebbe succedere qualcosa.
— Che cosa?
Silvia non rispose.
Invece prese lentamente la fotografia dalle mie mani.
La piegò.
La rimise nella busta.
Poi disse qualcosa che non mi aspettavo.
— Questa non è l’unica foto.
Il cuore mi fece un salto.
— Come?
Silvia aprì la borsa di nuovo.
Dentro c’erano altre buste.
Almeno cinque.
Le tirò fuori lentamente.
Le posò sul pontile.
Io le guardai.
— Sono tutte…?
Silvia annuì.
— Sì.
Aprii la prima.
Un’altra foto.
Io e Silvia sulla scalinata del lungomare.
La sera prima.
Aprii la seconda.
Io che uscivo dall’appartamento con il vassoio del pranzo.
La terza.
Noi due che camminavamo sulla spiaggia.
La quarta.
Io davanti al portone del palazzo con la vaschetta di gelato al limone.
Sentii la gola seccarsi.
— Da quanto tempo…?
Silvia rispose piano.
— Dal primo giorno.
Il mondo intorno a noi sembrò improvvisamente più silenzioso.
— Andrea… — disse.
— Sì.
— Adesso capisci perché questa settimana è stata un errore.
Guardai di nuovo le fotografie.
— Qualcuno ci ha seguito tutto il tempo.
— Sì.
— Ma perché?
Silvia fece un piccolo sorriso.
Ma nei suoi occhi non c’era niente di divertito.
— È la domanda giusta.
Fece una pausa.
Poi disse la frase che cambiò tutto.
— Il problema è che io so chi è stato.
Il cuore mi saltò in gola.
— Chi?
Silvia alzò lo sguardo verso il lungomare.
Verso la strada che portava alla città.
Poi disse lentamente:
— Ma non è lui.
Indicò la barca.
Poi tornò a guardarmi.
— Andrea…
Il vento muoveva i suoi capelli.
— È qualcuno che conosci anche tu.
E in quel momento sentimmo un rumore dietro di noi.
Passi sul pontile di legno.
Lenti.
Pesanti.
Silvia non si voltò.
Io sì.
E quando vidi chi stava arrivando… capii che la settimana stava davvero finendo nel modo peggiore possibile.
I passi sul pontile si fermarono a pochi metri da noi.
Il legno scricchiolò sotto il peso.
Io mi voltai lentamente.
Per un attimo pensai che fosse l’uomo della barca.
Ma non era lui.
Era qualcuno che conoscevo molto meglio.
Molto più di quanto avrei voluto in quel momento.
— Andrea?
La voce era incredula.
Quasi offesa.
— Che ci fai qui?
Era Marco.
Uno dei miei cugini.
Restai immobile.
Marco si avvicinò di un passo, guardando prima me e poi Silvia.
Sul pontile il vento faceva sbattere piano le corde delle barche.
— Vi stavo cercando — disse.
Il suo sguardo tornò su Silvia.
— Tutti in spiaggia pensano che tu stia ancora male.
Silvia non disse niente.
Marco fece un mezzo sorriso.
— Invece vedo che stai benissimo.
Il suo tono non era aggressivo.
Ma non era nemmeno amichevole.
Io guardai Silvia.
Lei era completamente immobile.
— Marco — dissi.
— Sì?
— Da quanto sei qui?
Lui fece spallucce.
— Abbastanza.
Poi i suoi occhi caddero sulle buste con le fotografie sul pontile.
— Ah.
Si chinò.
Ne prese una.
La guardò.
Il suo sorriso si allargò.
— Interessante.
Il cuore mi batteva forte.
— Marco…
Lui sollevò lo sguardo.
— Sì?
— Sei stato tu?
Per un secondo nessuno parlò.
Il mare sbatteva piano contro il pontile.
Marco guardò la foto.
Poi guardò Silvia.
Alla fine, disse:
— Sì.
Silenzio.
Sentii lo stomaco scendere.
— Perché? — chiesi.
Marco fece un piccolo gesto con la mano.
— Perché qualcuno doveva farlo.
— Far cosa?
— Tenerti d’occhio.
Il vento si alzò un poco.
Silvia lo osservava senza dire niente.
Marco continuò:
— Quando Silvia è arrivata… mi è sembrato subito strano.
— Strano?
— Sì.
Fece un mezzo sorriso.
— Una donna che passa tutto il tempo con un ragazzo di vent’anni mentre finge di stare male.
Il suo sguardo tornò su Silvia.
— Non è proprio una storia originale.
Silvia non reagì.
Marco continuò a parlare.
— Così ho iniziato a fare qualche foto.
— Perché? — ripetei.
Marco sospirò.
— Perché qualcuno me l’ha chiesto.
Il cuore mi fece un salto.
— Chi?
Marco indicò lentamente la barca.
LUNA NERA.
— Lui.
Il mondo sembrò fermarsi per un momento.
— Cosa?
Marco annuì.
— Già.
Guardò Silvia.
— Voleva sapere cosa stavi facendo davvero qui.
Silvia rimase immobile.
— E tu gli hai mandato le foto.
— Certo.
Marco fece spallucce.
— Non pensavo che fosse una cosa così grave.
Poi guardò me.
— Anzi… pensavo di farti un favore.
Sentii la gola secca.
— A me?
— Sì.
Marco fece un piccolo sorriso.
— Perché Andrea… c’è una cosa che tu non sai.
Il vento si fermò per un attimo.
Silvia finalmente parlò.
— Marco.
La sua voce era calma.
Ma molto fredda.
— Non farlo.
Marco la guardò.
— Perché no?
Poi tornò a fissare me.
— Andrea… Silvia non è qui per caso.
— Lo so.
— No.
Marco scosse la testa.
— Non lo sai davvero.
Il mio cuore batteva forte.
— Dimmi.
Marco indicò la barca ancora una volta.
— Lei deve partire con lui stanotte.
Guardai Silvia.
Lei non negò.
Marco continuò:
— E non è una vacanza.
Il vento tornò a muovere l’acqua del porto.
— Allora cos’è?
Marco esitò un secondo.
Poi disse:
— È un lavoro.
Silvia chiuse gli occhi.
Come se sapesse che quel momento sarebbe arrivato.
— Che lavoro? — chiesi.
Marco fece un piccolo sorriso.
— Andrea… quella barca non trasporta turisti.
Il silenzio cadde sul pontile.
Il mare si muoveva lentamente sotto di noi.
— Trasporta persone.
Il cuore mi salì in gola.
— Persone?
Marco annuì.
— Persone che non vogliono essere trovate.
Guardai Silvia.
Lei aprì gli occhi.
E per la prima volta da quando la conoscevo… sembrava davvero stanca.
— Andrea — disse piano.
— Sì?
Il vento muoveva i suoi capelli.
— Adesso capisci perché non doveva succedere.
Restammo in silenzio.
Marco infilò le mani nelle tasche.
— Comunque… adesso non è più un problema.
— Perché?
Marco indicò il mare.
— Perché stanotte partono.
Sentii lo stomaco stringersi.
— E dopo?
Marco fece spallucce.
— Dopo nessuno li rivede più.
Il porto sembrava improvvisamente più freddo.
Più vuoto.
Guardai Silvia.
— È vero?
Lei non rispose subito.
Poi disse soltanto:
— Andrea… devi tornare a casa.
— E tu?
Silvia fece un piccolo sorriso triste.
— Io devo finire quello che ho iniziato.
Marco si allontanò di qualche passo lungo il pontile.
— Bene — disse.
— Io ho fatto il mio lavoro.
Io guardai Silvia.
Il vento ci passava intorno.
Il mare muoveva piano la barca accanto a noi.
— Silvia…
— Sì?
— Non partire.
Lei mi guardò.
E per un secondo tornò quella stessa espressione che aveva avuto la prima volta che l’avevo vista.
Curiosa.
Dolce.
Pericolosa.
Poi si avvicinò.
Mi sfiorò il braccio.
— Se domani mattina questa barca sarà ancora qui…
Fece una piccola pausa.
— Allora significa che ho scelto te.
Il vento si alzò di nuovo.
Silvia si voltò.
E cominciò a camminare lungo il pontile verso la barca.
Io rimasi fermo.
A guardarla.
Finché non salì a bordo.
La barca oscillò leggermente sull’acqua.
E in quel momento capii una cosa.
Quella settimana non era finita.
Era appena iniziata.
Il giorno dopo Silvia scese davvero in spiaggia.
Io la vidi arrivare da lontano.
La nostra famiglia era già sotto l’ombrellone da quasi un’ora. I miei cugini stavano giocando a carte, mia zia Laura parlava con mia madre e mio padre stava leggendo il giornale come faceva ogni mattina.
Quando Silvia comparve sul bagnasciuga successe una cosa strana.
Tutti si voltarono.
Non perché facesse qualcosa di particolare.
Semplicemente perché era… diversa.
Aveva un vestito leggero color sabbia che si muoveva con il vento del mare, e i capelli sciolti sulle spalle. Camminava lentamente sulla sabbia calda come se non avesse nessuna fretta di arrivare.
Io la guardai solo per un secondo.
Poi abbassai lo sguardo.
Ma quando mi sedetti di nuovo sulla sdraio sentii chiaramente la sua voce.
— Guarda chi c’è.
Alzai gli occhi.
Silvia era ferma davanti all’ombrellone.
Sorrideva.
— Il mio infermiere personale.
I miei cugini risero.
— Che infermiere? — chiese uno di loro.
Silvia fece un gesto vago con la mano.
— Andrea mi ha salvato la vita mentre ero prigioniera della scottatura.
Io sentii il viso diventare caldo.
— Mi portava il pranzo — aggiunse.
— Tutti i giorni.
Disse quelle parole guardandomi negli occhi.
Per un secondo mi sembrò che nessun altro esistesse davvero su quella spiaggia.
Poi mia zia Laura intervenne.
— Finalmente ti sei decisa a uscire di casa.
Silvia si sedette sulla sdraio accanto alla mia.
— Il medico ha detto che posso sopravvivere.
I miei cugini tornarono alle loro carte.
La conversazione riprese normalmente.
Ma ogni tanto Silvia si girava verso di me.
Solo per un attimo.
Uno sguardo rapido.
Un mezzo sorriso.
Condividevamo un segreto che nessun altro poteva capire.
Passò tutta la giornata così.
Piccoli momenti.
Piccole provocazioni invisibili.
Una volta mi chiese di passarle l’acqua e le nostre dita si sfiorarono appena.
Un’altra volta si alzò per andare a fare il bagno e, tornando, si fermò accanto alla mia sdraio più del necessario.
— L’acqua è perfetta — disse.
Ma lo disse piano.
Solo per me. Poi scivolò via con quel fantastico corpo profumato di crema abbronzante.
Quando arrivò il tramonto la famiglia cominciò a raccogliere le borse.
— Stasera pizza al porto — disse mio padre.
Tutti annuirono entusiasti.
Ma Silvia scosse la testa.
— Io passo.
— Come mai? — chiese mia zia.
— Voglio fare una passeggiata sul lungomare.
Poi guardò verso di me.
Solo per un secondo.
— Fa troppo caldo per stare seduti a mangiare.
La cosa finì lì.
Ma mentre camminavamo verso casa sentii il telefono vibrare nella tasca.
Un messaggio.
Numero sconosciuto.
Lo aprii.
Lungomare. Dopo le dieci.
Solo quello.
Nessuna firma.
Ma non c’era bisogno.
________________________________________
Alle dieci in punto il lungomare era pieno di gente.
Le luci dei locali si riflettevano sull’acqua nera del mare. La musica usciva dai bar, mescolata al rumore delle onde e alle voci dei turisti.
Io camminavo lentamente lungo il muretto.
Non sapevo esattamente cosa stessi facendo lì.
O cosa avrei detto quando l’avrei vista.
Poi la vidi.
Era appoggiata alla ringhiera che dava sul mare.
Il vento muoveva i suoi capelli.
Indossava lo stesso vestito della mattina, ma senza sandali. Li teneva in mano.
Quando mi avvicinai non si girò subito.
— Sapevo che saresti venuto.
— Come fai a esserne sicura?
Silvia sorrise guardando il mare.
— Perché sei curioso.
Fece un passo indietro e si appoggiò al muretto.
— E anche un po’ incosciente.
Io mi fermai accanto a lei.
Il lungomare era pieno di gente che passeggiava, rideva, mangiava gelati.
Eppure, in quel momento mi sembrava che ci fosse solo il rumore del mare.
— Perché mi hai scritto? — chiesi.
Silvia mi guardò.
— Perché volevo vedere se eri capace di incontrarmi fuori da quella stanza.
Fece una piccola pausa.
— Senza la scusa della crema.
Il vento fece muovere il suo vestito.
— E allora? — disse.
— Sono qui.
— Lo vedo.
Restammo in silenzio qualche secondo.
Poi lei scese dal muretto.
— Vieni.
Iniziò a camminare lungo la passeggiata.
Io la seguii.
Il lungomare di notte aveva un’aria completamente diversa dal giorno. Le luci, la musica lontana, il rumore delle onde.
Dopo qualche minuto, arrivammo in un punto più tranquillo, dove la folla era più diradata.
Silvia si fermò.
Si appoggiò di nuovo alla ringhiera.
— Sai cosa mi piace di questa città?
— Cosa?
Indicò il mare scuro davanti a noi.
— Che tutto sembra possibile.
Il vento le sollevò leggermente i capelli.
— Di giorno è una città normale.
Fece un piccolo sorriso.
— Ma di notte… cambia tutto.
Io la guardai.
— Silvia…
— Sì?
— Non so bene cosa stiamo facendo.
Lei non rispose subito.
Si limitò a osservare il mare.
Poi disse:
— Nemmeno io.
Fece un passo verso di me.
Non abbastanza da toccarmi.
Ma abbastanza da farmi sentire il suo profumo.
— Però so una cosa.
— Quale?
Mi guardò negli occhi.
— Se non fossi venuto stasera… avrei pensato che sei solo un ragazzo molto timido.
Fece una pausa.
— Invece sei qui.
Il vento si alzò leggermente.
Le luci del porto brillavano in lontananza.
Silvia sollevò una mano.
Per un attimo pensai che volesse sfiorarmi il viso.
Ma non lo fece.
Si limitò a fermarsi a pochi centimetri.
— Andrea…
La sua voce era bassa.
— Questa è l’ultima volta che ti invito io.
— Cosa significa? Mica è una competizione.
Un piccolo sorriso comparve sulle sue labbra.
— Che la prossima mossa… tocca a te.
Poi successe qualcosa che non mi aspettavo.
Dal lungomare arrivò una voce familiare.
— Andrea?
Mi girai di scatto.
A pochi metri da noi c’erano due dei miei cugini.
Con i gelati in mano.
E stavano guardando proprio nella nostra direzione.
Silvia non si mosse.
Anzi.
Si avvicinò appena di più.
Abbastanza perché sembrasse che stessimo parlando molto da vicino.
— Adesso — sussurrò — vediamo quanto sei coraggioso davvero.
E sorrise.
Quando sentii la voce di mio cugino Marco il cuore mi salì in gola.
— Andrea?
Era a pochi metri da noi, sul marciapiede del lungomare. Aveva ancora il cucchiaino del gelato in mano.
Accanto a lui c’era sua sorella.
Entrambi ci guardavano.
Io rimasi immobile per un secondo.
Silvia invece no.
Silvia fece esattamente il contrario di quello che mi aspettavo.
Si avvicinò ancora.
Non molto.
Ma abbastanza perché la distanza tra noi diventasse quasi inesistente.
Il suo braccio sfiorò il mio.
— Allora? — sussurrò.
— Sono i tuoi cugini?
Io annuii appena.
— Sì.
Lei sorrise.
Quel sorriso lento che ormai conoscevo.
— Perfetto.
— Perfetto?
Non feci in tempo a dire altro.
I miei cugini si avvicinarono.
— Oh, sei qui — disse lui.
Poi guardò Silvia.
— Ah… ciao. Tu sei Zia Silvia?
Silvia si girò verso di loro con una naturalezza perfetta.
— Ciao. Si Esatto
— Vi conoscete? — chiesi.
Silvia fece una piccola pausa.
Poi disse con calma:
— Siamo una famiglia talmente numerosa che a volte non ci riconosciamo. Forse i vostri genitori, ma voi… sorrise.
Io cercai di sembrare il più normale possibile.
— Le portavo il pranzo quando era malata, si era scottata — dissi.
Mio cugino Marco fece una faccia divertita.
— Ah sì? Fai anche l’infermiera adesso?
Silvia rise, io strinsi gli occhi. Non mi era mai piaciuto essere sfottuto davanti ai miei amici.
— Qualcuno doveva pur salvarmi. Intervenne Silvia.
La conversazione durò pochi secondi.
Poi loro dissero che stavano andando verso il porto a prendere da bere.
— Venite?
Io stavo per rispondere qualcosa.
Ma Silvia parlò di nuovo per prima.
— Noi restiamo ancora un po’ qui.
Disse quella frase con assoluta tranquillità.
Come se fosse la cosa più naturale del mondo.
I miei cugini fecero spallucce, salutarono con un bacetto, e se ne andarono. Marco prima di andare via guardò le il corpo di Silvia per un secondo, facendomi bruciare dalla gelosia.
Li guardai allontanarsi tra la folla e mi tranquillizzai.
Solo quando furono abbastanza lontani mi voltai verso Silvia.
Lei stava ancora sorridendo.
— Sei pazza.
— Forse.
Si appoggiò di nuovo alla ringhiera.
— Però non è successo niente.
Il vento del mare era diventato più fresco, sembrava un respiro.
— Potevano capire.
— Capire cosa?
Mi guardò con aria innocente.
— Stiamo solo parlando.
Io scossi la testa, stizzito.
Silvia mi osservò per qualche secondo, cercando di carpire i miei pensieri.
Poi disse:
— Sai qual è la cosa interessante?
— Cosa?
— Che quando si sono avvicinati… non ti sei allontanato.
Rimasi in silenzio.
Lei inclinò leggermente la testa.
— Potevi farlo.
— Non lo so.
— Sì che potevi.
Fece un piccolo passo verso di me.
— Invece sei rimasto fermo.
Il lungomare era pieno di gente, ma in quel punto la luce era più bassa.
Le onde si infrangevano contro gli scogli sotto di noi, la marea stava salendo, come un presagio.
Silvia sollevò una mano.
Questa volta non si fermò a metà.
Le sue dita sfiorarono il mio polso.
Un gesto leggero, dolce.
Quasi impercettibile.
Una carezza talmente discreta da lasciare in sospeso il mio desiderio, infiammandolo al punto che ne avrei potuto mendicarne ancora.
— Andrea…
— Sì? Mi ridestai da quella riflessione silenziosa-
— Hai capito che questo gioco sta diventando pericoloso?
— Sì.
— Eppure sei ancora qui.
Il suo sguardo rimase fisso sul mio.
— Perché?
Per orgoglio non potei rispondere.
Silvia sorrise appena. Forse grazie ai suoi quaranta anni riusciva e intuire i miei pensieri.
— Vedi?
Fece un piccolo gesto con la testa.
— Questo è il motivo per cui mi piaci.
Il vento sollevò leggermente il suo vestito.
Quella gonna leggera si alzava appena, quasi a sottolineare le sue parole, come se avesse una propria identità, come se fosse animata.
Il rumore del mare riempiva il silenzio tra noi, dando peso alle pause, che mi sembravano eterne.
Passò qualche secondo.
Poi lei disse piano:
— Vieni.
— Dove?
Indicò la scalinata che scendeva verso la spiaggia sotto il lungomare.
— Lì sotto c’è meno luce.
— Silvia…
— Hai paura?
Io guardai la scalinata.
Poi il lungomare alle nostre spalle.
La gente continuava a passeggiare, ridere, parlare.
Il mondo andava avanti come se nulla fosse.
Silvia stava già scendendo i primi gradini.
Si fermò a metà scala.
Si voltò verso di me.
— Andrea.
La sua voce era quasi un sussurro, ma mi arrivava come un meraviglio comando.
— Se non vieni adesso… non scendo da sola.
Il mare sotto di noi era nero.
Le luci del porto tremavano sull’acqua.
Io rimasi fermo un secondo.
Poi feci il primo passo verso la scalinata. Un uomo che sconfitto china la testa al suo boia.
Silvia sorrise.
Un sorriso lento.
Quasi soddisfatto.
— Bene — disse piano.
— Adesso comincia la parte interessante.
E mentre scendevamo verso la spiaggia… sentii di nuovo vibrare il telefono nella tasca.
Un altro messaggio.
Numero sconosciuto.
Lo tirai fuori mentre camminavo.
Lo schermo si illuminò.
Lessi una sola frase.
Non fidarti di Silvia.
Mi fermai di colpo.
E quando alzai lo sguardo verso di lei…
Silvia mi stava osservando.
Come se sapesse esattamente cosa avessi appena letto.
Rimasi fermo sul gradino.
Il telefono ancora acceso nella mano.
Non fidarti di Silvia.
Quelle quattro parole sembravano più pesanti di quanto dovessero essere.
Silvia era qualche gradino sotto di me.
Non si muoveva.
Mi stava guardando.
— Che succede? — chiese.
La sua voce era calma.
Troppo calma.
Io abbassai lentamente il telefono.
— Niente.
Lei inclinò leggermente la testa.
— Sicuro?
— Sì.
Silvia rimase in silenzio per qualche secondo.
Poi fece un piccolo sorriso.
— Andrea…
Fece due passi verso di me, salendo i gradini.
Adesso era quasi alla mia altezza.
— Hai quella faccia che fai quando non dici la verità.
Io infilai il telefono in tasca.
— È solo un messaggio.
— Da chi?
— Non lo so.
Lei non rispose subito.
Continuava a guardarmi.
Poi disse piano:
— Fammi indovinare.
Fece una piccola pausa.
— Dice di stare lontano da me.
Il mio stomaco si strinse.
— Come fai a saperlo?
Silvia sospirò.
Si sedette su uno dei gradini della scalinata.
Il vento muoveva i suoi capelli.
— Perché non sei il primo a riceverlo.
— Cosa?
Lei fece scivolare le dita sulla ringhiera di metallo.
— Questa città è piccola.
— Silvia…
— Qualcuno deve essersi accorto che passo troppo tempo con te.
— Chi?
Lei fece spallucce.
— Una cugina curiosa.
— Un amico geloso.
— O magari qualcuno che pensa di farmi un favore.
Io rimasi in silenzio.
Il mare sotto di noi faceva un rumore continuo, lento.
— Non ti sei spaventato, vero? — disse lei.
— Non lo so.
Silvia sorrise appena.
— Sei molto onesto.
Si alzò dal gradino.
Fece un passo verso di me.
— Andrea…
La sua voce era più morbida adesso.
— Se vuoi possiamo tornare su.
Indicò il lungomare.
— Fare finta che questa sera non sia mai esistita.
Il vento portava l’odore del mare, salato come il boccone che dovevo ingoiare.
Le luci della passeggiata illuminavano appena la scalinata.
Io la guardai.
— E tu?
— Io cosa?
— Vuoi davvero tornare su?
Silvia rimase immobile per un secondo.
Poi scosse lentamente la testa.
— No.
Fece un piccolo sorriso.
— Per niente.
Scese gli ultimi gradini.
Io la seguii.
Eravamo io e quella donna meravigliosa, non mi importava del resto.
La spiaggia sotto il lungomare era quasi deserta.
Solo qualche coppia seduta lontano, vicino agli scogli.
La sabbia era fresca sotto i piedi.
Silvia camminò fino alla linea dove arrivavano le onde.
Poi si fermò.
— Sai qual è la cosa divertente?
— Cosa?
Si voltò verso di me.
— Che quel messaggio adesso ti renderà ancora più curioso.
Il vento ora giocava con suo vestito leggero, come lei giocava con me.
— Non pensi?
Io non risposi.
Silvia fece qualche passo verso di me.
— Andrea.
— Sì?
— Se davvero pensassi che sono pericolosa… non saresti sceso fin qui.
Aveva ragione.
E lo sapeva.
Si fermò a pochi centimetri.
Il rumore delle onde copriva quasi tutte le altre voci del lungomare. Io ero come anestetizzato.
— Però voglio essere onesta — disse piano.
— Quel messaggio non è completamente sbagliato.
Il mio cuore fece un salto.
— Cosa significa?
Silvia sorrise.
Non era il sorriso provocante dei giorni precedenti.
Era diverso.
Più misterioso.
— Significa che potresti pentirti di questa settimana.
Il vento si alzò ancora un po’.
La sabbia si mosse sotto i nostri piedi, aumentando il senso di instabilità che sentivo quando ero insieme a lei.
— Perché? — chiesi.
Silvia non rispose subito.
Si limitò a guardare il mare.
Poi disse una frase che non mi aspettavo.
— Perché non sono qui in vacanza.
Io la fissai.
— Cosa?
Lei tornò a guardarmi.
Il suo sguardo era serio adesso.
— Non nel modo in cui pensi.
Fece un piccolo passo indietro.
— Andrea…
— Sì?
— Hai mai sentito parlare di persone che arrivano in una città… per cambiare completamente vita?
Il vento fece tremare le luci del lungomare sull’acqua e la mia mente.
— Io sono una di quelle.
Il mio stomaco si strinse.
— Non capisco.
Silvia fece un piccolo sorriso.
— Lo so.
Poi aggiunse:
— Ed è per questo che qualcuno ti ha scritto quel messaggio.
Rimasi in silenzio.
Il mare continuava a muoversi lentamente davanti a noi.
Silvia mi osservò per qualche secondo.
Poi disse una cosa che cambiò di nuovo tutto.
— Andrea…
— Sì?
— Se adesso ti avvicini ancora… non torniamo più indietro.
Il vento sollevò leggermente il suo vestito, come un invito.
Le onde arrivarono fino ai nostri piedi, ancora.
E per la prima volta da quando era iniziata quella settimana… capii che non era più solo un gioco.
Poco più in là finivano le luci della passeggiata ed iniziava un tratto di spiaggia senza illuminazione. Ci dirigemmo in quella direzione con passo lento, scambiando qualche parola ogni tanto. Intravedemmo una barchetta chiara, rovesciata sulla spiaggia e ci sedemmo, vicini. Sentivo il suo profumo. Le cinsi le spalle con il braccio, lei poggiò la testa sulla mia spalla. Le diedi un bacio innocente sui capelli, lei sorrise.
Mi prese la mano, e la baciò. Rimasi in ascolto per un attimo, poi tenendola per i capelli la baciai. Non fu un bacio casto, ma il gesto disperato di chi vuole trattenere una persona che ti sfugge, come fa la sabbia tra le dita. La disperata dolcezza lasciò il passo alla rabbia, e questa alla passione animale. Le nostre bocche si incontrarono, umide affamate. Ero furioso, perché tutte quelle parole, quelle frasi incomplete, quel devastante senso di indeterminatezza? Non le avevo chiesto nulla, e mi aveva reso pazzo. Le infilai la lingua completamente in bocca, violandola. La tenevo forte per i capelli inibendo qualsiasi movimento, finalmente ero io a comandare, e non ci sarebbero stati ripensamenti, dubbi o paure. Finalmente potevo avere il controllo di una piccola parte del nostro rapporto. Non incontrai il minimo segno di resistenza, era assolutamente passiva e sottomessa. Creta tra le mie mani, finalmente. Spalancò la bocca lasciandomi infilare tutta la lingua. Esplorai bene fino in fondo e lei fece lo stesso con me. Mi spinsi oltre. Le presi la mano e la poggiai sulla mia coscia, come per un cortese invito, poi attesi, continuando a limonarla. Dal ginocchio salì alla coscia, poi alla patta dei pantaloni e in pochi istanti aveva estratto il mio pisello, scappellandolo come mi piaceva. Bene, stava obbedendo, come un cagnolino, e sentivo il suo piacere crescere in risposta a questa sottomissione.
Pensai allora di alzare la posta, ed esplorai le sue mutandine. Alzai la gonna animata, ed infilai una mano direttamente sotto le mutandine, per sentire la sua fica. Non si mosse, ma le spalancai le cosce, come per prendere qualcosa che mi apparteneva. Ebbi finalmente accesso alle sue grazie. Che Dio benedica le quarantenni!
Ripresi fiato ed iniziai ad accarezzarla delicatamente propria sopra le labbra, soffermandomi ogni tanto sul monte di venere, come mi aveva insegnato una ex più grande. Lei continuava a segarmi, come aveva fatto nella sua stanza.
Il mare arrivò vicino ai nostri piedi e poi si ritirò lentamente nella sabbia.
Nessuno dei due si mosse per non rovinare il momento. Per un istante mi guardai intorno. Il vento, il mare, la spiaggia deserta e fui assalito dalla sensazione di essere grande, di essere finalmente un uomo che ha trovato il proprio posto nel mondo, ma soprattutto tra le cosce della propria donna.
Il vento faceva muovere il suo vestito leggero, e ogni tanto i capelli le cadevano davanti al viso. Lei non li sistemava. Li lasciava lì, come se non volesse interrompere quel momento.
— Hai sentito quello che ho detto — mormorò.
— Sì.
— Eppure, non ti sei allontanato.
Io non risposi.
La verità era semplice: non riuscivo ad allontanarmi.
Silvia sbilanciò in avanti, elasciandosi cadere sulla sabbia, nascosta dalla chiglia della barca rispetto alle luci della passeggiata ormai distante.
Adesso la distanza tra noi era quasi inesistente, eravamo sdraiati sulla sabbia fresca, le sue mani sul mio pisello in tiro e le mie tra le sue gambe spalancate.
— Andrea…
— Sì?
— Sai qual è la cosa che mi incuriosisce di più?
Scossi appena la testa.
— Che continui a guardarmi come se non sapessi se scappare o restare.
Il rumore delle onde copriva quasi tutte le altre voci del lungomare.
— E tu cosa preferiresti? — chiesi.
Silvia sorrise lentamente.
— Che restassi.
Perché doveva parlare sempre? Ma non mi sfuggì il peso di quelle parole. Strinsi tre dita e le puntai all’ingresso della sua fica, poi la fissai negli occhi per un istante. Mi guardò di rimando supplichevole, con una espressione innocente da bambina, ed infine spinsi nella sua fica fradicia fin dove riuscii ad arrivare. Le sue carni si aprirono per accogliermi e lei ebbe un sussulto, accompagnato da un gemito sulle mie labbra.
Il vento si alzò un poco.
La sabbia fredda sotto i piedi, l’odore del mare, le luci lontane del porto e la mia mano che la scopava lenta. Le tre dita che entravano e uscivano piano, il profumo della sua crema. Ero in paradiso.
Tutto sembrava più intenso.
— Tutta questa settimana… — continuò piano — abbiamo fatto finta che fosse un gioco.
Io annuii appena.
— La crema.
— Il pranzo.
— Le visite a mezzogiorno.
Fece un piccolo sorriso.
— Ma tu lo sai… vero?
— Cosa?
Le sue dita scivolarono lentamente lungo la mia asta a raggiungere le palle.
— Che non era solo quello.
Il cuore mi batteva forte.
Silvia si avvicinò ancora di qualche centimetro per sentire meglio il contatto con il mio corpo.
Adesso sentivo il suo respiro, ansimava, ma non smetteva di parlare.
— Andrea…
— Sì?
— Dimmi la verità.
Fece una piccola pausa.
— Quando venivi in quella stanza… venivi davvero solo per portarmi il pranzo?
La domanda rimase sospesa tra noi.
Il vento si calmò per un attimo.
Io non risposi subito.
Silvia mi osservava con quell’espressione curiosa che avevo visto fin dal primo giorno.
Poi fece qualcosa di improvviso.
Si avvicinò ancora, mentre io continuavo a scoparla con la mano, aprendo a momenti alterni le dita per spalancarla completamente.
Ora era avvinghiata a me, e sentivo anche il contatto con il suo seno.
— Lo vedi? — disse piano.
— Adesso non stai più pensando alla crema.
Il mare tornò a salire sulla sabbia.
Le onde lambirono i nostri piedi.
Silvia abbassò lo sguardo un momento.
Poi lo rialzò.
— Quel messaggio…
Indicò la mia tasca.
— Forse voleva proteggerti.
Fece una pausa.
— O forse voleva rovinare questo momento.
Il suo sguardo rimase fisso sul mio.
— Ma la verità è che ormai è troppo tardi.
— Per cosa?
Un sorriso lento comparve sulle sue labbra.
— Per fermarsi.
Il vento tornò a muovere i suoi capelli.
Silvia sollevò la mano, lasciando il mio cazzo.
Per un istante pensai che si sarebbe fermata a metà.
Invece sfiorò lentamente il lato del mio viso.
Solo per un secondo.
Poi ritirò la mano.
Come se non volesse ancora superare quella linea invisibile e intima.
— Vedi? — disse piano.
— Anche adesso sto cercando di essere prudente.
Io la guardai.
— Prudente?
Lei annuì.
— Se facessi davvero quello che mi passa per la testa… questa notte finirebbe molto diversamente.
Il mio cuore accelerò.
Silvia sorrise vedendo la mia reazione.
— Però non voglio che succeda tutto troppo in fretta.
Il mare si mosse di nuovo davanti a noi.
Le luci del lungomare tremavano sull’acqua.
— Perché?
Adesso eravamo davvero a un respiro di distanza.
— Perché — sussurrò — quando qualcosa arriva troppo facilmente… non è mai davvero indimenticabile.
Restammo così qualche secondo.
Immobili. Il pensiero di un ulteriore rinvio mi fece impazzire. Ero stanco di ascoltare tutte quelle storie e la mia mazza chiedeva attenzioni. Volevo sborrare. E volevo che fosse proprio zia Silvia a darmi quella soddisfazione che tanto avevo bramato. Ripensai al piacere nei suoi occhi quando, impedendole di parlare, la avevo sottomessa ai miei baci. Poi presi un respiro profondo, e come un uccello che lascia il nido mi lanciai. Avevo ancora le mani tra le sue gambe, quindi mi voltai su un fianco, la cinsi intorno al collo, e aumentai il ritmo. Questa volta misi da parte dolcezza e pazienza, ed usai la forza. La tenni a terra, le presi la mano e la portai nuovamente sul mio cazzo, e pompai con tutta la forza del braccio sinistro. Silvia comprese immediatamente le mie intenzioni, e cercò di fermarmi, primi divincolandosi, poi cercando di parlare ancora. Mi attaccai forte al suo corpo, bloccandolo completamente. Le infilai la lingua in bocca, fino in fondo, e le spalancai la fica quasi infilandole tutta la mano. Davanti alla mia irruenza non reagì più, anzi rovesciò la testa all’indietro e spalancò le cosce per favorire la penetrazione. Poi rantolò, iniziando a ripetere il mio nome, siiiii, ficcami la mano nella fica, mi piace. Hai già capito come devi fare con me vero? Scopami tutta siiii. Ed iniziò a rantolare come un animale ferito. La sua mano intanto aveva recuperato la mia cappella e mi segava con ritmo ed entusiasmo. Durò ancora pochi istanti, si fermo, diventando silenziosa, ed ebbe un orgasmo fantastico, inondando la mia mano di umori bollenti. Volle subito riprendere il controllo del suo corpo e tornò ad essere loquace. Forse era un meccanismo di difesa, ma che palle pensai! Tentò ancora ad usare le parole per confondermi, ma ormai avevo capito il trucco. Mi sdraiai sulla schiena con il cazzone in erezione, ero veramente infoiatissimo e se zia Silvia pensava di cavarsela così, si sbagliava di grosso. Mi voltai verso di lei, la baciai per zittirla, poi ripresa la parola la ammonii. Adesso stai zitta! Mi guardò con uno sguardo a metà tra l’offeso e il complice, poi la presi per i capelli e con decisione le misi la testa sul mio cazzo. Ci fu un accenno di ribellione, mise le mani sul mio pube per respingermi, ed appoggiò la guancia al mio uccello, ma non poté contrastare la mia forza. La presi meglio i capelli in un crocchio, la discostai da me quanto sufficiente a posizionare la nerchia sulle sue labbra e le dissi: succhia!
Sentii subito il pisello entrare in un ambiente caldo ed umido, accogliente ed intimo. Il resto fu facile, tenendola per i capelli le diedi il ritmo e lei fece il resto. Capivo che era tremendamente eccitata e quello che più la faceva impazzire era la sottomissione, la violenza che avevo usato per obbligarla a succhiare il mio cazzo. Era un suo segreto che ora diventava un’arma tra le mie mani. Alzai gli occhi al cielo, e mi godetti quelle fantastiche labbra che salivano e scendevano lente, lubrificando con molta saliva il mio cazzo. In certi momenti mi divertivo ad affondare completamente nella sua bocca, e mi rendevo conto che aveva difficoltà a ingoiarlo tutto, ma quella sofferenza, unita alla mia prepotenza la mandava in estasi, e quando riprendeva fiato ansimava come una cagna in calore. La mia cagna.
Poi dal lungomare arrivò una musica più forte, le risate di una piccola comitiva che passava sulla passeggiata.
Il mondo tornò a farsi sentire.
Silvia provò a ritrarsi, coprendo le gambe, ma non glielo permisi.
Continuai a tenerla per i capelli imponendo il su e giù anche quando il gruppo arrivò a pochi passi dalla nostra barca. Si accorsero di noi quando si sedettero sulla chiglia, e lo spettacolo fu fantastico. Silvia con la gonna alzata ed il culo ben in vista mi stava facendo una sonora pompa. Avrebbe voluto nascondersi ai loro occhi ma non glielo permettevo, e questo la faceva mugolare, aumentando imbarazzo ed eccitazione. Ci osservarono per un istante, in un comico passarola.
“C’è una che sta facendo una pompa al ragazzo”, poi la risposta di una ragazzetta: beati loro!
Poi il più sveglio raccolse il pallone che aveva messo sulla sabbia, e scusandosi portò via l’allegra comitiva.
Noi non li degnammo di uno sguardo, e continuammo tranquilli, come nulla fosse accaduto. Qualche tempo dopo sentii che zia Silvia si rilassava, i suoi movimenti divennero più fluidi, e alla fine non resistetti più. Senza dire nulla, senza avvertire o chiederle il permesso mi svuotai usando la sua bocca, semplicemente. Le diedi tutta la mia sborra, fino all’ultima goccia. Lei si staccò, rossa in viso e soddisfatta. Un’altra gocciolina usci dalla mia cappella, ed io irreverente le presi di nuovo i capelli, ordinandole: pulisci bene!
Lei eseguì dolce ed obbediente. Lo prese di nuovo in bocca, lo affondò fino alle palle, provocandosi un leggero conato, poi lo succhiò più forte, spostandosi dalla base alla punta. Si fermò, succhiò meglio la punta, se la tolse di bocca per guardare meglio, se fosse perfettamente linda, ma la luce non era sufficiente; quindi, diede ancora un paio di succhiate, infine un bacetto sulla punta, e lo rimise nelle mutande. Mi guardò ed esclamò, perfettamente pulito!
La tensione erotica si ruppe con una fragorosa risata.
Ma solo un poco.
— Domani — disse.
— Domani cosa?
Il suo sorriso tornò quello provocante dei giorni precedenti.
— Domani non verrò in spiaggia con la nostra famiglia.
Fece una pausa.
— E non resterò nemmeno chiusa in casa.
Io la guardai.
— Dove sarai?
Silvia si chinò per raccogliere i sandali dalla sabbia.
Poi tornò a guardarmi.
— Se sei curioso… lo scoprirai.
Fece qualche passo verso la scalinata.
Poi si fermò.
Si voltò un’ultima volta.
Il vento le muoveva i capelli nel buio.
— Andrea…
— Sì?
Il suo sorriso si allargò appena.
— Domani sarà molto più difficile resistere.
E senza aggiungere altro… salì lentamente verso le luci del lungomare.
Il giorno dopo non riuscii a concentrarmi su niente.
La spiaggia era piena di gente come sempre. Ombrelloni, bambini che correvano, il rumore delle onde e della musica che arrivava dagli stabilimenti.
Eppure, io continuavo a guardare verso il lungomare.
Silvia non c’era.
Mia madre se ne accorse. Mia madre capiva sempre tutto, era il suo superpotere, ma era anche discreta.
— Tua zia oggi non scende?
Scrollai le spalle.
— Credo voglia riposare ancora.
In realtà sapevo che non era vero.
Quella mattina mi aveva mandato solo un messaggio.
Se passi verso mezzogiorno… forse sono in casa.
Nient’altro.
Nessuna spiegazione.
A mezzogiorno presi il solito vassoio con il pranzo. Ormai era diventata quasi una scusa ufficiale.
Nessuno disse niente.
— Portaglielo tu — disse mia madre. — Così mangia qualcosa.
Annuii.
Il sole era forte mentre percorrevo la strada verso il suo appartamento.
Il caldo faceva vibrare l’aria sopra l’asfalto.
Quando arrivai sotto il palazzo il cuore mi batteva già più veloce.
Non sapevo bene perché.
Forse per quello che era successo la sera prima.
Forse per quello che poteva succedere.
Salii le scale lentamente.
La porta dell’appartamento era socchiusa.
Bussai piano.
— Silvia?
Nessuna risposta.
Entrai.
L’appartamento era silenzioso. Le persiane erano quasi tutte chiuse e la luce filtrava in strisce sottili sul pavimento.
Dalla camera da letto arrivava il suono basso della televisione.
Mi avvicinai.
— Ti ho portato da mangiare.
La porta era aperta.
Silvia era sul letto.
Per un secondo rimasi fermo sulla soglia.
Era sdraiata di lato, con la schiena appoggiata ai cuscini.
Indossava solo una camicia larga, di quelle leggere che si usano al mare.
Le gambe erano scoperte sotto il lenzuolo sottile.
Quando mi vide, sorrise piano.
— Pensavo non venissi.
Appoggiai il vassoio sul comodino.
— Mi hai scritto tu.
— È vero.
La televisione illuminava la stanza con una luce azzurra.
Silvia si sollevò un poco sui gomiti.
— Come sta la mia famiglia rumorosa?
— In spiaggia.
— Tutti?
— Tutti.
Fece un piccolo sorriso.
— Perfetto.
Quelle parole mi fecero sentire uno strano brivido.
Silvia spense la televisione con il telecomando.
La stanza diventò ancora più silenziosa.
— Vieni qui — disse.
Indicò il bordo del letto.
Mi sedetti.
Per qualche secondo nessuno parlò.
Silvia prese il cucchiaio e assaggiò un po’ di pasta dal vassoio.
— Mmh… tua madre cucina sempre bene.
Poi posò il cucchiaio.
— Però non avevo davvero fame.
La guardai.
— Allora perché mi hai fatto venire?
Silvia inclinò la testa.
— Secondo te?
Il suo sguardo era lo stesso della sera prima sulla spiaggia.
Curioso.
Provocante.
Mi accorsi che la camicia le era scivolata leggermente da una spalla.
La pelle lì era ancora un po’ arrossata dal sole dei giorni prima.
Silvia lo notò.
— Vedi? — disse piano. — Non è ancora guarita del tutto.
Sfiorò la spalla con le dita.
— Brucia ancora un po’.
Rimasi in silenzio.
Lei mi osservò.
— Non mi hai più messo la crema.
Il cuore mi fece un salto.
— Pensavo fosse passata.
Silvia sorrise lentamente.
— Non del tutto.
Dal comodino prese il tubetto che avevo usato nei giorni precedenti.
Lo fece girare tra le dita.
— Ti ricordi?
Annuii.
— Certo.
Silvia si spostò un poco sul letto.
La camicia si sollevò appena sulle cosce mentre cambiava posizione.
— Allora aiutami ancora.
Il suo tono era tranquillo.
Quasi innocente.
Eppure, la stanza sembrava improvvisamente più piccola.
Presi il tubetto.
Spremetti un po’ di crema sulle dita.
Silvia si voltò lentamente, dandomi la schiena.
La camicia scivolò un poco più giù sulle spalle.
La pelle era calda sotto la luce morbida che filtrava dalle persiane.
Appoggiai le dita sulla sua spalla.
Silvia fece un piccolo respiro.
— Così va bene.
Cominciai a spalmare la crema lentamente.
Era un gesto che avevo già fatto.
Eppure, quella volta era diverso.
Silvia rimaneva immobile.
Solo il suo respiro si muoveva piano.
— Andrea…
— Sì?
— Ieri sera non mi hai risposto.
— A cosa?
— Alla domanda.
Continuai a muovere le mani lentamente sulla sua schiena.
— Quale domanda?
Silvia girò appena il viso verso di me.
— Se venivi davvero solo per portarmi il pranzo.
Le mie dita si fermarono per un secondo.
Poi ripresero a muoversi.
Silvia fece un piccolo sorriso.
— Lo immaginavo.
La crema si stava assorbendo.
Le mie mani si muovevano più lentamente adesso.
Quasi senza pensarci.
Silvia lasciò uscire un respiro più lungo.
— Sai qual è la cosa pericolosa?
— Cosa?
La sua voce era quasi un sussurro.
— Che ormai ti sei abituato a toccarmi.
La frase rimase sospesa nell’aria.
Io non risposi.
Le mie mani si fermarono.
Silvia si voltò lentamente verso di me.
Adesso eravamo molto vicini.
Il lenzuolo era scivolato un poco mentre si muoveva.
Lei lo tirò appena su, con un gesto lento.
Poi mi guardò negli occhi.
— Vedi?
Fece una piccola pausa.
— Non è successo niente.
Il suo sorriso tornò.
— Eppure, sembra che stia succedendo tutto.
Il silenzio nella stanza diventò più intenso.
Silvia appoggiò una mano sul mio polso.
Solo per un momento.
— Andrea…
— Sì?
Il suo sguardo si fece più serio.
— Se resti ancora un po’ qui…
La frase si fermò a metà.
— Cosa succede?
Silvia sorrise piano.
Poi disse soltanto:
— Lo scopriremo.
Non so dire con precisione quanto tempo restammo così.
La stanza era silenziosa.
La televisione spenta.
Solo la luce sottile che passava tra le persiane e il rumore lontano del mare.
Silvia non aveva tolto la mano dal mio polso.
La sua pelle era calda.
Non stringeva, non tirava.
La teneva lì, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
— Andrea — disse piano.
— Sì.
— Hai smesso.
Abbassai lo sguardo.
Le mie mani erano ancora sulla sua schiena, ma ferme.
La crema si era quasi assorbita del tutto.
— Pensavo fosse abbastanza.
Silvia sorrise appena.
— Per la scottatura sì.
Fece una piccola pausa.
— Per il resto… non lo so.
Sentii il mio stomaco stringersi.
Lei si mosse appena sul letto.
La camicia si piegò sotto la schiena e il lenzuolo scivolò un poco più giù sulle gambe.
Non sembrava farci caso.
O forse sì.
— Sai una cosa strana? — disse.
— Cosa?
— Quando mi hai messo la crema il primo giorno… pensavo che ti saresti sentito a disagio.
Fece un piccolo sorriso.
— Invece sei stato molto… attento.
Non sapevo cosa dire.
Silvia lasciò il mio polso.
Poi si girò lentamente verso di me.
Il movimento fu lento, quasi studiato.
Adesso eravamo seduti uno di fronte all’altro sul letto.
Molto vicini.
Troppo vicini.
Per un momento nessuno parlò.
Io sentivo il suo profumo.
Un odore leggero, di crema solare e shampoo.
Silvia appoggiò una mano sul materasso, tra noi.
— Posso chiederti una cosa?
Annuii.
— Certo.
Lei mi guardò con quella espressione curiosa che avevo imparato a conoscere.
— In questi giorni… hai mai pensato a me quando non ero nella stanza?
La domanda arrivò così, senza preparazione.
Il cuore mi fece un salto.
— Non devi rispondere subito — aggiunse.
Ma stava sorridendo.
Come se già conoscesse la risposta.
Io abbassai lo sguardo.
Silvia fece un piccolo respiro.
— Lo vedi?
— Cosa?
— È quello che mi piace di te.
Inclinò leggermente la testa.
— Sei onesto anche quando non parli.
La stanza sembrava ancora più calda.
Lei sollevò una mano.
Per un attimo pensai che avrebbe toccato di nuovo il mio viso.
Invece si fermò a metà.
Poi cambiò idea.
Le sue dita sfiorarono lentamente il mio collo.
Solo un gesto leggero.
Ma bastò.
Silvia lo notò subito.
— Tranquillo — mormorò.
— Non sto facendo niente.
Ma non ritirò la mano.
Rimase lì.
Le sue dita si muovevano appena sulla pelle.
— Andrea…
— Sì?
— Ti ricordi quello che ti ho detto ieri sera sulla spiaggia?
Annuii.
— Che non sei qui solo in vacanza.
Silvia sorrise lentamente.
— Esatto.
Poi aggiunse, quasi sottovoce:
— E che potresti pentirti di questa settimana.
Il silenzio tornò tra noi.
Io la guardai.
— Perché?
Silvia non rispose subito.
Si limitò a studiare la mia faccia.
Poi fece una cosa che non mi aspettavo.
Si avvicinò ancora.
Adesso la distanza tra noi era davvero minima.
— Perché — disse piano — quando l’estate finisce… certe cose non tornano più indietro.
Il mio respiro si fermò per un secondo.
Lei lo notò.
Il suo sorriso diventò più dolce.
— Non devi avere paura.
— Non ho paura.
— Davvero?
Scossi appena la testa.
Silvia mi osservò ancora qualche secondo.
Poi lasciò uscire un piccolo sospiro.
— Sai qual è il problema?
— Quale?
Il suo sguardo scese un momento sulle mie mani.
Ancora ferme sulle sue spalle.
— Che stiamo facendo finta di niente.
La sua voce era quasi un sussurro.
— Ma lo sappiamo tutti e due.
— Cosa?
Silvia sollevò gli occhi.
Il suo viso era a pochi centimetri dal mio.
— Che se resto ancora qui…
Fece una piccola pausa.
Poi finì la frase con un sorriso appena accennato.
— Succederà qualcosa che nessuno dei due aveva previsto.
Il tempo sembrava essersi fermato.
Io sentivo il suo respiro.
Il suo profumo.
Il calore della sua pelle.
Silvia non si muoveva.
Aspettava.
Come se volesse vedere cosa avrei fatto io.
La abbracciai, la baciai, e la feci sdraiare a pancia sotto sul letto. Ripresi la crema, e sollevai la camicia, sfilandogliela dalla testa.
Si sentiva la tensione tra noi. Presi la crema e inizia a spalmarla sulle sue spalle. Osservavo il suo corpo nudo e la forma delle sue chiappette disposte sul letto, pronte. Inizia lento a sfiorarle i fianchi e puntualmente iniziò ad essere logorroica per la tensione. Scesi ancora lungo la linea dei lombi, e lei protestò.
Le dissi perentoriamente di fare silenzio, le si voltò un attimo e sorridendomi ammise, mi piace quando mi dici cosa devo fare.
Lo so risposi secco.
La mia mano ora era sicura, presi ancora crema, e scesi dove inizia il solco del sedere. Lei si mosse appena, per esporre meglio il suo fantastico culetto. Presi un cuscino e lo misi sotto il suo bacino, sollevandolo. Il suo buchino era magnificamente esposto, la sua figa si intravedeva attraverso le gambe tornite. Depilata e liscia come me la ricordavo dalla sera prima. Scesi a massaggiare il suo culetto, lo sentii piano aprirsi sotto la pressione delle mie dita. Poi iniziai ad esplorarlo con il medio, aprendolo a mio piacimento. La scopavo piano con il dito, e lei era li sottomessa e vogliosa. Poi due dita, sapevo che le faceva male, perché era molto stretta, ma la cosa dava piacere ad entrambi e continuai, aspettando il momento di poter entrare con altro. Ogni tanto le schiaffeggiavo le chiappe e le dicevo che era proprio una grande fica. Lei mugolava con la faccia affondata nel cuscino e sculettava come un cucciolo che fa le feste.
E fu in quel momento che successe una cosa completamente inattesa.
Dal corridoio arrivò un rumore.
Il suono metallico della porta d’ingresso.
Qualcuno stava provando ad aprire.
Silvia si voltò di scatto.
I suoi occhi incontrarono i miei.
Per la prima volta da quando la conoscevo… sembrò davvero sorpresa.
— Non può essere… — mormorò.
Un secondo dopo la maniglia della porta girò.
Il suono della maniglia durò appena un secondo.
Ma a me sembrò lunghissimo.
Silvia si era irrigidita accanto a me. Non si era ancora spostata dal letto, ma il suo corpo aveva perso quella calma lenta che aveva avuto fino a pochi istanti prima.
— Non può essere… — ripeté sottovoce.
Io non capivo.
Dal corridoio arrivò di nuovo il rumore della porta.
Questa volta più forte.
Qualcuno stava davvero entrando.
Silvia si alzò dal letto in fretta. Infilò rapida un calzoncino e una t-shirt che erano appoggiate su una sedia.
Si avvicinò alla porta della camera e rimase ferma ad ascoltare.
Io rimasi seduto sul bordo del letto, con il cuore che batteva forte, in attesa che l’erezione passasse.
— Chi è? — sussurrai.
Silvia non rispose subito.
Dal corridoio arrivò il rumore di passi.
Lenti.
Poi una voce.
— Silvia?
Era una voce maschile.
Non molto forte, ma abbastanza vicina.
Silvia chiuse gli occhi per un secondo.
Poi si voltò verso di me.
Il suo sguardo era completamente diverso da prima.
Non più provocante.
Adesso sembrava… concentrato.
— Devi restare qui — disse piano, indicando il mio pacco ben visibile.
— Perché?
— Fidati.
La porta della camera era ancora socchiusa.
Dal corridoio entrava una striscia di luce.
La voce chiamò di nuovo.
— Silvia, ci sei?
Lei fece un respiro lento.
Poi uscì dalla stanza.
Io rimasi lì, seduto sul letto.
Sentii i suoi passi nel corridoio.
Poi la sua voce.
— Sì, sono qui.
La voce dell’uomo si fece più vicina.
— Pensavo fossi scesa al mare.
— Non oggi.
Seguì un breve silenzio.
Io non riuscivo a vedere niente, solo la luce del corridoio che attraversava la porta semiaperta.
— Non sapevo fossi tornato — disse Silvia.
— Sono passato a prendere una cosa.
L’uomo sembrava muoversi nell’ingresso.
— Tutti gli altri sono in spiaggia?
— Sì.
Un’altra pausa.
Il mio cuore batteva sempre più forte.
Poi l’uomo disse:
— Ho visto una bicicletta fuori.
Silenzio.
Silvia non rispose subito.
Io trattenni il respiro.
— È di Andrea — disse lei alla fine.
La voce uscì tranquilla.
Naturale.
Come se non ci fosse niente di strano.
— È venuto a portarmi da mangiare.
I passi dell’uomo si fermarono.
— Ah.
Ancora silenzio.
Io guardavo la porta della camera, immobile.
Non sapevo se alzarmi o restare seduto.
Dopo qualche secondo la voce dell’uomo tornò.
— Posso salutarlo?
Il cuore mi salì in gola.
Silvia non parlò per un momento.
Poi disse:
— È in camera.
I passi ripresero.
Si avvicinarono lungo il corridoio.
Io mi alzai dal letto quasi senza pensarci.
La porta si aprì lentamente.
L’uomo si fermò sulla soglia.
Avrà avuto poco più di trent’anni.
Capelli scuri, la pelle segnata dal sole.
Per un attimo mi guardò senza dire niente.
Poi fece un piccolo sorriso.
— Ciao.
— Ciao.
Silvia era dietro di lui.
Appoggiata alla parete del corridoio.
Le braccia incrociate.
Stava osservando la scena in silenzio.
L’uomo entrò di un passo nella stanza.
— Allora sei tu Andrea.
Annuii.
— Sì.
Lui indicò il vassoio sul comodino.
— Servizio pranzo a domicilio?
Sorrise.
— Gentile da parte tua.
Non sembrava arrabbiato.
Ma c’era qualcosa nel modo in cui guardava la stanza.
Come se stesse cercando di capire qualcosa.
Il letto ancora disfatto.
Il tubetto della crema sul comodino, senza il tappo.
Silvia parlò da dietro di lui.
— Andrea stava andando via.
La frase cadde nella stanza con calma.
Come una piccola pietra nell’acqua.
L’uomo si voltò verso di lei.
— Ah sì?
Silvia fece spallucce.
— Gli stavo solo dicendo grazie per il pranzo.
Poi tornò a guardare me.
I suoi occhi rimasero sui miei per un secondo.
— Vero?
Io annuii.
— Sì.
L’uomo fece un piccolo cenno con la testa.
— Allora non vi trattengo.
Si spostò dalla porta per farmi passare.
Io presi il vassoio vuoto dal comodino, lasciando il piatto pieno.
Quando gli passai accanto sentii il suo sguardo su di me.
Non ostile.
Ma attento.
Molto attento.
Uscii nel corridoio.
Silvia mi seguì fino alla porta d’ingresso.
L’uomo rimase indietro, vicino alla cucina.
Quando arrivammo vicino alla porta lei parlò sottovoce.
— Andrea.
Mi voltai.
Era molto vicina.
Il suo sguardo era tornato quello di prima.
Calmo.
Ma acceso.
— Non è finita.
Il cuore mi batté più forte.
— Cosa?
Silvia sorrise appena.
— Anzi.
Fece una piccola pausa.
— Adesso diventa interessante.
Poi aprì la porta.
La luce forte del pomeriggio entrò nell’ingresso.
— Ci vediamo stasera sul lungomare.
Il suo sorriso si allargò appena.
— Se hai ancora il coraggio di venire.
Quella sera il lungomare era pieno come sempre.
Le luci dei bar riflettevano sull’acqua e la musica arrivava da ogni direzione. Turisti che camminavano lentamente, bambini con i gelati, gruppi di ragazzi seduti sui muretti.
Io camminavo senza una meta precisa.
Ma in realtà sapevo benissimo dove stavo andando.
Il punto dove la sera prima Silvia mi aveva fermato sulla scalinata.
Non ero nemmeno sicuro che sarebbe venuta.
Eppure, continuavo a guardare tra la gente.
Ogni tanto mi sembrava di riconoscerla tra le luci e le ombre della passeggiata.
Ma non era mai lei.
Passarono quasi venti minuti.
Stavo quasi per tornare indietro quando sentii la sua voce.
— Pensavo non venissi.
Mi voltai.
Silvia era appoggiata al muretto che dava sulla spiaggia.
Indossava un vestito scuro, molto semplice, che il vento muoveva appena.
Sembrava quasi diversa da come l’avevo vista durante il giorno.
Più seria.
— Sei arrivata adesso? — chiesi.
Silvia scosse lentamente la testa.
— Sono qui da un po’.
Fece un piccolo sorriso.
— Volevo vedere se avevi davvero il coraggio di venire.
Mi avvicinai.
Il mare sotto di noi era quasi nero.
Solo le luci lontane delle barche si muovevano lentamente sull’acqua.
— Allora? — disse lei.
— Allora cosa?
— Hai cambiato idea?
La guardai.
— Su cosa?
Silvia fece un piccolo gesto con la mano.
— Su tutto questo.
Tra noi scese un breve silenzio.
Il vento muoveva i suoi capelli.
— No — dissi alla fine.
Lei mi osservò per qualche secondo.
Poi annuì.
— Bene.
Si staccò dal muretto.
— Andiamo a fare due passi.
Cominciammo a camminare lungo la passeggiata.
Per un po’ nessuno dei due parlò.
Ogni tanto qualcuno passava vicino a noi senza farci caso.
Turisti.
Famiglie.
Coppie.
Silvia camminava lentamente accanto a me.
Le nostre spalle ogni tanto si sfioravano.
— Andrea — disse a un certo punto.
— Sì?
— Oggi pomeriggio non ti sei spaventato.
— Quando?
— Quando è arrivato lui.
Io rimasi in silenzio.
— Chi è? — chiesi.
Silvia non rispose subito.
Guardava il mare mentre camminavamo.
— Una persona complicata.
— Non sembra uno che passa solo a prendere una cosa.
Lei sorrise appena.
— Infatti.
Continuammo a camminare ancora qualche metro.
Poi Silvia si fermò.
Si voltò verso di me.
— Andrea… devo dirti una cosa.
Il suo tono era diverso.
Più serio.
— Cosa?
Silvia fece un piccolo respiro.
— Tutto quello che è successo tra noi… non era nei miei piani.
Il cuore mi fece un salto.
— In che senso?
Lei non rispose subito.
Invece guardò oltre la mia spalla.
Verso la strada dietro di me.
Il suo sguardo cambiò all’improvviso.
— Accidenti.
Mi voltai anch’io.
Dall’altra parte della passeggiata, tra la gente, stava arrivando qualcuno.
Ci misi qualche secondo a riconoscerlo.
Era l’uomo dell’appartamento.
Stava camminando verso di noi.
Silvia fece un piccolo passo più vicino a me.
— Andrea — disse piano.
— Sì?
La sua voce era appena un sussurro.
— Adesso non dire niente.
— Perché?
Il suo sguardo rimase fisso sull’uomo che si avvicinava.
Poi disse una frase che mi fece gelare il sangue.
— Perché lui non sa che io ti ho scelto.
L’uomo si avvicinava lentamente tra la gente.
Non sembrava avere fretta.
Camminava con le mani nelle tasche dei pantaloncini, come se stesse facendo una semplice passeggiata sul lungomare.
Ma i suoi occhi erano fissi su di noi.
Io lo sentii prima nello stomaco che nella testa.
Quella sensazione strana che arriva quando capisci che sta per succedere qualcosa che non avevi previsto.
Silvia non si mosse.
Era ancora molto vicina a me.
— Respira normalmente — disse piano.
— Sto respirando.
— No, stai trattenendo il fiato.
Aveva ragione.
Provai a rilassarmi.
L’uomo era ormai a pochi metri.
Si fermò davanti a noi.
Per un attimo nessuno parlò.
Il rumore del lungomare continuava intorno: musica lontana, gente che rideva, il mare che si muoveva piano contro gli scogli.
Ma tra noi tre sembrava esserci una specie di bolla silenziosa.
Poi lui sorrise.
— Che coincidenza.
Guardò prima Silvia.
Poi me.
— Non pensavo di trovarvi insieme anche qui.
Silvia fece spallucce.
— È una città piccola.
L’uomo annuì lentamente.
— Già.
I suoi occhi tornarono su di me.
— Andrea, giusto?
— Sì.
— Servizio pranzo a domicilio… e passeggiate serali.
Non lo disse con cattiveria.
Ma nemmeno per scherzo.
Silvia intervenne subito.
— Stavamo solo facendo due passi.
L’uomo si voltò verso di lei.
— Immagino.
Silenzio.
Poi fece un passo avanti e si appoggiò anche lui al muretto che dava sul mare.
Adesso eravamo uno accanto all’altro.
Guardando l’acqua scura sotto il lungomare.
— Bella serata — disse.
Nessuno rispose.
Passarono alcuni secondi.
Poi lui parlò di nuovo.
— Silvia.
— Sì?
— Posso parlarti un attimo?
Il suo tono era tranquillo.
Quasi gentile.
Silvia non si mosse.
— Stiamo parlando.
— Non di fronte a lui.
Quella frase rimase sospesa nell’aria.
Io mi voltai verso Silvia.
Lei rimase immobile per qualche secondo.
Poi sospirò piano.
— Andrea…
Il modo in cui disse il mio nome era diverso.
Più morbido.
— Aspettami qui.
Annuii.
Silvia fece qualche passo con l’uomo lungo la passeggiata.
Non si allontanarono molto.
Una decina di metri.
Ma abbastanza perché non potessi sentire cosa dicessero.
Li guardai parlare.
L’uomo gesticolava poco.
Silvia invece sembrava più tesa.
A un certo punto lui disse qualcosa che la fece irrigidire.
Anche da lontano si capiva.
Lei rispose subito.
Con un gesto veloce della mano.
Come se volesse chiudere la discussione.
Ma lui continuò a parlare.
Più lentamente.
Più vicino a lei.
Passarono forse due minuti.
Poi Silvia tornò indietro.
Da sola.
Il suo viso era cambiato.
Non sembrava arrabbiata.
Sembrava… preoccupata.
— Che succede? — chiesi.
Lei guardò un attimo dietro di sé.
L’uomo era rimasto dov’era.
Appoggiato al muretto.
Ci osservava.
— Dobbiamo andare via da qui — disse Silvia.
— Perché?
— Perché lui non se ne andrà.
— E allora?
Silvia mi guardò negli occhi.
Per la prima volta da quando la conoscevo sembrava davvero indecisa.
— Andrea… ti fidi di me?
— Sì.
Lei annuì.
— Allora vieni.
Scendemmo dalla scalinata verso la spiaggia.
La sabbia era quasi vuota a quell’ora.
Solo le solite coppie sedute lontano, vicino all’acqua.
Camminammo per qualche metro senza parlare.
Poi Silvia si fermò.
Il mare arrivava quasi fino ai nostri piedi.
— Quello che sta succedendo… — disse.
Si fermò.
Come se stesse cercando le parole giuste.
— Non doveva succedere.
— Cosa?
Silvia mi guardò.
E per la prima volta il suo sorriso non c’era.
— Tu.
Il vento muoveva i suoi capelli.
— Io?
— Non dovevi entrare in questa storia.
Il cuore mi batté più forte.
— In che storia?
Silvia rimase in silenzio.
Guardava il mare.
Le onde che arrivavano e si ritiravano lentamente.
Poi disse qualcosa che non mi aspettavo.
— Quell’uomo… non è qui per caso.
— Nemmeno tu, vero?
Lei sorrise appena.
Ma non era un sorriso allegro.
— Nemmeno io.
Il vento si alzò un poco.
La sabbia si mosse sotto i nostri piedi.
Silvia fece un passo più vicino.
— Andrea…
— Sì?
Il suo sguardo era diverso adesso.
Più intenso.
— Se ti dicessi che tra due giorni potrei non essere più qui…
Sentii un nodo nello stomaco.
— Dove vai?
Silvia scosse lentamente la testa.
— Non posso dirtelo.
Il mare arrivò fino alle nostre scarpe.
Poi tornò indietro.
— Però posso dirti una cosa.
— Cosa?
Silvia si avvicinò ancora.
Adesso eravamo di nuovo molto vicini.
Come la notte prima.
— Questa settimana…
Fece una pausa.
— È stata un errore.
Il cuore mi cadde nello stomaco.
Poi lei aggiunse sottovoce:
— Ma è stato l’errore più bello che potessi fare.
Restammo in silenzio.
Il rumore delle onde copriva quasi tutto.
Poi Silvia disse una frase che cambiò di nuovo tutto.
— Domani mattina… voglio mostrarti una cosa.
— Cosa?
Il suo sguardo tornò verso il lungomare.
Dove l’uomo era ancora fermo.
A guardarci.
— La ragione per cui sono venuta qui.
Quella notte dormii poco.
Non era la prima volta che Silvia mi confondeva con le sue frasi a metà, con quel modo di dire le cose senza spiegarle davvero. Ma quella volta era diverso.
“Domani mattina… voglio mostrarti una cosa.”
Continuavo a ripeterlo nella testa mentre fissavo il soffitto della mia stanza.
Fuori si sentiva ancora il rumore lontano del mare.
Alle sette ero già sveglio.
Alle otto ero già fuori di casa.
Non avevamo stabilito un punto preciso dove incontrarci, ma sapevo dove andare. Il posto dove Silvia passava quasi sempre: la scalinata che scendeva dalla passeggiata verso la spiaggia.
Quando arrivai lei era già lì.
Seduta sul muretto, con gli occhiali da sole e i capelli raccolti in una coda veloce. Indossava un vestito chiaro, leggero, che il vento del mattino muoveva piano, sottolineando le sue splendide forme.
Appena mi vide sorrise.
— Sei mattiniero.
— Non ho dormito molto.
Silvia scese dal muretto.
— Immaginavo.
Per un momento restammo in piedi uno davanti all’altro.
La luce del mattino era completamente diversa da quella della notte. Tutto sembrava più semplice, più normale.
Eppure, io sentivo la stessa tensione di ieri sera.
— Lui dov’è? — chiesi.
Silvia capì subito a chi mi riferissi.
— Dorme.
Fece un piccolo sorriso.
— Credo.
Poi mi fece cenno con la testa.
— Vieni.
Cominciammo a camminare lungo il lungomare.
A quell’ora era quasi vuoto. Solo qualche anziano che faceva la passeggiata mattutina e due pescatori seduti sugli scogli.
Camminammo per qualche minuto senza parlare.
Poi Silvia si fermò davanti a una piccola strada che scendeva verso il porto.
— Da questa parte — disse.
Non ci ero mai passato.
La strada era stretta e un po’ in discesa. Case vecchie, porte di legno scolorite dal sale, biciclette appoggiate ai muri.
Dopo un centinaio di metri arrivammo a una piccola piazza.
Il porto era proprio lì davanti.
Barche da pesca ferme sull’acqua, corde tirate sui moli, l’odore forte del mare e del gasolio.
Silvia si fermò.
Guardò le barche per qualche secondo.
Poi disse:
— Andrea… tu pensi che io sia qui per una vacanza.
— Non più.
Lei sorrise appena.
— Giusto.
Si avvicinò a una delle barche ormeggiate.
Era più piccola delle altre, ma tenuta bene.
Lo scafo bianco, il nome dipinto in blu sul lato.
"LUNA NERA".
Silvia posò una mano sulla ringhiera di metallo.
— Vedi questa barca?
Annuii.
— Sì.
— Non è di un pescatore.
— Di chi è?
Silvia mi guardò.
— Di quell’uomo.
Sentii lo stomaco stringersi.
— Quello di ieri sera?
— Sì.
Il mare faceva sbattere piano lo scafo contro il molo.
Silvia salì sul pontile di legno.
Io la seguii.
— Andrea… — disse.
— Sì?
— Lui pensa che io sia venuta qui per aiutarlo.
— Aiutarlo a fare cosa?
Silvia esitò un momento.
Poi fece un piccolo gesto con la mano verso la barca.
— A partire.
Il vento del mattino si alzò un poco.
Le corde della barca scricchiolarono.
— Partire dove?
Silvia scosse la testa.
— Non è importante.
Poi mi guardò con quell’espressione che avevo visto tante volte durante la settimana.
Ma quella volta era diversa.
Più seria.
— La cosa importante è che io non voglio più farlo.
— Perché?
Silvia non rispose subito.
Guardava l’acqua scura del porto.
Poi disse piano:
— Perché adesso c’è un problema.
Il cuore mi batté più forte.
— Che problema?
Silvia alzò lo sguardo verso di me.
Il vento le muoveva i capelli.
— Tu.
Rimasi in silenzio.
Lei fece un mezzo sorriso.
— Non doveva succedere.
— Che cosa?
Silvia non rispose.
Fece invece una cosa strana.
Si chinò e aprì una piccola borsa che aveva appoggiato sul pontile.
Ne tirò fuori qualcosa.
Una busta.
Sottile.
Chiusa.
— Questo — disse.
— Cos’è?
Silvia me la porse.
— Aprila.
Presi la busta.
Dentro c’era una fotografia.
La guardai.
E per qualche secondo non capii.
Poi il cuore mi saltò in gola.
Nella foto c’ero io.
Io e Silvia.
Sulla spiaggia.
Scattata da lontano.
Come se qualcuno ci avesse osservati dal buio.
Alzai lo sguardo verso di lei.
— Chi ha fatto questa foto?
Silvia non rispose subito.
Guardava il mare.
Poi disse una frase che mi fece gelare.
— Andrea…
— Sì?
Il suo sguardo tornò su di me.
— Il problema non è chi l’ha fatta.
Fece una pausa.
— Il problema è che non era destinata a me.
Continuai a guardare la fotografia.
Io e Silvia eravamo sulla spiaggia, vicini alla barca rovesciata.
Ricordavo perfettamente quel momento. Io ero sdraiato accanto a lei mentre la baciavo.
Ma la foto non era stata scattata da vicino.
Era lontana.
Molto lontana.
Come se qualcuno fosse nascosto.
— Chi l’ha fatta? — ripetei.
Silvia non rispose subito.
Il vento faceva muovere le corde delle barche contro il pontile.
Clac.
Clac.
Clac.
Alla fine disse:
— Non lo so.
— Non lo sai?
— No.
La guardai.
— E allora come è arrivata a te?
Silvia si passò una mano tra i capelli.
— Stamattina.
— Dove?
— Sotto la porta dell’appartamento.
Sentii un brivido lungo la schiena.
— Quindi qualcuno…
— Ci osserva — finì lei.
Restammo in silenzio.
Il porto a quell’ora era quasi vuoto. Solo due pescatori che sistemavano le reti poco più in là.
— Andrea — disse Silvia.
— Sì.
— Tu devi smettere di vedermi.
La frase arrivò improvvisa.
— Cosa?
— È meglio così.
— Per chi?
Silvia mi guardò negli occhi.
— Per te.
Scossi la testa.
— Non ha senso.
— Invece sì.
— Perché qualcuno ci ha fatto una foto?
Silvia fece un piccolo sorriso stanco.
— Non hai ancora capito.
Il mare sbatteva piano contro lo scafo della barca.
— Cosa?
Silvia indicò la fotografia che tenevo ancora in mano.
— Quella foto non è un ricordo.
Fece una pausa.
— È un avvertimento.
Il cuore mi batteva forte.
— Da parte di chi?
Silvia non rispose.
Guardò invece la barca.
LUNA NERA.
— Andrea… — disse.
— Sì?
— Lui vuole partire domani notte.
— Con quella barca?
— Sì.
— E tu?
Silvia rimase in silenzio.
Poi disse:
— Io dovrei andare con lui.
Il vento si alzò.
Le corde del pontile scricchiolarono.
— Ma non vuoi.
— No.
Fece un piccolo sorriso.
— Almeno non più.
Io guardai la barca.
— Allora non partire.
Silvia scosse la testa.
— Non è così semplice.
— Perché?
Silvia esitò.
Poi disse piano:
— Perché se non parto… lui penserà che qualcuno mi abbia convinta.
Sentii lo stomaco stringersi.
— Tipo me.
Lei non rispose.
Non ce n’era bisogno.
Passarono alcuni secondi.
Poi Silvia fece un passo più vicino.
— Andrea… devo chiederti una cosa.
— Cosa?
— Stasera non venire sul lungomare.
— Perché?
— Perché potrebbe succedere qualcosa.
— Che cosa?
Silvia non rispose.
Invece prese lentamente la fotografia dalle mie mani.
La piegò.
La rimise nella busta.
Poi disse qualcosa che non mi aspettavo.
— Questa non è l’unica foto.
Il cuore mi fece un salto.
— Come?
Silvia aprì la borsa di nuovo.
Dentro c’erano altre buste.
Almeno cinque.
Le tirò fuori lentamente.
Le posò sul pontile.
Io le guardai.
— Sono tutte…?
Silvia annuì.
— Sì.
Aprii la prima.
Un’altra foto.
Io e Silvia sulla scalinata del lungomare.
La sera prima.
Aprii la seconda.
Io che uscivo dall’appartamento con il vassoio del pranzo.
La terza.
Noi due che camminavamo sulla spiaggia.
La quarta.
Io davanti al portone del palazzo con la vaschetta di gelato al limone.
Sentii la gola seccarsi.
— Da quanto tempo…?
Silvia rispose piano.
— Dal primo giorno.
Il mondo intorno a noi sembrò improvvisamente più silenzioso.
— Andrea… — disse.
— Sì.
— Adesso capisci perché questa settimana è stata un errore.
Guardai di nuovo le fotografie.
— Qualcuno ci ha seguito tutto il tempo.
— Sì.
— Ma perché?
Silvia fece un piccolo sorriso.
Ma nei suoi occhi non c’era niente di divertito.
— È la domanda giusta.
Fece una pausa.
Poi disse la frase che cambiò tutto.
— Il problema è che io so chi è stato.
Il cuore mi saltò in gola.
— Chi?
Silvia alzò lo sguardo verso il lungomare.
Verso la strada che portava alla città.
Poi disse lentamente:
— Ma non è lui.
Indicò la barca.
Poi tornò a guardarmi.
— Andrea…
Il vento muoveva i suoi capelli.
— È qualcuno che conosci anche tu.
E in quel momento sentimmo un rumore dietro di noi.
Passi sul pontile di legno.
Lenti.
Pesanti.
Silvia non si voltò.
Io sì.
E quando vidi chi stava arrivando… capii che la settimana stava davvero finendo nel modo peggiore possibile.
I passi sul pontile si fermarono a pochi metri da noi.
Il legno scricchiolò sotto il peso.
Io mi voltai lentamente.
Per un attimo pensai che fosse l’uomo della barca.
Ma non era lui.
Era qualcuno che conoscevo molto meglio.
Molto più di quanto avrei voluto in quel momento.
— Andrea?
La voce era incredula.
Quasi offesa.
— Che ci fai qui?
Era Marco.
Uno dei miei cugini.
Restai immobile.
Marco si avvicinò di un passo, guardando prima me e poi Silvia.
Sul pontile il vento faceva sbattere piano le corde delle barche.
— Vi stavo cercando — disse.
Il suo sguardo tornò su Silvia.
— Tutti in spiaggia pensano che tu stia ancora male.
Silvia non disse niente.
Marco fece un mezzo sorriso.
— Invece vedo che stai benissimo.
Il suo tono non era aggressivo.
Ma non era nemmeno amichevole.
Io guardai Silvia.
Lei era completamente immobile.
— Marco — dissi.
— Sì?
— Da quanto sei qui?
Lui fece spallucce.
— Abbastanza.
Poi i suoi occhi caddero sulle buste con le fotografie sul pontile.
— Ah.
Si chinò.
Ne prese una.
La guardò.
Il suo sorriso si allargò.
— Interessante.
Il cuore mi batteva forte.
— Marco…
Lui sollevò lo sguardo.
— Sì?
— Sei stato tu?
Per un secondo nessuno parlò.
Il mare sbatteva piano contro il pontile.
Marco guardò la foto.
Poi guardò Silvia.
Alla fine, disse:
— Sì.
Silenzio.
Sentii lo stomaco scendere.
— Perché? — chiesi.
Marco fece un piccolo gesto con la mano.
— Perché qualcuno doveva farlo.
— Far cosa?
— Tenerti d’occhio.
Il vento si alzò un poco.
Silvia lo osservava senza dire niente.
Marco continuò:
— Quando Silvia è arrivata… mi è sembrato subito strano.
— Strano?
— Sì.
Fece un mezzo sorriso.
— Una donna che passa tutto il tempo con un ragazzo di vent’anni mentre finge di stare male.
Il suo sguardo tornò su Silvia.
— Non è proprio una storia originale.
Silvia non reagì.
Marco continuò a parlare.
— Così ho iniziato a fare qualche foto.
— Perché? — ripetei.
Marco sospirò.
— Perché qualcuno me l’ha chiesto.
Il cuore mi fece un salto.
— Chi?
Marco indicò lentamente la barca.
LUNA NERA.
— Lui.
Il mondo sembrò fermarsi per un momento.
— Cosa?
Marco annuì.
— Già.
Guardò Silvia.
— Voleva sapere cosa stavi facendo davvero qui.
Silvia rimase immobile.
— E tu gli hai mandato le foto.
— Certo.
Marco fece spallucce.
— Non pensavo che fosse una cosa così grave.
Poi guardò me.
— Anzi… pensavo di farti un favore.
Sentii la gola secca.
— A me?
— Sì.
Marco fece un piccolo sorriso.
— Perché Andrea… c’è una cosa che tu non sai.
Il vento si fermò per un attimo.
Silvia finalmente parlò.
— Marco.
La sua voce era calma.
Ma molto fredda.
— Non farlo.
Marco la guardò.
— Perché no?
Poi tornò a fissare me.
— Andrea… Silvia non è qui per caso.
— Lo so.
— No.
Marco scosse la testa.
— Non lo sai davvero.
Il mio cuore batteva forte.
— Dimmi.
Marco indicò la barca ancora una volta.
— Lei deve partire con lui stanotte.
Guardai Silvia.
Lei non negò.
Marco continuò:
— E non è una vacanza.
Il vento tornò a muovere l’acqua del porto.
— Allora cos’è?
Marco esitò un secondo.
Poi disse:
— È un lavoro.
Silvia chiuse gli occhi.
Come se sapesse che quel momento sarebbe arrivato.
— Che lavoro? — chiesi.
Marco fece un piccolo sorriso.
— Andrea… quella barca non trasporta turisti.
Il silenzio cadde sul pontile.
Il mare si muoveva lentamente sotto di noi.
— Trasporta persone.
Il cuore mi salì in gola.
— Persone?
Marco annuì.
— Persone che non vogliono essere trovate.
Guardai Silvia.
Lei aprì gli occhi.
E per la prima volta da quando la conoscevo… sembrava davvero stanca.
— Andrea — disse piano.
— Sì?
Il vento muoveva i suoi capelli.
— Adesso capisci perché non doveva succedere.
Restammo in silenzio.
Marco infilò le mani nelle tasche.
— Comunque… adesso non è più un problema.
— Perché?
Marco indicò il mare.
— Perché stanotte partono.
Sentii lo stomaco stringersi.
— E dopo?
Marco fece spallucce.
— Dopo nessuno li rivede più.
Il porto sembrava improvvisamente più freddo.
Più vuoto.
Guardai Silvia.
— È vero?
Lei non rispose subito.
Poi disse soltanto:
— Andrea… devi tornare a casa.
— E tu?
Silvia fece un piccolo sorriso triste.
— Io devo finire quello che ho iniziato.
Marco si allontanò di qualche passo lungo il pontile.
— Bene — disse.
— Io ho fatto il mio lavoro.
Io guardai Silvia.
Il vento ci passava intorno.
Il mare muoveva piano la barca accanto a noi.
— Silvia…
— Sì?
— Non partire.
Lei mi guardò.
E per un secondo tornò quella stessa espressione che aveva avuto la prima volta che l’avevo vista.
Curiosa.
Dolce.
Pericolosa.
Poi si avvicinò.
Mi sfiorò il braccio.
— Se domani mattina questa barca sarà ancora qui…
Fece una piccola pausa.
— Allora significa che ho scelto te.
Il vento si alzò di nuovo.
Silvia si voltò.
E cominciò a camminare lungo il pontile verso la barca.
Io rimasi fermo.
A guardarla.
Finché non salì a bordo.
La barca oscillò leggermente sull’acqua.
E in quel momento capii una cosa.
Quella settimana non era finita.
Era appena iniziata.
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