La ladra di anime

di
genere
pulp

LA LADRA DI ANIME

Fuori, la costa di Pomezia veniva aggredita da una mareggiata furiosa, un muro d’acqua e rabbia che sembrava voler ridisegnare il confine tra terra e mare. Il cielo era un ammasso di nubi livide, squarciate da lampi improvvisi che illuminavano, come un flash spettrale, lo scheletro di cemento della palestra. Dentro, l’aria era satura di un odore pesante, quasi solido: gomma, ferro freddo e quel sudore acido, misto a profumatori da pochi euro, che ristagna nelle sale pesi alla fine della giornata.
Ero arrivato alle otto di sera, cercando di scaricare i postumi di dieci ore di fogli Excel con il movimento dei muscoli. Dopo l’allerta meteo eravamo rimasti in pochi. Il rantolo intermittente di un neon sopra la panca piana era l’unico suono udibile, oltre al ticchettio frenetico della pioggia che frustava i vetri. Avevo corso sul tapis roulant fino a sentire l’odore del ferro nei polmoni, e ora cercavo il calore. Avevo bisogno che il vapore disgregasse ogni pensiero. Attraversai il corridoio in legno, i passi risuonavano vuoti, verso il retro della struttura, dove la zona termale mi aspettava.
Il Termarium mi accolse come un tempio pagano, rivestito di mosaico azzurro. La nebbia di vapore era così fitta da pizzicare gli occhi. L’odore del cloro era ovunque: chimico, asettico, una specie di sala autoptica con aspirazioni da bordello. C’erano poltrone in pietra ricoperte di tesserine vitree e una doccia multisensoriale che gocciolava ritmicamente. Mi abbandonai al vortice caldo della vecchia Jacuzzi. Con gli occhi socchiusi sentivo l’acqua districare le fibre del mio corpo.
Poi, il sibilo metallico della porta di vetro satinato che scorreva sui binari.
Entrarono insieme. Lui era un blocco di carne arrogante, l’estetica cruda della periferia portata all’eccesso: completamente depilato, la pelle lucida, tatuaggi che gli risalivano il collo come rampicanti neri e uno slip scuro che marcava il territorio con una confidenza violenta. Si muoveva come se quel posto gli appartenesse per diritto di forza. Lei, invece, era il suo esatto opposto. Elegante, eterea, con una pelle marmorea che sembrava non aver mai conosciuto la volgarità del sole. Il bikini nero esaltava una silhouette perfetta, aristocraticamente trasgressiva, totalmente fuori luogo in quell’ambiente intriso di segreti e umidità.
Lui occupò la vasca con la prepotenza di un predatore. Distendendo le gambe sul sedile sommerso, spinse quasi fisicamente la ragazza verso di me. Eravamo compressi in un cilindro d’acqua bollente di appena quattro metri di circonferenza. Tre corpi, un respiro comune, un brodo primordiale di vapori e sguardi che si evitavano per pura decenza.
Salutai con un cenno del capo e la gola improvvisamente secca. Riavviai il temporizzatore dell’idromassaggio. Le bocchette tossirono aria e acqua con un ruggito, trasformando la superficie in una coltre bianca, ribollente e opaca. Sotto quel velo di schiuma, le distanze civili sparirono presto.
Iniziò tutto con la delicatezza di un veleno. Il compagno era lì, alla mia sinistra, le braccia spalancate sul bordo della vasca e la schiena abbandonata. Aveva gli occhi socchiusi, inebriato dal calore o forse solo indifferente alla presenza di un estraneo. Lei restava immobile, lo sguardo fisso davanti a sé, una maschera borghese perfettamente intatta. Ma sotto l’acqua, il movimento era incessante.
Fu un tocco accidentale, un gioco di correnti. È complicato restare ancorati quando la pressione dell'acqua ti sposta e il mosaico diventa scivoloso per il cloro. La mia gamba toccò la sua. Mormorai delle scuse imbarazzate, temendo per un istante la reazione del gorilla al mio fianco. Ma lei non si ritrasse. Poco dopo, fu lei a urtare me. Un caso? Il mio istinto diceva di no.
Lei era un'apparizione slanciata, un filo di seta teso nel buio, con una raffinatezza così affilata da tagliare il respiro. Vederlo invadere lo spazio di lei con la sua stazza da periferia era un insulto ai sensi; la sua ombra densa e volgare tentava di soffocare la sua sensualità eterea, come un muro di cemento che prova a schiacciare un giglio. Quell'unione era una bestemmia visiva che mi irritava fin nelle ossa. Ero li, ad un passo dal loro equilibrio precario, pronto a scivolare tra la sua pelle di porcellana e la rozzezza di quel bruto. Mentre lui esibiva la sua forza ottusa io stavo già reclamando il mio premio. Sto per rubargli l'eleganza, lasciandolo a stringere solo l'aria pesante del suo nulla.
Con un nodo alla gola, iniziai a carezzarmi la coscia. Allungando appena la traiettoria il dorso della mia mano sfiorò il suo fianco. Mi guardò, perplessa, fingendo forse di non capire. Insistei. Il mio piede rincorse il suo sotto il tumulto delle bolle e lo toccò. Una, due, tre volte. Un codice di desiderio.
Iniziò a capire il mio gioco da figlio di puttana. Il dubbio mi logorava: avrebbe urlato? Avrebbe avvertito l’energumeno scatenando l’inferno? Niente, lei restava zitta, immobile.
La definitiva "foglia di fico" della sua moralità stava per cadere.
Forse per imbarazzo, forse perché eccitata dal rischio di essere scoperta proprio lì, a pochi centimetri dal suo uomo, stette al mio insano gioco.
Salii con la mano lungo il mio gluteo, distaccandomi quanto bastava per premere contro il suo culetto tornito. La sua espressione cambiò; la maschera aristocratica si incrinò. "Ascolta la mia mano, bambolina", pensai fissandola negli occhi. Lei, furba come un gatto di strada, lanciò una rapida occhiata al compagno in "stand-by", sempre con la testa rovesciata all'indietro. Il coglione dormiva, o faceva finta.
Continuai a fissarla duramente mentre vagavo lento sulla sua pelle vellutata. La vidi respirare a fatica, la bocca appena schiusa, come se il vapore le avesse rubato l’ossigeno. Si accomodò meglio, apri appena le gambe, mentre i suoi occhi rimbalzavano tra me e lui in un’altalena di terrore e lussuria. Passò un minuto eterno, poi scesi tra le sue cosce, pronto a subire qualsiasi conseguenza.
Accadde. La sua mano sfiorò la mia coscia. Fu un movimento lento, calcolato, un "volere e non volere" che mi fece esplodere il battito contro le costole. Le sue dita si serrarono intorno alla mia carne tesa, e le unghie iniziarono a lavorare il mio interno coscia con una precisione che mi mozzava il fiato. Mi avvicinai ancora, cercando il calore del suo corpo contro il mio.
Quel segreto dolce e amaro si consumava nel rombo costante delle pompe, coperto da appena un palmo d’acqua.
Il timer raggiunse i 20 minuti e l'idromassaggio si fermò di colpo. Il silenzio fu una secchiata gelida. Il blocco di carne si ridestò, mormorò qualcosa e premette di nuovo il tasto per avviare un'altra sessione. "Fai il bravo e torna a nanna", pensai, "mentre la tua donna giocava con le mie palle".
Eravamo di nuovo immersi nelle bolle, ma stavolta lo scimmione sembrava sospettoso. Aggrottò le sopracciglia, e si mise a sedere dritto accanto a lei. Ero convinto che fossimo spacciati, che lei mi avrebbe indicato come un molestatore per coprirsi. Invece lui reclinò di nuovo la testa, sospirò e tornò nel suo oblio. Le mani, stavolta, finirono entrambe sott’acqua.
Tornai alla carica, forte delle suppliche dei suoi occhi. Ormai era mia, le afferrai la mano sinistra. Lei oppose una resistenza minima, quasi formale, poi cedette al contatto con il mio corpo. Iniziò a graffiarmi delicatamente, massaggiandomi con una lentezza estenuante, su e giù. Di rimando, affondai le mie dita tra le sue gambe che si aprirono come un fiore carnoso. Spostai il lembo del costume, sentendo i suoi umori confondersi con l’acqua calda. Era un lago. Mentre lei carezzava la mia intimità, io intensificavo il trattamento. La sua faccia era rossa, gli occhi lucidi, spaventati e supplichevoli.
Sentivo l’orgasmo montare inarrestabile. Ma in quel tumulto di sensi, accadde l’incredibile.
Sentii la mano di lei che si muoveva come per spostare le mie dita, mentre infilava le sue tra le calde labbra. Sentii la mia gioia esplodere. Il mio seme si disperse tra le sue dita sapienti, che lo avvolsero per raccoglierlo, quasi volessero catturarlo. Mi resi conto, con un brivido, che lo stesso trattamento veniva riservato al compagno: anche lui si contorceva con malcelata discrezione, vittima della stessa magica carezza.
Il godimento mi impediva di capire che sotto il pelo dell’acqua c’erano troppe mani…
Poi, tutto divenne chiaro. Comico e tragico al contempo. La ragazza tirò fuori le mani dall’acqua, piene e lucide, e le poggiò sul bordo della vasca, chiuse a pugno. Un flash di puro terrore mi attraversò: se le sue mani erano lì, in piena vista, di chi sono le dita con cui sto condividendo il suo clitoride?
In un istante di lucidità folle, realizzai l'orrore erotico della situazione: sotto il velo delle bolle, le mie mani e quelle del compagno si erano intrecciate.
Entrambi cercavamo di conquistare la sua figa vincendo la presenza di una mano che pensavamo fosse di lei, ma che invece era dell’altro. Io avevo accarezzato lui credendo fosse lei, e lui aveva fatto lo stesso con me.
Lei ci aveva guidati l’uno verso l’altro, manipolando i nostri movimenti come un burattinaio invisibile.
Mi ritrassi rapido. Lui aprì gli occhi, assalito dal mio stesso, atroce sospetto. Mi portai la mano al viso per coprire la bocca, fingendo di essere rimasto immobile tutto il tempo. Lui, confuso e umiliato dal dubbio di aver preso un abbaglio, tornò a chiudersi nel suo silenzio.
Alla faccia della ragazza timida e indifesa. Non solo si era fatta sgrillettare da un estraneo davanti al suo uomo, ma aveva orchestrato un rito di confusione carnale, godendosi il nostro inconsapevole contatto.
Poi, il clima cambiò. La temperatura dell'aria sembrò crollare di colpo.
Lei staccò le mani dal bordo con una lentezza innaturale, tenendole unite a coppa per non perdere una sola goccia di quel fluido viscido e caldo che aveva raccolto da entrambi. La ragazza raffinata svanì. Si alzò dalla vasca con una grazia meccanica, quasi disarticolata. L’acqua scivolava via dal suo corpo come se la sua pelle fosse diventata plastica. Le pupille si dilatarono fino a divorare l’iride, e trasformando il suo sguardo in due fori neri aperti nel vuoto.
Il suo volto era un mosaico di abbandono: le guance arrossate dal calore, il respiro spezzato, e quel sorriso timido, quasi grato di chi si sta perdendo nel piacere. Poi, il collasso della sua anima. In un battito di ciglia il rossore svanì, lasciando spazio a un pallore cereo, innaturale. Ma furono gli occhi a raggelarmi: la dolcezza si spense come una candela soffocata e lo sguardo divenne vitreo, fisso in una cecità senziente. Non era più lei a guardare, ma qualcosa che abitava il suo corpo come un parassita. Le labbra, ancora umide, si stirarono in un ghigno asimmetrico, una ferita sottile che tagliava il viso in due. La mandibola si serrò con una forza tale da far tendere i tendini del collo come corde di violino. Non c'era più traccia di desiderio, solo una crudeltà antica, affilata e predatrice. La sua bellezza, prima accogliente, si era mutata in una maschera diabolica: un guscio d'eleganza che ora conteneva un male puro, pronto a colpire con la precisione di un bisturi.
Camminò verso la poltrona nell'angolo buio della stanza, ignorandoci completamente. Si sedette con la schiena dritta e le mani giunte davanti alla bocca. Iniziò a sussurrare. La voce non era la sua: era un coro stridente di voci sovrapposte che vibravano nelle piastrelle.
"Semen captum, robur fractum. Ciò che è uscito dalla carne, alla terra non torni. Sigillo il vuoto, maledico il frutto. Nel nome di chi abita il buio, io consumo il nostro patto."
Accostò le labbra alle dita. Ingoiò il nostro seme con una voracità animale, un atto di sacrilegio estremo che mi fece gelare il midollo. Sentii un senso di svuotamento assoluto, una debolezza improvvisa, come se con quel liquido avesse inghiottito la mia stessa forza vitale, e il mio futuro figlio.
Poi, improvvisamente come era iniziato, il buio si ritrasse.
Scosse la testa, batté le palpebre e i suoi occhi tornarono limpidi, distaccati, borghesi. Si alzò con naturalezza, si sistemò la spallina del costume con un gesto automatico e tornò verso la vasca, placida e tremenda.
"Andiamo, caro? Si è fatto tardi," disse al compagno con una dolcezza banale che mi fece venire i brividi.
Lui si riscosse, le sorrise con una semplicità disarmante e uscì dall'acqua. Si presero per mano. Lei gli diede un bacetto casto sulla spalla e, senza degnarmi di uno sguardo, varcarono la porta degli spogliatoi come una coppia qualunque dopo un martedì sera rilassante.
Restai solo. L’idromassaggio si spense con un sussulto meccanico, lasciando la stanza in un silenzio che faceva male alle orecchie. L’odore del cloro era diventato insopportabile.
Uscii dalla vasca tremando, i movimenti pesanti di chi ha subito una violenza invisibile. Mi lavai negli spogliatoi deserti, evitando il mio riflesso. Mentre guidavo verso casa sotto la pioggia, la mente era fissa su quell’immagine: loro due che camminavano verso l’uscita, lo sguardo innocente di lei, mentre dentro di sé portava la mia anima. Eravamo stati usati. Non era stato sesso, ma il furto della nostra prole. E il mondo, fuori, continuava a girare come se tutto quel marcio fosse normale…

scritto il
2026-01-28
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