Zia Silvia parte 1
di
Paolo Cenere
genere
incesti
Zia
Non ho mai raccontato questa storia a nessuno.
Nemmeno ai miei amici più stretti.
Nemmeno a quelli con cui, durante l’estate, passavamo le notti seduti sul muretto del porto a parlare di ragazze, di musica e di tutte le cose che a vent’anni sembrano enormi.
Questa storia me la sono tenuta dentro.
Un po’ per vergogna.
Un po’ perché, a dire la verità, non ho mai capito bene cosa fosse successo davvero.
So solo che quell’estate avevo vent’anni, la città era piena di turisti, e il mare sembrava più blu del solito.
Io vivevo lì da sempre.
Una piccola città di mare, di quelle dove tutti si conoscono e dove l’estate cambia completamente il ritmo delle giornate. In inverno è quasi silenziosa. In estate invece diventa un altro posto: voci straniere nei bar, motorini che passano fino a tardi, musica dalle terrazze.
E poi le spiagge.
La spiaggia era il centro di tutto.
I miei cugini arrivavano quasi ogni estate da fuori. Ma quell’anno successe qualcosa di diverso. Mio padre mi disse una mattina a colazione:
— Quest’anno viene anche tua zia Laura.
Laura era sua sorella.
La vedevo raramente. Forse una volta ogni due o tre anni.
— E viene con un’amica — aggiunse.
Non ci feci troppo caso.
In quel periodo avevo la testa piena di altre cose. Gli amici, le serate, le ragazze che arrivavano in vacanza e sparivano dopo due settimane.
Le vidi il giorno in cui arrivarono.
Era quasi sera. Il sole stava scendendo dietro il promontorio e colorava tutto di arancione. Io stavo tornando dal mare con i capelli ancora salati quando vidi il taxi fermarsi davanti alla casa che avevano affittato.
Era a circa un chilometro da casa nostra. Un piccolo appartamento sopra una gelateria.
Mia zia Laura scese per prima.
La ricordavo più o meno come tutte le zie: gentile, affettuosa, un po’ rumorosa.
Ma l’altra donna… non la conoscevo.
Quando scese dal taxi la guardai solo per un secondo, poi abbassai lo sguardo, come faccio sempre quando non voglio sembrare maleducato.
Era alta, molto chiara di pelle, fisico slanciato e grandi occhi azzurri.
I capelli biondi, raccolti in una coda un po’ disordinata che lasciava intuire le sue origini nordiche.
Aveva quell’aria di chi non è abituato al sole del mare, ma che in costume sta benissimo.
Mia zia mi chiamò.
— Vieni a salutare!
Mi avvicinai.
— Lui è Andrea — disse lei. — Il figlio di mio fratello.
La donna mi sorrise.
Un sorriso tranquillo, ma con qualcosa di… curioso. Come se mi stesse osservando più del necessario.
— Piacere — disse. — Io sono Silvia e sono la sorella di zio Bruno.
Aveva una voce morbida.
Io mormorai qualcosa tipo “piacere”, e basta.
Avevo vent’anni, ma in certe situazioni tornavo improvvisamente timido come a sedici.
Nei giorni successivi iniziammo a vederci spesso e poi apprezzare un fisico tonico, da atleta, spesso valorizzato da minuscoli bikini molto sensuali, anche se mai eccessivi.
Starle intorno era davvero piacevole e presto mi resi conto che molti uomini la fissavano quando le compagne non guardavano. Noi eravamo un gruppo numeroso e informale. In estate tutta la famiglia si muoveva insieme: cugini, zii, e parenti sparsi.
La mattina si scendeva in spiaggia sul presto.
Il lido a quell’ora era quasi vuoto. L’acqua fredda e limpida, un ottimo argomento per iniziare una conversazione.
Silvia però faceva una cosa strana.
Nonostante avesse la pelle chiarissima, restava al sole molto più degli altri. Distesa sull’asciugamano, quasi immobile.
Io ogni tanto la guardavo senza farmi notare. Le sue gambe erano tornite e snelle, e sostenevano un culetto sodo e rotondo che faceva invidia a tutta la fauna femminile.
La pelle delle spalle, invece riceveva poche attenzioni, al punto che diventava sempre più rossa.
— Ti scotterai — le disse mia zia un giorno.
Lei rise.
— Ho bisogno di un po’ di colore.
E il colore arrivò!
Solo che non era quello giusto.
Due giorni dopo non venne in spiaggia sul presto.
— Si è scottata — spiegò mia zia mentre sistemava l’ombrellone.
— Ha pure un po’ di febbre.
Non ci pensai più di tanto.
Le giornate continuarono normalmente: mare, pranzi veloci, poi di nuovo spiaggia fino al tramonto, e poi ancora fuori la notte.
Silvia invece rimase a casa, cotta come una bruschetta.
Il medico aveva imposto divieto assoluto di stare al mare ed almeno due creme per evitare macchie e di spellarsi.
Il quarto giorno, verso mezzogiorno, mia madre mi disse una cosa che avrebbe cambiato tutta la settimana.
— Andrea, puoi farmi un favore?
Io stavo prendendo una pesca dal frigorifero.
— Dimmi.
— Porta questo pranzo a Silvia.
Indicò un piccolo vassoio a chiusura ermetica con un piatto di pasta fredda, del Thè e un po’ di frutta.
— Poverina è ancora ustionata dal sole. Tutti noi andiamo al mare e lei resta sola in casa.
Guardai l’orologio per tutto il tempo.
Era l’ora più calda del giorno.
Il sole batteva sulle strade quasi vuote.
— Va bene — dissi.
Presi il vassoio e uscii.
Il chilometro fino al suo appartamento lo feci lentamente.
L’asfalto emanava quell’odore caldo tipico delle città di mare a luglio. Si sentiva in lontananza la musica di uno stabilimento balneare pieno di gente in cerca di un po' d’ombra.
Quando arrivai sotto la gelateria, il locale era quasi vuoto.
Salì le scale esterne.
Bussai.
Nessuna risposta.
Bussai di nuovo.
Dopo qualche secondo, sentii dei passi leggeri.
La porta si aprì appena.
Silvia comparve nello spiraglio.
Aveva i capelli sciolti e un’espressione un po’ assonnata.
— Ah… sei tu.
Aprì la porta completamente.
— Entra.
L’appartamento era fresco e leggermente in penombra. Le persiane erano quasi chiuse.
Da una stanza arrivava il rumore basso della televisione.
Lei tornò verso il letto senza troppa fretta, per non sentire dolore.
Solo in quel momento mi accorsi di una cosa.
Indossava una camicia molto larga. Probabilmente una camicia da notte.
Si sdraiò di nuovo sul letto, lentamente, con cautela.
— Che gentili — disse guardando il vassoio.
Io rimasi in piedi accanto alla porta della stanza.
Un po’ imbarazzato.
— Te l’ha mandato mia madre.
— Ringraziala.
Poi fece un piccolo gesto con la mano.
— Puoi appoggiarlo qui.
Indicò il comodino accanto al letto.
Mi avvicinai.
Quando posai il vassoio mi accorsi della schiena.
La camicia era leggermente aperta dietro, e la pelle era molto arrossata dal sole.
Lei sospirò.
— Non pensavo di essere così sensibile al sole.
— Per il sole?
— Sì.
Fece un piccolo sorriso triste.
— Non sono fatta per queste latitudini, la mia famiglia è di origini svedesi.
La televisione continuava a parlare a bassa voce.
Io non sapevo bene cosa fare.
— Vuoi… dell’acqua?
— No, grazie.
Prese lentamente una forchetta.
Poi mi guardò.
Direttamente.
— Puoi restare un momento?
La domanda mi colse di sorpresa.
— Certo.
Mi sedetti su una sedia vicino al letto.
Silvia iniziò a mangiare lentamente. Probabilmente voleva un po' di compagnia.
Il silenzio nella stanza era strano. Non imbarazzante… ma carico di qualcosa che non sapevo definire.
Ogni tanto lei alzava lo sguardo verso di me.
Come se volesse dire qualcosa.
Poi tornava al piatto.
Dopo qualche minuto, disse:
— Tutti al mare?
— Sì.
— Anche le tue cugine?
— Sì.
— Dev’essere bello vivere qui.
Guardai verso la finestra socchiusa.
Si sentiva lontano il rumore delle onde.
— Sì… non è male.
Lei appoggiò la forchetta.
Poi disse una cosa che mi fece arrossire senza sapere perché.
— Sai… sei cresciuto molto dall’ultima volta che ti ho visto.
Io abbassai lo sguardo.
— Sono passati anni.
Silvia sorrise appena.
Poi si girò leggermente sul letto.
La camicia si mosse.
Solo un poco.
Non vidi nulla di preciso.
Ma abbastanza da sentire improvvisamente caldo nonostante la stanza fosse fresca.
Lei sembrò accorgersene.
E non disse niente.
Continuò solo a guardarmi per qualche secondo.
Con un’espressione curiosa.
Quella fu la prima volta.
Ma non fu l’ultima.
Perché il giorno dopo… mi chiesero di portarle di nuovo il pranzo.
E quella volta successe qualcosa che non mi aspettavo affatto.
Il giorno dopo tornai verso mezzogiorno.
Non era stato chiesto esplicitamente, ma avvenne.
— Andrea, porti tu il pranzo a Silvia?
Io feci spallucce.
— Sì.
Non so perché non mi dispiacesse.
Forse perché quell’ora del giorno aveva qualcosa di strano. Tutti erano in spiaggia, il sole era altissimo, le strade quasi vuote.
Sembrava che la città appartenesse solo a me.
Arrivai davanti alla gelateria. L’odore dolce delle cialde usciva dalla porta aperta.
Pensai di prendere una vaschetta di gelato. Limone e Fragola, da mangiare con Silvia.
Salii le scale.
Quella volta non bussai forte.
Due colpi leggeri.
— Avanti — disse la sua voce da dentro, aprendo la porta.
Entrai.
La televisione era accesa come il giorno prima, ma con il volume più basso. Una specie di sottofondo.
Silvia si adagiò di nuovo sul letto.
Questa volta era girata di lato.
Aveva i capelli raccolti in modo disordinato sopra la testa e indossava una canotta molto leggera.
I pantaloncini lasciavano intravedere uno splendido culetto e delle mutandine chiare. Era veramente una figa assurda.
La luce entrava dalle persiane socchiuse e disegnava delle strisce luminose sul pavimento.
— Il pranzo — dissi.
— Sei il mio salvatore ufficiale ormai.
Sorrise.
Mi avvicinai al comodino per appoggiare il vassoio.
Lei si spostò leggermente sul letto.
— Oggi va già meglio — disse.
— La febbre è quasi passata.
Guardai la schiena.
Non era più rossa come il primo giorno, ma la pelle aveva ancora quel colore delicato che si vede quando il sole ha esagerato.
— Però brucia ancora — aggiunse.
Prese il piatto.
Mangiammo in silenzio per qualche minuto, poi fu il turno del gelato.
Io seduto sulla stessa sedia del giorno prima, lei sul cuscino con le gambe incrociate.
Ogni tanto sentivo il ventilatore del soffitto fare un giro lento.
Silvia mangiava con calma, guardando ogni tanto la televisione, ogni tanto me.
Poi all’improvviso fece una piccola smorfia.
— Accidenti…
— Che succede?
Indicò la schiena.
— La pelle tira.
Si spostò di nuovo, cercando una posizione più comoda.
Poi guardò verso il comodino.
— Mi faresti un favore?
— Certo.
Indicò un tubetto bianco.
— Quella crema.
La presi.
— Il dottore ha detto di metterla sulle spalle — disse. — Ma da sola è complicato.
Io rimasi con il tubetto in mano per qualche secondo.
Non perché fosse una richiesta strana.
Ma perché all’improvviso sentii una specie di imbarazzo salire dallo stomaco.
Lei sembrò accorgersene.
Sorrise appena.
— Non ti mangio mica.
Si girò lentamente sul letto.
Ora era a pancia in giù.
La canotta si sollevò appena mentre si sistemava.
La schiena apparve davanti a me.
Chiara.
Liscia.
Con quella tonalità rosata che il sole lascia dopo una giornata troppo lunga in spiaggia.
— Basta poca crema — disse.
Aprii il tubetto.
Ne feci uscire un po’ sulle dita.
Non avevo mai fatto una cosa del genere.
Per qualche motivo mi sembrava una cosa molto più intima di quanto dovesse essere.
Appoggiai la mano sulla sua spalla, apprezzando il contatto con la pelle bollente.
— Così va bene?
— Sì… piano. Pizzica cazzo.
Cominciai a spalmare la crema lentamente.
Il profumo era fresco, mentolato.
La pelle assorbiva subito il bianco della crema.
Lei fece un piccolo sospiro, rilassandosi.
— Ah… mi ci voleva proprio.
Continuai a muovere la mano.
Lentamente.
Cercando di non pensare troppo a quello che stavo facendo.
La stanza era silenziosa.
Solo la televisione parlava piano.
Il ventilatore faceva girare l’aria calda dell’estate.
— Non sei mai stato al mare oggi? — chiese lei.
— No, ci vado dopo.
— Per colpa mia.
— No… figurati.
Lei non disse nulla per qualche secondo.
Poi aggiunse, con tono leggero:
— Hai delle mani molto delicate.
Non sapevo cosa rispondere.
Continuai semplicemente a distribuire la crema.
Dalle spalle verso il centro della schiena.
La pelle era ancora leggermente arrossata ma molto più morbida del giorno prima.
Silvia chiuse gli occhi.
— Così è perfetto.
La mia mano si fermò.
— Basta?
— Ancora un pochino.
Non me lo feci ripetere.
La sua voce era più bassa.
Io ripresi a muovermi lentamente, con movimenti più ampi che sfioravano le natiche, mentre lei si sistemava meglio per godersi completamente l’improvvisato massaggio.
Non c’era niente di veramente strano in quella scena.
Eppure, sentivo qualcosa cambiare nell’aria della stanza.
Come se quel gesto semplice avesse improvvisamente superato una linea invisibile. I miei occhi scrutavano avidi ogni centimetro della sua pelle, ma per pudicizia, non riuscii a fare altro.
A un certo punto lei aprì gli occhi.
Girò la testa verso di me.
— Sai una cosa?
— Cosa?
Mi guardò con quell’espressione curiosa che avevo già notato il primo giorno.
— Non sembri affatto un ragazzo di vent’anni.
— In che senso?
— Sei… tranquillo.
Fece un piccolo sorriso.
— I ragazzi della tua età di solito sono molto più agitati.
Io arrossii.
— Dipende.
Lei rise piano.
Poi si girò leggermente sul fianco.
La canotta si mosse ancora un poco.
— Grazie — disse.
Io chiusi il tubetto di crema.
Le mani mi sembravano improvvisamente troppo grandi.
— Meglio?
— Molto.
Restammo in silenzio per qualche secondo.
Poi lei disse:
— Domani forse riesco a scendere un po’ in spiaggia.
— Bene.
Fece una pausa.
— Però… se non ti dispiace… potresti passare comunque.
La guardai.
— Per la crema.
Aggiunse quella frase con una naturalezza quasi innocente.
Ma mentre lo diceva stava sorridendo, mentre io stavo morendo.
E io, in quel momento, capii una cosa molto semplice.
Il giorno dopo sarei tornato.
Senza bisogno che nessuno me lo chiedesse.
Il terzo giorno tornai quasi alla stessa ora.
Quella volta non mi servì nemmeno una scusa.
A casa stavano tutti sistemando le borse del mare quando mia madre disse distrattamente:
— Andrea, passi da Silvia prima di pranzo?
Io annuii subito.
Presi il solito contenitore e uscii.
Il caldo era ancora più forte del giorno prima. L’aria sembrava immobile sopra l’asfalto, e la città a quell’ora aveva quel silenzio tipico delle prime ore del pomeriggio estivo, quando tutto rallenta.
Quando arrivai davanti alla gelateria sentii di nuovo quell’odore dolce di zucchero caldo.
Salii le scale lentamente.
Bussai.
— È aperto — disse la sua voce.
Entrai stupito.
La stanza era quasi uguale al giorno prima: persiane socchiuse, televisione accesa piano, il ventilatore che girava lentamente sul soffitto.
Silvia era seduta sul letto.
Aveva le gambe raccolte sotto di sé e stava guardando qualcosa alla televisione.
Quando mi vide sorrise.
— Puntuale.
Appoggiai il vassoio sul comodino.
— Come va oggi?
Lei fece una piccola smorfia ironica.
— Molto meglio… ma non ancora abbastanza per il sole.
Mangiò, più o meno nello stesso modo dei giorni precedenti.
Solo che quella volta l’atmosfera era diversa.
Più… familiare.
Silvia parlava di più. Mi faceva domande sulla città, sugli amici, sulle serate al porto.
Io rispondevo un po’ timidamente, ma pian piano mi rilassavo.
A un certo punto lei posò la forchetta.
Si appoggiò con la schiena al muro.
Poi mi guardò con un’espressione curiosa.
— Posso farti una domanda?
— Certo.
— Hai raccontato a qualcuno della crema?
La domanda mi prese completamente alla sprovvista.
— No.
Lei inclinò leggermente la testa.
— A nessuno?
— No… cioè… perché avrei dovuto?
Silvia sorrise.
Un sorriso piccolo, quasi divertito.
— Non lo so.
Fece scorrere un dito sul bordo del piatto.
— I ragazzi della tua età di solito raccontano tutto agli amici.
Io scossi la testa.
— Non è una cosa strana.
Lei mi guardò ancora qualche secondo.
Come se stesse cercando di capire se dicessi la verità.
Poi annuì piano.
— Meglio così.
Non aggiunse altro.
Dopo qualche minuto, spinse il vassoio da parte.
— Penso che sia il momento della medicina.
Indicò il tubetto di crema sul comodino.
Io lo presi automaticamente.
Questa volta però lei non si sdraiò subito.
Rimase seduta.
Poi disse con naturalezza:
— Oggi brucia un po’ anche più in basso.
Fece un gesto vago con la mano lungo il fianco.
— Il sole è arrivato anche lì.
Io rimasi fermo con il tubetto in mano.
Lei si accorse della mia esitazione.
— Se ti dà fastidio non importa — disse.
Ma lo disse sorridendo.
Come se sapesse già la risposta.
Alla fine, lei si sdraiò lentamente a pancia in giù.
La canotta di cotone questa volta si sollevò completamente. Il suo seno contro il materasso, come fanno le ragazze in spiaggia.
— Mettila prima sulle spalle — disse. — Come ieri. Le sue indicazioni sembravano più indirizzate a procurare piacere che a spiegare una terapia.
Aprii il tubetto.
La crema uscì sulle dita con lo stesso profumo fresco.
Appoggiai la mano sulla sua spalla.
La pelle non era più calda come il primo giorno. Solo leggermente sensibile.
Cominciai a muovermi lentamente, valutando le sue risposte.
Il gesto ormai era quasi naturale, e mi sentivo pronto ad aggiungere qualche piccola variazione.
La crema spariva subito mentre la stendevo.
Silvia chiuse gli occhi.
— Così è perfetto.
Restammo in silenzio per un po’.
La mia mano seguiva lentamente la linea delle sue spalle, poi scendeva verso il centro della schiena. Provavo timidamente a scendere, ma senza esagerare troppo.
Il ventilatore faceva girare l’aria calda.
La televisione parlava piano.
Probabilmente non le sfuggirono i miei tentativi maldestri, tanto che ad un certo punto lei disse:
— Un po’ più giù.
La sua voce era calma.
Distratta ma perentoria.
Io scesi lentamente con la mano, seguendo la linea della schiena. Prima l’incavo, esplorando la curva dei suoi fianchi, poi la collina dei lombi, dove inizia il sedere.
La pelle lì era più chiara.
— Lì tira molto — disse.
Ripresi il tubetto per riprendere fiato, misi la crema sulle dita e continuai a stendere la crema con movimenti lenti, ripartendo dall’alto per spingermi ancora più in basso.
Cercando di concentrarmi solo su quello, ma la mia eccitazione era ormai visibile. I miei pantaloncino da mare non riuscivano a mascherare il mio uccello che pulsava, desideroso di libertà.
Silvia fece un piccolo sospiro.
— Ah… questo sì che aiuta.
Passò qualche secondo.
Poi lei aggiunse:
— Non essere così rigido.
Aprì appena gli occhi e mi guardò di lato.
— Non sto mica chiedendo chissà cosa.
Io provai a sorridere.
Ma sentivo il cuore battere più forte del normale.
Continuai a massaggiare la crema lentamente.
Le mie dita si muovevano lungo la schiena, un po’ più in basso rispetto al giorno prima. Potevo sentire la pelle delle sue belle chiappe, avevo il suo permesso, una buona scusa, quindi pensai: adesso ci provo!
A un certo punto lei parlò di nuovo.
— Sai una cosa?
— Cosa?
— Sei molto serio.
La sua voce aveva un tono quasi divertito.
— Sembri uno che prende tutto molto sul serio.
Io non risposi.
Lei allora si girò leggermente sul fianco.
Non completamente.
Solo abbastanza da guardarmi meglio.
— Rilassati.
Poi fece un piccolo gesto con la mano verso il tubetto.
— Ce n’è ancora un po’.
Mi sentii un cretino.
Indicò di nuovo il fianco.
— Anche lì il sole ha fatto il suo lavoro.
Rimase a guardarmi.
Con quella stessa espressione curiosa dei giorni precedenti.
Come se volesse capire fino a dove sarei arrivato.
Io abbassai lo sguardo verso le mie mani.
Poi verso la sua schiena. Affondai le mani sul suo sedere infilandomi sotto l’elastico delle mutandine. Arrivai fino a metà del sedere, per poi fermarmi a stringere con decisione quelle chiappe calde. Ma non ebbi l’ardore di restare lì, a godere di quello splendido culo. E risalii.
La stanza era silenziosa.
E in quel momento mi resi conto di una cosa molto semplice.
Non ero più lì solo per portare il pranzo.
Il giorno dopo successe qualcosa di diverso.
Quando arrivai davanti alla gelateria notai subito che la finestra dell’appartamento era completamente aperta. Le persiane non erano più chiuse come nei giorni precedenti.
La luce del sole entrava direttamente nella stanza.
Salii le scale con il vassoio in mano e bussai.
— Vieni — disse Silvia.
Entrai.
La stanza era più luminosa del solito. Il ventilatore girava più veloce e dalla finestra arrivava l’odore del mare.
Silvia era seduta sul letto, ma stavolta non sembrava affatto una convalescente.
Aveva i capelli sciolti sulle spalle e indossava una maglietta molto leggera, di quelle quasi trasparenti quando la luce arriva da dietro, un paio di pantaloncini bianchi attillati molto corti. Tutte le sue forme erano ben in mostra, esaltate da un malizioso perizoma bianco.
Quando mi vide sorrise in modo diverso dal solito.
— Guarda chi è arrivato.
Appoggiai il vassoio.
— Come stai oggi?
— Molto meglio.
Fece un piccolo gesto con le spalle.
— Quasi guarita.
— Allora domani torni in spiaggia.
— Forse.
Disse quella parola lentamente, come se non fosse davvero convinta.
Mangiammo insieme, ma stavolta lei parlava molto di più. Mi fece domande sugli amici, sulle serate, sulle ragazze che venivano in vacanza.
A un certo punto disse:
— Quindi… nessuna fidanzata?
— No.
— Nemmeno una ragazza che ti piace?
— Non davvero.
Lei sorrise in modo strano.
— Sei più misterioso di quanto sembri.
Quando finì di mangiare appoggiò il piatto sul vassoio e si stiracchiò lentamente.
— Sai qual è il problema?
— Quale?
Indicò la schiena.
— Il sole ha fatto meno danni di quanto pensassi… ma la pelle tira ancora un po’.
Io presi il tubetto di crema quasi senza pensarci.
Silvia lo notò subito.
— Vedi? — disse. — Ormai lo fai automaticamente.
Si sdraiò sul letto, mi guardò maliziosa e disse: vediamo oggi cosa mi fai!
Ma questa volta non a pancia in giù.
Rimase sulla schiena, guardando il soffitto.
— Oggi però cambia un po’ il lavoro.
Io rimasi fermo.
Lei alzò appena il braccio.
— Il sole ha preso anche davanti.
Poi mi guardò.
Direttamente.
— Tranquillo… non sto per farti morire d’imbarazzo.
Sorrise, e restò in intimo. Tanto mi hai già vista in costume. Il suo corpo era fantastico, la pancia piatta, il reggiseno a balconcino che gonfiava le splendide tette.
— Spalma solo un po’ qui.
Indicò la parte alta del petto, vicino alla clavicola.
Io aprii il tubetto lentamente.
La crema uscì sulle dita.
Mi avvicinai.
La pelle era ancora leggermente arrossata dal sole.
Cominciai a stendere la crema con movimenti molto cauti.
Silvia chiuse gli occhi.
— Ah… sì.
Il ventilatore faceva muovere leggermente i suoi capelli.
— Molto meglio.
Continuai a muovere la mano lentamente, scendendo sulla parte scoperta dei seni. Poi lento risalivo alle spalle, al collo, e poi ancora giù. La crema si asciugava subito e io imperterrito la riprendevo da capo. Era chiaro che ormai non mi interessava più l’aspetto terapeutico, ma toccare quella splendida creatura.
A quel punto successe una cosa che mi fece gelare per un secondo.
Lei appoggiò la sua mano sopra la mia.
Non per fermarla.
Solo per guidarla un po’ più in basso, sotto il reggiseno. Sentii il capezzolo duro, la forma perfetta di quella tetta che mi veniva offerta con tanta naturalezza, la strinsi, la saggiai, la feci mia per un po'. Che fantastica sensazione conquistare il corpo di una donna, pensai.
— Qui tira di più — disse.
La sua voce era tranquilla.
Come se fosse la cosa più normale del mondo.
Io sentivo il cuore battere fortissimo.
Silvia aprì gli occhi e mi guardò.
— Andrea.
— Sì?
Fece un piccolo sorriso.
— Stai diventando rosso.
Io abbassai lo sguardo.
Lei rise piano.
— Sei adorabile quando fai così.
Restammo qualche secondo in silenzio.
Poi lei tolse la mano.
— Continua.
Ripresi a stendere la crema lentamente, anche all’altra tetta. Mi rendevo conto di quello che stava succedendo, ma non avevo il coraggio di parlare. Le strizzavo le tette educatamente, m non feci di più. Che fesso!
La stanza sembrava improvvisamente molto più calda.
Dopo qualche minuto, lei parlò di nuovo.
— Sai una cosa?
— Cosa?
— Credo che non dovrei dirlo… ma lo dirò lo stesso.
Fece una piccola pausa.
— Questo piccolo rituale mi piace.
Io la guardai.
— Quale rituale?
Lei fece un gesto con la testa verso il tubetto di crema.
— Tu che arrivi a quest’ora.
Il pranzo.
La stanza silenziosa.
E le tue mani che cercano di fare finta che sia tutto normale.
Poi sorrise di nuovo.
— Ma credo che ormai abbiamo superato quella fase.
Io rimasi in silenzio.
La mia mano era ancora sulla sua pelle, sempre tra le tette.
Silvia mi guardò per qualche secondo.
Poi disse una cosa che non mi aspettavo affatto.
— Sai qual è il problema adesso?
— Quale?
Si sollevò lentamente sui gomiti.
Il suo viso era molto vicino al mio.
— Che la scottatura ormai sta guarendo.
Fece una piccola pausa.
Poi aggiunse, quasi sussurrando:
— E quindi dobbiamo trovare un’altra scusa.
Il giorno dopo non avevo nemmeno bisogno che qualcuno me lo chiedesse.
Verso mezzogiorno presi il vassoio quasi automaticamente per andare a toccare le tette di Silvia.
Mia madre mi guardò mentre uscivo.
— Vai da zia?
— Sì.
— Dille che domani la riportiamo al mare con la forza.
Sorrisi.
— Glielo dirò.
Ma mentre camminavo sotto il sole di mezzogiorno pensavo a quello che aveva detto il giorno prima.
Dobbiamo trovare un’altra scusa.
Quelle parole mi giravano nella testa da tutta la mattina.
Quando arrivai davanti alla gelateria sentii la musica uscire dal locale.
Salii le scale.
La porta dell’appartamento era chiusa.
Bussai.
Per qualche secondo non successe niente.
Poi sentii i passi.
La porta si aprì lentamente.
Silvia mi guardò… e per un attimo rimasi completamente senza parole.
Non indossava le canotte dei giorni precedenti.
Aveva addosso solo una camicia molto leggera.
Una di quelle camicie estive larghe, trasparenti, con due bottoni aperti.
— Ciao — disse con naturalezza.
Io entrai cercando di sembrare normale.
Appoggiai il vassoio.
La stanza era diversa.
Le persiane erano completamente aperte.
La luce del sole riempiva tutto.
Silvia si sedette sul letto e iniziò a mangiare.
Ma lo faceva lentamente.
Ogni tanto mi guardava.
Come se stesse aspettando qualcosa.
Dopo qualche minuto, posò la forchetta.
— Andrea.
— Sì?
— Ho una confessione da farti.
Sentii subito che la stanza era diventata improvvisamente più silenziosa.
— La scottatura… — disse.
Fece un piccolo sorriso.
— Non è più un problema da due giorni.
Rimasi fermo.
— Come?
— È guarita quasi subito.
Si appoggiò indietro sul letto.
— La febbre pure.
Fece scorrere un dito lungo il bordo del piatto.
— Però mi stava molto simpatica l’idea che venissi qui tutti i giorni.
Io non sapevo cosa dire.
Lei mi guardò con calma.
— Non fare quella faccia.
— Quindi… — dissi.
— Quindi sì.
Sorrise.
— Ti ho fatto lavorare inutilmente con quella crema.
Rimasi in silenzio.
Silvia si alzò dal letto e fece qualche passo nella stanza.
La camicia si muoveva leggermente mentre camminava. Il suo culo meraviglioso mordeva il perizoma.
Si fermò davanti alla finestra.
Il sole illuminava la sua figura da dietro.
— Sai perché?
— No.
Si girò verso di me.
— Perché mi divertiva vedere quanto diventavi rosso ogni volta.
Fece un piccolo passo avanti.
— E perché sei molto più interessante dei ragazzi che incontro di solito.
Io sentivo il cuore battere forte.
Silvia si fermò molto vicino a me.
Non abbastanza da toccarmi.
Ma abbastanza da sentire il profumo leggero del bagnoschiuma.
— Però oggi c’è un problema — disse.
— Quale?
Indicò il tubetto di crema sul comodino.
— Non abbiamo più la scusa.
Rimanemmo in silenzio.
Poi successe qualcosa che non avevo previsto.
Silvia prese un altro tubetto che conteneva una crema più profumata. Probabilmente una semplice crema corpo femminile.
Lo aprì.
E mise un po’ di crema sulle proprie dita.
Poi mi guardò.
— Girati e togliti la maglietta.
— Cosa?
— Girati e togliti sta cazzo di maglietta!
Indicò le mie spalle.
— Il sole non ha bruciato solo me in questi giorni.
Io esitai.
Lei sorrise.
— Andrea.
La sua voce era calma.
— Non fare il timido proprio adesso.
Alla fine, mi girai.
Sentii le sue dita appoggiarsi sulle mie spalle.
La crema era fredda.
Le sue mani si muovevano lentamente.
Molto più lentamente di quanto avessi fatto io.
— Vedi? — disse piano.
— Non è difficile.
Il ventilatore continuava a girare sopra di noi, come l’occhio di Dio.
La stanza sembrava improvvisamente più piccola.
Le sue mani scivolarono lentamente lungo le mie spalle.
Poi si fermarono.
Silvia si avvicinò leggermente. Potevo sentire il suo seno sfiorarmi le spalle.
La sua voce arrivò quasi vicino al mio orecchio.
— Sai qual è la cosa più pericolosa di questa situazione?
— No.
Fece una piccola pausa.
Poi disse:
— Che tra cinque minuti tutta la famiglia potrebbe tornare dal mare.
Le sue mani scivolarono sulla mia clavicola, raggiunsero il petto, e poi i capezzoli. Ebbi un sussulto, ed iniziai ad ansimare per il fiato corto. Il suo tocco non si arrestò, raggiungendo il petto, sentendo il mio corpo. Poi scese piano verso i miei addominali. Persi il controllo. Infilai una mano nei calzoncini e tirai il mio cazzo verso sinistra per concedergli un minimo di spazio. Ero gonfissimo e voglioso, ma come sempre passivo e timido. Nella mia mente continuavo a dire, se mi viene duro è per legittima difesa, io sono stato educato e rispettoso fin ora…
Le mani raggiunsero l’ombelico, mentre la sua bocca si era appoggiata alla mia nuca. Ero un fascio di nervi. Poi arrivò all’elastico dei calzoncini, indugiò un attimo, e scese ancora fino al dove iniziavano i peli del pube. Feci un leggero movimento ed il mio cazzo, che era di lato, balzò verso l’alto trovandosi tra le dita di zia Silvia.
Il mio cuore fece un salto.
Silvia rise piano.
— Riprese a parlarmi.
Sai nessuno immaginerebbe cosa succede qui dentro a mezzogiorno.
Poi le sue mani si fermarono.
Silenzio.
E quando mi voltai verso di lei… capii improvvisamente che la settimana stava per diventare molto più complicata.
Perché qualcuno stava salendo le scale.
Quando sentii i passi sulle scale pensai davvero che il cuore mi si fosse fermato.
Silvia li sentì nello stesso momento.
Le sue mani si bloccarono sulle mie spalle.
Restammo immobili.
I passi salivano lentamente.
Uno… due… tre gradini.
Io mi girai verso la porta.
— Forse è la gelataia — sussurrai.
Silvia non sembrava affatto preoccupata.
Anzi.
Aveva quell’espressione divertita che avevo imparato a riconoscere.
— Non c’è nessuna gelataia che sale qui a quest’ora — disse piano.
I passi si fermarono davanti alla porta.
Io trattenni il respiro.
Poi sentimmo una voce dal piano di sotto.
— Maria! Hai visto le chiavi?
Un uomo.
Probabilmente il proprietario della gelateria.
I passi scesero di nuovo.
Il rumore svanì lungo le scale.
Il silenzio tornò nella stanza.
Io lasciai uscire lentamente l’aria dai polmoni.
Silvia invece… stava ridendo.
Non una risata forte.
Una risata bassa, divertita.
— Dovevi vedere la tua faccia — disse.
— Pensavi davvero che fosse qualcuno della tua famiglia.
— Poteva essere.
— Ma non lo era.
Fece un passo indietro.
— E questo rende tutto molto più interessante.
Io mi girai completamente verso di lei.
La camicia leggera si muoveva con il vento che entrava dalla finestra.
— Silvia…
— Sì?
— Non so se questa cosa sia una buona idea.
Lei inclinò leggermente la testa.
— Quale cosa?
— Questo.
Indicai la stanza.
Lei fece qualche passo verso il letto.
Poi si sedette.
— Andrea.
La sua voce era calma.
— Tu hai vent’anni.
Io annuii.
— E io ne ho quaranta.
Disse quella frase senza alcuna esitazione.
— Questo è il punto, giusto?
Non risposi.
Silvia mi osservò per qualche secondo.
Poi sorrise.
— Sai qual è la cosa divertente?
— Cosa?
— Che sei l’unico dei tuoi cugini che non ha mai provato a fare il brillante con me.
Si sdraiò lentamente sul letto.
— Gli altri fanno battute, cercano di fare i simpatici.
Fece un piccolo gesto con la mano.
— Tu invece diventi rosso ogni volta che ti guardo.
Il ventilatore continuava a girare sopra di noi.
Io rimasi in piedi accanto alla sedia.
Silvia prese il tubetto di crema dal comodino.
Lo lanciò verso di me.
Lo presi al volo.
— Sai cosa ho capito in questi giorni?
— Cosa?
— Che tu sei molto più coraggioso di quanto pensi.
Io scossi la testa.
— Non credo.
Lei si sollevò sui gomiti.
— Andrea.
La sua voce era improvvisamente più bassa.
— Mi hai massaggiato la schiena, i fianchi, le gambe…
Fece una piccola pausa.
— Senza mai scappare via.
Il mio viso diventò caldo.
Silvia sorrise.
— Però adesso è il mio turno.
— Il tuo turno?
Lei fece un cenno verso il letto.
— Vieni qui.
— Per cosa?
— Per finire la crema.
Indicò di nuovo le mie spalle.
— Il sole ti ha bruciato più di quanto pensi.
Io esitai.
Silvia allora aggiunse piano:
— Oppure hai paura?
La sfida era evidente.
Feci due passi avanti.
Mi sedetti sul bordo del letto.
Lei si spostò dietro di me, cingendo i miei fianchi con le cosce.
Sentii le sue dita aprire il tubetto.
La crema fredda toccò di nuovo la mia pelle.
Ma questa volta le sue mani non si limitarono alle spalle.
Scivolarono lentamente lungo la schiena.
Molto lentamente.
— Vedi? — disse piano.
— È facile.
Il suo respiro era vicino.
Troppo vicino, come il suo seno che premeva.
— Andrea…
— Sì?
— Posso dirti una cosa?
— Cosa?
Le sue mani si fermarono un secondo.
Poi ripresero a muoversi.
— Se qualcuno salisse davvero queste scale adesso…
Fece una pausa.
— Sarebbe molto difficile spiegare questa scena.
Il cuore mi batteva fortissimo.
— Silvia…
— Sì?
Sticazzi!
Poi da dietro allungò una mano, verso l’elastico dei miei calzoncini. Lo alzò appena per riuscire a scivolare dentro, poi scese, trovando il mio cazzo duro e in tiro. Che bell’uccello esclamò soddisfatta! E prese a massaggiarlo con le mani unte di crema. Non mi stava facendo una sega, molto meglio: dopo averlo lentamente scappellato mi massaggiava dalla punta alla base, indugiando sulle palle con una delicatezza che avrebbe fatto impazzire una statua. Poi con l’altra mano iniziò a stringermi il capezzolo, facendo aumentare ulteriormente la temperatura. Iniziai ad assecondare i suoi movimenti con il bacino, mentre lei mugolava aggrappata a me. Intanto la toccavo, per quello che potevo, stringevo le sue chiappe, sfioravo le cosce, e poi la figa. La trovai gonfia e calda, ricordo ancora la sensazione sotto le mani. Quelle gambe finalmente aperte per favorire i miei movimenti, ma venni. Ricordo una sborrata enorme, lenta, tanti fiotti di seme caldo sparati sul pavimento davanti al letto, e la sua mano che non si fermava. Aveva solo rallentato. Prendeva la sborra con le mani e ne tastava la consistenza, aspettando la successiva ondata, poi la usava per massaggiarmi ancora la cappella, le palle il culo. Quando non ebbi più nulla da dare prese le ultime gocce con le dita e le portò alla bocca, facendo attenzione a farsi vedere per bene. Rimanemmo così, immobili come statue di sale, io con il viso rivolto alla parete, e lei aggrappata alle mie spalle.
Nessuno dei due disse nulla.
Poi lei fece qualcosa che cambiò tutto.
Si staccò, si posizionò vicino la tv e allungò la mano.
E con un dito… chiuse lentamente il primo bottone della sua camicia.
Poi il secondo.
Poi il terzo.
— Non ancora — disse piano.
Io la guardai confuso.
Silvia sorrise.
— Se succede qualcosa troppo presto… il gioco finisce.
Fece un piccolo passo indietro.
— E io mi sto divertendo troppo.
Poi guardò l’orologio sul muro.
— Tra poco la tua famiglia tornerà dal mare.
Si avvicinò alla finestra per osservare l’ingresso.
Il sole del primo pomeriggio riempiva la stanza.
— Domani però — aggiunse.
Si voltò verso di me.
— Domani scendo in spiaggia.
Fece una pausa.
— E vediamo se riesci a fare finta che non sia successo niente.
Non ho mai raccontato questa storia a nessuno.
Nemmeno ai miei amici più stretti.
Nemmeno a quelli con cui, durante l’estate, passavamo le notti seduti sul muretto del porto a parlare di ragazze, di musica e di tutte le cose che a vent’anni sembrano enormi.
Questa storia me la sono tenuta dentro.
Un po’ per vergogna.
Un po’ perché, a dire la verità, non ho mai capito bene cosa fosse successo davvero.
So solo che quell’estate avevo vent’anni, la città era piena di turisti, e il mare sembrava più blu del solito.
Io vivevo lì da sempre.
Una piccola città di mare, di quelle dove tutti si conoscono e dove l’estate cambia completamente il ritmo delle giornate. In inverno è quasi silenziosa. In estate invece diventa un altro posto: voci straniere nei bar, motorini che passano fino a tardi, musica dalle terrazze.
E poi le spiagge.
La spiaggia era il centro di tutto.
I miei cugini arrivavano quasi ogni estate da fuori. Ma quell’anno successe qualcosa di diverso. Mio padre mi disse una mattina a colazione:
— Quest’anno viene anche tua zia Laura.
Laura era sua sorella.
La vedevo raramente. Forse una volta ogni due o tre anni.
— E viene con un’amica — aggiunse.
Non ci feci troppo caso.
In quel periodo avevo la testa piena di altre cose. Gli amici, le serate, le ragazze che arrivavano in vacanza e sparivano dopo due settimane.
Le vidi il giorno in cui arrivarono.
Era quasi sera. Il sole stava scendendo dietro il promontorio e colorava tutto di arancione. Io stavo tornando dal mare con i capelli ancora salati quando vidi il taxi fermarsi davanti alla casa che avevano affittato.
Era a circa un chilometro da casa nostra. Un piccolo appartamento sopra una gelateria.
Mia zia Laura scese per prima.
La ricordavo più o meno come tutte le zie: gentile, affettuosa, un po’ rumorosa.
Ma l’altra donna… non la conoscevo.
Quando scese dal taxi la guardai solo per un secondo, poi abbassai lo sguardo, come faccio sempre quando non voglio sembrare maleducato.
Era alta, molto chiara di pelle, fisico slanciato e grandi occhi azzurri.
I capelli biondi, raccolti in una coda un po’ disordinata che lasciava intuire le sue origini nordiche.
Aveva quell’aria di chi non è abituato al sole del mare, ma che in costume sta benissimo.
Mia zia mi chiamò.
— Vieni a salutare!
Mi avvicinai.
— Lui è Andrea — disse lei. — Il figlio di mio fratello.
La donna mi sorrise.
Un sorriso tranquillo, ma con qualcosa di… curioso. Come se mi stesse osservando più del necessario.
— Piacere — disse. — Io sono Silvia e sono la sorella di zio Bruno.
Aveva una voce morbida.
Io mormorai qualcosa tipo “piacere”, e basta.
Avevo vent’anni, ma in certe situazioni tornavo improvvisamente timido come a sedici.
Nei giorni successivi iniziammo a vederci spesso e poi apprezzare un fisico tonico, da atleta, spesso valorizzato da minuscoli bikini molto sensuali, anche se mai eccessivi.
Starle intorno era davvero piacevole e presto mi resi conto che molti uomini la fissavano quando le compagne non guardavano. Noi eravamo un gruppo numeroso e informale. In estate tutta la famiglia si muoveva insieme: cugini, zii, e parenti sparsi.
La mattina si scendeva in spiaggia sul presto.
Il lido a quell’ora era quasi vuoto. L’acqua fredda e limpida, un ottimo argomento per iniziare una conversazione.
Silvia però faceva una cosa strana.
Nonostante avesse la pelle chiarissima, restava al sole molto più degli altri. Distesa sull’asciugamano, quasi immobile.
Io ogni tanto la guardavo senza farmi notare. Le sue gambe erano tornite e snelle, e sostenevano un culetto sodo e rotondo che faceva invidia a tutta la fauna femminile.
La pelle delle spalle, invece riceveva poche attenzioni, al punto che diventava sempre più rossa.
— Ti scotterai — le disse mia zia un giorno.
Lei rise.
— Ho bisogno di un po’ di colore.
E il colore arrivò!
Solo che non era quello giusto.
Due giorni dopo non venne in spiaggia sul presto.
— Si è scottata — spiegò mia zia mentre sistemava l’ombrellone.
— Ha pure un po’ di febbre.
Non ci pensai più di tanto.
Le giornate continuarono normalmente: mare, pranzi veloci, poi di nuovo spiaggia fino al tramonto, e poi ancora fuori la notte.
Silvia invece rimase a casa, cotta come una bruschetta.
Il medico aveva imposto divieto assoluto di stare al mare ed almeno due creme per evitare macchie e di spellarsi.
Il quarto giorno, verso mezzogiorno, mia madre mi disse una cosa che avrebbe cambiato tutta la settimana.
— Andrea, puoi farmi un favore?
Io stavo prendendo una pesca dal frigorifero.
— Dimmi.
— Porta questo pranzo a Silvia.
Indicò un piccolo vassoio a chiusura ermetica con un piatto di pasta fredda, del Thè e un po’ di frutta.
— Poverina è ancora ustionata dal sole. Tutti noi andiamo al mare e lei resta sola in casa.
Guardai l’orologio per tutto il tempo.
Era l’ora più calda del giorno.
Il sole batteva sulle strade quasi vuote.
— Va bene — dissi.
Presi il vassoio e uscii.
Il chilometro fino al suo appartamento lo feci lentamente.
L’asfalto emanava quell’odore caldo tipico delle città di mare a luglio. Si sentiva in lontananza la musica di uno stabilimento balneare pieno di gente in cerca di un po' d’ombra.
Quando arrivai sotto la gelateria, il locale era quasi vuoto.
Salì le scale esterne.
Bussai.
Nessuna risposta.
Bussai di nuovo.
Dopo qualche secondo, sentii dei passi leggeri.
La porta si aprì appena.
Silvia comparve nello spiraglio.
Aveva i capelli sciolti e un’espressione un po’ assonnata.
— Ah… sei tu.
Aprì la porta completamente.
— Entra.
L’appartamento era fresco e leggermente in penombra. Le persiane erano quasi chiuse.
Da una stanza arrivava il rumore basso della televisione.
Lei tornò verso il letto senza troppa fretta, per non sentire dolore.
Solo in quel momento mi accorsi di una cosa.
Indossava una camicia molto larga. Probabilmente una camicia da notte.
Si sdraiò di nuovo sul letto, lentamente, con cautela.
— Che gentili — disse guardando il vassoio.
Io rimasi in piedi accanto alla porta della stanza.
Un po’ imbarazzato.
— Te l’ha mandato mia madre.
— Ringraziala.
Poi fece un piccolo gesto con la mano.
— Puoi appoggiarlo qui.
Indicò il comodino accanto al letto.
Mi avvicinai.
Quando posai il vassoio mi accorsi della schiena.
La camicia era leggermente aperta dietro, e la pelle era molto arrossata dal sole.
Lei sospirò.
— Non pensavo di essere così sensibile al sole.
— Per il sole?
— Sì.
Fece un piccolo sorriso triste.
— Non sono fatta per queste latitudini, la mia famiglia è di origini svedesi.
La televisione continuava a parlare a bassa voce.
Io non sapevo bene cosa fare.
— Vuoi… dell’acqua?
— No, grazie.
Prese lentamente una forchetta.
Poi mi guardò.
Direttamente.
— Puoi restare un momento?
La domanda mi colse di sorpresa.
— Certo.
Mi sedetti su una sedia vicino al letto.
Silvia iniziò a mangiare lentamente. Probabilmente voleva un po' di compagnia.
Il silenzio nella stanza era strano. Non imbarazzante… ma carico di qualcosa che non sapevo definire.
Ogni tanto lei alzava lo sguardo verso di me.
Come se volesse dire qualcosa.
Poi tornava al piatto.
Dopo qualche minuto, disse:
— Tutti al mare?
— Sì.
— Anche le tue cugine?
— Sì.
— Dev’essere bello vivere qui.
Guardai verso la finestra socchiusa.
Si sentiva lontano il rumore delle onde.
— Sì… non è male.
Lei appoggiò la forchetta.
Poi disse una cosa che mi fece arrossire senza sapere perché.
— Sai… sei cresciuto molto dall’ultima volta che ti ho visto.
Io abbassai lo sguardo.
— Sono passati anni.
Silvia sorrise appena.
Poi si girò leggermente sul letto.
La camicia si mosse.
Solo un poco.
Non vidi nulla di preciso.
Ma abbastanza da sentire improvvisamente caldo nonostante la stanza fosse fresca.
Lei sembrò accorgersene.
E non disse niente.
Continuò solo a guardarmi per qualche secondo.
Con un’espressione curiosa.
Quella fu la prima volta.
Ma non fu l’ultima.
Perché il giorno dopo… mi chiesero di portarle di nuovo il pranzo.
E quella volta successe qualcosa che non mi aspettavo affatto.
Il giorno dopo tornai verso mezzogiorno.
Non era stato chiesto esplicitamente, ma avvenne.
— Andrea, porti tu il pranzo a Silvia?
Io feci spallucce.
— Sì.
Non so perché non mi dispiacesse.
Forse perché quell’ora del giorno aveva qualcosa di strano. Tutti erano in spiaggia, il sole era altissimo, le strade quasi vuote.
Sembrava che la città appartenesse solo a me.
Arrivai davanti alla gelateria. L’odore dolce delle cialde usciva dalla porta aperta.
Pensai di prendere una vaschetta di gelato. Limone e Fragola, da mangiare con Silvia.
Salii le scale.
Quella volta non bussai forte.
Due colpi leggeri.
— Avanti — disse la sua voce da dentro, aprendo la porta.
Entrai.
La televisione era accesa come il giorno prima, ma con il volume più basso. Una specie di sottofondo.
Silvia si adagiò di nuovo sul letto.
Questa volta era girata di lato.
Aveva i capelli raccolti in modo disordinato sopra la testa e indossava una canotta molto leggera.
I pantaloncini lasciavano intravedere uno splendido culetto e delle mutandine chiare. Era veramente una figa assurda.
La luce entrava dalle persiane socchiuse e disegnava delle strisce luminose sul pavimento.
— Il pranzo — dissi.
— Sei il mio salvatore ufficiale ormai.
Sorrise.
Mi avvicinai al comodino per appoggiare il vassoio.
Lei si spostò leggermente sul letto.
— Oggi va già meglio — disse.
— La febbre è quasi passata.
Guardai la schiena.
Non era più rossa come il primo giorno, ma la pelle aveva ancora quel colore delicato che si vede quando il sole ha esagerato.
— Però brucia ancora — aggiunse.
Prese il piatto.
Mangiammo in silenzio per qualche minuto, poi fu il turno del gelato.
Io seduto sulla stessa sedia del giorno prima, lei sul cuscino con le gambe incrociate.
Ogni tanto sentivo il ventilatore del soffitto fare un giro lento.
Silvia mangiava con calma, guardando ogni tanto la televisione, ogni tanto me.
Poi all’improvviso fece una piccola smorfia.
— Accidenti…
— Che succede?
Indicò la schiena.
— La pelle tira.
Si spostò di nuovo, cercando una posizione più comoda.
Poi guardò verso il comodino.
— Mi faresti un favore?
— Certo.
Indicò un tubetto bianco.
— Quella crema.
La presi.
— Il dottore ha detto di metterla sulle spalle — disse. — Ma da sola è complicato.
Io rimasi con il tubetto in mano per qualche secondo.
Non perché fosse una richiesta strana.
Ma perché all’improvviso sentii una specie di imbarazzo salire dallo stomaco.
Lei sembrò accorgersene.
Sorrise appena.
— Non ti mangio mica.
Si girò lentamente sul letto.
Ora era a pancia in giù.
La canotta si sollevò appena mentre si sistemava.
La schiena apparve davanti a me.
Chiara.
Liscia.
Con quella tonalità rosata che il sole lascia dopo una giornata troppo lunga in spiaggia.
— Basta poca crema — disse.
Aprii il tubetto.
Ne feci uscire un po’ sulle dita.
Non avevo mai fatto una cosa del genere.
Per qualche motivo mi sembrava una cosa molto più intima di quanto dovesse essere.
Appoggiai la mano sulla sua spalla, apprezzando il contatto con la pelle bollente.
— Così va bene?
— Sì… piano. Pizzica cazzo.
Cominciai a spalmare la crema lentamente.
Il profumo era fresco, mentolato.
La pelle assorbiva subito il bianco della crema.
Lei fece un piccolo sospiro, rilassandosi.
— Ah… mi ci voleva proprio.
Continuai a muovere la mano.
Lentamente.
Cercando di non pensare troppo a quello che stavo facendo.
La stanza era silenziosa.
Solo la televisione parlava piano.
Il ventilatore faceva girare l’aria calda dell’estate.
— Non sei mai stato al mare oggi? — chiese lei.
— No, ci vado dopo.
— Per colpa mia.
— No… figurati.
Lei non disse nulla per qualche secondo.
Poi aggiunse, con tono leggero:
— Hai delle mani molto delicate.
Non sapevo cosa rispondere.
Continuai semplicemente a distribuire la crema.
Dalle spalle verso il centro della schiena.
La pelle era ancora leggermente arrossata ma molto più morbida del giorno prima.
Silvia chiuse gli occhi.
— Così è perfetto.
La mia mano si fermò.
— Basta?
— Ancora un pochino.
Non me lo feci ripetere.
La sua voce era più bassa.
Io ripresi a muovermi lentamente, con movimenti più ampi che sfioravano le natiche, mentre lei si sistemava meglio per godersi completamente l’improvvisato massaggio.
Non c’era niente di veramente strano in quella scena.
Eppure, sentivo qualcosa cambiare nell’aria della stanza.
Come se quel gesto semplice avesse improvvisamente superato una linea invisibile. I miei occhi scrutavano avidi ogni centimetro della sua pelle, ma per pudicizia, non riuscii a fare altro.
A un certo punto lei aprì gli occhi.
Girò la testa verso di me.
— Sai una cosa?
— Cosa?
Mi guardò con quell’espressione curiosa che avevo già notato il primo giorno.
— Non sembri affatto un ragazzo di vent’anni.
— In che senso?
— Sei… tranquillo.
Fece un piccolo sorriso.
— I ragazzi della tua età di solito sono molto più agitati.
Io arrossii.
— Dipende.
Lei rise piano.
Poi si girò leggermente sul fianco.
La canotta si mosse ancora un poco.
— Grazie — disse.
Io chiusi il tubetto di crema.
Le mani mi sembravano improvvisamente troppo grandi.
— Meglio?
— Molto.
Restammo in silenzio per qualche secondo.
Poi lei disse:
— Domani forse riesco a scendere un po’ in spiaggia.
— Bene.
Fece una pausa.
— Però… se non ti dispiace… potresti passare comunque.
La guardai.
— Per la crema.
Aggiunse quella frase con una naturalezza quasi innocente.
Ma mentre lo diceva stava sorridendo, mentre io stavo morendo.
E io, in quel momento, capii una cosa molto semplice.
Il giorno dopo sarei tornato.
Senza bisogno che nessuno me lo chiedesse.
Il terzo giorno tornai quasi alla stessa ora.
Quella volta non mi servì nemmeno una scusa.
A casa stavano tutti sistemando le borse del mare quando mia madre disse distrattamente:
— Andrea, passi da Silvia prima di pranzo?
Io annuii subito.
Presi il solito contenitore e uscii.
Il caldo era ancora più forte del giorno prima. L’aria sembrava immobile sopra l’asfalto, e la città a quell’ora aveva quel silenzio tipico delle prime ore del pomeriggio estivo, quando tutto rallenta.
Quando arrivai davanti alla gelateria sentii di nuovo quell’odore dolce di zucchero caldo.
Salii le scale lentamente.
Bussai.
— È aperto — disse la sua voce.
Entrai stupito.
La stanza era quasi uguale al giorno prima: persiane socchiuse, televisione accesa piano, il ventilatore che girava lentamente sul soffitto.
Silvia era seduta sul letto.
Aveva le gambe raccolte sotto di sé e stava guardando qualcosa alla televisione.
Quando mi vide sorrise.
— Puntuale.
Appoggiai il vassoio sul comodino.
— Come va oggi?
Lei fece una piccola smorfia ironica.
— Molto meglio… ma non ancora abbastanza per il sole.
Mangiò, più o meno nello stesso modo dei giorni precedenti.
Solo che quella volta l’atmosfera era diversa.
Più… familiare.
Silvia parlava di più. Mi faceva domande sulla città, sugli amici, sulle serate al porto.
Io rispondevo un po’ timidamente, ma pian piano mi rilassavo.
A un certo punto lei posò la forchetta.
Si appoggiò con la schiena al muro.
Poi mi guardò con un’espressione curiosa.
— Posso farti una domanda?
— Certo.
— Hai raccontato a qualcuno della crema?
La domanda mi prese completamente alla sprovvista.
— No.
Lei inclinò leggermente la testa.
— A nessuno?
— No… cioè… perché avrei dovuto?
Silvia sorrise.
Un sorriso piccolo, quasi divertito.
— Non lo so.
Fece scorrere un dito sul bordo del piatto.
— I ragazzi della tua età di solito raccontano tutto agli amici.
Io scossi la testa.
— Non è una cosa strana.
Lei mi guardò ancora qualche secondo.
Come se stesse cercando di capire se dicessi la verità.
Poi annuì piano.
— Meglio così.
Non aggiunse altro.
Dopo qualche minuto, spinse il vassoio da parte.
— Penso che sia il momento della medicina.
Indicò il tubetto di crema sul comodino.
Io lo presi automaticamente.
Questa volta però lei non si sdraiò subito.
Rimase seduta.
Poi disse con naturalezza:
— Oggi brucia un po’ anche più in basso.
Fece un gesto vago con la mano lungo il fianco.
— Il sole è arrivato anche lì.
Io rimasi fermo con il tubetto in mano.
Lei si accorse della mia esitazione.
— Se ti dà fastidio non importa — disse.
Ma lo disse sorridendo.
Come se sapesse già la risposta.
Alla fine, lei si sdraiò lentamente a pancia in giù.
La canotta di cotone questa volta si sollevò completamente. Il suo seno contro il materasso, come fanno le ragazze in spiaggia.
— Mettila prima sulle spalle — disse. — Come ieri. Le sue indicazioni sembravano più indirizzate a procurare piacere che a spiegare una terapia.
Aprii il tubetto.
La crema uscì sulle dita con lo stesso profumo fresco.
Appoggiai la mano sulla sua spalla.
La pelle non era più calda come il primo giorno. Solo leggermente sensibile.
Cominciai a muovermi lentamente, valutando le sue risposte.
Il gesto ormai era quasi naturale, e mi sentivo pronto ad aggiungere qualche piccola variazione.
La crema spariva subito mentre la stendevo.
Silvia chiuse gli occhi.
— Così è perfetto.
Restammo in silenzio per un po’.
La mia mano seguiva lentamente la linea delle sue spalle, poi scendeva verso il centro della schiena. Provavo timidamente a scendere, ma senza esagerare troppo.
Il ventilatore faceva girare l’aria calda.
La televisione parlava piano.
Probabilmente non le sfuggirono i miei tentativi maldestri, tanto che ad un certo punto lei disse:
— Un po’ più giù.
La sua voce era calma.
Distratta ma perentoria.
Io scesi lentamente con la mano, seguendo la linea della schiena. Prima l’incavo, esplorando la curva dei suoi fianchi, poi la collina dei lombi, dove inizia il sedere.
La pelle lì era più chiara.
— Lì tira molto — disse.
Ripresi il tubetto per riprendere fiato, misi la crema sulle dita e continuai a stendere la crema con movimenti lenti, ripartendo dall’alto per spingermi ancora più in basso.
Cercando di concentrarmi solo su quello, ma la mia eccitazione era ormai visibile. I miei pantaloncino da mare non riuscivano a mascherare il mio uccello che pulsava, desideroso di libertà.
Silvia fece un piccolo sospiro.
— Ah… questo sì che aiuta.
Passò qualche secondo.
Poi lei aggiunse:
— Non essere così rigido.
Aprì appena gli occhi e mi guardò di lato.
— Non sto mica chiedendo chissà cosa.
Io provai a sorridere.
Ma sentivo il cuore battere più forte del normale.
Continuai a massaggiare la crema lentamente.
Le mie dita si muovevano lungo la schiena, un po’ più in basso rispetto al giorno prima. Potevo sentire la pelle delle sue belle chiappe, avevo il suo permesso, una buona scusa, quindi pensai: adesso ci provo!
A un certo punto lei parlò di nuovo.
— Sai una cosa?
— Cosa?
— Sei molto serio.
La sua voce aveva un tono quasi divertito.
— Sembri uno che prende tutto molto sul serio.
Io non risposi.
Lei allora si girò leggermente sul fianco.
Non completamente.
Solo abbastanza da guardarmi meglio.
— Rilassati.
Poi fece un piccolo gesto con la mano verso il tubetto.
— Ce n’è ancora un po’.
Mi sentii un cretino.
Indicò di nuovo il fianco.
— Anche lì il sole ha fatto il suo lavoro.
Rimase a guardarmi.
Con quella stessa espressione curiosa dei giorni precedenti.
Come se volesse capire fino a dove sarei arrivato.
Io abbassai lo sguardo verso le mie mani.
Poi verso la sua schiena. Affondai le mani sul suo sedere infilandomi sotto l’elastico delle mutandine. Arrivai fino a metà del sedere, per poi fermarmi a stringere con decisione quelle chiappe calde. Ma non ebbi l’ardore di restare lì, a godere di quello splendido culo. E risalii.
La stanza era silenziosa.
E in quel momento mi resi conto di una cosa molto semplice.
Non ero più lì solo per portare il pranzo.
Il giorno dopo successe qualcosa di diverso.
Quando arrivai davanti alla gelateria notai subito che la finestra dell’appartamento era completamente aperta. Le persiane non erano più chiuse come nei giorni precedenti.
La luce del sole entrava direttamente nella stanza.
Salii le scale con il vassoio in mano e bussai.
— Vieni — disse Silvia.
Entrai.
La stanza era più luminosa del solito. Il ventilatore girava più veloce e dalla finestra arrivava l’odore del mare.
Silvia era seduta sul letto, ma stavolta non sembrava affatto una convalescente.
Aveva i capelli sciolti sulle spalle e indossava una maglietta molto leggera, di quelle quasi trasparenti quando la luce arriva da dietro, un paio di pantaloncini bianchi attillati molto corti. Tutte le sue forme erano ben in mostra, esaltate da un malizioso perizoma bianco.
Quando mi vide sorrise in modo diverso dal solito.
— Guarda chi è arrivato.
Appoggiai il vassoio.
— Come stai oggi?
— Molto meglio.
Fece un piccolo gesto con le spalle.
— Quasi guarita.
— Allora domani torni in spiaggia.
— Forse.
Disse quella parola lentamente, come se non fosse davvero convinta.
Mangiammo insieme, ma stavolta lei parlava molto di più. Mi fece domande sugli amici, sulle serate, sulle ragazze che venivano in vacanza.
A un certo punto disse:
— Quindi… nessuna fidanzata?
— No.
— Nemmeno una ragazza che ti piace?
— Non davvero.
Lei sorrise in modo strano.
— Sei più misterioso di quanto sembri.
Quando finì di mangiare appoggiò il piatto sul vassoio e si stiracchiò lentamente.
— Sai qual è il problema?
— Quale?
Indicò la schiena.
— Il sole ha fatto meno danni di quanto pensassi… ma la pelle tira ancora un po’.
Io presi il tubetto di crema quasi senza pensarci.
Silvia lo notò subito.
— Vedi? — disse. — Ormai lo fai automaticamente.
Si sdraiò sul letto, mi guardò maliziosa e disse: vediamo oggi cosa mi fai!
Ma questa volta non a pancia in giù.
Rimase sulla schiena, guardando il soffitto.
— Oggi però cambia un po’ il lavoro.
Io rimasi fermo.
Lei alzò appena il braccio.
— Il sole ha preso anche davanti.
Poi mi guardò.
Direttamente.
— Tranquillo… non sto per farti morire d’imbarazzo.
Sorrise, e restò in intimo. Tanto mi hai già vista in costume. Il suo corpo era fantastico, la pancia piatta, il reggiseno a balconcino che gonfiava le splendide tette.
— Spalma solo un po’ qui.
Indicò la parte alta del petto, vicino alla clavicola.
Io aprii il tubetto lentamente.
La crema uscì sulle dita.
Mi avvicinai.
La pelle era ancora leggermente arrossata dal sole.
Cominciai a stendere la crema con movimenti molto cauti.
Silvia chiuse gli occhi.
— Ah… sì.
Il ventilatore faceva muovere leggermente i suoi capelli.
— Molto meglio.
Continuai a muovere la mano lentamente, scendendo sulla parte scoperta dei seni. Poi lento risalivo alle spalle, al collo, e poi ancora giù. La crema si asciugava subito e io imperterrito la riprendevo da capo. Era chiaro che ormai non mi interessava più l’aspetto terapeutico, ma toccare quella splendida creatura.
A quel punto successe una cosa che mi fece gelare per un secondo.
Lei appoggiò la sua mano sopra la mia.
Non per fermarla.
Solo per guidarla un po’ più in basso, sotto il reggiseno. Sentii il capezzolo duro, la forma perfetta di quella tetta che mi veniva offerta con tanta naturalezza, la strinsi, la saggiai, la feci mia per un po'. Che fantastica sensazione conquistare il corpo di una donna, pensai.
— Qui tira di più — disse.
La sua voce era tranquilla.
Come se fosse la cosa più normale del mondo.
Io sentivo il cuore battere fortissimo.
Silvia aprì gli occhi e mi guardò.
— Andrea.
— Sì?
Fece un piccolo sorriso.
— Stai diventando rosso.
Io abbassai lo sguardo.
Lei rise piano.
— Sei adorabile quando fai così.
Restammo qualche secondo in silenzio.
Poi lei tolse la mano.
— Continua.
Ripresi a stendere la crema lentamente, anche all’altra tetta. Mi rendevo conto di quello che stava succedendo, ma non avevo il coraggio di parlare. Le strizzavo le tette educatamente, m non feci di più. Che fesso!
La stanza sembrava improvvisamente molto più calda.
Dopo qualche minuto, lei parlò di nuovo.
— Sai una cosa?
— Cosa?
— Credo che non dovrei dirlo… ma lo dirò lo stesso.
Fece una piccola pausa.
— Questo piccolo rituale mi piace.
Io la guardai.
— Quale rituale?
Lei fece un gesto con la testa verso il tubetto di crema.
— Tu che arrivi a quest’ora.
Il pranzo.
La stanza silenziosa.
E le tue mani che cercano di fare finta che sia tutto normale.
Poi sorrise di nuovo.
— Ma credo che ormai abbiamo superato quella fase.
Io rimasi in silenzio.
La mia mano era ancora sulla sua pelle, sempre tra le tette.
Silvia mi guardò per qualche secondo.
Poi disse una cosa che non mi aspettavo affatto.
— Sai qual è il problema adesso?
— Quale?
Si sollevò lentamente sui gomiti.
Il suo viso era molto vicino al mio.
— Che la scottatura ormai sta guarendo.
Fece una piccola pausa.
Poi aggiunse, quasi sussurrando:
— E quindi dobbiamo trovare un’altra scusa.
Il giorno dopo non avevo nemmeno bisogno che qualcuno me lo chiedesse.
Verso mezzogiorno presi il vassoio quasi automaticamente per andare a toccare le tette di Silvia.
Mia madre mi guardò mentre uscivo.
— Vai da zia?
— Sì.
— Dille che domani la riportiamo al mare con la forza.
Sorrisi.
— Glielo dirò.
Ma mentre camminavo sotto il sole di mezzogiorno pensavo a quello che aveva detto il giorno prima.
Dobbiamo trovare un’altra scusa.
Quelle parole mi giravano nella testa da tutta la mattina.
Quando arrivai davanti alla gelateria sentii la musica uscire dal locale.
Salii le scale.
La porta dell’appartamento era chiusa.
Bussai.
Per qualche secondo non successe niente.
Poi sentii i passi.
La porta si aprì lentamente.
Silvia mi guardò… e per un attimo rimasi completamente senza parole.
Non indossava le canotte dei giorni precedenti.
Aveva addosso solo una camicia molto leggera.
Una di quelle camicie estive larghe, trasparenti, con due bottoni aperti.
— Ciao — disse con naturalezza.
Io entrai cercando di sembrare normale.
Appoggiai il vassoio.
La stanza era diversa.
Le persiane erano completamente aperte.
La luce del sole riempiva tutto.
Silvia si sedette sul letto e iniziò a mangiare.
Ma lo faceva lentamente.
Ogni tanto mi guardava.
Come se stesse aspettando qualcosa.
Dopo qualche minuto, posò la forchetta.
— Andrea.
— Sì?
— Ho una confessione da farti.
Sentii subito che la stanza era diventata improvvisamente più silenziosa.
— La scottatura… — disse.
Fece un piccolo sorriso.
— Non è più un problema da due giorni.
Rimasi fermo.
— Come?
— È guarita quasi subito.
Si appoggiò indietro sul letto.
— La febbre pure.
Fece scorrere un dito lungo il bordo del piatto.
— Però mi stava molto simpatica l’idea che venissi qui tutti i giorni.
Io non sapevo cosa dire.
Lei mi guardò con calma.
— Non fare quella faccia.
— Quindi… — dissi.
— Quindi sì.
Sorrise.
— Ti ho fatto lavorare inutilmente con quella crema.
Rimasi in silenzio.
Silvia si alzò dal letto e fece qualche passo nella stanza.
La camicia si muoveva leggermente mentre camminava. Il suo culo meraviglioso mordeva il perizoma.
Si fermò davanti alla finestra.
Il sole illuminava la sua figura da dietro.
— Sai perché?
— No.
Si girò verso di me.
— Perché mi divertiva vedere quanto diventavi rosso ogni volta.
Fece un piccolo passo avanti.
— E perché sei molto più interessante dei ragazzi che incontro di solito.
Io sentivo il cuore battere forte.
Silvia si fermò molto vicino a me.
Non abbastanza da toccarmi.
Ma abbastanza da sentire il profumo leggero del bagnoschiuma.
— Però oggi c’è un problema — disse.
— Quale?
Indicò il tubetto di crema sul comodino.
— Non abbiamo più la scusa.
Rimanemmo in silenzio.
Poi successe qualcosa che non avevo previsto.
Silvia prese un altro tubetto che conteneva una crema più profumata. Probabilmente una semplice crema corpo femminile.
Lo aprì.
E mise un po’ di crema sulle proprie dita.
Poi mi guardò.
— Girati e togliti la maglietta.
— Cosa?
— Girati e togliti sta cazzo di maglietta!
Indicò le mie spalle.
— Il sole non ha bruciato solo me in questi giorni.
Io esitai.
Lei sorrise.
— Andrea.
La sua voce era calma.
— Non fare il timido proprio adesso.
Alla fine, mi girai.
Sentii le sue dita appoggiarsi sulle mie spalle.
La crema era fredda.
Le sue mani si muovevano lentamente.
Molto più lentamente di quanto avessi fatto io.
— Vedi? — disse piano.
— Non è difficile.
Il ventilatore continuava a girare sopra di noi, come l’occhio di Dio.
La stanza sembrava improvvisamente più piccola.
Le sue mani scivolarono lentamente lungo le mie spalle.
Poi si fermarono.
Silvia si avvicinò leggermente. Potevo sentire il suo seno sfiorarmi le spalle.
La sua voce arrivò quasi vicino al mio orecchio.
— Sai qual è la cosa più pericolosa di questa situazione?
— No.
Fece una piccola pausa.
Poi disse:
— Che tra cinque minuti tutta la famiglia potrebbe tornare dal mare.
Le sue mani scivolarono sulla mia clavicola, raggiunsero il petto, e poi i capezzoli. Ebbi un sussulto, ed iniziai ad ansimare per il fiato corto. Il suo tocco non si arrestò, raggiungendo il petto, sentendo il mio corpo. Poi scese piano verso i miei addominali. Persi il controllo. Infilai una mano nei calzoncini e tirai il mio cazzo verso sinistra per concedergli un minimo di spazio. Ero gonfissimo e voglioso, ma come sempre passivo e timido. Nella mia mente continuavo a dire, se mi viene duro è per legittima difesa, io sono stato educato e rispettoso fin ora…
Le mani raggiunsero l’ombelico, mentre la sua bocca si era appoggiata alla mia nuca. Ero un fascio di nervi. Poi arrivò all’elastico dei calzoncini, indugiò un attimo, e scese ancora fino al dove iniziavano i peli del pube. Feci un leggero movimento ed il mio cazzo, che era di lato, balzò verso l’alto trovandosi tra le dita di zia Silvia.
Il mio cuore fece un salto.
Silvia rise piano.
— Riprese a parlarmi.
Sai nessuno immaginerebbe cosa succede qui dentro a mezzogiorno.
Poi le sue mani si fermarono.
Silenzio.
E quando mi voltai verso di lei… capii improvvisamente che la settimana stava per diventare molto più complicata.
Perché qualcuno stava salendo le scale.
Quando sentii i passi sulle scale pensai davvero che il cuore mi si fosse fermato.
Silvia li sentì nello stesso momento.
Le sue mani si bloccarono sulle mie spalle.
Restammo immobili.
I passi salivano lentamente.
Uno… due… tre gradini.
Io mi girai verso la porta.
— Forse è la gelataia — sussurrai.
Silvia non sembrava affatto preoccupata.
Anzi.
Aveva quell’espressione divertita che avevo imparato a riconoscere.
— Non c’è nessuna gelataia che sale qui a quest’ora — disse piano.
I passi si fermarono davanti alla porta.
Io trattenni il respiro.
Poi sentimmo una voce dal piano di sotto.
— Maria! Hai visto le chiavi?
Un uomo.
Probabilmente il proprietario della gelateria.
I passi scesero di nuovo.
Il rumore svanì lungo le scale.
Il silenzio tornò nella stanza.
Io lasciai uscire lentamente l’aria dai polmoni.
Silvia invece… stava ridendo.
Non una risata forte.
Una risata bassa, divertita.
— Dovevi vedere la tua faccia — disse.
— Pensavi davvero che fosse qualcuno della tua famiglia.
— Poteva essere.
— Ma non lo era.
Fece un passo indietro.
— E questo rende tutto molto più interessante.
Io mi girai completamente verso di lei.
La camicia leggera si muoveva con il vento che entrava dalla finestra.
— Silvia…
— Sì?
— Non so se questa cosa sia una buona idea.
Lei inclinò leggermente la testa.
— Quale cosa?
— Questo.
Indicai la stanza.
Lei fece qualche passo verso il letto.
Poi si sedette.
— Andrea.
La sua voce era calma.
— Tu hai vent’anni.
Io annuii.
— E io ne ho quaranta.
Disse quella frase senza alcuna esitazione.
— Questo è il punto, giusto?
Non risposi.
Silvia mi osservò per qualche secondo.
Poi sorrise.
— Sai qual è la cosa divertente?
— Cosa?
— Che sei l’unico dei tuoi cugini che non ha mai provato a fare il brillante con me.
Si sdraiò lentamente sul letto.
— Gli altri fanno battute, cercano di fare i simpatici.
Fece un piccolo gesto con la mano.
— Tu invece diventi rosso ogni volta che ti guardo.
Il ventilatore continuava a girare sopra di noi.
Io rimasi in piedi accanto alla sedia.
Silvia prese il tubetto di crema dal comodino.
Lo lanciò verso di me.
Lo presi al volo.
— Sai cosa ho capito in questi giorni?
— Cosa?
— Che tu sei molto più coraggioso di quanto pensi.
Io scossi la testa.
— Non credo.
Lei si sollevò sui gomiti.
— Andrea.
La sua voce era improvvisamente più bassa.
— Mi hai massaggiato la schiena, i fianchi, le gambe…
Fece una piccola pausa.
— Senza mai scappare via.
Il mio viso diventò caldo.
Silvia sorrise.
— Però adesso è il mio turno.
— Il tuo turno?
Lei fece un cenno verso il letto.
— Vieni qui.
— Per cosa?
— Per finire la crema.
Indicò di nuovo le mie spalle.
— Il sole ti ha bruciato più di quanto pensi.
Io esitai.
Silvia allora aggiunse piano:
— Oppure hai paura?
La sfida era evidente.
Feci due passi avanti.
Mi sedetti sul bordo del letto.
Lei si spostò dietro di me, cingendo i miei fianchi con le cosce.
Sentii le sue dita aprire il tubetto.
La crema fredda toccò di nuovo la mia pelle.
Ma questa volta le sue mani non si limitarono alle spalle.
Scivolarono lentamente lungo la schiena.
Molto lentamente.
— Vedi? — disse piano.
— È facile.
Il suo respiro era vicino.
Troppo vicino, come il suo seno che premeva.
— Andrea…
— Sì?
— Posso dirti una cosa?
— Cosa?
Le sue mani si fermarono un secondo.
Poi ripresero a muoversi.
— Se qualcuno salisse davvero queste scale adesso…
Fece una pausa.
— Sarebbe molto difficile spiegare questa scena.
Il cuore mi batteva fortissimo.
— Silvia…
— Sì?
Sticazzi!
Poi da dietro allungò una mano, verso l’elastico dei miei calzoncini. Lo alzò appena per riuscire a scivolare dentro, poi scese, trovando il mio cazzo duro e in tiro. Che bell’uccello esclamò soddisfatta! E prese a massaggiarlo con le mani unte di crema. Non mi stava facendo una sega, molto meglio: dopo averlo lentamente scappellato mi massaggiava dalla punta alla base, indugiando sulle palle con una delicatezza che avrebbe fatto impazzire una statua. Poi con l’altra mano iniziò a stringermi il capezzolo, facendo aumentare ulteriormente la temperatura. Iniziai ad assecondare i suoi movimenti con il bacino, mentre lei mugolava aggrappata a me. Intanto la toccavo, per quello che potevo, stringevo le sue chiappe, sfioravo le cosce, e poi la figa. La trovai gonfia e calda, ricordo ancora la sensazione sotto le mani. Quelle gambe finalmente aperte per favorire i miei movimenti, ma venni. Ricordo una sborrata enorme, lenta, tanti fiotti di seme caldo sparati sul pavimento davanti al letto, e la sua mano che non si fermava. Aveva solo rallentato. Prendeva la sborra con le mani e ne tastava la consistenza, aspettando la successiva ondata, poi la usava per massaggiarmi ancora la cappella, le palle il culo. Quando non ebbi più nulla da dare prese le ultime gocce con le dita e le portò alla bocca, facendo attenzione a farsi vedere per bene. Rimanemmo così, immobili come statue di sale, io con il viso rivolto alla parete, e lei aggrappata alle mie spalle.
Nessuno dei due disse nulla.
Poi lei fece qualcosa che cambiò tutto.
Si staccò, si posizionò vicino la tv e allungò la mano.
E con un dito… chiuse lentamente il primo bottone della sua camicia.
Poi il secondo.
Poi il terzo.
— Non ancora — disse piano.
Io la guardai confuso.
Silvia sorrise.
— Se succede qualcosa troppo presto… il gioco finisce.
Fece un piccolo passo indietro.
— E io mi sto divertendo troppo.
Poi guardò l’orologio sul muro.
— Tra poco la tua famiglia tornerà dal mare.
Si avvicinò alla finestra per osservare l’ingresso.
Il sole del primo pomeriggio riempiva la stanza.
— Domani però — aggiunse.
Si voltò verso di me.
— Domani scendo in spiaggia.
Fece una pausa.
— E vediamo se riesci a fare finta che non sia successo niente.
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