Riconoscersi

di
genere
saffico

La casa è insolitamente vuota. Guardo i tetti di Milano che sfumano nel crepuscolo oltre la vetrata, ma la mia testa torna a Rimini. Eva è ripartita, lasciandomi con un abbraccio che mi ha scosso fin dentro le ossa. Io, la donna che ha sempre la risposta pronta, la predatrice che pretende di conoscere ogni millimetro della psicologia maschile, mi sento improvvisamente come una cartografa davanti a un continente che non compare sulle mappe.

Mi verso una birra scura. Ho bisogno di qualcosa di amaro, di denso. Qualcosa che somigli alla confessione che Eva mi ha rovesciato addosso ieri sera, tra un sorso e l’altro.

Eva non è mai stata timida. Nemmeno il divorzio da Roberto e la fatica di crescere due figli preadolescenti erano riusciti a spegnerla; avevano solo coperto di cenere quella scintilla che conoscevo bene. Era la mia complice durante le estati infinite passate a setacciare i locali sulla spiaggia. Eravamo un duo quasi perfetto: io colpivo, lei mi faceva da scudo.
Ripensandoci adesso mi sorprende quanto fosse facile per lei stare in quel gioco. O forse no. Forse era facile solo per me.
Con il tempo eravamo diventate maestre di un gioco pericoloso. Quando il livello alcolico saliva e la musica diventava solo un battito nel petto, ci lanciavamo nella nostra recita.
Ci baciavamo, ci toccavamo con lentezza studiata davanti ai ragazzi, solo per vedere le loro pupille dilatarsi, per accendere una miccia da gestire a nostro piacimento. Per loro era uno spettacolo, una promessa. Per noi era potere puro.

A volte però, quando le nostre labbra si separavano, Eva restava immobile un istante di troppo. Io ridevo e mi voltavo verso il pubblico. Lei invece sembrava tornare lentamente da un posto un po’ più lontano.
All’epoca non ci ho mai pensato. Adesso mi chiedo se per lei fosse davvero solo uno spettacolo.
Perché sotto la risata provocante, dentro di me restava sempre qualcosa di irrisolto. Un retrogusto. Una voglia strana di chiudere gli occhi e dimenticare che qualcuno stesse guardando; di esplorare davvero quel contatto invece di usarlo come arma scenica. Volevo capire perché la pelle di Eva fosse diversa da quella dei ragazzi che finivano regolarmente nel mio letto. Era un bacio nato per la galleria, ma ogni volta apriva una crepa minuscola dentro di me, una curiosità che richiudevo in fretta la mattina dopo, come si chiude una finestra quando entra troppa aria.
Appoggio la fronte al vetro freddo e l'immagine di Diego emerge dal buio come un'interferenza. Aveva lo stesso taglio degli occhi di Eva, la stessa curva dell’osso zigomatico, perfino quel modo di inclinare la testa. Solo ora, in questo silenzio che sa di luppolo, mi sfiora un’ipotesi che mi scuote: forse non l’avevo scelto per la sfida, ma per la comodità dell’errore. Diego era un corpo che potevo accettare senza farmi domande. Il mio ponte di sicurezza: toccare lui per non precipitare in lei. Con lui è stato un rapporto completo, il suo primo. Pensavo fosse potere. Invece era un anestetico: usavo inconsciamente il fratello per tradurre una lingua che con la sorella non osavo parlare. Ogni bacio dato a lui era una freccia indirizzata a lei, deviata all’ultimo istante perché il centro era troppo luminoso per essere guardato.

Con Eva tutto era diverso. E non solo perché era lei. Anche quel bacio seguiva una sequenza nota, ma il controllo mi sfuggiva. Era un bacio sospeso, mai consumato, eppure rimasto lì tra noi come una porta accostata che nessuna delle due ha mai avuto il coraggio di spingere. Era una domanda a cui non sapevamo ancora come rispondere, un silenzio che continuava a vibrare.
Dopo la separazione da Roberto, Eva aveva provato a rimettersi in gioco. Ma c’era un grigiore che non riusciva a scrollarsi di dosso, finché non è apparsa Francesca.
“Non so nemmeno se sono attratta dalle donne in generale, Cla’,” mi ha confessato ieri sera, fissando il fondo del bicchiere. Lo dice piano, girando il bicchiere tra le dita. “So solo che sono attratta da lei. So che quando Francesca mi guarda… è come se qualcuno avesse finalmente acceso la luce in una stanza dove vivevo da anni. Con gli uomini era come montare un puzzle: i pezzi dovevano combaciare per forza. Con Francesca è stato un urto. ”Quando ha pronunciato il suo nome ha sorriso, ma non era il sorriso obliquo che usava nei locali. Era più lento. Quasi stupito. “Un riconoscimento immediato.”
Riconoscimento.
La mia fantasia corre. Immagino di trovarmi davanti a una donna senza un pubblico maschile da eccitare, senza quella coreografia implicita che ormai eseguo a occhi chiusi. Immagino labbra che conoscano la propria morbidezza, mani che non cerchino la vittoria ma una simmetria. La curiosità che sento non ha nulla a che vedere con la caccia. È qualcosa di diverso, più quieto e profondo.
“Adesso l’esploratrice sei tu,” le ho detto stamattina salutandola. “Io sono rimasta qui a guardare l’orizzonte convinta che dopo il mare non ci fosse più niente.”
Finisco la birra con un sorso deciso. Nel vetro vedo il riflesso di una donna bellissima e sicura, ma nei miei occhi riconosco una fame nuova. Non quella della caccia, ma una curiosità lenta per un territorio che fino a ieri avevo attraversato solo per gioco. Non voglio più collezionare francobolli. Voglio imparare questa lingua nuova.
Prendo il telefono e scrivo a Eva: “Già mi manchi. Ho deciso: scendo a Rimini per Pasqua. Voglio conoscervi insieme, voglio vedere la luce che hai addosso quando parli di Francesca. Non te l’ho mai vista prima. Forse vederti felice mi aiuterà a capire se quel nostro vecchio dialetto in spiaggia fosse solo un gioco o l’inizio di qualcosa che ho avuto troppa paura di ascoltare. Prepara le birre fredde.”
Mentre il telefono si posa sul marmo del bancone, un silenzio denso avvolge la cucina. Fuori, il cielo è un nastro d'inchiostro. Ma io non vedo più le luci della città. Vedo il sorriso incerto di Eva e mi sorprendo a spostare il peso da un piede all'altro. La sua relazione non è più un racconto, è uno specchio. Per la prima volta non voglio guardare la mia immagine di cacciatrice. Voglio sapere cosa si prova quando non c'è caccia. Quando c'è solo contatto.
Senza rendermene conto, la mia mano si posa sul ventre. Le dita, abituate a guidare le avance con precisione chirurgica, ora esitano. Scivolano lentamente sopra il tessuto dei pantaloni. È un gesto nuovo, timido. Non cerco un piacere immediato, sto seguendo una traccia.
La mano scende ancora, fino a sfiorare il bottone. Un click quasi impercettibile e la cerniera si apre con un sibilo. La mia pelle trema al contatto con l'aria più fresca della cucina. Le dita superano l'elastico degli slip e si inoltrano in un territorio che ho sempre esplorato con fretta. Stavolta è diverso. Chiudo gli occhi.
L'immagine di Eva si dissolve, sostituita da una figura senza volto, una presenza femminile generata dalla mia stessa curiosità. La vedo seduta di fronte a me. I suoi occhi mi fissano, ma non è lo sguardo di un uomo che valuta: è uno sguardo che riconosce. Avvicino il mio viso al suo e il nostro primo bacio non è l'assalto che scatena la caccia. È un'apertura. Le labbra morbide si cercano, si adattano. La sento respirare contro la mia bocca, un respiro profondo che dice "finalmente". La lingua non invade, esplora. È un dialogo, non una conquista.
Mentre l'immaginazione si perde in quel bacio, la mia mano si fa più audace. L'indice e il medio scivolano tra le pieghe umide. Inizio a muoverli con un ritmo che non conosco.
Non è la fretta dell'autoerotismo funzionale, è una scoperta. Premo sul clitoride per sentire come reagisce, come si indurisce sotto il tocco curioso. È come premere un tasto di un pianoforte che non avevo mai notato.
Nella mia fantasia, la bacio di nuovo. Le mie mani scendono lungo le sue spalle lisce fino a coprire i suoi seni. Il palmo sente il peso, la forma. Il pollice sfiora il capezzolo, sentendolo indurire. La sento gemere dolcemente, un suono puro di piacere. La sua mano si posa sulla mia nuca, le dita intrecciate nei miei capelli, non per dominarmi, ma per ancorarsi.
La mia mano nei pantaloni imita quel movimento. L'altra sale sotto la maglietta e afferra il mio seno. È una doppia sensazione, un riflesso perfetto della fantasia. I miei movimenti lì sotto si fanno circolari, precisi. L'indice e il medio disegnano cerchi sempre più stretti, mentre l'anulare sfiora l'ingresso, sentendolo contrarsi e bagnarsi. Non inserisco il dito, accarezzo l'esterno come per chiedere il permesso. E il mio corpo risponde sì, con un'ondata di calore.
Immagino di distenderla sul divano. Il suo corpo è un paesaggio che voglio conoscere a memoria. Le mie labbra lasciano la bocca e scendono lungo il collo, mordicchiando la pelle. Lascio una scia di baci umidi tra i seni prima di prendere un capezzolo in bocca. Lecco, succhio delicatamente, sentendolo pulsare. La sua mano mi spinge giù con una gentilezza che è un ordine. "Scoprimi", sussurra, e io obbedisco.
La fantasia è così vivida che sento l'odore della sua pelle. Mi vedo in ginocchio davanti a lei, le sue gambe aperte per me. La lingua segue le labbra, sentendole gonfie. Trovo il clitoride e lo lecco lentamente, come se stessi assaggiando un frutto proibito. La sento gemere, il suo corpo che si inarca. Le mie mani le tengono le anche, ferme, mentre la mia bocca esplora. È un potere diverso: non è il potere di chi possiede, ma di chi dona.
La mia mano negli slip si muove con la stessa foga. Il dito medio, ormai bagnato, inizia a entrare e uscire lentamente, mentre il pollice massaggia il clitoride con movimenti rapidi. Il respiro mi si spezza, la schiena si inarca contro il bancone. Sento le sue contrazioni mescolarsi alle mie.
L'orgasmo arriva non come un'esplosione, ma come un'onda lunga e profonda che mi travolge dall'interno. Mi stringo le gambe, intrappolando la mia mano, mentre le contrazioni mi scuotono. È un piacere diverso, più intimo, più consapevole. Non è la scarica di adrenalina della conquista, è la pace della scoperta.
Resto appoggiata al bancone, gli occhi chiusi, il respiro che torna lentamente normale. Riapro gli occhi e il mio riflesso mi guarda dal vetro. È sempre il volto di Claudia, la cacciatrice. Ma per la prima volta nei suoi occhi non vedo più la preda. Vedo una compagna di viaggio. E ho una fame nuova: non più di carne, ma di pane. Di condivisione.
scritto il
2026-03-13
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