Lucy - Come tutto ebbe inizio (2)
di
Lucy Trav
genere
trans
Dopo quell’episodio anche un bullo come Marco si rese conto che le cose erano andate “un po’ oltre”. Approfittando della sua esitazione, mi rivestii in fretta mettendo i vestiti sopra la lingerie e lasciai il box.
A casa, sul letto, pensavo a quanto appena successo. Avevo fatto un pompino a un ragazzo. Perché ero stato costretto, ovviamente. No, un cazzo. Lo avevo fatto e mi piaceva. Sentivo ancora in bocca il gusto del suo sperma, e rabbrividivo a pensare alle sue dita così vicine al mio buchino.
Se me le avesse infilate? E se avesse voluto incularmi? Cosa avrei fatto?
E soprattutto… ero diventato gay?
No, perché le mie compagne mi attiravano eccome… e allora?
Mi spogliai, e scoprii il babydoll che portavo ancora sotto i miei panni maschili. Presi dal cassetto dove le tenevo nascoste le calze che avevo fatto sparire dal cesto della biancheria e le indossai. Il colore nero stonava un pochino con il rosso scuro del baby doll, ma l’effetto era comunque quello sperato.
Andai in bagno, e allo specchio mi misi un velo di rossetto utilizzando quello di mia madre, e poi ricuperai dallo scomparto delle verdure una grossa carota. Più grande dei miei soliti giocattoli, ma comunque più piccola del cazzo che avevo appena succhiato.
In ginocchio sul letto la succhiai, immaginando che fosse il cazzo di un uomo sdraiato sotto di me, e poi decisi che era il momento di osare. Presi la carota, abbondantemente sporca di rossetto, e me la appuntai all’ano.
Una fitta di dolore mi fece desistere, non riuscivo ad infilarla, perciò presi un pennarello e mi inculai con quello, mentre con un po’ di sapone liquido provavo a lubrificare l’ortaggio.
Quando mi sembrò che la candela mi avesse dilatato un pochino il buchetto, provai a sostituirlo con la carota… sentivo comunque male, ma lo volevo. E in un attimo spinsi e mi trovai quel fallo arancione tutto nel culo!
Mi inculai vigorosamente, sentendo dolore ma anche piacere, un piacere depravato, perverso.
Il giorno dopo uscii, e andai nella zona di quel negozio dei cinesi. Mi nascosi poco distante e spiai il via vai delle persone davanti al negozio, ma purtroppo non vedevo Marco. Stavo per andarmene, quando lo vidi aggirarsi all’altro angolo della via cercando qualcosa o qualcuno.
“Cercavi me?” dissi in tono canzonatorio.
“Allora avevo ragione, ci avevi preso gusto!” rispose, prendendomi per un braccio e portandomi nel negozio.
Arrivammo davanti all’intimo femminile, probabilmente voleva che prendessi qualcosa come il giorno prima, ma gli dissi di no.
Stupito per quel mio rifiuto, sorrise quando, scostando la maglietta, gli mostrai che sotto i vestiti portavo il babydoll del giorno prima. Ma lo sorpresi prendendo dallo scaffale una parrucca da carnevale di colore nero e sussurrando: “Però non ho il portafoglio… paghi tu?”.
Ci dirigemmo verso la sua “tana” e lì Marco, come a dimostrare che rimaneva lui il padrone, mi palpò rudemente il culo appena la serranda fu richiusa dietro di noi.
Io lo ignorai e scartai la parrucca, per poi indossarla. Purtroppo i “capelli” erano di plasticaccia da quattro soldi, niente a che vedere con le parrucche che utilizzo oggi, ma all’epoca mi sembravano una meraviglia. La maglietta era già volata via, scoprendo il baby doll, ma quel che non si aspettava erano le calze autoreggenti sotto i pantaloni.
“Che troia che sei!” ma volli dargli il colpo di grazia estraendo il rossetto e stendendo un velo di color rosso fuoco sulle mie labbra.
Mi saltò subito addosso, gettandomi sul divanetto ed estraendo il cazzo già in piena erezione puntando alla mia bocca.
Non mi negai, anzi, prendendolo per i fianchi ero io a dettare il ritmo del pompino, affondando quel membro nella mia gola ed estraendolo lucido di saliva, per poi fermarmi ogni tanto e coprire l’asta di baci e leccate, arrivando fino ai coglioni.
Intanto, non senza un po’di timore, valutavo le dimensioni di quel membro. Oggi, con la mia esperienza, non mi sembrerebbe sicuramente un cazzo XXL, ma all’epoca mi sembrava almeno il doppio della mia carota. Sarei stata in grado di riceverlo?
L’avrei scoperto di lì a poco.
Infatti Marco, dopo essersi goduto per un po’il pompino, decise che non voleva più attendere oltre.
Sfilatomi il cazzo di bocca, mi fece voltare a quattro zampe e mi diede una sculacciata fortissima.
Trattenni a stento un gemito, nonostante tutto non volevo dargli troppe soddisfazioni. Ma quando sentii le sue mani scostare il perizoma e la sua cappella spingere sul buchetto, non riuscii a trattenere un urlo di dolore. Il glande aveva superato l’anello di muscoli dello sfintere, forzandolo fino allo spasimo, e ora il cazzo di Marco mi stava affondando dentro le budella, dilatando, sformando, sfondando tutto al suo passaggio.
Le lacrime mi scendevano lungo le guance, ma Marco non se ne curava. Continuò ad affondare nel mio intestino quel suo bastone di carne dandomi la sensazione di essere squarciata da un ferro rovente, fino a quando non sentii chiaramente le sue cosce contro le mie natiche.
Pensavo che, avendolo tutto dentro, il peggio fosse passato, ma così non era.
Infatti non appena Marco cominciò ad estrarre il suo cazzo dal mio culo ebbi la sensazione di essere risvoltata come un calzino, che quel grosso cazzo, uscendo, si tirasse dietro le mie budella. E poi affondò di nuovo, strappandomi un altro urlo.
Aveva preso a scoparmi il culo, e ogni vai e vieni mi provocava fitte di dolore. Piangevo, urlavo, ma sentivo che ogni volta il cazzo di Marco scorreva un po’ più liberamente nel mio sfintere che evidentemente aveva alzato bandiera bianca.
Pensai che in fondo lo avevo voluto io, che se non fossi andata vestita come una troia, ma come un maschietto, Marco forse si sarebbe accontentato di un pompino.
E pensai che ora ero davvero una rotta in culo. Ma questo pensiero mi diede un brivido di eccitazione.
Già, ero una troietta dal culo sfondato, come mi diceva Marco continuando a chiavarmi. E sentivo che, nonostante il dolore non accennasse a diminuire, con quello stavo sentendo montanre anche una sensazione diversa, un piacere perverso nell’essere usata, violata, come una lurida sgualdrina da strada.
A Marco non interessava minimamente di queste mie elucubrazioni filosofiche. Per lui ero solo un buco pulsante da scopare, e i panni femminili lo facevano sentire meno in colpa per quello che, in fondo, era in tutto e per tutto un atto omosessuale.
E così Marco se ne venne nel mio culo dolorante, scaricandovi dentro il suo sperma.
Rimasi lì su quel divanetto, e quando andai a toccare con le dita il mio buchetto lo trovai morbido, allentato, e notai che da quel cratere colava una miscela di sangue e sperma.
Ero sfondata, rotta in culo. E nonostante il dolore, non ne ero pentita.
A casa, sul letto, pensavo a quanto appena successo. Avevo fatto un pompino a un ragazzo. Perché ero stato costretto, ovviamente. No, un cazzo. Lo avevo fatto e mi piaceva. Sentivo ancora in bocca il gusto del suo sperma, e rabbrividivo a pensare alle sue dita così vicine al mio buchino.
Se me le avesse infilate? E se avesse voluto incularmi? Cosa avrei fatto?
E soprattutto… ero diventato gay?
No, perché le mie compagne mi attiravano eccome… e allora?
Mi spogliai, e scoprii il babydoll che portavo ancora sotto i miei panni maschili. Presi dal cassetto dove le tenevo nascoste le calze che avevo fatto sparire dal cesto della biancheria e le indossai. Il colore nero stonava un pochino con il rosso scuro del baby doll, ma l’effetto era comunque quello sperato.
Andai in bagno, e allo specchio mi misi un velo di rossetto utilizzando quello di mia madre, e poi ricuperai dallo scomparto delle verdure una grossa carota. Più grande dei miei soliti giocattoli, ma comunque più piccola del cazzo che avevo appena succhiato.
In ginocchio sul letto la succhiai, immaginando che fosse il cazzo di un uomo sdraiato sotto di me, e poi decisi che era il momento di osare. Presi la carota, abbondantemente sporca di rossetto, e me la appuntai all’ano.
Una fitta di dolore mi fece desistere, non riuscivo ad infilarla, perciò presi un pennarello e mi inculai con quello, mentre con un po’ di sapone liquido provavo a lubrificare l’ortaggio.
Quando mi sembrò che la candela mi avesse dilatato un pochino il buchetto, provai a sostituirlo con la carota… sentivo comunque male, ma lo volevo. E in un attimo spinsi e mi trovai quel fallo arancione tutto nel culo!
Mi inculai vigorosamente, sentendo dolore ma anche piacere, un piacere depravato, perverso.
Il giorno dopo uscii, e andai nella zona di quel negozio dei cinesi. Mi nascosi poco distante e spiai il via vai delle persone davanti al negozio, ma purtroppo non vedevo Marco. Stavo per andarmene, quando lo vidi aggirarsi all’altro angolo della via cercando qualcosa o qualcuno.
“Cercavi me?” dissi in tono canzonatorio.
“Allora avevo ragione, ci avevi preso gusto!” rispose, prendendomi per un braccio e portandomi nel negozio.
Arrivammo davanti all’intimo femminile, probabilmente voleva che prendessi qualcosa come il giorno prima, ma gli dissi di no.
Stupito per quel mio rifiuto, sorrise quando, scostando la maglietta, gli mostrai che sotto i vestiti portavo il babydoll del giorno prima. Ma lo sorpresi prendendo dallo scaffale una parrucca da carnevale di colore nero e sussurrando: “Però non ho il portafoglio… paghi tu?”.
Ci dirigemmo verso la sua “tana” e lì Marco, come a dimostrare che rimaneva lui il padrone, mi palpò rudemente il culo appena la serranda fu richiusa dietro di noi.
Io lo ignorai e scartai la parrucca, per poi indossarla. Purtroppo i “capelli” erano di plasticaccia da quattro soldi, niente a che vedere con le parrucche che utilizzo oggi, ma all’epoca mi sembravano una meraviglia. La maglietta era già volata via, scoprendo il baby doll, ma quel che non si aspettava erano le calze autoreggenti sotto i pantaloni.
“Che troia che sei!” ma volli dargli il colpo di grazia estraendo il rossetto e stendendo un velo di color rosso fuoco sulle mie labbra.
Mi saltò subito addosso, gettandomi sul divanetto ed estraendo il cazzo già in piena erezione puntando alla mia bocca.
Non mi negai, anzi, prendendolo per i fianchi ero io a dettare il ritmo del pompino, affondando quel membro nella mia gola ed estraendolo lucido di saliva, per poi fermarmi ogni tanto e coprire l’asta di baci e leccate, arrivando fino ai coglioni.
Intanto, non senza un po’di timore, valutavo le dimensioni di quel membro. Oggi, con la mia esperienza, non mi sembrerebbe sicuramente un cazzo XXL, ma all’epoca mi sembrava almeno il doppio della mia carota. Sarei stata in grado di riceverlo?
L’avrei scoperto di lì a poco.
Infatti Marco, dopo essersi goduto per un po’il pompino, decise che non voleva più attendere oltre.
Sfilatomi il cazzo di bocca, mi fece voltare a quattro zampe e mi diede una sculacciata fortissima.
Trattenni a stento un gemito, nonostante tutto non volevo dargli troppe soddisfazioni. Ma quando sentii le sue mani scostare il perizoma e la sua cappella spingere sul buchetto, non riuscii a trattenere un urlo di dolore. Il glande aveva superato l’anello di muscoli dello sfintere, forzandolo fino allo spasimo, e ora il cazzo di Marco mi stava affondando dentro le budella, dilatando, sformando, sfondando tutto al suo passaggio.
Le lacrime mi scendevano lungo le guance, ma Marco non se ne curava. Continuò ad affondare nel mio intestino quel suo bastone di carne dandomi la sensazione di essere squarciata da un ferro rovente, fino a quando non sentii chiaramente le sue cosce contro le mie natiche.
Pensavo che, avendolo tutto dentro, il peggio fosse passato, ma così non era.
Infatti non appena Marco cominciò ad estrarre il suo cazzo dal mio culo ebbi la sensazione di essere risvoltata come un calzino, che quel grosso cazzo, uscendo, si tirasse dietro le mie budella. E poi affondò di nuovo, strappandomi un altro urlo.
Aveva preso a scoparmi il culo, e ogni vai e vieni mi provocava fitte di dolore. Piangevo, urlavo, ma sentivo che ogni volta il cazzo di Marco scorreva un po’ più liberamente nel mio sfintere che evidentemente aveva alzato bandiera bianca.
Pensai che in fondo lo avevo voluto io, che se non fossi andata vestita come una troia, ma come un maschietto, Marco forse si sarebbe accontentato di un pompino.
E pensai che ora ero davvero una rotta in culo. Ma questo pensiero mi diede un brivido di eccitazione.
Già, ero una troietta dal culo sfondato, come mi diceva Marco continuando a chiavarmi. E sentivo che, nonostante il dolore non accennasse a diminuire, con quello stavo sentendo montanre anche una sensazione diversa, un piacere perverso nell’essere usata, violata, come una lurida sgualdrina da strada.
A Marco non interessava minimamente di queste mie elucubrazioni filosofiche. Per lui ero solo un buco pulsante da scopare, e i panni femminili lo facevano sentire meno in colpa per quello che, in fondo, era in tutto e per tutto un atto omosessuale.
E così Marco se ne venne nel mio culo dolorante, scaricandovi dentro il suo sperma.
Rimasi lì su quel divanetto, e quando andai a toccare con le dita il mio buchetto lo trovai morbido, allentato, e notai che da quel cratere colava una miscela di sangue e sperma.
Ero sfondata, rotta in culo. E nonostante il dolore, non ne ero pentita.
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