Nella mente di Cristina (parte 2)
di
PAOLO CENERE
genere
tradimenti
NELLA MENTE DI CRISTINA (PARTE 2)
Il tragitto dalla spiaggia verso la mia auto fu una camminata in un limbo fatto di sabbia e adrenalina. Il telefono, nella tasca dei pan-taloni, mi sembrava un pezzo di carbone ardente che minacciava di incenerirmi la coscia. Ogni passo era una domanda, ogni respi-ro un dubbio che si scontrava con la mia natura di predatore.
Mi chiusi in macchina, nel buio dell'abitacolo che sapeva di ta-bacco e ossessione. Accesi lo schermo. Eccola lì, di nuovo. Cri-stina, la "santa" di Ostia, piegata tra gli asciugamani, che acco-glieva l’abisso con una fame che mi faceva tremare le mani. Poi il bidet in mare. Quel gesto metodico, quasi chirurgico, era quello che mi faceva più paura e, allo stesso tempo, quello che mi ecci-tava di più. Non era un errore, una sbandata. Era un sistema!
Una profonda crisi di coscienza iniziò a crescere in me, ma era una crisi sporca, distorta.
Da una parte c’era Luca. Il mio migliore amico. L’uomo che mi aveva affidato la sua fiducia e il suo onore perché non aveva il coraggio di guardare oltre il velo. Dirgli tutto sarebbe stato l’atto eroico, il dovere morale. Entrare in quella casa, sbattergli il tele-fono sotto il naso e dirgli: "Guarda, Luca”.
Sarebbe stata la fine del suo tormento e l’inizio della sua distru-zione. Gli avrei salvato la dignità, ma gli avrei spento l'anima.
Ma poi c’era l’altra parte. Quella che ha sempre guidato la mia vi-ta verso il baratro.
Guardai il fermo immagine di Cristina mentre usciva dall'acqua, i capelli biondi, l'espressione già tornata neutra, pronta per la reci-ta. Una donna così non merita la verità, mi dissi. Una donna così merita un padrone che conosca il suo codice segreto.
Cosa ottengo se parlo a Luca? Un amico in lacrime, una birra pa-gata per gratitudine e la fine dello spettacolo. La noia della virtù.
Cosa ottengo se tengo il segreto per me?
Sentii un calore sordo salirmi dallo stomaco. Il ricatto non era so-lo una questione di soldi o di potere. Era una questione di posses-so. Avevo visto Cristina in un momento di verità della sua vita, un momento che lei aveva negato a Luca per sette anni. Ora quel momento apparteneva a me.
Immaginai di affrontarla. Immaginai la sua faccia quando la sua "sensuale sincerità" si sarebbe schiantata contro i pixel del mio telefono. Volevo vedere quel sorriso solare spegnersi e lasciare il posto al terrore. E poi, volevo vedere quel terrore trasformarsi in sottomissione.
Volevo che quel bidet in mare lo facesse per me. Volevo che quella foga che aveva regalato a uno sconosciuto diventasse la mia merce di scambio.
"Paolo, sei un viscido bastardo", mormorai nell'oscurità dell'auto. Ma mentre lo dicevo, un sorriso cinico mi piegava le labbra. Luca era un agnello, e gli agnelli sono fatti per essere tosati e protetti, ma io non ero mai stato un pastore. Ero il lupo che aveva trovato il buco nel recinto.
La lealtà verso Luca era un peso morto, un retaggio di una morale che non mi era mai appartenuta davvero. La verità è che non vo-levo "salvare" Luca. Volevo "avere" Cristina. Volevo che lei sa-pesse che io sapevo. Volevo entrare in quel camice bianco, oltre quella cortesia impeccabile, e prendermi la parte di lei che solo il buio della spiaggia conosceva.
Chiedere qualcosa in cambio del silenzio non era solo un’opzione. Era il mio destino di predatore.
Il silenzio ha un prezzo, e quello di Cristina sarebbe stato carissi-mo. Non avrei voluto soldi. Avrei voluto che lei diventasse il mio giocattolo privato, la mia complice forzata, la mia ossessione fat-ta carne e ossa. Volevo che ogni volta che guardava Luca, sentisse il peso del mio sguardo su di lei, ricordandosi che la sua libertà dipendeva da un mio semplice tocco sullo schermo.
Misi in moto. La decisione era presa. Non sarei andato da Luca a fare il confessore. Sarei andato da Cristina a fare il riscossore.
Il gioco stava per farsi terribilmente piccante. E io non vedevo l'ora di vedere Cristina implorare per quel silenzio che solo io po-tevo garantirle.
Il video nel mio telefono era una bomba a orologeria, e io mi sta-vo godendo ogni secondo prima dell’esplosione. Non avevo fret-ta. Il vero potere non è urlare la verità, ma sussurrarla in modo che la vittima inizi a dubitare della propria sanità mentale.
Quella domenica a Ostia, l’aria vibrava di calore e fumo di brace, ma per me il clima era perfetto per iniziare a stringere il cappio, con la calma di chi sa che la preda non ha via d'uscita.
Cristina era l'immagine della perfezione solare: il vestitino blu era di un cotone così leggero da sembrare quasi trasparente controso-le, rivelando le ombre lunghe delle sue gambe e la curva prepo-tente del suo seno. Quando entrò in cucina per il ghiaccio, mi mossi come un’ombra, spiando l’intimo che si intravedeva sotto il cotone.
La porta a vetri si chiuse con un clic quasi impercettibile. Lei era di spalle, china sul congelatore. Mi avvicinai senza fare rumore, finché non fui a un centimetro da lei. Prima che potesse girarsi, allungai la mano.
Non fu un gesto frettoloso. Fu una lenta, metodica appropriazio-ne. Appoggiai il palmo aperto sulla curva della sua chiappa destra, assaporando il calore della sua pelle filtrare attraverso il tessuto sottile. Le mie dita si allargarono lentamente, affondando meglio quella carne che avevo visto sussultare sulla spiaggia. Sentivo ogni fibra del muscolo contrarsi sotto il mio tocco: era una massa soda che riempiva completamente la mia mano. Iniziai a muovere il palmo con una pressione circolare, lenta, quasi a voler sentire la grana della pelle sotto il cotone. La sensazione di quella rotondità perfetta così compatta eppure vibrante, mi diede una scossa elet-trica. Non era un palpeggiamento volgare, era il tocco di chi sta saggiando la consistenza di un segreto.
Cristina si raggelò, immobile come una volpe davanti al segugio. Il braccio ancora nel freezer, mentre il respiro le si spezzava in gola.
— Sai, Cristina… — mormorai, avvicinando la bocca al suo orecchio, tanto da sentire l'odore della vaniglia. — Ho sempre pensato che il blu ti donasse. È un colore così… pulito. Quasi quanto te.
La mia mano scese leggermente, stringendo con decisione la carne proprio nell'incavo tra il gluteo e la coscia, nello stesso punto do-ve il livido stava sbiadendo.
— Ma mi chiedo — continuai con un tono vellutato, quasi di-stratto — se certi colori non siano difficili da mantenere. Ho fat-to una passeggiata notturna sulla spiaggia l’altra sera. C’era un si-lenzio strano, rotto solo dal rumore delle onde. Sai, dicono che l’acqua di mare a mezzanotte abbia proprietà incredibili. Dicono che lavi via tutto, anche le tracce più ostinate.
Lei finalmente si scostò con uno scatto, voltandosi di colpo. Ma non prima di avere sentito la fine della mia frase. Solo dopo si mosse, nulla veniva lasciato al caso. Ogni piccola mossa veniva studiata.
Il suo viso era una maschera di confusione e rabbia, ma nei suoi occhi vidi passare un lampo gelido, un frammento di puro terrore che cercò subito di soffocare.
— Paolo, ma che discorsi fai? — disse, la voce che cercava di re-stare ferma ma tradiva una vibrazione metallica, quasi non arri-vasse dalla sua bocca.
— Togli quella mano. Mi stai spaventando e mi stai mancando di rispetto.
— Rispetto? — feci un piccolo sorriso cinico, facendo un passo avanti e costringendola a indietreggiare contro il lavello.
— Sto parlando di igiene, Cri. Di quanto sia affascinante vedere una donna così raffinata preoccuparsi tanto di restare immacola-ta. Lavarsi in mare è un gesto così… primordiale. Quasi rituale. Mi chiedo se Luca sappia quanto ami la natura selvaggia di questo litorale.
Il silenzio che seguì fu interrotto solo dal rumore del ghiaccio che si scioglieva nel sacchetto. Cristina mi fissò, il petto che si alzava e abbassava furiosamente sotto il cotone blu. La bocca appena aperta per riuscire a respirare. Era il momento in cui la sua ma-schera doveva decidere se cedere o contrattaccare. Scelse la difesa più vecchia del mondo: l'indignazione.
— Sei un viscido, Paolo — sibilò a denti stretti, gli occhi che le brillavano di una luce cattiva. — Stai usando metafore luride per giustificare il fatto che ti sei permesso di mettermi le mani addos-so in casa mia. Sei ossessionato da me, è questa la verità. Ti sei inventato qualche fantasia malata per sentirti in diritto di toc-carmi.
Si sistemò il vestito con un gesto violento, gli occhi lucidi di una rabbia che sembrava fin troppo vera.
— Se provi ancora una volta a farmi queste avances schifose o a dire queste assurdità velate, giuro che vado fuori e racconto tutto a Luca. Gli dico che il suo miglior amico è un maniaco che mi molesta in cucina mentre lui lavora alla brace. Vediamo quanto durerà la vostra amicizia quando gli avrò spiegato quanto sei di-ventato viscido.
Mi passò accanto come una furia, dandomi una spallata decisa. La porta a vetri sbatté dietro di lei. La vidi uscire in giardino, ri-prendere il suo sorriso da "santa" e porgere il ghiaccio a Luca con una dolcezza che avrebbe ingannato chiunque.
Rimasi solo in cucina, con il calore della sua carne ancora impres-so sul palmo della mano. Si era offesa. Aveva usato l'arma della denuncia per proteggersi. Ma io sapevo che, sotto quell'indigna-zione, il suo cuore stava battendo a ritmi folli. Aveva capito che non stavo solo "provandoci". Aveva capito che il buio della spiaggia non era stato così protettivo come credeva.
Uscii al sole, incrociando lo sguardo di Luca che mi fece un cen-no con la birra. Sorrisi. Il gioco era appena passato al livello suc-cessivo. Cristina pensava di avermi minacciato, ma non sapeva che il mio silenzio non era un regalo. Era un debito che stava per iniziare a pagare.
Il caffè era quasi finito. L'aria di Ostia si faceva più fresca, ma al tavolo la tensione era un muro invisibile che solo io e lei riusci-vamo a percepire. Luca rideva, parlava di una partita imminente, ignaro che a pochi centimetri da lui la sua "santa" stava iniziando a sentire il fiato del predatore sul collo.
Il mio telefono era sul tavolo. Scrissi poche parole, senza fretta, godendomi il contrasto tra il mio silenzio e il rumore della con-versazione di Luca.
"È incredibile come certi profumi restino addosso. La sal-sedine, ad esempio... è difficile da lavare via del tutto, an-che se ci si impegna molto."
Premetti invio.
Il telefono di Cristina vibrò. Un suono secco, breve. Lei non lo guardò subito, cercò di finire il suo caffè, ma vidi la sua mano tremare impercettibilmente mentre posava la tazzina. Quando fi-nalmente abbassò lo sguardo sullo schermo, il colore le abbando-nò il viso in un istante, lasciando spazio a un pallore cereo che rendeva i suoi occhi azzurri ancora più vitrei.
— Tutto bene, Cri? Sembri stanca — disse Luca, sfiorandole il braccio con preoccupazione.
— Sì... solo un po' di mal di testa — rispose lei, con una voce che sembrava venire da un’altra stanza. Rigirò il telefono sul tavolo, nascondendo lo schermo con un gesto che voleva sembrare di-stratto, ma che ai miei occhi apparve come una resa.
Luca si alzò per andare a prendere un liquore in cucina. — Paolo, intrattienila tu un minuto, torno subito.
Non appena restammo soli, l’aria sembrò mancare. Mi alzai con calma, girando intorno al tavolo in modo che nessuno potesse vedere. Mi fermai proprio dietro di lei, seduta.
Non fu un approccio furtivo. Fu una nuova occupazione. Ap-poggiai la mano aperta sul culo, appena tra le natiche strette, vi-cino alle fossette che avevo tanto sognato. Le mie dita si allarga-rono con lentezza metodica, saggiando la sodezza imponente di quel muscolo che era il simbolo della sua bellezza e del suo pecca-to. Era una massa compatta, marmorea, che si contrasse all'istan-te sotto la mia pressione. Spinsi il palmo contro quella rotondità perfetta, sentendo la curva del fondoschiena deformarsi sotto il mio tocco deciso. Era una sensazione di possesso fisico violento, alimentata dal disgusto per la sua recita e da una tensione sessuale che mi faceva pulsare il sangue nelle tempie.
Mi chinai verso il suo orecchio, senza toccarla con il viso, la-sciando che solo le mie parole la raggiungessero.
— Ti trovo così... impeccabile, Cristina. Sembra quasi che nulla possa mai macchiarti. Ma sai, a volte la notte nasconde dettagli che di giorno sembrano invisibili. Come la cura che metti nel re-stare "pulita". È ammirevole quanta fiducia Luca abbia in questa tua immagine solare.
La mia mano strinse la carne soda del suo sedere con una forza che non aveva nulla di amichevole, una morsa che le imponeva la mia superiorità. Sentivo il suo respiro farsi corto, irregolare.
— Mi chiedo solo — continuai a voce bassissima — se l'acqua di mare sia davvero così rigenerante come dicono. O se sia solo un modo per sentirsi meno... sporchi.
Cristina rimase immobile, le mani artigliate al bordo del tavolo. Non osava girarsi, non osava gridare. Era prigioniera del suo stes-so segreto e della mia mano che continuava a reclamare il posses-so di quella carne divina.
— Sei un malato, Paolo — sibilò lei, la voce ridotta a un soffio carico di odio. — Ti stai inventando tutto perché sei ossessionato da me. Togli quella mano o lo dico a Luca.
— Diglielo, Cristina — sorrisi, dando un’ultima pressione pro-fonda alla sua natica prima di ritrarre la mano con un gesto lento. — Spiegagli perché il suo miglior amico parla di acqua di mare a mezzanotte. Sono sicuro che non vedrebbe l'ora di capire meglio.
Proprio in quel momento, la porta a vetri si aprì e Luca rientrò con la bottiglia di limoncello, ignaro di aver appena interrotto un'esecuzione psicologica.
— Eccomi! Cristina, ti ho preso anche un'aspirina per il mal di testa. Paolo, serviti pure.
Mi sedetti di nuovo, con una calma glaciale, mentre Cristina si alzava bruscamente, gli occhi lucidi e il respiro affannoso.
— Grazie Luca, ma preferisco andare a sciacquarmi il viso. Scu-satemi.
La vidi sparire in casa, con il passo di chi sta scappando da un in-cendio. Luca mi guardò e scosse la testa. — È un po' stressata ul-timamente, sai? Troppo lavoro allo studio.
— Già, Luca — risposi, fissando la porta dove era scomparsa la bionda divina. — Lo stress gioca brutti scherzi. Ma vedrai che un po' di riposo le farà bene.
Il pranzo scorreva tra il rumore dei piatti e le grida per l’ultima azione della partita. Eravamo in quindici, un caos di risate e fu-mo di sigarette. Luca, seduto a capotavola, era radioso. Cristina gli stava accanto, la bionda divina di Ostia, impeccabile nel suo vestitino blu e le gambe accavallate. Ma io, seduto proprio di fronte, sentivo il peso del video in tasca. Lei aveva smesso di fare la vittima; aveva capito che le mie "farneticazioni" avevano un fondo di verità troppo preciso.
Lessi nel suo comportamento il momento esatto in cui decise di cambiare tattica. Non evitava più il mio sguardo; lo sfidava con una nota di ambiguità.
— Luca dice sempre che sei una persona molto attenta, Paolo — esordì Cristina, alzando il calice verso di me con un gesto fluido. — Dice che hai un occhio particolare per le inquadrature, per i dettagli che gli altri non vedono.
— È vero — risposi, appoggiando i gomiti sul tavolo. — Mi pia-ce osservare come cambiano le cose quando la luce cala. Certi po-sti che di giorno sembrano banali, di notte rivelano la loro vera natura. La spiaggia, per esempio... al buio diventa un posto molto meno "pubblico" di quanto si pensi. Affascinante come mai du-rante il giorno.
Luca rise, versandosi altro vino. — Paolo è un esteta del litorale, e dei bikini! Cri, dovresti portarlo a vedere quel tratto di duna mediterranea dove vai a camminare col cane, lì il panorama è pazzesco.
Cristina sorrise, ma i suoi occhi restarono fissi nei miei, gelidi e carichi di una promessa torbida.
— Oh, credo che Paolo lo conosca già quel posto. Vero? Mi sem-bra un tipo che sa dove andare a cercare… quello che gli interes-sa. Anche se a volte la sabbia può essere fastidiosa. Se non si sa come muoversi può infilarsi nelle scarpe.
Era un colpo basso, velatissimo. Mi stava dicendo che sapeva di essere stata osservata e che era pronta a parlarne.
— La sabbia si lava via, Cristina — risposi con un mezzo sorriso. — L’importante è che l’acqua sia abbastanza da pulire tutto.
Pochi minuti dopo, approfittando del momento in cui si serviva il caffè, Cristina si alzò.
— Vado a prendere le tazzine piccole in cucina. Paolo, mi dai una mano? Queste scatole di ceramica sono in alto e io non ci ar-rivo.
La seguii. Appena la porta della cucina si chiuse, lasciando fuori il brusio degli altri, la tensione esplose. Lei non andò verso la cre-denza. Si fermò al centro della stanza, dandomi le spalle.
Mi mossi con una lentezza calcolata. Le arrivai dietro e, senza di-re una parola, infilai la mano tra le sue gambe da dietro. Non fu un tocco fugace, fu un'appropriazione violenta, la mia terza. Le dita si intrufolarono vicino alle sue mutandine, sentendo il calore della sua figa che pulsava sotto il cotone leggero del vestito blu. Le mie dita affondarono appena, stringendo quella massa umidic-cia e morbida che avevo visto scopare sulla spiaggia. Sentivo la rotondità perfetta deformarsi sotto la pressione del mio palmo; era una consistenza incredibile, soda ma soffice al contempo, vi-brante di una tensione che era un misto di paura e lussuria.
Cristina emise un gemito strozzato, un respiro che le morì in gola. Non cercò di divincolarsi; al contrario, inarcò leggermente la schiena, premendo il sedere contro il mio palmo, assecondando la morsa della mia mano con una spudoratezza che mi fece ribollire il sangue. Era eccitata dalla mia aggressione, e non poteva più ne-garlo.
Si voltò appena di profilo, il respiro corto, cercando di incrociare il mio sguardo.
— Quindi è questo che cercavi… — sussurrò, con una voce roca che era un invito esplicito. — Volevi solo vedere se potevi sco-parmi anche tu? Possiamo trovare un accordo, Paolo. Io so come farti stare zitto e farti felice allo stesso tempo.
Mi guardò con quell'aria da gattina che ha capito come corrompe-re il predatore, pronta a offrirsi pur di proteggere la sua infamia davanti a Luca. Ma guardandola, sentii una fiammata di odio pu-ro. Odio per il modo in cui calpestava la fiducia del mio amico, odio per la facilità con cui vendeva il suo corpo per un segreto.
Ritrassi la mano bruscamente, come se la sua pelle mi avesse scot-tato. Feci un passo indietro, lasciandola lì, sospesa nel suo tenta-tivo di seduzione.
— Credi davvero che basti spingere il sedere contro la mia mano per sistemare le cose, Cri? — dissi a voce bassa, gelida. — Credi che io sia come quello della spiaggia, un vuoto a perdere per i tuoi venti minuti di svago?
Lei rimase interdetta, la bocca leggermente aperta, colta di sor-presa dal mio rifiuto.
— Paolo, io volevo solo…
— Non mi interessa quello che volevi — la interruppi, voltando-le le spalle mentre mi dirigevo verso la porta. — Prendi quelle tazzine e torna fuori. E cerca di sorridere a Luca come se fossi ancora la donna che lui crede. Sei così brava a mentire, no? Con-tinua a farlo. Ma non pensare di avermi comprato.
Uscii dalla cucina lasciandola sola nel silenzio, con il calore della mia stretta ancora sulla pelle e il terrore di non poter controllare quello che sarebbe successo dopo. Il predatore non aveva abboc-cato all'esca; volevo che la sua colpa la divorasse viva prima di decidere quando e come incassare davvero.
Passarono alcuni giorni. Luca si era ormai convinto che quel livi-do fosse solo il ricordo di un colpo preso per sbaglio, una distra-zione senza importanza. Io, intanto, mi ero rintanato nel mio iso-lamento: evitavo le uscite di gruppo, declinavo gli inviti, fuggivo da ogni possibile incontro con Cristina. Il senso di colpa verso Luca mi scavava dentro; lui, ignaro e fiducioso, era l'unica vera vittima di quel groviglio. Continuava a scrivermi, a cercarmi con la solita affettuosa schiettezza, nonostante le mie risposte brevi, quasi infastidite.
Il desiderio di sottomettere Cristina, di prendermela con la forza bruta del ricatto, sembrava essersi intiepidito con la lontananza. La parte razionale di me sussurrava che era pericoloso, che gioca-re con una donna del genere significava invitare il diavolo a cena.
Un lunedì sera cercai rifugio in un bagno caldo. L’acqua mi av-volgeva, il vapore scioglieva i muscoli e il profumo del sapone, unito a una musica soffusa, mi stava quasi trascinando nel sonno. Poi, improvviso, il citofono. Imprecai, scivolando fuori dalla va-sca e lasciando una scia di gocce sul pavimento. Immaginavo fos-se il solito postino con una raccomandata, ma quando risposi, il cuore mi saltò in gola.
«Paolo, siamo noi», gracchiò la voce di Cristina.
Aprii la porta imbarazzato, con addosso solo l’accappatoio umido e la casa nel caos. Luca e Cristina entrarono carichi di pizza fu-mante e birre ghiacciate. Lei mi schioccò un bacio sulla guancia, con quel sorriso affettuosa come mai. «Scomparso dalla circola-zione, eh? Abbiamo pensato di farti un’improvvisata», disse lei, mentre Luca mi abbracciava ridendo, prendendomi in giro per la mia "mise elegante".
Corsi in bagno a vestirmi in fretta, con i nervi a fior di pelle. Sa-pevo che Cristina era in cucina e Luca stava già accendendo Netflix in salotto. L’idea che lei potesse frugare tra le mie cose mi spaventava, finché non mi ricordai delle telecamere piazzate in ogni stanza. Ogni suo movimento era registrato, al sicuro nel cloud. Quel pensiero mi diede una calma perversa.
Ci sedemmo sul divano, tutti e tre vicini sotto una coperta legge-ra. Un tempo sarebbe stata una serata normale tra amici, ma ora le regole erano saltate. La luce del tramonto morì fuori dalle fine-stre; non accendemmo le lampade, lasciando che fosse solo il ri-verbero azzurrognolo della TV a illuminare i nostri volti.
Nonostante il divano fosse enorme, sentii la coscia di Cristina premere contro la mia. Un tocco voluto, lento, elettrico. La con-versazione scorreva leggera, ma sotto la coperta il clima era cam-biato. All’improvviso, la mano di lei scivolò tra le mie gambe. Me lo aspettavo.
Trovò immediatamente il mio sesso, già turgido e prepotente. Iniziò a giocarci con una maestria d'altri tempi, accarezzando la cappella e stringendo i testicoli, mentre continuava a guardare lo schermo con un’aria angelica. Di tanto in tanto mi lanciava un’occhiata maliziosa, un sorriso da gatta di strada che sa esatta-mente come darti il tormento.
Poi, con una scusa banale, chiese a Luca dove fosse il suo telefo-no. «Oddio, l’ho lasciato in macchina!». Luca, da perfetto cavalie-re, si alzò subito. La sua BMW era parcheggiata a pochi metri dal portone; sarebbe andato e tornato in un lampo.
Non appena la porta d'ingresso scattò, il silenzio della stanza di-venne incandescente. Cristina scostò la coperta, mi sbottonò i pantaloncini con una foga animalesca e liberò il mio membro. Lo fissò con occhi famelici mentre lo scappellava. La afferrai per i capelli, attirandola a me in un bacio umido, profondo, che sapeva di sfida. «Sei una troia», le sussurrai a fior di labbra, deciso a sof-focarla con il mio bel pisellone.
Lei ricambiò il mio sguardo con una scintilla di pura perversione: «Non hai ancora visto niente».
Affondò la bocca su di me docile. Mi inghiottì fino alla base, con una gola calda, bagnata, che sembrava volermi risucchiare l'ani-ma. La sua testa andava su e giù con un ritmo regolare e lento. La linguetta felina indugiava sul mio prepuzio. Il suo sedere, fasciato da leggings neri che ne esaltavano ogni curva, era a pochi centi-metri dal mio viso. Non resistetti. Iniziai a palpare quelle chiappe sode, infilando le dita sotto l’elastico finché non sentii il calore della sua pelle. Trovai il buco del suo culo, una piccola rosa serra-ta che rispose con una lieve resistenza al mio tocco. Quando af-fondai il dito medio, lei ebbe un sussulto, un gemito soffocato nella mia carne che mi confermò quanto quella zona fosse ancora inesplorata. Esplorai il suo buco aperto in profondità, violandolo senza la minima delicatezza. Lei stringeva la figa tra le sue cosce dondolando.
Ero fuori controllo. Mi alzai in piedi, la spinsi contro lo schienale del divano deciso ad aprirla in due. Appoggiai la cappella gonfia contro la sua fica, spingendo con forza, godendo del modo in cui entravo in lei finché le mie palle non cozzarono contro il suo ba-cino. Ero al limite, sentivo l'orgasmo premere, una mattanza ri-mandata per troppo tempo.
Proprio in quel momento, il citofono suonò di nuovo. Luca.
Il panico mi gelò il sangue. Ci ricomponemmo in un istante frene-tico. Mentre lei si sistemava i vestiti, mi torno vicina, infilandomi di nuovo la lingua in bocca e stringendomi il cazzo un'ultima vol-ta, l'orecchio teso al rumore dell'ascensore.
Quando sentì la porta al piano aprirsi, mi guardò con una calma glaciale: «Hai la bocca sporca di rossetto, vatti a lavare o ci sco-pre!»
Corsi in bagno in punta di piedi e col fiato corto, l'adrenalina an-cora in circolo e il sapore di lei che mi premeva sulla lingua. Men-tre l’acqua fredda mi scorreva sulle mani, la sentii aprire la porta a Luca con una pacatezza che mi fece raggelare il sangue. Lo ac-colse ridendo, nascondendo quel maledetto tubetto di rossetto tra le dita.
Fu in quel momento, mentre fissavo la mia immagine riflessa allo specchio, che i pezzi del puzzle andarono a posto.
I suoi leggings neri erano una seconda pelle, così aderenti da non lasciare spazio nemmeno a un sospiro, figuriamoci a un oggetto solido; non avevano tasche, non avevano segreti. La sua borsetta, l'avevo visto chiaramente quando erano arrivati, era stata abban-donata sul letto in camera mia.
Dunque, quel rossetto non era spuntato fuori dal nulla. Cristina lo aveva tenuto in mano, o nascosto strategicamente sul divano, prima ancora che Luca uscisse per andare in macchina.
Crollai nella certezza di essere stato un burattino nelle sue mani. Non era stato un raptus di passione improvvisa, né un rischio cal-colato dettato dal momento. Era stata una messinscena brutale e perfetta. Aveva pianificato ogni secondo: il pompino, l'interru-zione di Luca, perfino l'alibi del trucco da ritoccare per giustifica-re il suo rossore o un mio eventuale imbarazzo.
Mentre io mi eccitavo pensando di avere il potere su di lei grazie a quel video, lei stava già scrivendo il copione della mia sottomis-sione. Non ero io il ricattatore che la stava consumando; ero solo l'attore non protagonista di un gioco erotico in cui lei teneva le fila, la regia e, soprattutto, la mia dignità. Mi aveva manipolato con la stessa precisione con cui si stendeva il colore sulle labbra: con freddezza, cura e un’assoluta, spaventosa mancanza di scru-poli.
In quel momento capii: quella donna era un demone capace di ge-stire il rischio come se fosse ossigeno. Quello che era appena suc-cesso non era sesso, era una dichiarazione di guerra.
Il resto della serata fu una macchia confusa. Mangiammo la pizza, guardammo un film di cui non ricordo un solo fotogramma. Ero un uomo perso. Il calore della sua bocca, la morsa delle sue cosce, la sua totale assenza di morale... tutto mi aveva svuotato. Non mi importava più di Luca, dell'onore o dell'amicizia. Volevo solo possederla ancora, distruggerla e farmi distruggere. Era una pul-sione primordiale, selvaggia, che non avrei mai creduto di poter provare. Chi non ha mai avuto un nemico lei, non ha mai vissuto!
Le settimane successive furono un lungo esercizio di dominio. Non le davo tregua. Cristina era diventata il mio soldato, pronta a scattare a ogni mio comando. Le imponevo di mandarmi foto volgari mentre era a cena con i genitori di Luca, la costringevo a registrare gli amplessi con suo marito, obbligandola a descrivermi ogni dettaglio più tardi.
Finché una sera non decisi che era il momento di abbattere l'ul-tima barriera.
«Vieni a casa mia. Ora. E non indossare intimo», le dissi al telefo-no. Quando arrivò, era una maschera di tensione e desiderio re-presso. Non la feci nemmeno parlare. La afferrai per la gola e la trascinai in camera da letto. Non ci fu spazio per i preliminari o la gentilezza. Fu una mattanza di sensi. La presi con una ferocia animale, una "scopata a sangue" che cercava di svuotarla di ogni rimasuglio di orgoglio. La usai come se il mio corpo fosse un’arma e il suo la terra da conquistare. Cristina non lottava più; si ab-bandonava a quella violenza erotica con un’intensità che rasenta-va il delirio, urlando il mio nome finché la voce non le si spezzò. Scopai la sua bocca, la sua figa ed il suo culo più volte. La sborra le colava da ogni buco e la costringevo a leccarla e passarmela con la lingua. Poi la leccavo ovunque spalmandole ancora il mio se-me. Sotto i colpi del mio pisello confessò tutte le peggiori perver-sioni, i tradimenti e i desideri più segreti, con la promessa che sa-rebbe stata a vita la mia puttana e la mia schiava.
La obbligai a descrivere dettagliatamente molti amplessi, con det-tagli degni di Csi.
All’alba, mentre lei giaceva distrutta e nuda tra le lenzuola sfatte, presi il cellulare. Mi sedetti accanto a lei e feci partire il video della spiaggia. Lei distolse lo sguardo, ma io le afferrai il mento: «Guarda, Cristina. Guarda la fine del tuo incubo».
Davanti ai suoi occhi sgranati, premetti il tasto Elimina e svuotai il cestino.
«Sei libera», le dissi con voce piatta. «Non ho più niente su di te. Puoi andartene e non tornare mai più. Luca non saprà nulla».
Mi aspettavo che scappasse, che mi sputasse in faccia o che scop-piasse a piangere di gioia. Invece, accadde l'imprevedibile. Cristi-na si raggomitolò contro di me, stringendomi con una forza di-sperata. Non era la gratitudine di una vittima; era qualcosa di molto più profondo e malato. Si era innamorata. Il mio dominio l'aveva presa così a fondo da colmare un vuoto che nemmeno lei sapeva di avere. Quell'uomo che l'aveva trattata come carne l'a-veva resa, paradossalmente, viva. Con me poteva finalmente es-sere se stessa!
«Non voglio andarmene», sussurrò tra i singhiozzi. «Non posso più vivere senza questo... senza di te».
I mesi successivi trasformarono quella follia in una realtà quoti-diana. Luca, ovviamente, non era cieco. Aveva iniziato a notare il cambiamento in sua moglie: il modo in cui vibrava quando entra-vo in una stanza, la sua nuova sensualità sfacciata, quasi elettrica. Invece di esplodere di gelosia, Luca iniziò a provare una curiosità morbosa. Era un uomo che amava Cristina al punto da voler condividere tutto di lei, anche il suo segreto più sporco. E cosi fu!
Il triangolo nacque una sera di pioggia estiva, a casa loro. Erava-mo tutti e tre in salotto, la tensione era così densa da fare male al cuore. Cristina si alzò, mi si sedette sulle ginocchia davanti a lui e mi baciò con una fame che non lasciava dubbi. Poi guardò suo marito.
«Luca, io lo amo», disse lei con una calma soprannaturale. «E amo te. Non voglio scegliere».
Luca ci guardò per un tempo che parve infinito. Poi, lentamente, si avvicinò e le accarezzò la nuca, mentre la sua altra mano si po-sava sulla mia spalla. Non c’era rabbia, solo una rassegnata ed ec-citata accettazione.
«Lo so», rispose lui a voce bassa. «L'ho sempre saputo. E voglio vedere cosa gli fai, Paolo. Voglio vedere come la riduci quando pensate che io non ci sia».
Dolcemente Cristina obbedì. Si spostò delicatamente i pantalon-cini per trovare il contatto con il mio cazzo. Con leggeri sposta-menti poggiò la cappella sul suo culetto stretto e con gli occhi fis-si in quelli di Luca, con grande sofferenza lo prese tutto nel culo. Saltellò prima piano, poi sempre più forte sulla mia nerchia nodo-sa, fino a che raggiungemmo insieme un orgasmo devastante. Ri-manemmo così, per un po’, fino a quando Luca ci porse dei faz-zolettini. Chiese di poter scopare Cristina, e io acconsentii, senza lasciarle mai le mani. Ebbe un secondo profondo orgasmo, poi ingoiò lo sperma del marito, soddisfatta dei suoi due tori da mon-ta.
Quella notte le regole cambiarono. Non c'era più ricatto, non c'e-ra più onore tradito. Eravamo tre anime alla deriva che avevano trovato il loro equilibrio nel peccato. Io ero il vertice di quel triangolo di carne, l'uomo che aveva sottomesso la donna e con-quistato il rispetto del marito. E mentre possedevo nuovamente Cristina sotto gli occhi lucidi e consenzienti di Luca, capii che la vera perversione non era il video sulla spiaggia, ma la pace assolu-ta che provavamo in quell'inferno a tre.
Il tragitto dalla spiaggia verso la mia auto fu una camminata in un limbo fatto di sabbia e adrenalina. Il telefono, nella tasca dei pan-taloni, mi sembrava un pezzo di carbone ardente che minacciava di incenerirmi la coscia. Ogni passo era una domanda, ogni respi-ro un dubbio che si scontrava con la mia natura di predatore.
Mi chiusi in macchina, nel buio dell'abitacolo che sapeva di ta-bacco e ossessione. Accesi lo schermo. Eccola lì, di nuovo. Cri-stina, la "santa" di Ostia, piegata tra gli asciugamani, che acco-glieva l’abisso con una fame che mi faceva tremare le mani. Poi il bidet in mare. Quel gesto metodico, quasi chirurgico, era quello che mi faceva più paura e, allo stesso tempo, quello che mi ecci-tava di più. Non era un errore, una sbandata. Era un sistema!
Una profonda crisi di coscienza iniziò a crescere in me, ma era una crisi sporca, distorta.
Da una parte c’era Luca. Il mio migliore amico. L’uomo che mi aveva affidato la sua fiducia e il suo onore perché non aveva il coraggio di guardare oltre il velo. Dirgli tutto sarebbe stato l’atto eroico, il dovere morale. Entrare in quella casa, sbattergli il tele-fono sotto il naso e dirgli: "Guarda, Luca”.
Sarebbe stata la fine del suo tormento e l’inizio della sua distru-zione. Gli avrei salvato la dignità, ma gli avrei spento l'anima.
Ma poi c’era l’altra parte. Quella che ha sempre guidato la mia vi-ta verso il baratro.
Guardai il fermo immagine di Cristina mentre usciva dall'acqua, i capelli biondi, l'espressione già tornata neutra, pronta per la reci-ta. Una donna così non merita la verità, mi dissi. Una donna così merita un padrone che conosca il suo codice segreto.
Cosa ottengo se parlo a Luca? Un amico in lacrime, una birra pa-gata per gratitudine e la fine dello spettacolo. La noia della virtù.
Cosa ottengo se tengo il segreto per me?
Sentii un calore sordo salirmi dallo stomaco. Il ricatto non era so-lo una questione di soldi o di potere. Era una questione di posses-so. Avevo visto Cristina in un momento di verità della sua vita, un momento che lei aveva negato a Luca per sette anni. Ora quel momento apparteneva a me.
Immaginai di affrontarla. Immaginai la sua faccia quando la sua "sensuale sincerità" si sarebbe schiantata contro i pixel del mio telefono. Volevo vedere quel sorriso solare spegnersi e lasciare il posto al terrore. E poi, volevo vedere quel terrore trasformarsi in sottomissione.
Volevo che quel bidet in mare lo facesse per me. Volevo che quella foga che aveva regalato a uno sconosciuto diventasse la mia merce di scambio.
"Paolo, sei un viscido bastardo", mormorai nell'oscurità dell'auto. Ma mentre lo dicevo, un sorriso cinico mi piegava le labbra. Luca era un agnello, e gli agnelli sono fatti per essere tosati e protetti, ma io non ero mai stato un pastore. Ero il lupo che aveva trovato il buco nel recinto.
La lealtà verso Luca era un peso morto, un retaggio di una morale che non mi era mai appartenuta davvero. La verità è che non vo-levo "salvare" Luca. Volevo "avere" Cristina. Volevo che lei sa-pesse che io sapevo. Volevo entrare in quel camice bianco, oltre quella cortesia impeccabile, e prendermi la parte di lei che solo il buio della spiaggia conosceva.
Chiedere qualcosa in cambio del silenzio non era solo un’opzione. Era il mio destino di predatore.
Il silenzio ha un prezzo, e quello di Cristina sarebbe stato carissi-mo. Non avrei voluto soldi. Avrei voluto che lei diventasse il mio giocattolo privato, la mia complice forzata, la mia ossessione fat-ta carne e ossa. Volevo che ogni volta che guardava Luca, sentisse il peso del mio sguardo su di lei, ricordandosi che la sua libertà dipendeva da un mio semplice tocco sullo schermo.
Misi in moto. La decisione era presa. Non sarei andato da Luca a fare il confessore. Sarei andato da Cristina a fare il riscossore.
Il gioco stava per farsi terribilmente piccante. E io non vedevo l'ora di vedere Cristina implorare per quel silenzio che solo io po-tevo garantirle.
Il video nel mio telefono era una bomba a orologeria, e io mi sta-vo godendo ogni secondo prima dell’esplosione. Non avevo fret-ta. Il vero potere non è urlare la verità, ma sussurrarla in modo che la vittima inizi a dubitare della propria sanità mentale.
Quella domenica a Ostia, l’aria vibrava di calore e fumo di brace, ma per me il clima era perfetto per iniziare a stringere il cappio, con la calma di chi sa che la preda non ha via d'uscita.
Cristina era l'immagine della perfezione solare: il vestitino blu era di un cotone così leggero da sembrare quasi trasparente controso-le, rivelando le ombre lunghe delle sue gambe e la curva prepo-tente del suo seno. Quando entrò in cucina per il ghiaccio, mi mossi come un’ombra, spiando l’intimo che si intravedeva sotto il cotone.
La porta a vetri si chiuse con un clic quasi impercettibile. Lei era di spalle, china sul congelatore. Mi avvicinai senza fare rumore, finché non fui a un centimetro da lei. Prima che potesse girarsi, allungai la mano.
Non fu un gesto frettoloso. Fu una lenta, metodica appropriazio-ne. Appoggiai il palmo aperto sulla curva della sua chiappa destra, assaporando il calore della sua pelle filtrare attraverso il tessuto sottile. Le mie dita si allargarono lentamente, affondando meglio quella carne che avevo visto sussultare sulla spiaggia. Sentivo ogni fibra del muscolo contrarsi sotto il mio tocco: era una massa soda che riempiva completamente la mia mano. Iniziai a muovere il palmo con una pressione circolare, lenta, quasi a voler sentire la grana della pelle sotto il cotone. La sensazione di quella rotondità perfetta così compatta eppure vibrante, mi diede una scossa elet-trica. Non era un palpeggiamento volgare, era il tocco di chi sta saggiando la consistenza di un segreto.
Cristina si raggelò, immobile come una volpe davanti al segugio. Il braccio ancora nel freezer, mentre il respiro le si spezzava in gola.
— Sai, Cristina… — mormorai, avvicinando la bocca al suo orecchio, tanto da sentire l'odore della vaniglia. — Ho sempre pensato che il blu ti donasse. È un colore così… pulito. Quasi quanto te.
La mia mano scese leggermente, stringendo con decisione la carne proprio nell'incavo tra il gluteo e la coscia, nello stesso punto do-ve il livido stava sbiadendo.
— Ma mi chiedo — continuai con un tono vellutato, quasi di-stratto — se certi colori non siano difficili da mantenere. Ho fat-to una passeggiata notturna sulla spiaggia l’altra sera. C’era un si-lenzio strano, rotto solo dal rumore delle onde. Sai, dicono che l’acqua di mare a mezzanotte abbia proprietà incredibili. Dicono che lavi via tutto, anche le tracce più ostinate.
Lei finalmente si scostò con uno scatto, voltandosi di colpo. Ma non prima di avere sentito la fine della mia frase. Solo dopo si mosse, nulla veniva lasciato al caso. Ogni piccola mossa veniva studiata.
Il suo viso era una maschera di confusione e rabbia, ma nei suoi occhi vidi passare un lampo gelido, un frammento di puro terrore che cercò subito di soffocare.
— Paolo, ma che discorsi fai? — disse, la voce che cercava di re-stare ferma ma tradiva una vibrazione metallica, quasi non arri-vasse dalla sua bocca.
— Togli quella mano. Mi stai spaventando e mi stai mancando di rispetto.
— Rispetto? — feci un piccolo sorriso cinico, facendo un passo avanti e costringendola a indietreggiare contro il lavello.
— Sto parlando di igiene, Cri. Di quanto sia affascinante vedere una donna così raffinata preoccuparsi tanto di restare immacola-ta. Lavarsi in mare è un gesto così… primordiale. Quasi rituale. Mi chiedo se Luca sappia quanto ami la natura selvaggia di questo litorale.
Il silenzio che seguì fu interrotto solo dal rumore del ghiaccio che si scioglieva nel sacchetto. Cristina mi fissò, il petto che si alzava e abbassava furiosamente sotto il cotone blu. La bocca appena aperta per riuscire a respirare. Era il momento in cui la sua ma-schera doveva decidere se cedere o contrattaccare. Scelse la difesa più vecchia del mondo: l'indignazione.
— Sei un viscido, Paolo — sibilò a denti stretti, gli occhi che le brillavano di una luce cattiva. — Stai usando metafore luride per giustificare il fatto che ti sei permesso di mettermi le mani addos-so in casa mia. Sei ossessionato da me, è questa la verità. Ti sei inventato qualche fantasia malata per sentirti in diritto di toc-carmi.
Si sistemò il vestito con un gesto violento, gli occhi lucidi di una rabbia che sembrava fin troppo vera.
— Se provi ancora una volta a farmi queste avances schifose o a dire queste assurdità velate, giuro che vado fuori e racconto tutto a Luca. Gli dico che il suo miglior amico è un maniaco che mi molesta in cucina mentre lui lavora alla brace. Vediamo quanto durerà la vostra amicizia quando gli avrò spiegato quanto sei di-ventato viscido.
Mi passò accanto come una furia, dandomi una spallata decisa. La porta a vetri sbatté dietro di lei. La vidi uscire in giardino, ri-prendere il suo sorriso da "santa" e porgere il ghiaccio a Luca con una dolcezza che avrebbe ingannato chiunque.
Rimasi solo in cucina, con il calore della sua carne ancora impres-so sul palmo della mano. Si era offesa. Aveva usato l'arma della denuncia per proteggersi. Ma io sapevo che, sotto quell'indigna-zione, il suo cuore stava battendo a ritmi folli. Aveva capito che non stavo solo "provandoci". Aveva capito che il buio della spiaggia non era stato così protettivo come credeva.
Uscii al sole, incrociando lo sguardo di Luca che mi fece un cen-no con la birra. Sorrisi. Il gioco era appena passato al livello suc-cessivo. Cristina pensava di avermi minacciato, ma non sapeva che il mio silenzio non era un regalo. Era un debito che stava per iniziare a pagare.
Il caffè era quasi finito. L'aria di Ostia si faceva più fresca, ma al tavolo la tensione era un muro invisibile che solo io e lei riusci-vamo a percepire. Luca rideva, parlava di una partita imminente, ignaro che a pochi centimetri da lui la sua "santa" stava iniziando a sentire il fiato del predatore sul collo.
Il mio telefono era sul tavolo. Scrissi poche parole, senza fretta, godendomi il contrasto tra il mio silenzio e il rumore della con-versazione di Luca.
"È incredibile come certi profumi restino addosso. La sal-sedine, ad esempio... è difficile da lavare via del tutto, an-che se ci si impegna molto."
Premetti invio.
Il telefono di Cristina vibrò. Un suono secco, breve. Lei non lo guardò subito, cercò di finire il suo caffè, ma vidi la sua mano tremare impercettibilmente mentre posava la tazzina. Quando fi-nalmente abbassò lo sguardo sullo schermo, il colore le abbando-nò il viso in un istante, lasciando spazio a un pallore cereo che rendeva i suoi occhi azzurri ancora più vitrei.
— Tutto bene, Cri? Sembri stanca — disse Luca, sfiorandole il braccio con preoccupazione.
— Sì... solo un po' di mal di testa — rispose lei, con una voce che sembrava venire da un’altra stanza. Rigirò il telefono sul tavolo, nascondendo lo schermo con un gesto che voleva sembrare di-stratto, ma che ai miei occhi apparve come una resa.
Luca si alzò per andare a prendere un liquore in cucina. — Paolo, intrattienila tu un minuto, torno subito.
Non appena restammo soli, l’aria sembrò mancare. Mi alzai con calma, girando intorno al tavolo in modo che nessuno potesse vedere. Mi fermai proprio dietro di lei, seduta.
Non fu un approccio furtivo. Fu una nuova occupazione. Ap-poggiai la mano aperta sul culo, appena tra le natiche strette, vi-cino alle fossette che avevo tanto sognato. Le mie dita si allarga-rono con lentezza metodica, saggiando la sodezza imponente di quel muscolo che era il simbolo della sua bellezza e del suo pecca-to. Era una massa compatta, marmorea, che si contrasse all'istan-te sotto la mia pressione. Spinsi il palmo contro quella rotondità perfetta, sentendo la curva del fondoschiena deformarsi sotto il mio tocco deciso. Era una sensazione di possesso fisico violento, alimentata dal disgusto per la sua recita e da una tensione sessuale che mi faceva pulsare il sangue nelle tempie.
Mi chinai verso il suo orecchio, senza toccarla con il viso, la-sciando che solo le mie parole la raggiungessero.
— Ti trovo così... impeccabile, Cristina. Sembra quasi che nulla possa mai macchiarti. Ma sai, a volte la notte nasconde dettagli che di giorno sembrano invisibili. Come la cura che metti nel re-stare "pulita". È ammirevole quanta fiducia Luca abbia in questa tua immagine solare.
La mia mano strinse la carne soda del suo sedere con una forza che non aveva nulla di amichevole, una morsa che le imponeva la mia superiorità. Sentivo il suo respiro farsi corto, irregolare.
— Mi chiedo solo — continuai a voce bassissima — se l'acqua di mare sia davvero così rigenerante come dicono. O se sia solo un modo per sentirsi meno... sporchi.
Cristina rimase immobile, le mani artigliate al bordo del tavolo. Non osava girarsi, non osava gridare. Era prigioniera del suo stes-so segreto e della mia mano che continuava a reclamare il posses-so di quella carne divina.
— Sei un malato, Paolo — sibilò lei, la voce ridotta a un soffio carico di odio. — Ti stai inventando tutto perché sei ossessionato da me. Togli quella mano o lo dico a Luca.
— Diglielo, Cristina — sorrisi, dando un’ultima pressione pro-fonda alla sua natica prima di ritrarre la mano con un gesto lento. — Spiegagli perché il suo miglior amico parla di acqua di mare a mezzanotte. Sono sicuro che non vedrebbe l'ora di capire meglio.
Proprio in quel momento, la porta a vetri si aprì e Luca rientrò con la bottiglia di limoncello, ignaro di aver appena interrotto un'esecuzione psicologica.
— Eccomi! Cristina, ti ho preso anche un'aspirina per il mal di testa. Paolo, serviti pure.
Mi sedetti di nuovo, con una calma glaciale, mentre Cristina si alzava bruscamente, gli occhi lucidi e il respiro affannoso.
— Grazie Luca, ma preferisco andare a sciacquarmi il viso. Scu-satemi.
La vidi sparire in casa, con il passo di chi sta scappando da un in-cendio. Luca mi guardò e scosse la testa. — È un po' stressata ul-timamente, sai? Troppo lavoro allo studio.
— Già, Luca — risposi, fissando la porta dove era scomparsa la bionda divina. — Lo stress gioca brutti scherzi. Ma vedrai che un po' di riposo le farà bene.
Il pranzo scorreva tra il rumore dei piatti e le grida per l’ultima azione della partita. Eravamo in quindici, un caos di risate e fu-mo di sigarette. Luca, seduto a capotavola, era radioso. Cristina gli stava accanto, la bionda divina di Ostia, impeccabile nel suo vestitino blu e le gambe accavallate. Ma io, seduto proprio di fronte, sentivo il peso del video in tasca. Lei aveva smesso di fare la vittima; aveva capito che le mie "farneticazioni" avevano un fondo di verità troppo preciso.
Lessi nel suo comportamento il momento esatto in cui decise di cambiare tattica. Non evitava più il mio sguardo; lo sfidava con una nota di ambiguità.
— Luca dice sempre che sei una persona molto attenta, Paolo — esordì Cristina, alzando il calice verso di me con un gesto fluido. — Dice che hai un occhio particolare per le inquadrature, per i dettagli che gli altri non vedono.
— È vero — risposi, appoggiando i gomiti sul tavolo. — Mi pia-ce osservare come cambiano le cose quando la luce cala. Certi po-sti che di giorno sembrano banali, di notte rivelano la loro vera natura. La spiaggia, per esempio... al buio diventa un posto molto meno "pubblico" di quanto si pensi. Affascinante come mai du-rante il giorno.
Luca rise, versandosi altro vino. — Paolo è un esteta del litorale, e dei bikini! Cri, dovresti portarlo a vedere quel tratto di duna mediterranea dove vai a camminare col cane, lì il panorama è pazzesco.
Cristina sorrise, ma i suoi occhi restarono fissi nei miei, gelidi e carichi di una promessa torbida.
— Oh, credo che Paolo lo conosca già quel posto. Vero? Mi sem-bra un tipo che sa dove andare a cercare… quello che gli interes-sa. Anche se a volte la sabbia può essere fastidiosa. Se non si sa come muoversi può infilarsi nelle scarpe.
Era un colpo basso, velatissimo. Mi stava dicendo che sapeva di essere stata osservata e che era pronta a parlarne.
— La sabbia si lava via, Cristina — risposi con un mezzo sorriso. — L’importante è che l’acqua sia abbastanza da pulire tutto.
Pochi minuti dopo, approfittando del momento in cui si serviva il caffè, Cristina si alzò.
— Vado a prendere le tazzine piccole in cucina. Paolo, mi dai una mano? Queste scatole di ceramica sono in alto e io non ci ar-rivo.
La seguii. Appena la porta della cucina si chiuse, lasciando fuori il brusio degli altri, la tensione esplose. Lei non andò verso la cre-denza. Si fermò al centro della stanza, dandomi le spalle.
Mi mossi con una lentezza calcolata. Le arrivai dietro e, senza di-re una parola, infilai la mano tra le sue gambe da dietro. Non fu un tocco fugace, fu un'appropriazione violenta, la mia terza. Le dita si intrufolarono vicino alle sue mutandine, sentendo il calore della sua figa che pulsava sotto il cotone leggero del vestito blu. Le mie dita affondarono appena, stringendo quella massa umidic-cia e morbida che avevo visto scopare sulla spiaggia. Sentivo la rotondità perfetta deformarsi sotto la pressione del mio palmo; era una consistenza incredibile, soda ma soffice al contempo, vi-brante di una tensione che era un misto di paura e lussuria.
Cristina emise un gemito strozzato, un respiro che le morì in gola. Non cercò di divincolarsi; al contrario, inarcò leggermente la schiena, premendo il sedere contro il mio palmo, assecondando la morsa della mia mano con una spudoratezza che mi fece ribollire il sangue. Era eccitata dalla mia aggressione, e non poteva più ne-garlo.
Si voltò appena di profilo, il respiro corto, cercando di incrociare il mio sguardo.
— Quindi è questo che cercavi… — sussurrò, con una voce roca che era un invito esplicito. — Volevi solo vedere se potevi sco-parmi anche tu? Possiamo trovare un accordo, Paolo. Io so come farti stare zitto e farti felice allo stesso tempo.
Mi guardò con quell'aria da gattina che ha capito come corrompe-re il predatore, pronta a offrirsi pur di proteggere la sua infamia davanti a Luca. Ma guardandola, sentii una fiammata di odio pu-ro. Odio per il modo in cui calpestava la fiducia del mio amico, odio per la facilità con cui vendeva il suo corpo per un segreto.
Ritrassi la mano bruscamente, come se la sua pelle mi avesse scot-tato. Feci un passo indietro, lasciandola lì, sospesa nel suo tenta-tivo di seduzione.
— Credi davvero che basti spingere il sedere contro la mia mano per sistemare le cose, Cri? — dissi a voce bassa, gelida. — Credi che io sia come quello della spiaggia, un vuoto a perdere per i tuoi venti minuti di svago?
Lei rimase interdetta, la bocca leggermente aperta, colta di sor-presa dal mio rifiuto.
— Paolo, io volevo solo…
— Non mi interessa quello che volevi — la interruppi, voltando-le le spalle mentre mi dirigevo verso la porta. — Prendi quelle tazzine e torna fuori. E cerca di sorridere a Luca come se fossi ancora la donna che lui crede. Sei così brava a mentire, no? Con-tinua a farlo. Ma non pensare di avermi comprato.
Uscii dalla cucina lasciandola sola nel silenzio, con il calore della mia stretta ancora sulla pelle e il terrore di non poter controllare quello che sarebbe successo dopo. Il predatore non aveva abboc-cato all'esca; volevo che la sua colpa la divorasse viva prima di decidere quando e come incassare davvero.
Passarono alcuni giorni. Luca si era ormai convinto che quel livi-do fosse solo il ricordo di un colpo preso per sbaglio, una distra-zione senza importanza. Io, intanto, mi ero rintanato nel mio iso-lamento: evitavo le uscite di gruppo, declinavo gli inviti, fuggivo da ogni possibile incontro con Cristina. Il senso di colpa verso Luca mi scavava dentro; lui, ignaro e fiducioso, era l'unica vera vittima di quel groviglio. Continuava a scrivermi, a cercarmi con la solita affettuosa schiettezza, nonostante le mie risposte brevi, quasi infastidite.
Il desiderio di sottomettere Cristina, di prendermela con la forza bruta del ricatto, sembrava essersi intiepidito con la lontananza. La parte razionale di me sussurrava che era pericoloso, che gioca-re con una donna del genere significava invitare il diavolo a cena.
Un lunedì sera cercai rifugio in un bagno caldo. L’acqua mi av-volgeva, il vapore scioglieva i muscoli e il profumo del sapone, unito a una musica soffusa, mi stava quasi trascinando nel sonno. Poi, improvviso, il citofono. Imprecai, scivolando fuori dalla va-sca e lasciando una scia di gocce sul pavimento. Immaginavo fos-se il solito postino con una raccomandata, ma quando risposi, il cuore mi saltò in gola.
«Paolo, siamo noi», gracchiò la voce di Cristina.
Aprii la porta imbarazzato, con addosso solo l’accappatoio umido e la casa nel caos. Luca e Cristina entrarono carichi di pizza fu-mante e birre ghiacciate. Lei mi schioccò un bacio sulla guancia, con quel sorriso affettuosa come mai. «Scomparso dalla circola-zione, eh? Abbiamo pensato di farti un’improvvisata», disse lei, mentre Luca mi abbracciava ridendo, prendendomi in giro per la mia "mise elegante".
Corsi in bagno a vestirmi in fretta, con i nervi a fior di pelle. Sa-pevo che Cristina era in cucina e Luca stava già accendendo Netflix in salotto. L’idea che lei potesse frugare tra le mie cose mi spaventava, finché non mi ricordai delle telecamere piazzate in ogni stanza. Ogni suo movimento era registrato, al sicuro nel cloud. Quel pensiero mi diede una calma perversa.
Ci sedemmo sul divano, tutti e tre vicini sotto una coperta legge-ra. Un tempo sarebbe stata una serata normale tra amici, ma ora le regole erano saltate. La luce del tramonto morì fuori dalle fine-stre; non accendemmo le lampade, lasciando che fosse solo il ri-verbero azzurrognolo della TV a illuminare i nostri volti.
Nonostante il divano fosse enorme, sentii la coscia di Cristina premere contro la mia. Un tocco voluto, lento, elettrico. La con-versazione scorreva leggera, ma sotto la coperta il clima era cam-biato. All’improvviso, la mano di lei scivolò tra le mie gambe. Me lo aspettavo.
Trovò immediatamente il mio sesso, già turgido e prepotente. Iniziò a giocarci con una maestria d'altri tempi, accarezzando la cappella e stringendo i testicoli, mentre continuava a guardare lo schermo con un’aria angelica. Di tanto in tanto mi lanciava un’occhiata maliziosa, un sorriso da gatta di strada che sa esatta-mente come darti il tormento.
Poi, con una scusa banale, chiese a Luca dove fosse il suo telefo-no. «Oddio, l’ho lasciato in macchina!». Luca, da perfetto cavalie-re, si alzò subito. La sua BMW era parcheggiata a pochi metri dal portone; sarebbe andato e tornato in un lampo.
Non appena la porta d'ingresso scattò, il silenzio della stanza di-venne incandescente. Cristina scostò la coperta, mi sbottonò i pantaloncini con una foga animalesca e liberò il mio membro. Lo fissò con occhi famelici mentre lo scappellava. La afferrai per i capelli, attirandola a me in un bacio umido, profondo, che sapeva di sfida. «Sei una troia», le sussurrai a fior di labbra, deciso a sof-focarla con il mio bel pisellone.
Lei ricambiò il mio sguardo con una scintilla di pura perversione: «Non hai ancora visto niente».
Affondò la bocca su di me docile. Mi inghiottì fino alla base, con una gola calda, bagnata, che sembrava volermi risucchiare l'ani-ma. La sua testa andava su e giù con un ritmo regolare e lento. La linguetta felina indugiava sul mio prepuzio. Il suo sedere, fasciato da leggings neri che ne esaltavano ogni curva, era a pochi centi-metri dal mio viso. Non resistetti. Iniziai a palpare quelle chiappe sode, infilando le dita sotto l’elastico finché non sentii il calore della sua pelle. Trovai il buco del suo culo, una piccola rosa serra-ta che rispose con una lieve resistenza al mio tocco. Quando af-fondai il dito medio, lei ebbe un sussulto, un gemito soffocato nella mia carne che mi confermò quanto quella zona fosse ancora inesplorata. Esplorai il suo buco aperto in profondità, violandolo senza la minima delicatezza. Lei stringeva la figa tra le sue cosce dondolando.
Ero fuori controllo. Mi alzai in piedi, la spinsi contro lo schienale del divano deciso ad aprirla in due. Appoggiai la cappella gonfia contro la sua fica, spingendo con forza, godendo del modo in cui entravo in lei finché le mie palle non cozzarono contro il suo ba-cino. Ero al limite, sentivo l'orgasmo premere, una mattanza ri-mandata per troppo tempo.
Proprio in quel momento, il citofono suonò di nuovo. Luca.
Il panico mi gelò il sangue. Ci ricomponemmo in un istante frene-tico. Mentre lei si sistemava i vestiti, mi torno vicina, infilandomi di nuovo la lingua in bocca e stringendomi il cazzo un'ultima vol-ta, l'orecchio teso al rumore dell'ascensore.
Quando sentì la porta al piano aprirsi, mi guardò con una calma glaciale: «Hai la bocca sporca di rossetto, vatti a lavare o ci sco-pre!»
Corsi in bagno in punta di piedi e col fiato corto, l'adrenalina an-cora in circolo e il sapore di lei che mi premeva sulla lingua. Men-tre l’acqua fredda mi scorreva sulle mani, la sentii aprire la porta a Luca con una pacatezza che mi fece raggelare il sangue. Lo ac-colse ridendo, nascondendo quel maledetto tubetto di rossetto tra le dita.
Fu in quel momento, mentre fissavo la mia immagine riflessa allo specchio, che i pezzi del puzzle andarono a posto.
I suoi leggings neri erano una seconda pelle, così aderenti da non lasciare spazio nemmeno a un sospiro, figuriamoci a un oggetto solido; non avevano tasche, non avevano segreti. La sua borsetta, l'avevo visto chiaramente quando erano arrivati, era stata abban-donata sul letto in camera mia.
Dunque, quel rossetto non era spuntato fuori dal nulla. Cristina lo aveva tenuto in mano, o nascosto strategicamente sul divano, prima ancora che Luca uscisse per andare in macchina.
Crollai nella certezza di essere stato un burattino nelle sue mani. Non era stato un raptus di passione improvvisa, né un rischio cal-colato dettato dal momento. Era stata una messinscena brutale e perfetta. Aveva pianificato ogni secondo: il pompino, l'interru-zione di Luca, perfino l'alibi del trucco da ritoccare per giustifica-re il suo rossore o un mio eventuale imbarazzo.
Mentre io mi eccitavo pensando di avere il potere su di lei grazie a quel video, lei stava già scrivendo il copione della mia sottomis-sione. Non ero io il ricattatore che la stava consumando; ero solo l'attore non protagonista di un gioco erotico in cui lei teneva le fila, la regia e, soprattutto, la mia dignità. Mi aveva manipolato con la stessa precisione con cui si stendeva il colore sulle labbra: con freddezza, cura e un’assoluta, spaventosa mancanza di scru-poli.
In quel momento capii: quella donna era un demone capace di ge-stire il rischio come se fosse ossigeno. Quello che era appena suc-cesso non era sesso, era una dichiarazione di guerra.
Il resto della serata fu una macchia confusa. Mangiammo la pizza, guardammo un film di cui non ricordo un solo fotogramma. Ero un uomo perso. Il calore della sua bocca, la morsa delle sue cosce, la sua totale assenza di morale... tutto mi aveva svuotato. Non mi importava più di Luca, dell'onore o dell'amicizia. Volevo solo possederla ancora, distruggerla e farmi distruggere. Era una pul-sione primordiale, selvaggia, che non avrei mai creduto di poter provare. Chi non ha mai avuto un nemico lei, non ha mai vissuto!
Le settimane successive furono un lungo esercizio di dominio. Non le davo tregua. Cristina era diventata il mio soldato, pronta a scattare a ogni mio comando. Le imponevo di mandarmi foto volgari mentre era a cena con i genitori di Luca, la costringevo a registrare gli amplessi con suo marito, obbligandola a descrivermi ogni dettaglio più tardi.
Finché una sera non decisi che era il momento di abbattere l'ul-tima barriera.
«Vieni a casa mia. Ora. E non indossare intimo», le dissi al telefo-no. Quando arrivò, era una maschera di tensione e desiderio re-presso. Non la feci nemmeno parlare. La afferrai per la gola e la trascinai in camera da letto. Non ci fu spazio per i preliminari o la gentilezza. Fu una mattanza di sensi. La presi con una ferocia animale, una "scopata a sangue" che cercava di svuotarla di ogni rimasuglio di orgoglio. La usai come se il mio corpo fosse un’arma e il suo la terra da conquistare. Cristina non lottava più; si ab-bandonava a quella violenza erotica con un’intensità che rasenta-va il delirio, urlando il mio nome finché la voce non le si spezzò. Scopai la sua bocca, la sua figa ed il suo culo più volte. La sborra le colava da ogni buco e la costringevo a leccarla e passarmela con la lingua. Poi la leccavo ovunque spalmandole ancora il mio se-me. Sotto i colpi del mio pisello confessò tutte le peggiori perver-sioni, i tradimenti e i desideri più segreti, con la promessa che sa-rebbe stata a vita la mia puttana e la mia schiava.
La obbligai a descrivere dettagliatamente molti amplessi, con det-tagli degni di Csi.
All’alba, mentre lei giaceva distrutta e nuda tra le lenzuola sfatte, presi il cellulare. Mi sedetti accanto a lei e feci partire il video della spiaggia. Lei distolse lo sguardo, ma io le afferrai il mento: «Guarda, Cristina. Guarda la fine del tuo incubo».
Davanti ai suoi occhi sgranati, premetti il tasto Elimina e svuotai il cestino.
«Sei libera», le dissi con voce piatta. «Non ho più niente su di te. Puoi andartene e non tornare mai più. Luca non saprà nulla».
Mi aspettavo che scappasse, che mi sputasse in faccia o che scop-piasse a piangere di gioia. Invece, accadde l'imprevedibile. Cristi-na si raggomitolò contro di me, stringendomi con una forza di-sperata. Non era la gratitudine di una vittima; era qualcosa di molto più profondo e malato. Si era innamorata. Il mio dominio l'aveva presa così a fondo da colmare un vuoto che nemmeno lei sapeva di avere. Quell'uomo che l'aveva trattata come carne l'a-veva resa, paradossalmente, viva. Con me poteva finalmente es-sere se stessa!
«Non voglio andarmene», sussurrò tra i singhiozzi. «Non posso più vivere senza questo... senza di te».
I mesi successivi trasformarono quella follia in una realtà quoti-diana. Luca, ovviamente, non era cieco. Aveva iniziato a notare il cambiamento in sua moglie: il modo in cui vibrava quando entra-vo in una stanza, la sua nuova sensualità sfacciata, quasi elettrica. Invece di esplodere di gelosia, Luca iniziò a provare una curiosità morbosa. Era un uomo che amava Cristina al punto da voler condividere tutto di lei, anche il suo segreto più sporco. E cosi fu!
Il triangolo nacque una sera di pioggia estiva, a casa loro. Erava-mo tutti e tre in salotto, la tensione era così densa da fare male al cuore. Cristina si alzò, mi si sedette sulle ginocchia davanti a lui e mi baciò con una fame che non lasciava dubbi. Poi guardò suo marito.
«Luca, io lo amo», disse lei con una calma soprannaturale. «E amo te. Non voglio scegliere».
Luca ci guardò per un tempo che parve infinito. Poi, lentamente, si avvicinò e le accarezzò la nuca, mentre la sua altra mano si po-sava sulla mia spalla. Non c’era rabbia, solo una rassegnata ed ec-citata accettazione.
«Lo so», rispose lui a voce bassa. «L'ho sempre saputo. E voglio vedere cosa gli fai, Paolo. Voglio vedere come la riduci quando pensate che io non ci sia».
Dolcemente Cristina obbedì. Si spostò delicatamente i pantalon-cini per trovare il contatto con il mio cazzo. Con leggeri sposta-menti poggiò la cappella sul suo culetto stretto e con gli occhi fis-si in quelli di Luca, con grande sofferenza lo prese tutto nel culo. Saltellò prima piano, poi sempre più forte sulla mia nerchia nodo-sa, fino a che raggiungemmo insieme un orgasmo devastante. Ri-manemmo così, per un po’, fino a quando Luca ci porse dei faz-zolettini. Chiese di poter scopare Cristina, e io acconsentii, senza lasciarle mai le mani. Ebbe un secondo profondo orgasmo, poi ingoiò lo sperma del marito, soddisfatta dei suoi due tori da mon-ta.
Quella notte le regole cambiarono. Non c'era più ricatto, non c'e-ra più onore tradito. Eravamo tre anime alla deriva che avevano trovato il loro equilibrio nel peccato. Io ero il vertice di quel triangolo di carne, l'uomo che aveva sottomesso la donna e con-quistato il rispetto del marito. E mentre possedevo nuovamente Cristina sotto gli occhi lucidi e consenzienti di Luca, capii che la vera perversione non era il video sulla spiaggia, ma la pace assolu-ta che provavamo in quell'inferno a tre.
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