Nella mente di Cristina (parte 1)
di
PAOLO CENERE
genere
tradimenti
NELLA MENTE DI CRISTINA
Prima di iniziare questo racconto, devo fare una confessione. Non sono un uomo come gli altri. Mi definisco, in un certo senso, un predatore sessuale. Non nel senso criminale del termine — non ho mai forzato nessuno e rispetto sempre la legge — ma nel senso psicologico. Sono dipendente dal brivido del proibito, at-tratto magneticamente dalle situazioni sessuali più complicate, torbide e rischiose.
Per inseguire una storia piccante, per quel brivido che mi incen-dia il cervello, ho mandato a puttane tutto: carriere promettenti, amicizie storiche, relazioni che avrebbero potuto essere impor-tanti. Non mi importa delle conseguenze quando sento l'odore di un segreto inconfessabile. Solo pochissimi intimi conoscono la verità su quello che è successo con Cristina; alcuni pensano che io stia esagerando, altri non vogliono crederci. Ma questa è una sto-ria vera. Ho cambiato solo qualche dettaglio per proteggere i “colpevoli”, ma il marcio che sto per descrivere è tutto reale. E tutto è iniziato a Ostia, dove viviamo, in un pomeriggio che sem-brava come tanti altri. I fatti che sto per raccontarvi sono durati tutta l'estate.
Luca e Cristina stavano insieme da anni. Erano la coppia d’oro del litorale: belli, affiatati, sempre pronti a un sorriso. Lei, assi-stente in uno studio dentistico, era il gioiello della nostra comiti-va. Una bionda mozzafiato, alta, con quella solarità contagiosa che la rendeva simpatica a tutti. Ma dietro quella facciata di ra-gazza socievole si nascondeva un potenziale erotico che solo un occhio suino e allenato poteva percepire.
Quel giorno eravamo a Torvaianica, in un tratto di spiaggia libera dove il vento portava l’odore della salsedine e della sabbia bollen-te. Cristina era distesa al sole, e io non riuscivo a staccarle gli oc-chi di dosso. Era oltremodo sexy. Indossava un bikini nero lucido che sembrava spalmato sul suo corpo. Il pezzo sopra, a stento, conteneva la prepotenza del suo seno, che sussultava a ogni suo respiro. Luca stesso sapeva della mia passione per la sua donna, e ne ridevamo tutti insieme, senza malizia. Ai suoi occhi ero sem-plicemente innocuo, anche se ero uno dei ragazzi più corteggiati.
Cristina si era appena cosparsa di un olio solare profumato, ren-dendo la sua pelle ambrata lucida e scivolosa come seta. Il suo corpo era semplicemente perfetto, non un dettaglio fuori posto, nessuna imperfezione. Tutto sembrava dipinto da un pittore. I fianchi erano torniti da ore di palestra, una leggera lordosi ed un sedere rotondo mostravano proprio sopra la stoffa del costume due fossette da reato.
Per sistemare l’asciugamano si mise carponi, ed è lì che il mondo si fermò. Il pezzo sotto del costume era un perizoma ridotto a un filo, una stringa che spariva completamente tra le curve sode, alte e imponenti dei suoi glutei marmorei. Era un fondoschiena per-fetto, reso ancora più scultoreo e invitante da quel velo d'olio che brillava sotto il sole cocente di luglio.
Mentre si massaggiava sfrontata le cosce per stendere l'abbron-zante, notai qualcosa che mi fece scattare l'istinto. Anche Luca, seduto accanto a lei, si raggelò.
Sulla parte alta della coscia destra, proprio dove la carne si fa più tenera vicino all'attaccatura del gluteo, c’era un marchio. Un livi-do scuro, violaceo, inconfondibile. Non era una caduta. Erano quattro segni nitidi di dita che avevano stretto con una foga bru-tale, una pressione selvaggia nata in un momento di passione in-controllata. Era il marchio di un altro uomo, impresso su quella pelle dorata che Luca trattava sempre con una delicatezza quasi religiosa.
Vidi il mio amico perdere improvvisamente l’abbronzatura, im-pallidendo. Il dubbio gli scavò il volto in un istante. Sapeva che lui non l’aveva mai presa con quella violenza.
La sera stessa, mentre camminavamo sul lungomare di Ostia av-volti dall'umidità della notte, Luca esplose. Mi prese per un brac-cio, e con un fare sempre molto composto disse:
— Paolo, l’hai visto. Quel livido... non è roba mia. Io non le farei mai una cosa del genere. Qualcuno l'ha marchiata, qualcuno l'ha avuta in un modo che io non conosco.
Mi parlava sottovoce, con quella flemma dolorosa di chi ha il cuore a pezzi ma si rifiuta di far cadere la maschera della propria dignità.
Mi guardò con una supplica disperata negli occhi.
— Lei domani dice che deve sbrigare delle commissioni tutto il giorno. Io sto morendo dentro, Paolo. Se la seguo io, finisce in tragedia. Ti prego, fallo tu. Sei l'unico che sa muoversi nell'om-bra, l'unico di cui mi fido. Seguila. Dimmi chi incontra. Dimmi la verità, anche se fa male.
Guardai il mio amico, provando una finta solidarietà, mentre dentro di me il predatore stava già festeggiando. L'idea di poter spiare Cristina, di scoprire la sua doppia vita e l'uomo che aveva osato segnarla in quel modo, mi stava dando una scarica di adre-nalina quasi insostenibile. Era esattamente il tipo di situazione proibita per cui avrei sacrificato tutto.
— Tranquillo, Luca — risposi, con la freddezza di chi sa già che non tornerà indietro. — La seguirò io. Scoprirò ogni centimetro del segreto della tua Cristina.
L’impatto con lo studio dentistico fu come uno schiaffo gelato dopo il bollore del litorale. A Roma l’aria era ferma, carica di smog, ma dentro quelle mura in zona Prati regnava un silenzio asettico, interrotto solo dal ronzio lontano di un trapano ad alta velocità e dal ticchettio ritmico dei tacchi sul linoleum.
Ero seduto nella sala d’attesa, fingendo di sfogliare una rivista di architettura, ma i miei sensi erano tutti proiettati verso il banco-ne della reception. Ero un cliente abituale, una copertura che pa-gavo profumatamente per avere il diritto di osservare la preda nel suo habitat professionale.
Cristina era lì. Indossava la divisa bianca da assistente come un travestimento da Santa. Su chiunque altra sarebbe stata una ca-sacca informe e asettica, ma su di lei quel cotone leggero diventa-va un sacrilegio: una pelle candida che faticava a contenere la sua vera natura di predatrice. Era un peccato vivente, osceno proprio perché mascherato da Angelo del focolare.
Il camice, stretto in vita, faticava a contenere l'esuberanza del suo seno; ogni volta che si allungava per prendere un raccoglitore da-gli scaffali alti, il tessuto si tendeva sulle scapole e metteva in ri-salto la linea sinuosa della schiena che andava a tuffarsi in quel fondoschiena che conoscevo fin troppo bene. Anche sotto i pan-taloni bianchi, la rotondità del suo culetto era prepotente, una promessa di sodezza che il cotone non riusciva a nascondere.
Mi alzai con studiata flemma e mi avvicinai al bancone. Lei alzò lo sguardo e mi regalò quel sorriso che avrebbe potuto sciogliere un ghiacciaio.
— Paolo! Che sorpresa vederti anche oggi. Problemi con l'ottura-zione? — chiese, con quella sua voce cristallina, socievole, male-dettamente professionale.
Mi chinai leggermente sul bancone, invadendo il suo spazio vitale quanto bastava per sentire il profumo di pulito misto a una nota di vaniglia che emanava dalla sua pelle.
— Solo un controllo di routine, Cristina. O forse avevo solo vo-glia di vedere se questo camice bianco riuscisse davvero a na-scondere quanto sei esplosiva oggi — le dissi a bassa voce, fissan-dola dritta negli occhi con un’intensità che avrebbe fatto arrossire chiunque. — Sembri stanca, però. Occhiaie leggere... notte mo-vimentata? Scommetto che Luca non ti dà tregua.
Lei non batté ciglio. Non un rossore, non un guizzo d’imbarazzo. Mi guardò con una gentilezza che mi fece sentire un dilettante.
— Luca è un angelo, lo sai. E io dormo come un sasso. Accomo-dati, Paolo, il dottore si libera tra poco.
Il suo rifiuto non era un "no" secco; era un muro di gomma ver-niciato di simpatia. Mi faceva impazzire cazzo! Proprio mentre stavo per insistere, sentii il telefono vibrarmi contro la coscia. Un ronzio insistente, nevrotico.
Era Luca. Di nuovo.
“Paolo? Ci sei? Che fa? Con chi parla?”
“Ho un nodo allo stomaco. Ti prego, scrivimi qualcosa.”
“L’hai vista bene? Ha ancora quel segno? Controlla se zoppica o se si muove in modo strano.”
Sentii una fiammata di irritazione. Luca era l'antitesi del predato-re; era la vittima che implorava di conoscere la data del proprio sacrificio. Gli risposi senza guardare i tasti: “È al lavoro. Sembra una santa. Ti scrivo se succede qualcosa. Tacci sua quanto è fregna la tua donna!”
In quel momento, la porta a vetri dello studio si aprì. Entrò un uomo sui quaranta, capelli brizzolati tagliati cortissimi, un abito di sartoria che gridava potere e un orologio d'oro al polso che cat-turò la luce asettica del soffitto. Non era un paziente. Si diresse al bancone con una sicurezza che mi fece rizzare i peli sulla nuca.
— Cristina, cara. Finalmente — disse lui. La sua voce era bassa, autoritaria.
Vidi Cristina cambiare. Non perse la sua professionalità, ma i suoi occhi brillarono di una luce diversa. Lui si sporse verso di lei, ol-trepassando il bancone, e le sussurrò qualcosa che io non potei sentire. Lei scoppiò in una risata, una nota alta e vibrante, e per un istante le sue dita sfiorarono il dorso della mano dell'uomo.
Fu un contatto di un secondo, ma caricato di un'elettricità che mi colpì allo stomaco. Lui tirò fuori dalla tasca interna della giacca un biglietto bianco, ripiegato con cura, e lo fece scivolare sul bancone. Cristina lo prese con una rapidità felina, infilandolo nel-la tasca del camice prima ancora che io potessi metterne a fuoco il contenuto.
L'uomo si girò e uscì senza guardare nessuno.
Era lui. Doveva essere lui. L'eleganza, la forza, il carisma... era esattamente il tipo d'uomo che avrebbe potuto afferrare la coscia di Cristina con quella foga brutale, reclamando il possesso di quella carne divina.
Uscii dallo studio quasi correndo, ignorando l'assistente che chiamava il mio nome per la visita. Saltai in macchina, il cuore che batteva come un tamburo di guerra. Lo seguii nel caos del traffico romano, imprecando contro i bus e i motorini che si infi-larono tra me e la sua berlina scura. Sudavo. Le mani scivolavano sul volante mentre il telefono continuava a impazzire sul sedile del passeggero.
“Paolo perché te ne sei andato? Mi hanno chiamato dallo studio, dicono che sei scappato. Che succede??? Cri”
Lo seguii fino a un bar di lusso vicino a Villa Borghese. Parcheg-giai in doppia fila, fregandomene di tutto. Lo vidi scendere, si-stemarsi la cravatta allo specchietto e incamminarsi verso un ta-volino all'aperto. Il mio obiettivo era pronto, nascosto nella tasca della camicia di lino. Ma quando arrivai a pochi metri, la scena che mi si parò davanti fu una doccia scozzese.
L'uomo baciò sulla guancia una donna elegante che lo aspettava con due bambini piccoli. Si sedette, prese il figlio minore sulle gi-nocchia e iniziò a ridere, mostrando le foto sul cellulare. Era un quadro di idillio familiare insopportabile. Rubando stralci di con-versazione, compresi che era un rappresentante di prodotti medi-cali che Cristina aveva probabilmente il compito di ordinare.
Frustrazione. Pura, acida frustrazione.
Tornai alla macchina, avviai il condizionatore per avere un po’ di refrigerio. Ero stato un idiota. Mi ero lasciato trascinare dalla mia stessa fame, perdendo di vista la realtà. Cristina era ancora un mi-stero intatto, un enigma biondo protetto dal suo camice bianco e dalla sua cortesia impeccabile.
Tornai verso Ostia nel tardo pomeriggio, mentre il cielo si tingeva di rosso. Il telefono vibrò un'ultima volta.
“Paolo, allora? Dimmi che non hai scoperto niente di male. Dimmi che posso dormire stasera.”
Guardai lo schermo con odio. Luca voleva una rassicurazione che non potevo dargli. Perché, mentre guidavo, l'unica cosa che riu-scivo a vedere non era il rappresentante svizzero, ma il modo in cui Cristina aveva infilato quel biglietto nella tasca. Era stato un gesto troppo veloce. Troppo furtivo.
La traccia era nulla, sì. Ma l'istinto mi diceva che la maschera di Cristina stava per creparsi. E io volevo essere lì, con l'obiettivo puntato, quando i pezzi sarebbero caduti.
Quella sera, la Via del Mare era un serpente di lamiere bollenti che strisciava verso il litorale. Mi tenevo tre macchine dietro la sua, osservando il riflesso dei suoi capelli biondi attraverso il lu-notto posteriore. A un certo punto, la vidi inclinare la testa, un gesto fluido per attivare il vivavoce dell’auto. Pochi secondi do-po, il mio telefono sul sedile del passeggero si illuminò.
Era un messaggio di Luca: “Mi sta chiamando. Dice che ha finito di lavorare e sta rientrando. Sembra tranquilla, Paolo. Mi ha chiesto se ho messo il vino bianco in frigo. Ma come fa? Come fa a pensare al vino se ha quel marchio addosso?”
La seguii fino a Ostia, nel cuore del quartiere dove vivevano. La vidi parcheggiare con la solita precisione, darsi un’ultima occhiata allo specchietto — un tocco di rossetto, una sistemata alla scolla-tura — e scendere dall'auto con quella sua grazia innata. Non c’era l’ombra di un senso di colpa nei suoi movimenti. Era quella che io chiamo "sensuale sincerità": la capacità di vivere una bugia con una tale naturalezza da renderla più vera della realtà.
Rimasi nell'ombra del viale, aspettando. Luca mi scriveva a raffi-ca, una cronaca in diretta del suo inferno domestico:
“È entrata. Mi ha baciato. Sapeva di menta e di ufficio. Mi ha sorriso co-me se fossi l'unica cosa bella della sua giornata. Mi sento un pazzo, Paolo. Guardo la sua bocca e penso a quel livido.”
Dopo cena, come ogni sera, uscirono per la passeggiata con il ca-ne.
L’aria di Ostia era carica di umidità e salsedine, le luci dei lam-pioni proiettavano ombre lunghe sul marciapiede del lungomare. Mi appostai dietro una fila di auto parcheggiate, il cappellino, gli occhi fissi su di loro.
Cristina era mozzafiato, pur nella sua semplicità casalinga. Indos-sava un paio di leggings neri aderenti come una seconda pelle, che non lasciavano nulla all'immaginazione. Ad ogni passo, i suoi glu-tei marmorei si muovevano con una compattezza ipnotica, una danza di muscoli sodi che metteva in risalto quella rotondità im-ponente, resa ancora più evidente dalla tensione del tessuto. So-pra portava una canotta leggera che segnava la curva prepotente del seno, e i capelli biondi erano raccolti in una coda alta che la-sciava scoperto il collo lungo e flessuoso.
Camminava ridendo, tenendo il guinzaglio del loro Golden Re-triever con una mano e cingendo la vita di Luca con l’altra. Sem-brava la scena di un idillio perfetto. Ma io sapevo cosa stava pro-vando il mio amico. Vedevo il modo in cui lui la guardava di sot-tecchi: i suoi occhi non cercavano più la bellezza, cercavano la crepa. Ogni volta che lei gli si stringeva addosso con la sua solita simpatia socievole, Luca sussultava impercettibilmente.
— Guarda com'è vivace stasera, amore — disse lei, la voce che arrivava nitida nel silenzio della strada. Si chinò per accarezzare il cane e il tessuto dei leggings si tese fino al limite estremo sulle sue curve, offrendo una visione di una sensualità sfacciata. In quel gesto quotidiano, Cristina emanava una carica erotica devastante quasi come il dubbio che stava divorando Luca.
Lui le mise una mano sulla spalla, un gesto che avrebbe dovuto essere d'affetto ma che sembrava un tentativo di trattenersi dal crollare. Lei si girò, gli prese il viso tra le mani e lo baciò. Un ba-cio lungo, appassionato, spudoratamente "sincero".
Vederli così — la bionda divina e il mio amico distrutto — mi fece stringere i denti. La maschera di Cristina era d’acciaio. Era troppo brava. Nessuna anomalia, nessun passo falso, solo una perfetta, sensuale recita di vita quotidiana.
Rientrarono nel portone quaranta minuti dopo. Le luci del salot-to si spensero quasi subito.
Rimasi lì, al buio, con l'odore del mare nelle narici e una frustra-zione che mi scavava dentro. Il predatore in me sentiva che quel-la normalità era solo il velo steso su un abisso. Cristina era torna-ta nella sua tana, al sicuro tra le braccia dell'uomo che stava tra-dendo, convinta di aver vinto anche stavolta. Ma non sapeva che io non ero Luca. Io non avevo bisogno di crederle. Io avevo biso-gno solo di un suo errore.
Sette giorni. Una settimana di vita buttata via a inseguire un’ombra bionda tra le strade di Ostia e il traffico di Roma. Ape-ritivo con le amiche fighe, palestra, e mille persone a cui non aveva concesso nulla di malizioso. Mi sentivo un parassita della morale, un viscido che si nutre dei sospetti di un amico. Guardo le mie occhiaie nello specchietto e la voce della coscienza mi sus-surra: "Paolo, sei patetico. Cristina è una santa e tu sei solo un bavoso frustrato che cerca il marcio dove non c'è". Il senso di colpa morde, ma il mio istinto mordeva più forte. Perché quel livido sulla coscia non era un’allucinazione. C’è un abisso sotto la sua superficie perfetta, e io sono l'unico con lo stomaco abbastanza forte da vo-lerci guardare dentro.
Poi arrivò quella sera. La serata a casa dei genitori di lei, a due passi dalla spiaggia, a Torvaianica. L’unica occasione in cui ero fortemente tentato di restare a casa a riposare. Solo per non am-mettere la sconfitta decisi di proseguire il pedinamento. Cosa mai poteva accadere in una cena in famiglia con i genitori e i suoceri riuniti? Eppure…
Luca era dentro casa, spiaggiato sul divano col suocero, tranquil-lizzato da risultati delle mie ricerche. Le grida per un gol mancato arrivano fino in strada, insieme all'odore di sugo e alla noia di una domenica qualunque. Io sono fuori, una macchia scura sotto un pino marittimo, con le zanzare che banchettano stronze. Il com-puter della mia Passat segna 31 gradi, un buco nero nello stoma-co.
Sono le 23:15. Il silenzio è rotto solo dal sussurro del mare.
Dall'appartamento al primo piano intravedo Cristina mettere il guinzaglio al cane, pochi istanti dopo, il portone si apre. Esce lei.
È vestita con una semplicità che su di lei diventa un insulto alla castità: shorts di jeans cortissimi, con le tasche bianche che spun-tano dall'orlo sfrangiato, e una canotta bianca di cotone leggero che, senza reggiseno, rivela ogni sussulto del suo seno generoso sotto i lampioni. I capelli biondi sono raccolti in una coda alta. Un filo di burro cacao sulle labbra morbide ed una pelle di seta.
Quella creatura meravigliosa riusciva ad essere attraente anche con una fetta di prosciutto sulle spalle. Era una questione di por-tamento, di mimica, non lo so. Ogni volta che la vedevo mi veni-va duro come la pietra.
Invece di fare il giro dell'isolato, la stronza punta dritta verso la spiaggia, imboccando il vialetto della caserma dei vigili del fuoco. Forse non vuole farsi vedere in tenuta domestica. La seguo come un'ombra, i piedi che affondano nella sabbia umida. Ne rallenta-no il passo. La raggiungo, restando invisibile. Il cane sciolto corre avanti, scomparendo nel buio della spiaggia deserta, entra in ac-qua. Lei raggiunge il bagnasciuga, dove i lampioni muoiono e re-gna solo l'oscurità. Si stiracchia placida, prende un bastone e lo lancia più volte. L’animale lo riporta docile e allegro.
Muove qualche passo, nulla di strano. Sembra cercare altro per far giocare il suo Golden.
Un uomo è seduto a terra, vicino due ombrelloni lasciati in spiag-gia per tenere il posto migliore. A pochi passi un ammasso di biancheria ed asciugamani, certamente un ambulante che dorme in spiaggia. Ha un fisico minuto, e tra i parei stesi appare come un'ombra felina dalla pelle d’ebano che sembra fatta della stessa sostanza della notte. È un incontro casuale, uno scontro tra due mondi. Lui si alza, ha una birra in mano, si tira fuori il pisello e si mette a pisciare a tre metri da Cristina, probabilmente alticcio. Lei lo osserva senza allontanarsi, e questa cosa mi colpisce. Poi si volta con il cazzo moscio di fuori e dice qualcosa con una voce bassa e profonda. Lei tace. Poi si abbottona i jeans, mettendo dentro un arnese di grosse dimensioni.
Si avvicina alla catasta, recupera qualcosa, forse un pareo, mo-strandolo a Cristina come per proporle di comprarlo. Le mostra anche un telo, sfiorandole appena il braccio. Lei lo puggia alla vi-ta, lui la guarda e fa cenno di approvazione. Poi la prende per le braccia, la volta e le guarda il culo, sistemandolo il tessuto legge-ro. Vedo Cristina irrigidirsi, ma non per esprimere fastidio.
Si guarda intorno, fischia al cane che si avvicina completamente bagnato, poi lo lega all’ombrellone chiuso. Un lampo tremendo passa per la mia mente: vuole concentrarsi su qualcosa senza do-ver badare al peloso!
Inizio a registrare, anche se non capisco ancora cosa le passa per la mente. La spiaggia è un abisso nero, protetto dal fragore delle onde. In quella solitudine assoluta, la maschera della "bionda per bene" vacilla. La sicurezza di non essere vista agisce su di lei co-me un afrodisiaco oscuro. Senza una parola, lui la tira a sé. I due sono vicinissimi. Parte un bacio appassionato.
Io sono lì, forse a 15 metri, acquattato dietro un bidone della spazzatura, con lo smartphone puntato. Il predatore in me ha la mano ferma. Quello che vedo è pura perversione.
Non c'è tempo per la dolcezza. Lui la afferra per il polso, lei fa per ritrarsi, ma non fugge, voltandosi di schiena. Cristina non protesta; sembra cercare quella sottomissione brutale. Il tipo prende la morbida mano di Cristina e la avvicina alla patta dei suoi pantaloni. Ancora una timida resistenza, poi la mano resta ferma tra le gambe del nero. Smucina cercando il cazzo nei jeans lerci. Sbottona la patta. La vedo prendere in mano il randello ne-ro e iniziare a segarlo. Qualche movimento avanti e indietro, poi si porta la mano alla bocca per lubrificare la sega con la saliva. Ho un sussulto. Sto assistendo ad un sacrilegio!
Il bastardo la prende e la trascina sulla catasta di vestiti, la fa in-ginocchiare e prendendola per la coda le infila in bocca il cazzo, moscio ma grosso come un calzino. Inizia un pompino violento, ma bollente come la lava. Non resisto e decido di avvicinarmi continuando a riprendere. Il tipo è veramente rude e prende Cri-stina per le orecchie, tenendola come il manubrio di un vogatore in palestra. La tira violentemente contro il suo inguine. Il cazzo enorme le arriva in gola e sento i suoi conati a distanza. La troia ansima, le piace, e tanto. Tra i panni noto del movimento, un al-tro tipo a circa due metri di distanza guarda divertito lo spettaco-lo.
Si piega in avanti a pecora, i gomiti a terra, mentre lui le abbassa gli shorts con una foga selvaggia. Lei resta così, immobile, aspet-tando che il cazzo le apra la figa. L’energumeno si fa una mezza sega per farlo diventare più duro, perché proprio non riesce.
Sotto la luce pallida della luna, il suo fondoschiena marmoreo brilla, teso e offerto. Lui la penetra da dietro, sputandosi molte volte sulle mani per lubrificare la cappella. Poi una spinta pro-fonda che le mozza il fiato. Finalmente il calzino apre le carni della ragazza che inarca il bacino per favorirlo. Il ritmo è tribale, spietato. Vedo la schiena di Cristina sobbalzare, i capelli biondi che oscillano come seta impazzita a ogni colpo sordo. Lei emette gemiti soffocati che il mare divora, mentre le dita di lui affonda-no nella carne soda dei suoi glutei. Il contrasto tra le loro pelli, nel mirino del mio telefono, è scioccante e magnifico nella sua crudeltà.
Ormai sono a pochi passi da loro, in piedi, e il ritmo non rallenta, il tipo la pompa spingendo con la schiena e le ginocchia, spaccan-dole la fica. Mi vedono, mi guardano, ma proseguono l’amplesso.
Il tipo sdraiato tra gli asciugamani mi saluta, facendomi cenno di avvicinarmi. Come per dire: guarda anche tu questo spettacolo!
Calzino non ha cautele: nonostante l’alcool raggiunge una erezio-ne accettabile e rallenta la scopata per godersela meglio. Si distac-ca dal culo di Cristina di circa un palmo ad ogni affondo e non riesce ad infilarlo tutto nonostante la rabbia. Raggiunge l'apice e viene dentro di lei con un'ultima spinta violenta, un marchio di possesso che lei accoglie con un brivido che le attraversa tutta la colonna vertebrale.
La troia ha goduto ed esprime la sua soddisfazione con un platea-le gridolino quando il suo toro le sfila dalla fica un pisello grosso come un polso.
Poi, il silenzio. L'uomo si ricompone con una freddezza ancestra-le. Si sdraia stanco vicino a noi, poi fa cenno all’amico.
Cristina prova ad allontanarsi ma viene richiamata, sottomessa controlla il cane con lo sguardo, poi torna da noi, con i calzoncini e le mutande in mano. Si inginocchia tra le gambe del secondo nero e inizia a spompinare come una assatanata. In quel momento fu più la paura di essere riconosciuto che la voglia di ricevere le sue attenzioni. Pensai di allontanarmi mentre la bocca viaggiava su e giù sul cazzo del secondo ambulante. Con un brivido sentii la mano di Cristina toccare anche la mia gamba, in un invito placido e tremendo ad aspettare il mio turno. Mi alzai appena in tempo per sentire il tipo sborrare e lei mugolare con piacere. Si pulì la bocca con il polso, raccogliendo la sborra calda del tipo che puz-zava come una capra tibetana. Non perse nemmeno una goccia. Mi allontano con la testa che mi gira per l’eccitazione e lo schifo della situazione.
Ma è quello che fa Cristina dopo a lasciarmi gelato. Con una me-todicità quasi sociopatica, si siede solo un istante per sfilarsi le scarpe da ginnastica. Cammina verso la riva, entrando nell'acqua tiepida fino alle ginocchia. La vedo, con l'acqua che le schiuma tra le gambe, praticarsi un bidet improvvisato in mare. Gesti ra-pidi, esperti, per lavare via l'odore, il seme, ogni traccia dell'uomo prima di tornare dal "suo" Luca. Si pulisce dal peccato con la stessa freddezza con cui si laverebbe le mani dopo il lavoro.
Esce dall'acqua, si infila le scarpe senza asciugarsi i piedi, si siste-ma la canotta bianca e recupera il cane. Venti minuti. È stata via solo venti minuti. Ecco perché non riuscivamo a coglierla mai sul fatto. Era tutto studiato come l’aggressione di un killer profes-sionista che studia nel dettaglio ogni mossa con metodica ossessi-va! Non mi era mai capitato nulla del genere.
Perfetta come una madonna dipinta, torna dal suo uomo e alla sua partita, con il sapore del mare sulle labbra ed il ghiaccio nel cuore. Ma il suo segreto non è più solo suo. È chiuso nella mia tasca, un video che scotta come lava. Il predatore in me ha vinto. Ora so quanto vale il suo silenzio, e non vedo l'ora di farle capire che, da domani, il suo unico padrone sarò io.
Prima di iniziare questo racconto, devo fare una confessione. Non sono un uomo come gli altri. Mi definisco, in un certo senso, un predatore sessuale. Non nel senso criminale del termine — non ho mai forzato nessuno e rispetto sempre la legge — ma nel senso psicologico. Sono dipendente dal brivido del proibito, at-tratto magneticamente dalle situazioni sessuali più complicate, torbide e rischiose.
Per inseguire una storia piccante, per quel brivido che mi incen-dia il cervello, ho mandato a puttane tutto: carriere promettenti, amicizie storiche, relazioni che avrebbero potuto essere impor-tanti. Non mi importa delle conseguenze quando sento l'odore di un segreto inconfessabile. Solo pochissimi intimi conoscono la verità su quello che è successo con Cristina; alcuni pensano che io stia esagerando, altri non vogliono crederci. Ma questa è una sto-ria vera. Ho cambiato solo qualche dettaglio per proteggere i “colpevoli”, ma il marcio che sto per descrivere è tutto reale. E tutto è iniziato a Ostia, dove viviamo, in un pomeriggio che sem-brava come tanti altri. I fatti che sto per raccontarvi sono durati tutta l'estate.
Luca e Cristina stavano insieme da anni. Erano la coppia d’oro del litorale: belli, affiatati, sempre pronti a un sorriso. Lei, assi-stente in uno studio dentistico, era il gioiello della nostra comiti-va. Una bionda mozzafiato, alta, con quella solarità contagiosa che la rendeva simpatica a tutti. Ma dietro quella facciata di ra-gazza socievole si nascondeva un potenziale erotico che solo un occhio suino e allenato poteva percepire.
Quel giorno eravamo a Torvaianica, in un tratto di spiaggia libera dove il vento portava l’odore della salsedine e della sabbia bollen-te. Cristina era distesa al sole, e io non riuscivo a staccarle gli oc-chi di dosso. Era oltremodo sexy. Indossava un bikini nero lucido che sembrava spalmato sul suo corpo. Il pezzo sopra, a stento, conteneva la prepotenza del suo seno, che sussultava a ogni suo respiro. Luca stesso sapeva della mia passione per la sua donna, e ne ridevamo tutti insieme, senza malizia. Ai suoi occhi ero sem-plicemente innocuo, anche se ero uno dei ragazzi più corteggiati.
Cristina si era appena cosparsa di un olio solare profumato, ren-dendo la sua pelle ambrata lucida e scivolosa come seta. Il suo corpo era semplicemente perfetto, non un dettaglio fuori posto, nessuna imperfezione. Tutto sembrava dipinto da un pittore. I fianchi erano torniti da ore di palestra, una leggera lordosi ed un sedere rotondo mostravano proprio sopra la stoffa del costume due fossette da reato.
Per sistemare l’asciugamano si mise carponi, ed è lì che il mondo si fermò. Il pezzo sotto del costume era un perizoma ridotto a un filo, una stringa che spariva completamente tra le curve sode, alte e imponenti dei suoi glutei marmorei. Era un fondoschiena per-fetto, reso ancora più scultoreo e invitante da quel velo d'olio che brillava sotto il sole cocente di luglio.
Mentre si massaggiava sfrontata le cosce per stendere l'abbron-zante, notai qualcosa che mi fece scattare l'istinto. Anche Luca, seduto accanto a lei, si raggelò.
Sulla parte alta della coscia destra, proprio dove la carne si fa più tenera vicino all'attaccatura del gluteo, c’era un marchio. Un livi-do scuro, violaceo, inconfondibile. Non era una caduta. Erano quattro segni nitidi di dita che avevano stretto con una foga bru-tale, una pressione selvaggia nata in un momento di passione in-controllata. Era il marchio di un altro uomo, impresso su quella pelle dorata che Luca trattava sempre con una delicatezza quasi religiosa.
Vidi il mio amico perdere improvvisamente l’abbronzatura, im-pallidendo. Il dubbio gli scavò il volto in un istante. Sapeva che lui non l’aveva mai presa con quella violenza.
La sera stessa, mentre camminavamo sul lungomare di Ostia av-volti dall'umidità della notte, Luca esplose. Mi prese per un brac-cio, e con un fare sempre molto composto disse:
— Paolo, l’hai visto. Quel livido... non è roba mia. Io non le farei mai una cosa del genere. Qualcuno l'ha marchiata, qualcuno l'ha avuta in un modo che io non conosco.
Mi parlava sottovoce, con quella flemma dolorosa di chi ha il cuore a pezzi ma si rifiuta di far cadere la maschera della propria dignità.
Mi guardò con una supplica disperata negli occhi.
— Lei domani dice che deve sbrigare delle commissioni tutto il giorno. Io sto morendo dentro, Paolo. Se la seguo io, finisce in tragedia. Ti prego, fallo tu. Sei l'unico che sa muoversi nell'om-bra, l'unico di cui mi fido. Seguila. Dimmi chi incontra. Dimmi la verità, anche se fa male.
Guardai il mio amico, provando una finta solidarietà, mentre dentro di me il predatore stava già festeggiando. L'idea di poter spiare Cristina, di scoprire la sua doppia vita e l'uomo che aveva osato segnarla in quel modo, mi stava dando una scarica di adre-nalina quasi insostenibile. Era esattamente il tipo di situazione proibita per cui avrei sacrificato tutto.
— Tranquillo, Luca — risposi, con la freddezza di chi sa già che non tornerà indietro. — La seguirò io. Scoprirò ogni centimetro del segreto della tua Cristina.
L’impatto con lo studio dentistico fu come uno schiaffo gelato dopo il bollore del litorale. A Roma l’aria era ferma, carica di smog, ma dentro quelle mura in zona Prati regnava un silenzio asettico, interrotto solo dal ronzio lontano di un trapano ad alta velocità e dal ticchettio ritmico dei tacchi sul linoleum.
Ero seduto nella sala d’attesa, fingendo di sfogliare una rivista di architettura, ma i miei sensi erano tutti proiettati verso il banco-ne della reception. Ero un cliente abituale, una copertura che pa-gavo profumatamente per avere il diritto di osservare la preda nel suo habitat professionale.
Cristina era lì. Indossava la divisa bianca da assistente come un travestimento da Santa. Su chiunque altra sarebbe stata una ca-sacca informe e asettica, ma su di lei quel cotone leggero diventa-va un sacrilegio: una pelle candida che faticava a contenere la sua vera natura di predatrice. Era un peccato vivente, osceno proprio perché mascherato da Angelo del focolare.
Il camice, stretto in vita, faticava a contenere l'esuberanza del suo seno; ogni volta che si allungava per prendere un raccoglitore da-gli scaffali alti, il tessuto si tendeva sulle scapole e metteva in ri-salto la linea sinuosa della schiena che andava a tuffarsi in quel fondoschiena che conoscevo fin troppo bene. Anche sotto i pan-taloni bianchi, la rotondità del suo culetto era prepotente, una promessa di sodezza che il cotone non riusciva a nascondere.
Mi alzai con studiata flemma e mi avvicinai al bancone. Lei alzò lo sguardo e mi regalò quel sorriso che avrebbe potuto sciogliere un ghiacciaio.
— Paolo! Che sorpresa vederti anche oggi. Problemi con l'ottura-zione? — chiese, con quella sua voce cristallina, socievole, male-dettamente professionale.
Mi chinai leggermente sul bancone, invadendo il suo spazio vitale quanto bastava per sentire il profumo di pulito misto a una nota di vaniglia che emanava dalla sua pelle.
— Solo un controllo di routine, Cristina. O forse avevo solo vo-glia di vedere se questo camice bianco riuscisse davvero a na-scondere quanto sei esplosiva oggi — le dissi a bassa voce, fissan-dola dritta negli occhi con un’intensità che avrebbe fatto arrossire chiunque. — Sembri stanca, però. Occhiaie leggere... notte mo-vimentata? Scommetto che Luca non ti dà tregua.
Lei non batté ciglio. Non un rossore, non un guizzo d’imbarazzo. Mi guardò con una gentilezza che mi fece sentire un dilettante.
— Luca è un angelo, lo sai. E io dormo come un sasso. Accomo-dati, Paolo, il dottore si libera tra poco.
Il suo rifiuto non era un "no" secco; era un muro di gomma ver-niciato di simpatia. Mi faceva impazzire cazzo! Proprio mentre stavo per insistere, sentii il telefono vibrarmi contro la coscia. Un ronzio insistente, nevrotico.
Era Luca. Di nuovo.
“Paolo? Ci sei? Che fa? Con chi parla?”
“Ho un nodo allo stomaco. Ti prego, scrivimi qualcosa.”
“L’hai vista bene? Ha ancora quel segno? Controlla se zoppica o se si muove in modo strano.”
Sentii una fiammata di irritazione. Luca era l'antitesi del predato-re; era la vittima che implorava di conoscere la data del proprio sacrificio. Gli risposi senza guardare i tasti: “È al lavoro. Sembra una santa. Ti scrivo se succede qualcosa. Tacci sua quanto è fregna la tua donna!”
In quel momento, la porta a vetri dello studio si aprì. Entrò un uomo sui quaranta, capelli brizzolati tagliati cortissimi, un abito di sartoria che gridava potere e un orologio d'oro al polso che cat-turò la luce asettica del soffitto. Non era un paziente. Si diresse al bancone con una sicurezza che mi fece rizzare i peli sulla nuca.
— Cristina, cara. Finalmente — disse lui. La sua voce era bassa, autoritaria.
Vidi Cristina cambiare. Non perse la sua professionalità, ma i suoi occhi brillarono di una luce diversa. Lui si sporse verso di lei, ol-trepassando il bancone, e le sussurrò qualcosa che io non potei sentire. Lei scoppiò in una risata, una nota alta e vibrante, e per un istante le sue dita sfiorarono il dorso della mano dell'uomo.
Fu un contatto di un secondo, ma caricato di un'elettricità che mi colpì allo stomaco. Lui tirò fuori dalla tasca interna della giacca un biglietto bianco, ripiegato con cura, e lo fece scivolare sul bancone. Cristina lo prese con una rapidità felina, infilandolo nel-la tasca del camice prima ancora che io potessi metterne a fuoco il contenuto.
L'uomo si girò e uscì senza guardare nessuno.
Era lui. Doveva essere lui. L'eleganza, la forza, il carisma... era esattamente il tipo d'uomo che avrebbe potuto afferrare la coscia di Cristina con quella foga brutale, reclamando il possesso di quella carne divina.
Uscii dallo studio quasi correndo, ignorando l'assistente che chiamava il mio nome per la visita. Saltai in macchina, il cuore che batteva come un tamburo di guerra. Lo seguii nel caos del traffico romano, imprecando contro i bus e i motorini che si infi-larono tra me e la sua berlina scura. Sudavo. Le mani scivolavano sul volante mentre il telefono continuava a impazzire sul sedile del passeggero.
“Paolo perché te ne sei andato? Mi hanno chiamato dallo studio, dicono che sei scappato. Che succede??? Cri”
Lo seguii fino a un bar di lusso vicino a Villa Borghese. Parcheg-giai in doppia fila, fregandomene di tutto. Lo vidi scendere, si-stemarsi la cravatta allo specchietto e incamminarsi verso un ta-volino all'aperto. Il mio obiettivo era pronto, nascosto nella tasca della camicia di lino. Ma quando arrivai a pochi metri, la scena che mi si parò davanti fu una doccia scozzese.
L'uomo baciò sulla guancia una donna elegante che lo aspettava con due bambini piccoli. Si sedette, prese il figlio minore sulle gi-nocchia e iniziò a ridere, mostrando le foto sul cellulare. Era un quadro di idillio familiare insopportabile. Rubando stralci di con-versazione, compresi che era un rappresentante di prodotti medi-cali che Cristina aveva probabilmente il compito di ordinare.
Frustrazione. Pura, acida frustrazione.
Tornai alla macchina, avviai il condizionatore per avere un po’ di refrigerio. Ero stato un idiota. Mi ero lasciato trascinare dalla mia stessa fame, perdendo di vista la realtà. Cristina era ancora un mi-stero intatto, un enigma biondo protetto dal suo camice bianco e dalla sua cortesia impeccabile.
Tornai verso Ostia nel tardo pomeriggio, mentre il cielo si tingeva di rosso. Il telefono vibrò un'ultima volta.
“Paolo, allora? Dimmi che non hai scoperto niente di male. Dimmi che posso dormire stasera.”
Guardai lo schermo con odio. Luca voleva una rassicurazione che non potevo dargli. Perché, mentre guidavo, l'unica cosa che riu-scivo a vedere non era il rappresentante svizzero, ma il modo in cui Cristina aveva infilato quel biglietto nella tasca. Era stato un gesto troppo veloce. Troppo furtivo.
La traccia era nulla, sì. Ma l'istinto mi diceva che la maschera di Cristina stava per creparsi. E io volevo essere lì, con l'obiettivo puntato, quando i pezzi sarebbero caduti.
Quella sera, la Via del Mare era un serpente di lamiere bollenti che strisciava verso il litorale. Mi tenevo tre macchine dietro la sua, osservando il riflesso dei suoi capelli biondi attraverso il lu-notto posteriore. A un certo punto, la vidi inclinare la testa, un gesto fluido per attivare il vivavoce dell’auto. Pochi secondi do-po, il mio telefono sul sedile del passeggero si illuminò.
Era un messaggio di Luca: “Mi sta chiamando. Dice che ha finito di lavorare e sta rientrando. Sembra tranquilla, Paolo. Mi ha chiesto se ho messo il vino bianco in frigo. Ma come fa? Come fa a pensare al vino se ha quel marchio addosso?”
La seguii fino a Ostia, nel cuore del quartiere dove vivevano. La vidi parcheggiare con la solita precisione, darsi un’ultima occhiata allo specchietto — un tocco di rossetto, una sistemata alla scolla-tura — e scendere dall'auto con quella sua grazia innata. Non c’era l’ombra di un senso di colpa nei suoi movimenti. Era quella che io chiamo "sensuale sincerità": la capacità di vivere una bugia con una tale naturalezza da renderla più vera della realtà.
Rimasi nell'ombra del viale, aspettando. Luca mi scriveva a raffi-ca, una cronaca in diretta del suo inferno domestico:
“È entrata. Mi ha baciato. Sapeva di menta e di ufficio. Mi ha sorriso co-me se fossi l'unica cosa bella della sua giornata. Mi sento un pazzo, Paolo. Guardo la sua bocca e penso a quel livido.”
Dopo cena, come ogni sera, uscirono per la passeggiata con il ca-ne.
L’aria di Ostia era carica di umidità e salsedine, le luci dei lam-pioni proiettavano ombre lunghe sul marciapiede del lungomare. Mi appostai dietro una fila di auto parcheggiate, il cappellino, gli occhi fissi su di loro.
Cristina era mozzafiato, pur nella sua semplicità casalinga. Indos-sava un paio di leggings neri aderenti come una seconda pelle, che non lasciavano nulla all'immaginazione. Ad ogni passo, i suoi glu-tei marmorei si muovevano con una compattezza ipnotica, una danza di muscoli sodi che metteva in risalto quella rotondità im-ponente, resa ancora più evidente dalla tensione del tessuto. So-pra portava una canotta leggera che segnava la curva prepotente del seno, e i capelli biondi erano raccolti in una coda alta che la-sciava scoperto il collo lungo e flessuoso.
Camminava ridendo, tenendo il guinzaglio del loro Golden Re-triever con una mano e cingendo la vita di Luca con l’altra. Sem-brava la scena di un idillio perfetto. Ma io sapevo cosa stava pro-vando il mio amico. Vedevo il modo in cui lui la guardava di sot-tecchi: i suoi occhi non cercavano più la bellezza, cercavano la crepa. Ogni volta che lei gli si stringeva addosso con la sua solita simpatia socievole, Luca sussultava impercettibilmente.
— Guarda com'è vivace stasera, amore — disse lei, la voce che arrivava nitida nel silenzio della strada. Si chinò per accarezzare il cane e il tessuto dei leggings si tese fino al limite estremo sulle sue curve, offrendo una visione di una sensualità sfacciata. In quel gesto quotidiano, Cristina emanava una carica erotica devastante quasi come il dubbio che stava divorando Luca.
Lui le mise una mano sulla spalla, un gesto che avrebbe dovuto essere d'affetto ma che sembrava un tentativo di trattenersi dal crollare. Lei si girò, gli prese il viso tra le mani e lo baciò. Un ba-cio lungo, appassionato, spudoratamente "sincero".
Vederli così — la bionda divina e il mio amico distrutto — mi fece stringere i denti. La maschera di Cristina era d’acciaio. Era troppo brava. Nessuna anomalia, nessun passo falso, solo una perfetta, sensuale recita di vita quotidiana.
Rientrarono nel portone quaranta minuti dopo. Le luci del salot-to si spensero quasi subito.
Rimasi lì, al buio, con l'odore del mare nelle narici e una frustra-zione che mi scavava dentro. Il predatore in me sentiva che quel-la normalità era solo il velo steso su un abisso. Cristina era torna-ta nella sua tana, al sicuro tra le braccia dell'uomo che stava tra-dendo, convinta di aver vinto anche stavolta. Ma non sapeva che io non ero Luca. Io non avevo bisogno di crederle. Io avevo biso-gno solo di un suo errore.
Sette giorni. Una settimana di vita buttata via a inseguire un’ombra bionda tra le strade di Ostia e il traffico di Roma. Ape-ritivo con le amiche fighe, palestra, e mille persone a cui non aveva concesso nulla di malizioso. Mi sentivo un parassita della morale, un viscido che si nutre dei sospetti di un amico. Guardo le mie occhiaie nello specchietto e la voce della coscienza mi sus-surra: "Paolo, sei patetico. Cristina è una santa e tu sei solo un bavoso frustrato che cerca il marcio dove non c'è". Il senso di colpa morde, ma il mio istinto mordeva più forte. Perché quel livido sulla coscia non era un’allucinazione. C’è un abisso sotto la sua superficie perfetta, e io sono l'unico con lo stomaco abbastanza forte da vo-lerci guardare dentro.
Poi arrivò quella sera. La serata a casa dei genitori di lei, a due passi dalla spiaggia, a Torvaianica. L’unica occasione in cui ero fortemente tentato di restare a casa a riposare. Solo per non am-mettere la sconfitta decisi di proseguire il pedinamento. Cosa mai poteva accadere in una cena in famiglia con i genitori e i suoceri riuniti? Eppure…
Luca era dentro casa, spiaggiato sul divano col suocero, tranquil-lizzato da risultati delle mie ricerche. Le grida per un gol mancato arrivano fino in strada, insieme all'odore di sugo e alla noia di una domenica qualunque. Io sono fuori, una macchia scura sotto un pino marittimo, con le zanzare che banchettano stronze. Il com-puter della mia Passat segna 31 gradi, un buco nero nello stoma-co.
Sono le 23:15. Il silenzio è rotto solo dal sussurro del mare.
Dall'appartamento al primo piano intravedo Cristina mettere il guinzaglio al cane, pochi istanti dopo, il portone si apre. Esce lei.
È vestita con una semplicità che su di lei diventa un insulto alla castità: shorts di jeans cortissimi, con le tasche bianche che spun-tano dall'orlo sfrangiato, e una canotta bianca di cotone leggero che, senza reggiseno, rivela ogni sussulto del suo seno generoso sotto i lampioni. I capelli biondi sono raccolti in una coda alta. Un filo di burro cacao sulle labbra morbide ed una pelle di seta.
Quella creatura meravigliosa riusciva ad essere attraente anche con una fetta di prosciutto sulle spalle. Era una questione di por-tamento, di mimica, non lo so. Ogni volta che la vedevo mi veni-va duro come la pietra.
Invece di fare il giro dell'isolato, la stronza punta dritta verso la spiaggia, imboccando il vialetto della caserma dei vigili del fuoco. Forse non vuole farsi vedere in tenuta domestica. La seguo come un'ombra, i piedi che affondano nella sabbia umida. Ne rallenta-no il passo. La raggiungo, restando invisibile. Il cane sciolto corre avanti, scomparendo nel buio della spiaggia deserta, entra in ac-qua. Lei raggiunge il bagnasciuga, dove i lampioni muoiono e re-gna solo l'oscurità. Si stiracchia placida, prende un bastone e lo lancia più volte. L’animale lo riporta docile e allegro.
Muove qualche passo, nulla di strano. Sembra cercare altro per far giocare il suo Golden.
Un uomo è seduto a terra, vicino due ombrelloni lasciati in spiag-gia per tenere il posto migliore. A pochi passi un ammasso di biancheria ed asciugamani, certamente un ambulante che dorme in spiaggia. Ha un fisico minuto, e tra i parei stesi appare come un'ombra felina dalla pelle d’ebano che sembra fatta della stessa sostanza della notte. È un incontro casuale, uno scontro tra due mondi. Lui si alza, ha una birra in mano, si tira fuori il pisello e si mette a pisciare a tre metri da Cristina, probabilmente alticcio. Lei lo osserva senza allontanarsi, e questa cosa mi colpisce. Poi si volta con il cazzo moscio di fuori e dice qualcosa con una voce bassa e profonda. Lei tace. Poi si abbottona i jeans, mettendo dentro un arnese di grosse dimensioni.
Si avvicina alla catasta, recupera qualcosa, forse un pareo, mo-strandolo a Cristina come per proporle di comprarlo. Le mostra anche un telo, sfiorandole appena il braccio. Lei lo puggia alla vi-ta, lui la guarda e fa cenno di approvazione. Poi la prende per le braccia, la volta e le guarda il culo, sistemandolo il tessuto legge-ro. Vedo Cristina irrigidirsi, ma non per esprimere fastidio.
Si guarda intorno, fischia al cane che si avvicina completamente bagnato, poi lo lega all’ombrellone chiuso. Un lampo tremendo passa per la mia mente: vuole concentrarsi su qualcosa senza do-ver badare al peloso!
Inizio a registrare, anche se non capisco ancora cosa le passa per la mente. La spiaggia è un abisso nero, protetto dal fragore delle onde. In quella solitudine assoluta, la maschera della "bionda per bene" vacilla. La sicurezza di non essere vista agisce su di lei co-me un afrodisiaco oscuro. Senza una parola, lui la tira a sé. I due sono vicinissimi. Parte un bacio appassionato.
Io sono lì, forse a 15 metri, acquattato dietro un bidone della spazzatura, con lo smartphone puntato. Il predatore in me ha la mano ferma. Quello che vedo è pura perversione.
Non c'è tempo per la dolcezza. Lui la afferra per il polso, lei fa per ritrarsi, ma non fugge, voltandosi di schiena. Cristina non protesta; sembra cercare quella sottomissione brutale. Il tipo prende la morbida mano di Cristina e la avvicina alla patta dei suoi pantaloni. Ancora una timida resistenza, poi la mano resta ferma tra le gambe del nero. Smucina cercando il cazzo nei jeans lerci. Sbottona la patta. La vedo prendere in mano il randello ne-ro e iniziare a segarlo. Qualche movimento avanti e indietro, poi si porta la mano alla bocca per lubrificare la sega con la saliva. Ho un sussulto. Sto assistendo ad un sacrilegio!
Il bastardo la prende e la trascina sulla catasta di vestiti, la fa in-ginocchiare e prendendola per la coda le infila in bocca il cazzo, moscio ma grosso come un calzino. Inizia un pompino violento, ma bollente come la lava. Non resisto e decido di avvicinarmi continuando a riprendere. Il tipo è veramente rude e prende Cri-stina per le orecchie, tenendola come il manubrio di un vogatore in palestra. La tira violentemente contro il suo inguine. Il cazzo enorme le arriva in gola e sento i suoi conati a distanza. La troia ansima, le piace, e tanto. Tra i panni noto del movimento, un al-tro tipo a circa due metri di distanza guarda divertito lo spettaco-lo.
Si piega in avanti a pecora, i gomiti a terra, mentre lui le abbassa gli shorts con una foga selvaggia. Lei resta così, immobile, aspet-tando che il cazzo le apra la figa. L’energumeno si fa una mezza sega per farlo diventare più duro, perché proprio non riesce.
Sotto la luce pallida della luna, il suo fondoschiena marmoreo brilla, teso e offerto. Lui la penetra da dietro, sputandosi molte volte sulle mani per lubrificare la cappella. Poi una spinta pro-fonda che le mozza il fiato. Finalmente il calzino apre le carni della ragazza che inarca il bacino per favorirlo. Il ritmo è tribale, spietato. Vedo la schiena di Cristina sobbalzare, i capelli biondi che oscillano come seta impazzita a ogni colpo sordo. Lei emette gemiti soffocati che il mare divora, mentre le dita di lui affonda-no nella carne soda dei suoi glutei. Il contrasto tra le loro pelli, nel mirino del mio telefono, è scioccante e magnifico nella sua crudeltà.
Ormai sono a pochi passi da loro, in piedi, e il ritmo non rallenta, il tipo la pompa spingendo con la schiena e le ginocchia, spaccan-dole la fica. Mi vedono, mi guardano, ma proseguono l’amplesso.
Il tipo sdraiato tra gli asciugamani mi saluta, facendomi cenno di avvicinarmi. Come per dire: guarda anche tu questo spettacolo!
Calzino non ha cautele: nonostante l’alcool raggiunge una erezio-ne accettabile e rallenta la scopata per godersela meglio. Si distac-ca dal culo di Cristina di circa un palmo ad ogni affondo e non riesce ad infilarlo tutto nonostante la rabbia. Raggiunge l'apice e viene dentro di lei con un'ultima spinta violenta, un marchio di possesso che lei accoglie con un brivido che le attraversa tutta la colonna vertebrale.
La troia ha goduto ed esprime la sua soddisfazione con un platea-le gridolino quando il suo toro le sfila dalla fica un pisello grosso come un polso.
Poi, il silenzio. L'uomo si ricompone con una freddezza ancestra-le. Si sdraia stanco vicino a noi, poi fa cenno all’amico.
Cristina prova ad allontanarsi ma viene richiamata, sottomessa controlla il cane con lo sguardo, poi torna da noi, con i calzoncini e le mutande in mano. Si inginocchia tra le gambe del secondo nero e inizia a spompinare come una assatanata. In quel momento fu più la paura di essere riconosciuto che la voglia di ricevere le sue attenzioni. Pensai di allontanarmi mentre la bocca viaggiava su e giù sul cazzo del secondo ambulante. Con un brivido sentii la mano di Cristina toccare anche la mia gamba, in un invito placido e tremendo ad aspettare il mio turno. Mi alzai appena in tempo per sentire il tipo sborrare e lei mugolare con piacere. Si pulì la bocca con il polso, raccogliendo la sborra calda del tipo che puz-zava come una capra tibetana. Non perse nemmeno una goccia. Mi allontano con la testa che mi gira per l’eccitazione e lo schifo della situazione.
Ma è quello che fa Cristina dopo a lasciarmi gelato. Con una me-todicità quasi sociopatica, si siede solo un istante per sfilarsi le scarpe da ginnastica. Cammina verso la riva, entrando nell'acqua tiepida fino alle ginocchia. La vedo, con l'acqua che le schiuma tra le gambe, praticarsi un bidet improvvisato in mare. Gesti ra-pidi, esperti, per lavare via l'odore, il seme, ogni traccia dell'uomo prima di tornare dal "suo" Luca. Si pulisce dal peccato con la stessa freddezza con cui si laverebbe le mani dopo il lavoro.
Esce dall'acqua, si infila le scarpe senza asciugarsi i piedi, si siste-ma la canotta bianca e recupera il cane. Venti minuti. È stata via solo venti minuti. Ecco perché non riuscivamo a coglierla mai sul fatto. Era tutto studiato come l’aggressione di un killer profes-sionista che studia nel dettaglio ogni mossa con metodica ossessi-va! Non mi era mai capitato nulla del genere.
Perfetta come una madonna dipinta, torna dal suo uomo e alla sua partita, con il sapore del mare sulle labbra ed il ghiaccio nel cuore. Ma il suo segreto non è più solo suo. È chiuso nella mia tasca, un video che scotta come lava. Il predatore in me ha vinto. Ora so quanto vale il suo silenzio, e non vedo l'ora di farle capire che, da domani, il suo unico padrone sarò io.
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