L'azienda di famiglia

di
genere
incesti

Il crepitio della legna che bruciava nella stufa economica era rassicurante, quasi un battito regolare che scandiva il silenzio della casa. L’odore acre del fumo si mescolava a quello del pane raffermo, tostato sulla piastra della stufa, che mia madre aveva lasciato sul tavolo, le fiamme arancioni disegnavano ombre tremolanti sulle pareti ingiallite. Avevamo il riscaldamento, certo, ma lo accendevamo solo quando era strettamente necessario: un lusso che non potevamo permetterci ogni giorno.
In casa lavoravano solo mio padre e mio fratello; io e mia sorella studiavamo, anche se non sapevamo per quanto ancora. I soldi erano contati, e ogni volta che qualcuno accennava al futuro, la parola “lavoro” compariva come un macigno. Da qualche tempo mi buttavano lì che avrei dovuto cercarmene uno anch’io. Ogni volta che lo dicevano, mi si stringeva lo stomaco: non ero pronto a lasciare i libri, anche se capivo che avrei dovuto contribuire anch’io, e anche se mi costava ero pronto a farlo.
In casa eravamo cinque bocche da sfamare.
Il problema non era tanto quello, quanto il fatto che c’erano da pagare dei debiti che avevano fatto mio padre e mio zio, suo fratello, quando avevano l’officina meccanica.
Avevano speso un sacco di soldi per acquistare tutta l’attrezzatura, la pigione del capannone era alta e il lavoro non era mai riuscito a coprire le spese, finché non erano falliti.
Questo ci aveva costretto a perdere la casa. Ci eravamo dovuti adattare a vivere in questa vecchia catapecchia in campagna, il cui affitto era alla portata delle nostre esigue finanze.
Adesso, a distanza di sei mesi le bollette si accumulavano sul mobile dell’ingresso, piegate e lasciate lì come promemoria di ciò che non potevamo ignorare. La stufa economica scaldava appena la cucina, ma nelle altre stanze il freddo entrava dalle finestre mal chiuse. Mia sorella studiava avvolta in una coperta, e io cercavo di concentrarmi sui libri, anche se le voci dei miei genitori che discutevano a bassa voce arrivavano fino alla nostra camera.
Con il tempo i miei cominciarono a farsene una ragione: bisognava andare avanti, cercando di non pensare troppo al passato.
Mio padre mostrava più dei suoi cinquantasei anni. Era quasi calvo: i pochi capelli grigi si riducevano a un’aureola sottile che gli cingeva la testa. La pancia prominente tradiva la sua passione per la birra, e i denti ingialliti dalla nicotina raccontavano anni di sigarette fumate in silenzio, spesso al buio della stufa.
Mia madre, invece, portava i suoi cinquantaquattro anni con una grazia stanca ma ancora luminosa. Il viso segnato dalla fatica era ancora bello, e i capelli tinti di biondo le incorniciavano il volto come un raggio di sole, anche se un po’ trascurati. Il seno importante non stonava sul suo corpo leggermente in sovrappeso; neppure la pancetta, che su una donna della sua età aveva una sua naturalezza. Le gambe robuste mostravano tracce evidenti di cellulite, ma erano pur sempre le gambe di una donna che aveva lavorato e faticato tutta la vita, ancora capaci di una loro sensualità.
Noi tre fratelli dormivamo insieme nella stanza più calda della casa, quella accanto alla cucina, dove il tepore della stufa arrivava fino ai letti. I nostri genitori, invece, riposavano nella camera accanto alla nostra, riscaldata da un piccolo fornello a legna che, pur con fatica, riusciva a tenere lontano il freddo delle notti d’inverno.
Avevamo l’acqua calda, ma per ragioni economiche la usavamo con molta attenzione. Il bagno ce lo concedevamo una, al massimo due volte la settimana, e anche la lavastoviglie veniva avviata solo quando era davvero necessario, cercando di consumare il meno possibile.
Gli unici veri lussi in casa erano un vecchio portatile Mac e la televisione. I cellulari li avevano soltanto mio padre e mio fratello, mentre un altro lo tenevamo in cucina per le necessità comuni, da usare solo quando serviva davvero. In casa regnava una certa trascuratezza: i nostri genitori non si curavano più di se stessi ed erano molto cambiati negli ultimi anni, come se avessero rinunciato a qualunque forma di dignità domestica. I vestiti erano sempre gli stessi, consumati e macchiati; le stoviglie si accumulavano sul tavolo e l’odore di fumo sembrava impregnare ogni stanza. Anche noi figli, in un certo senso, ci eravamo abituati a quel lento scivolare verso il basso, come se fosse diventato normale.
Del resto l’intimità in casa era quella che era, visto che tenevamo le porte delle camere aperte per un migliore passaggio di calore da una stanza all’altra, e io e mio fratello dividevamo la stanza con Lucrezia.
In quelle condizioni era normale denudarci l’uno davanti all’altro quando dovevamo cambiarci, senza preoccuparci troppo.
Luigi, era il più grande di noi tre. Un bel ragazzo, forte e robusto, forgiato dal fatto che aveva iniziato presto a lavorare in metalmeccanica. Non era legato sentimentalmente a nessuna: del resto portare qualcuno a casa era impossibile, si vergognava delle condizioni in cui vivevamo, e uscire per una pizza o un cinema era un lusso che non potevamo permetterci. Sicuramente anche i vestiti logori non aiutavano.
Io ero il più giovane: avrei compiuto diciannove anni il mese successivo. Ero più gracile di mio fratello; non che questo mi rendesse particolarmente attraente, ma me la cavavo. Avevo avuto poche esperienze, e l’unica relazione che potessi davvero definire tale era stata una breve storia omosessuale con un compagno del primo anno di liceo, qualcosa che apparteneva ormai a un passato che mi sembrava lontanissimo.
L’intimità in casa era quella che era. Io e Luigi, dividevamo la stanza con Lucrezia.
In quelle condizioni era normale denudarci l’uno davanti all’altro quando dovevamo cambiarci.
Lei, a vent’anni, non aveva ancora un ragazzo fisso, sapevo che aveva avuto qualche esperienza. Le voci dicevano che a scuola era stata scoperta più di una volta nei bagni mentre faceva dei pompini.
Del resto era ormai una giovane donna, con tutte le forme al posto giusto. Il suo viso dolce, incorniciato da labbra pronunciate, ricordava quello di nostra madre, soprattutto per i grandi occhi verdi. I lunghi capelli biondi le conferivano un aspetto quasi angelico. Il ventre piatto, appena accennato, e i fianchi larghi le donavano la genuinità di una futura madre.
Aveva un bel seno, sodo e abbondante, di almeno una bella terza, era adornato da due belle e larghe aureole rosate, al cui centro facevano bella mostra due piccoli ma puntuti capezzoli.
La sua bella passera era arricchita da un bel pelo vaporoso e morbido, che se pur folto non riusciva a nascondere le piccole labbra, gonfie e carnose che sporgevano abbondantemente dalla fessura.
Quell’insieme di dettagli contribuiva a definire un corpo armonioso e proporzionato, su cui non sfigurava affatto il suo bel culo a mandolino.
Quando metteva i leggings, che finivano irrimediabilmente per infilarsi tra le labbra del sesso e tra le chiappe, era uno spettacolo unico e arrappante.
Per non parlare di quando in estate il caldo ci costringeva a dormire scoperti, lei indossava soltanto una canottiera senza reggiseno e le mutandine. Spesso, i seni sgusciavano fuori liberi tra le sottili spalline e le minuscole mutandine bianche nascondevano ben poco.
Era impossibile rimanere impassibile a tanta magnificenza erotica. Davanti a tanta bellezza e giovanile sensualità.
A volte, nelle calde notti estive, capitava che io o mio fratello, ci svegliassimo e iniziassimo, ciascuno per conto proprio, a masturbarci. I movimenti del letto finivano per destare anche l’altro, e così ci ritrovavamo entrambi svegli, accesi da quell’ininterrotta sequenza di eccitanti visioni.
Era successo di essere così eccitati da masturbarci a vicenda e devo dire che non era affatto spiacevole tenere tra le mani il bel cazzo turgido di Luigi.
Una notte, una di quelle in cui ero tormentato da pensieri indecenti, mentre loro due dormivano beati. Decisi di darmi sollievo con una bella sega.
Mentre fantasticavo menandomelo piano per non svegliare mio fratello, i miei occhi caddero sul rigonfiamento delle sue mutande. Slip bianchi, sporchi, segnati da chiazze giallastre. La protuberanza nell’intimo attirava lo sguardo, come un richiamo indecente. Mi avvicinai con il volto a pochi centimetri. Il tessuto lurido che emanava un odore acre, mi colpì come uno schiaffo. Quel lubrico afrore non mi respinse. Anzi mi travolse. Mi estasiò.
Sfiorai quel tessuto di cotone intriso di odori maschili. Sudore forte. Acre. Persistente. Olezzo di sborra rappresa. Di Piscio stantio. Inspirai a fondo, estatico. Avrei voluto strappare via quel tessuto, ma non ne ebbi il coraggio. Rimasi lì, fermo, annusando. Il richiamo era brutale. Il tessuto sporco mi teneva inchiodato, come una condanna.
Venni cercando di trattenere i gemiti. Mentre inalavo l’odore di cazzo. Le narici appoggiate al glande coperto dal tessuto lurido.
Quella esperienza mi rimase addosso, come un marchio. L’odore, la tensione, l’ossessione: tutto continuava a perseguitarmi nei giorni seguenti. Il mio sguardo era spesso rapito, non solo dalle forme di mia sorella, ma anche da mio fratello e dal ricordo dell’odore del suo cazzo.
Fu così che arrivammo a quella sera, quando il crepitio della legna ardeva nella stufa e tutto ebbe inizio.
Io e Lucrezia eravamo seduti sul divano, davanti alla televisione, dove i due giocatori di tennis erano ancora alle prime battute.
Ci tirammo addosso un plaid per scaldarci meglio, mentre nostra madre correva avanti e indietro, affaccendata tra le faccende di casa e la preparazione della cena. Dalla cucina arrivavano i rumori dei piatti e il profumo del sugo, che si mescolavano al crepitio dei ciocchi nella stufa, riempiendo la casa di un calore familiare.
La vicinanza di mia sorella, il suo corpo morbido accanto al mio, non mi lasciava indifferente. Quel contatto mi provocò un calore, una tensione, e un desiderio crescenti. il cuore rimbombava con forza. In breve una potente erezione spingeva contro i pantaloni.
Al riparo dagli sguardi di mia madre, nascosto dalla leggera coperta, lasciai scivolare la mano sulla coscia di Lucrezia. Mi bloccai lì, immobile. Trattenevo il fiato. L’ansia cresceva, mentre attendevo.
Non ci fu nessuna reazione. Allora osai sollevare lo sguardo.
Era bellissima. I capelli biondi incorniciavano il volto, e la lampada ne scolpiva i contorni. Gli occhi azzurri fissavano lo schermo, ma non vedevano: attendevano. Mossi piano la mano, lasciandola scivolare verso l’alto, dove le cosce si congiungevano. Sfiorai appena la rotondità calda e morbida da sopra la stoffa della tuta. Il tepore umido attraversava il tessuto.
Il cuore martellava nel petto. Il respiro era affannoso.
Lucrezia rimase immobile. Il silenzio si fece denso, carico di attesa.
Il mondo intorno svanì, lasciando soltanto quel contatto
La sentii fremere, il respiro si fece più veloce, aprì la bocca ansimando e socchiuse gli occhi.
Nostra madre che indossava una corta e ampia, logora gonna al ginocchio e una vecchia maglia scolorita, passò proprio in quell’istante. Ritirai la mano di scatto, come se davvero potesse vedermi. Il gesto furtivo e maldestro non le sfuggì. Si fermò un attimo, con un sorriso indagatore che ci trapassò come una lama sottile.
“Cosa state combinando?” chiese, la voce leggera ma carica di sospetto. “Niente!” rispondemmo insieme, troppo in fretta.
Il silenzio che seguì fu più eloquente di qualsiasi parola. Il nostro sguardo colpevole era già una confessione.
Al sorriso dolce e accondiscende, aggiunse: “State attenti birichini… Fate i bravi!”
Tornò alle proprie faccende, sorridendoci con la dolcezza che solo le mamme sanno avere.
Mentre ancora i suoi passi si stavano allontanando, Lucrezia, senza distogliere lo sguardo dalla televisione, cercò la mia mano. La prese con delicatezza, guidandola di nuovo tra le sue cosce. Il gesto fu furtivo e spontaneo, ma dentro di me accese un brivido che mi attraversò tutto. Il cuore accelerò, il respiro si fece corto. Quel gesto era stato silenzioso, naturale. Carico di complicità.
Un brivido mi attraversò, più forte, più urgente. Il corpo reagì di colpo con una nuova erezione, senza chiedere permesso.
Mossi piano la mano, accarezzandola sopra i pantaloni. Lei mi fece spazio, allargando le gambe e scivolando leggermente in avanti sul divano. Nostra madre venne a imbandire il tavolo, ma questa volta non ritrassi la mano. Ci sorrise, ignara dell’atmosfera segreta che aleggiava sotto la coperta.
Ci chiese se avevamo già fatto i compiti e si informò sul nostro rendimento scolastico. Frequentavamo entrambi il liceo scientifico, con buoni risultati. Le rispondemmo a monosillabi, distratti. Mentre la partita, che era alla metà del primo set, continuava a scorrere sullo schermo.
Mentre rispondevo per tutti e due, alle sue domande, continuavo a muovere le dita su quella bella pagnottella morbida e calda, tra le gambe della mia sorellina.
Dialogare con mamma, a pochi passi di distanza, guardarla negli occhi mentre parlavamo, intanto che palpavo la figa a Lucrezia, aveva qualcosa di elettrizzante.
Mia sorella continuava a fissare la tv, ma dubito fortemente che capisse quello che trasmetteva, era semplicemente concentrata a non far trapelare il proprio piacere a nostra madre. Con le dita percepii l’umidità della sua eccitazione attraverso il tessuto felpato della tuta. La sentivo fremere alle mie carezze.
Quando nostra madre si allontanò dalla stanza, risalii fino in vita a cercare l’elastico della tuta, infilai la mano all’interno, mi sentivo ardere solo a toccare la pelle setosa del suo ventre. Quando i miei polpastrelli, dopo aver vinto l’inconsistente resistenza delle sue mutandine, toccarono il pelo morbido, non riuscii a trattenere un gemito di piacere. Stavo per toccare il cielo con un dito…. Beh, non proprio il cielo!
Lei muoveva il bacino impaziente di sentire le mie dita toccare dove il desiderio si trasformava in massimo piacere.
Io invece volevo godermi quelle sensazioni. Gustandomele lentamente. Centellinando l’esplorazione di quella giovane passera, centimetro dopo centimetro. Nutrendomi del piacere che avvertivo nel tremore della sua pelle, nel suo respiro alterato dal desiderio.
Infilai piano il dito nella fessura della figa. Penetrai tra le piccole labbra, che al tocco si aprirono come un fiore bagnato di rugiada. Stuzzicai la clitoride gonfia di voglia, scivolosa di umori.
Lei non riuscì più a contenersi. Gridò il suo piacere, come non avrebbe dovuto.
Nostra madre si precipitò in cucina, attirata dall’urlo: “Cosa succede?…” Aveva riconosciuto la voce di sua figlia: “Stai male Lucrezia?… Mi hai fatto spaventare!… Cos’era quell’urlo?!” Come succedeva di solito, risposi io: “Scusa mamma, non volevamo spaventarti, stavamo solo scherzando?” Alterata: “Scherzando!!” Poi rivolgendosi a mia sorella: “Ma, Lucrezia!!!… Sembrava che ti stessero violentando!!” Dovetti trattenermi dal ridere. Mi veniva da dirgli “quasi, mamma…quasi” Invece dissi solamente: “Mi dispiace, le ho dato solo un pizzicotto, non pensavo urlasse così forte.” Infine, con tono teatrale, mi rivolsi a mia sorella: — “Mi dispiace, Lucrezia… scusami.” Lei mi sorrise, senza dire una parola. Mi guardava con lo sguardo fisso, cercando di non far trapelare il piacere che le davano le mie dita, che nel frattempo non avevano smesso un attimo di ravanarla.
Dovevo fare piano per non farmi scoprire da mia mamma, che ci guardava confusa, senza capire bene il perché della nostra espressione furbetta.
Per fortuna, prima che indagasse ulteriormente, il caso ci venne in soccorso. Corse verso la cucina, dove si sentiva lo sfrigolio dell’olio su una padella: “Oh, Dio… Ecco…ho bruciato la cipolla!” Infatti se ne sentiva l’odore.
Finalmente liberi di sfogare il nostro piacere. Mossi le dita senza più tentennamenti, lasciai che giocassero stropicciando quella gonfia e succosa clitoride.
Lucrezia esternava tutto il suo consenso gemendo, tenendosi la mano sulla bocca per non urlare.
Facevo fatica a seguire i suoi movimenti convulsi, venne soffocando il suo piacere. Trattenendomi la mia mano con la sua, provata dall’intenso piacere dell’orgasmo.
Si girò verso di me ansimante, nascondendo la faccia sul mio petto, quasi timorosa, vulnerabile. Sentivo il suo cuore accelerare, il respiro caldo che mi sfiorava, mentre un silenzio intenso ci avvolgeva.
Annusai il profumo dei suoi capelli biondi. Le alzai il mento e la guardai negli occhi bellissimi, mentre lei mi restituiva un timido e dolce sorriso complice. Ci baciammo a lungo: la mia lingua danzava con la sua, assaporando il sapore della sua saliva.
Il bacio fu prolungato e silenzioso, indice di un mutamento nei rapporti tra me e mia sorella. Non più solo affetto, ma qualcosa di molto più intenso e peccaminoso.
Mentre le nostre bocche ancora si cercavano, entrò nostra madre con i piatti e le posate da mettere in tavola. Ci avvertì del suo arrivo schiarendosi la gola. Ci staccammo immediatamente colti in fallo. Ci aspettavamo una sfuriata, pensai velocemente a delle scuse.
Invece lei si diresse a distribuire i piatti sul tavolo, come se non fosse successo niente. Io e mia sorella ci guardammo confusi, ancora timorosi che non tutto fosse davvero finito.
Poi, semplicemente, esortò Lucrezia ad aiutarla: “Dai piccola, alzati!… invece di poltrire vieni a darmi una mano.”
Lei si alzò solerte, mentre io, stupito, rimanevo sotto la coperta, spiazzato dal comportamento di mamma.
Mi alzai dal divano eccitatissimo, mi strizzai la verga in erezione.
Mentre mia madre era girata di schiena, Lucrezia incrociò il mio sguardo e mi sorrise complice. Poi abbassò gli occhi sulla mia prepotente ed evidente erezione, per rialzarli subito e fissarmi intensamente voluttuosa.
Sotto il suo sguardo, guardandola provocatoriamente, mi portai al naso le dita con cui la avevo palpata poco prima. Assaporai intensamente il suo odore di sudore e di femmina in calore. Continuando a fissarla, mi abbassai la tuta, facendo sgusciare fuori il cazzo in tiro.
Seria e allarmata guardò verso nostra madre, rassicurata dal fatto che fosse ancora girata, riportò di nuovo lo sguardo su di me. Il suo sorriso malizioso si illuminò, ampliandosi, guardando vogliosa la verga eretta con gli occhi luccicanti di voglia. Si accarezzò un seno da sopra la maglia, strizzandosi un capezzolo.
Prima di girarsi, si deterse le labbra con la lingua, con un gesto tremendamente sensuale.
A quel punto, avevo una voglia pazzesca di dare sfogo alla mia libidine. Ma non potevo certo segarmi in cucina!
Mi girai per recarmi in bagno per un bel segone liberatorio.
Appena entrato, scorsi il cesto della biancheria sporca. Per una maggiore ispirazione, cercai nel cesto della biancheria un paio di mutande di Lucrezia.
Invece trovai quelle di nostra madre, non mi formalizzai: la figa è figa.
Erano palesemente lerce. Una patina bianca imbrattava la parte dove poggiava la passera. Una leggera sgommata marroncina in corrispondenza del buco del culo. Le portai al naso. L’odore era così intenso da provocarmi nausea, eppure aveva qualcosa di così seducente e osceno da confondere i sensi. Mi travolgeva. Quasi fino a farmi impazzire di libidine. Tra tutti, risaltava quello acre dell’urina, mescolato a tracce olfattive più sottili, di seme maschile e umori femminili.
Le tenni strette tra le mani. Il tessuto umido mi scivolava tra le dita, lasciando tracce che sembravano marchiarmi. Inspirai di nuovo, più a lungo, come se volessi catturare ogni residuo di quell’odore. Il disgusto e la brama si intrecciavano, sconvolgendo le mie sensazioni. Ogni respiro era un colpo al petto, ogni effluvio un richiamo irresistibile. Leccai quella essenza dal sapore intenso e deciso. Era come assaporare un nettare proibito e osceno, dolce e corrotto al tempo stesso. Quelle percezioni mi travolsero. Un’ondata di piacere mi percorse, intensa e irresistibile, lasciandomi senza fiato. Raggiunsi in fretta l’apice del piacere. Spruzzai il mio orgasmo contro le piasrelle sulla parete e sul pavimento.
La voce di mia madre che giunse dall’esterno dissolse l’ebbrezza in un istante: “Cosa stai combinando lì dentro?... Guarda che diventi cieco!”
"Rimasi immobile, col cuore che batteva all’impazzata. La voce di mia madre, improvvisa, aveva squarciato l’incanto e riportato tutto alla realtà. Mi sentii scoperto, come se ogni pensiero fosse stato letto ad alta voce. Mi tirai su pantaloni e mutande in fretta, senza preoccuparmi di ripulirmi: “Arrivo, mamma”.
Davanti allo specchio, notai il volto arrossato e leggermente sudato; cercai di darmi una sistemata veloce prima di uscire.
Lei mi sollecitò di nuovo: “E allora… ci diamo una mossa?” Fingendomi infastidito, replicai: “Arrivo!”
Mia mamma mi aspettava al varco. A bassa voce, per non farsi sentire da Lucrezia, con un sorrisino complice mi chiese: “Porcellino… cosa hai fatto in bagno tutto questo tempo?” Poi mi sorrise e continuò: “Sì, va beh… non dirmelo, mi diresti una bugia. Tanto so quello che stavi facendo.”
Si fece più seria, ma senza essere arrabbiata, e aggiunse: “Guarda che ti ho visto prima baciare quella troietta di tua sorella” Poi più dolce, sfiorandomi il volto con una carezza, aggiunse: “Mi raccomando, non scherzare con certe cose. Può sembrare un gioco, ma per quanto possa sembrarti intrigante, non lo è. Non voglio rimproverarti, ti parlo solo perché so per esperienza quanto sia facile confondersi e quanto possa essere pericoloso.”
Mi arruffò i capelli, con un gesto che sembrava voler chiudere la questione: “Vai, ora.” Lei entrò in bagno, mentre io mi dirigevo in cucina Avevo fatto solo pochi passi, quando sentii la sua voce urlare il mio nome: “Mirko, torna indietro!”
Capii subito, pensai “ecco, ci siamo!” Nella fretta avevo dimenticato di raccogliere le sue mutande e non avevo pulito le tracce del mio orgasmo.
Mi sentii mancare, mi avvicinai alla porta, guardando dentro: Lei era lì in piedi, le mani sui fianchi, con la faccia adirata. I suoi occhi mi inchiodarono.
Parlando a bassa voce, per non farsi sentire da mia sorella, ma con un tono che urlava tutta la sua indignazione: “Sei un porco!… Un maiale!… Che cazzo ci facevi con le mie mutande!” Non attese la mia risposta, continuò: “E togli immediatamente la tua schifezza dalle piastrelle, schifoso pervertito!… Ma devi proprio farmi incazzare in questa maniera!?” Presi della carta igienica e mii chinai per pulire per terra, farfugliando delle scuse: “Scusa mamma… Mi dispiace.” Sentivo il viso bruciare, aggiunsi esitante: “Non so cosa mi sia preso… “ Prima che riuscissi a continuare, lei mi infilò le mani tra le gambe da dietro e mi strizzò il cazzo, attraverso il tessuto della tuta. “Lo so io quello che ti è preso! Voi maschi ragionate solo con questo!» Strinse più forte, ma invece di umiliarmi il cazzo si indurì tra le sue mani. Nonostante il momento fosse tragico, non riuscii a trattenere un sospiro di goduria.
Lei, sentendo crescere la verga tra le dita, scoppiò in una risata improvvisa e sfrontata: «Brutto maiale, porco!… Ma allora ti piace davvero! Senti come ti diventa duro!» Quasi rassegnata, ma con uno sguardo malizioso che non lasciava scampo, aggiunse: «Sei proprio come tuo fratello.» Le sue mani non smisero di palparmi, stringendo e accarezzando con insistenza, mentre parlava. Io restai immobile, travolto dal contrasto tra le sue parole e il piacere che mi stava infliggendo.
Si fermò un attimo, respirando forte. Tolse le mani e, quasi parlando tra sé, sbottò: «Cazzo… no, così non va bene.» Poi, cambiando tono e accennando un sorriso ironico, quasi a voler rimediare alla piega che aveva preso la situazione, aggiunse con leggerezza: «Guarda che disastro hai combinato… Dai, tocca a te pulire!» Non reagii subito. Le sue mani mi avevano travolto, e il piacere si mescolava a un disagio che non riuscivo a decifrare. Le parole «Sei proprio come tuo fratello» mi rimasero sospese dentro, enigmatiche, come se celassero qualcosa di più grande di me. Sapevo che avrei compreso solo più tardi, ma già allora sentivo che quella casa custodiva verità taciute, pronte a emergere. Raccolsi le sue mutande da terra e iniziai a strofinare le piastrelle, cercando di cancellare le tracce del mio orgasmo. Un sorriso le increspò le labbra e, come colta da un pensiero improvviso, scoppiò a ridere più apertamente: «Guarda che mi metti incinte le mutande così!» La risata si fece più libera, ma ancora venata di sarcasmo: “Va beh… dai, alzati che pulisco io, che forse è meglio!” concluse divertita. Mi tolse l’intimo dalle mani e, ridendo, me lo strofinò sul viso: “Maiale, ti piace l’odore della mamma?” Poi, senza aspettare risposta, lo lanciò nel contenitore della biancheria sporca.
Mi alzai, mentre lei si piegava in ginocchio sul pavimento davanti a me e riprese a strofinare con lo straccio.
La gonna sollevata lasciava in vista le sue mutande bianche.
Il tessuto, già lurido, portava impressa l’impronta del sesso: macchie scure, gialle e umide si allargavano tra le pieghe, segni indelebili di un piacere consumato di recente e di frettolose pisciate. La stoffa aderiva alle chiappe, sporca e impregnata, come se volesse trattenere l’eco di quell’istante.
Senza girarsi, disse ironica: “Dai!… Porco, smetti di guardare il culo della mamma e vai a vedere se sono arrivati tuo padre e tuo fratello.
Non risposi, con gli occhi incollati al suo bel deretano, mi sbottonai i pantaloni e me li calai al ginocchio, mi presi in mano l’uccello e mi masturbai illanguidito da quell’osceno spettacolo che avevo davanti, ci misi pochi secondi a sborrare di nuovo, ricamando il pavimento di schizzi densi e traslucidi, alcuni la colpirono sulle gambe e sulle chiappe. Si girò stupita, quando vide la scena del mio cazzo gocciolante e dei pantaloni abbassati, scoppiò in una fragorosa risata: “Ma cazzo!… Allora è una fissa!.. Adesso devo pulire di nuovo!” Mi guardò in volto, poi guardò bramosa l’uccelllo. Non disse nulla per un istante, si inumidì solo le labbra con la lingua ma la sua espressione lasciava intendere più di mille parole. Poi facendomi cenno con la mano disse: “Avvicinati” Trascinai i piedi verso di lei. Quando fui abbastanza vicino, me lo prese in mano avvicinando il volto. Alzando gli occhi a guardarmi, disse con sguardo malizioso: “Oggi è giornata di pulizie” Alle parole, fecero eco i fatti. Me lo prese in bocca succhiandolo in una maniera avida, che non lasciava dubbi sulla sua passione per quella pratica.
lo lucidò con cura, senza lasciare dubbi sulla sua passione per quella pratica.
Alla fine, soddisfatta, disse: «Ecco! Adesso è pulito». Mi sfiorò il glande con un bacio leggero e aggiunse: «Vai, prima che qualcuno si insospettisca».
Con passo lento, cercando di rendermi presentabile, mi diressi verso la cucina. Mio padre e Luigi erano già rientrati dal lavoro e sedevano composti ai loro posti. Sul tavolo, mia sorella disponeva i piatti fumanti di zuppa di farro: il profumo caldo e terroso riempiva l’aria, avvolgendo la stanza come un mantello.
Mi sedetti in silenzio, ascoltando distrattamente le voci di papà e Luigi che parlavano di lavoro, parole che scivolavano via senza lasciare traccia. Lucrezia, dopo aver servito, si accomodò accanto a me. Mi osservò con uno sguardo interrogativo, colpita dal mio mutismo. Con discrezione allungò la mano verso la mia: la strinsi e le rivolsi un sorriso lieve, quasi timido, riscaldato da quel gesto affettuoso..
La luce soffusa della lampada cadeva morbida sui volti, creando un’intimità fragile tra i commensali. Fu allora che nostra madre comparve sulla soglia. Il suo sorriso rivolto a mio padre e a mio fratello sciolse l’aria tesa, come se la casa respirasse di nuovo.
Si accomodò al suo posto, tra il marito e Luigi, e dalla zuppiera si servì una porzione di minestra calda e sostanziosa.
Mi guardò con il sorriso sul volto, come se non fosse successo niente. Mangiammo in silenzio, tranquilli. Solo un suo fugace sorriso complice, ad un certo punto della cena, mi confermò che non si era trattato solo di un sogno.
Mentre mio padre e mio fratello, stanchi, si accomodavano sul divano davanti alla televisione, io aiutai Lucrezia a sparecchiare, mentre nostra madre spazzava il pavimento. Quando tutto fu in ordine, ci preparammo a concludere la serata insieme, raccolti davanti allo schermo, dopo aver caricato la stufa economica con alcuni ciocchi di legna.
Come accadeva spesso, dato lo spazio ridotto, mi sedetti su una poltrona con Lucrezia sulle mie gambe. Intanto, mio padre e mio fratello si erano sistemati sul divano, mentre nostra madre trovava posto sulle ginocchia dell’uno o dell’altro.
Per ripararci dal freddo ci avvolgevamo in alcune coperte, le stesse che di solito usavamo come copridivano.
Le coperte, ormai lise e scolorite, avevano perso gran parte del loro calore, ma per noi erano comunque un rifugio prezioso. La stufa economica crepitava piano, diffondendo un tepore fragile che non riusciva a raggiungere ogni angolo della stanza.
La vecchia tv trasmetteva un film d’azione, che a mio padre e a Luigi piacevano parecchio. Le immagini sgranate e i colori slavati non impedivano loro di seguirlo con attenzione, quasi fosse un lusso raro. Ogni tanto commentavano le scene con brevi battute, e il suono delle loro voci riempiva la stanza più del televisore stesso.
Mia madre, seduta sulle ginocchia di mio fratello, sollevava la coperta per avvolgere entrambi.
Io, ancora scosso dalle vicende della giornata, percepivo con forza la vicinanza di mia sorella, seduta sulle mie gambe e appoggiata a me. Quel contatto discreto, semplice e naturale mi riportava a una dimensione di calore ed eccitazione, che non tardò a irretirmi. Lei, seduta su di me, quando si accorse della mia erezione che spingeva contro di lei, mi guardò con un sorriso malizioso. Si mosse sotto la coperta come se volesse mettersi più comoda; in realtà spostò la mano per cercare un contatto più diretto, per toccarmi. Quando mi sentii accarezzare, mi venne istintivo muovere il bacino per intensificare la vicinanza. Mi cercò l’elastico dei pantaloni della tuta e, forse per ricambiarmi del piacere che le avevo dato poco prima, lo superò con un gesto deciso. Mi prese in mano l’uccello stringendolo. Poi la sua carezza si fece più sensuale, Più audace. Senza farsi notare iniziò a segarmi piano, così lentamente da farmi fremere dalla libidine. Il pollice mi stuzzicava il glande bagnato di voglia.
La circostanza di non poter esternare apertamente il mio piacere, e il pensiero che tutto stava avvenendo a pochi metri dai miei familiari, rendeva la sensazione ancora più intensa. Quanto avrei voluto baciare Lucrezia, infilarle la lingua in bocca e sentirmi tutt’uno con lei.
Muovendomi piano, protetto dalla coperta, infilai una mano sotto la sua maglietta. Scivolai bramoso sulla pelle morbida e setosa fino a raggiungere il reggiseno. Spostai la coppa dell’indumento intimo e mi riempii il palmo con il suo seno. Il capezzolo turgido, che premeva contro la mia pelle, rivelava il suo stato di eccitazione. Il respiro accelerò e il battito del cuore si fece più evidente.
Ci bloccammo entrambi quando nostro padre si alzò per prendere una bottiglia d’acqua fresca. Nel sollevarsi dal divano si impigliò con il piede nella coperta. Per un attimo il movimento scoprì mia madre, seduta sulle gambe di mio fratello. La rapidità con cui tornarono a coprirsi non mi impedì di cogliere il gesto di Luigi: la sua mano era infilata sotto la gonna, tra le cosce di mia madre.
Lei esplose con rabbia verso mio padre: “Ma cazzo, stai attento! Guarda quello che fai!”
Poi si girò verso di me, cercando il mio sguardo per capire dalla mia espressione ciò che avevo percepito. Dal mio volto attonito capì che avevo colto l’intera scena. Mi guardò maliziosa, sorridente ed ironica disse: “Cos’hai da guardare? Pensa a tua sorella tu!”
Mio padre scoppiò a ridere alle parole della sua consorte, si girò e si diresse verso la cucina. Luigi, fingendosi ignaro, continuava a fissare la tv.
Restai sbalordito e mi voltai verso mia sorella con lo sguardo interdetto. Lei non sembrava affatto sorpresa. Mi sorrise, divertita dalla mia espressione, si avvicinò e, sfiorandomi l’orecchio con le labbra, mi sussurrò: “Te ne sei accorto solo adesso?”
La guardai esterrefatto e feci fatica a trattenermi dal chiedere spiegazioni a gran voce: ecco svelato il significato delle parole di poco prima!
Le sussurrai invece: “Vieni, andiamo in camera.”
Poi, da bravo attore, a voce alta dissi: “Alzati, Lucrezia. Mi è venuto sonno, vado a dormire.”
Lei recitò con naturalezza: “Vengo anch’io, sono così stanca stasera.”
Ci incamminammo verso la camera dopo aver dato la buonanotte a tutti.
Mia madre, ammiccando, mi rivolse uno sguardo d’intesa. Già immaginava quello che sarebbe successo tra me e Lucrezia.
Appena oltrepassata la porta del breve corridoio che portava alle stanze, spinsi mia sorella contro il muro. L’espressione di sorpresa sul suo viso si tramutò in un sorriso malizioso quando si rese conto delle mie intenzioni.
La baciai in maniera passionale, quasi rabbiosa, mordendole le labbra. Rincorsi la sua lingua con la mia, in un gioco vorace e travolgente. Quando ci staccammo ansimanti, la presi per la mano e la trascinai in camera prima di venire scoperti.
La spinsi sul letto e la baciai di nuovo con foga. Ancora senza fiato, le presi la mano e la fissai negli occhi: “Dimmi la verità, Lucrezia… tu hai detto che lo sapevi già! È vero?”
Lei abbassò lo sguardo per un istante, poi tornò a sorridere con un’ombra di ironia: “Certo che lo sapevo.”
Poi, sempre sorridendo, con un tono tra l’ironico e lo scherzoso, continuò: “Ha ragione la mamma a dire che sei un po’ tonto!”
E come se fosse una giustificazione, aggiunse: “Pensa che lo sa anche papà!”
Quelle parole mi colpirono come un pugno. Non era solo la rivelazione, ma il modo in cui la pronunciava: con naturalezza, quasi divertita, come se fosse un segreto che non valeva la pena nascondere. Mi sentii un cretino per la mia ingenuità. Magari ero davvero un po’ tonto.





Ripensai a quel pomeriggio, a mia madre. Ripercorsi con la mente quello che era successo. Certo che era una bella troia, praticamente si faceva tutti in casa!
Quello che avevo visto in sala da pranzo mi stava facendo impazzire. Mia sorella sembrò leggere il mio pensiero, mi strofinò il palmo della mano sulla mia prepotente erezione, mi sorrise complice e sensuale, indovinando il mio pensiero, disse: “Ti ecciti a pensare a quanto è troia nostra madre, vero?” Mi baciò mentre mi cercava l’allacciatura dei pantaloni: “Magari dopo che ti sei fatto tua sorella, potrai farti anche lei. Ti piacerebbe, vero?”
Senza aggiungere altro, scese con le mani a slacciarmi la cintura e ad aprirmi la zip. Mi abbassò le mutande e, dopo avermi guardato in volto, si abbassò sul cazzo in erezione. La sentii annusare e lambire il glande con una naturalezza e una decisione che mi fecero sospettare che non fosse la prima volta che lo faceva. Senza tentennamenti si tolse tutto, rimanendo completamente nuda. Non sembrava più la stessa ragazza inibita di quel pomeriggio. Si distese a gambe larghe sul letto più grande: “Dai, spogliati anche tu… Vieni a chiavarmi… Dai che è da oggi pomeriggio che ho una voglia pazzesca del tuo cazzo!”
Capii che dopotutto non era così ingenua come aveva voluto farmi credere. Dopo essermi spogliato le chiesi: “Posso leccartela un po’ prima?”
Lei sollevò il bacino con un gesto deciso: — Oooh, sì… Puoi farmi tutto quello che vuoi, sono tua. Questa sera sono il tuo giocattolo.
Si aprì con le mani, offrendosi senza pudore: “Guarda… Vieni a leccare, porco. È tutta tua.”
Davanti a tanta lussuria non potevo resistere. Mi gettai tra le sue cosce aperte, bianche e morbide, e annusai il profumo intenso che emanava. Un effluvio dolce di umori femminili, mescolato al sentore caldo del sudore intimo e a una nota acre che mi faceva perdere la testa.
Inserii piano la lingua tra quelle labbra generose, scorrendo lungo la fessura e assaporando ogni sfumatura di quel gusto che mi inebriava. Mi soffermai sulla clitoride, gonfia di desiderio, mentre il suo corpo vibrava sotto di me.
Le cosce tremavano, il respiro si faceva rapido, e ogni gemito mi spingeva a insistere, a succhiare con più forza. Le sue mani mi stringevano la testa, come se volesse imprigionarmi lì, nel cuore del suo piacere.
— Dio, continua… non fermarti! — ansimò, arcuando la schiena. Il suo corpo si offriva senza resistenze, caldo e bagnato, e io mi sentivo trascinato in un vortice di piacere.
Quando mi tirò su per i capelli, i suoi occhi brillavano di una fame incontrollabile. “Adesso voglio sentirti dentro… subito!” disse, spalancando le gambe ancora di più.
Non esitai: mi posizionai sopra di lei, sfiorando con il glande l’ingresso già pronto ad accogliermi. Il suo sguardo mi incitava, la bocca socchiusa implorava. Con un colpo deciso la penetrai. Lei mi accolse con un grido di piacere che riempì la stanza. Le misi una mano sulla bocca per soffocare i gemiti; la sua lingua mi leccava la pelle con bramosia, ansimando e liberando lamenti strozzati.
Il suo corpo si adattava al mio movimento, avvolgendomi con un calore che mi incendiava.
Ogni affondo era accompagnato da un gemito, un respiro spezzato, un graffio delle sue unghie sulla mia schiena.
La stanza vibrava di piacere, i nostri corpi si muovevano all’unisono, sudore contro sudore, carne contro carne.
“Più forte!… voglio sentirti fino in fondo!” urlò con la voce soffocata dalle mie dita, stringendomi le anche per guidarmi dentro di lei. Obbedii, aumentando il ritmo, mentre il suo bacino si sollevava per incontrare ogni mio colpo. Il suo volto era contratto in un’espressione di pura estasi, gli occhi socchiusi, la bocca aperta in un urlo muto.
La sentivo stringersi attorno a me, ogni contrazione mi spingeva oltre, mi trascinava verso il limite. Il letto scricchiolava sotto i nostri movimenti frenetici, ma nulla poteva fermarci: eravamo immersi in un vortice di desiderio che ci consumava.
A quel punto non me ne fregava niente se ci avessero sentito.
Ogni spinta diventava più profonda, più intensa, e i suoi gemiti si trasformavano in urla di piacere. Le sue mani mi graffiavano la schiena, trascinandomi ancora più dentro, mentre il suo bacino si muoveva con foga per incontrare ogni mio colpo. Il calore del suo corpo mi avvolgeva, e sentivo le contrazioni stringermi, trascinandomi verso il limite.
Sì… sì… così! Non fermarti!” gridava con gli occhi socchiusi e la bocca spalancata in un respiro spezzato. Il letto tremava sotto di noi, la stanza era piena del suono dei nostri corpi che si scontravano, insieme al gorgoglio caldo della sua voglia e al frastuono frenetico che ci consumava.
La sua voce si fece più acuta, il corpo si irrigidì e un orgasmo la travolse con violenza. Mi piantò i denti nella spalla mentre veniva. Io la seguii subito dopo, stimolato dalle pulsazioni della passera, esplodendo dentro di lei e riempiendola con un fiotto caldo e liberatorio, mentre il suo grido si fondeva con il mio. Restammo stretti, sudati e ansimanti, incapaci di separarci, come se il piacere ci avesse incatenati l’uno all’altra. Ero sicuro che dall’altra parte ci avessero sentito, ma a quel punto non me ne importava. Ci coprimmo per proteggerci dal freddo e ci addormentammo abbracciati, mentre la accarezzavo dolcemente, come due innamorati alla loro prima notte di nozze.
La mattina mi svegliai presto, con accanto il corpo nudo e caldo di mia sorella. Era sabato, potevo prendermela con calma: non c’era scuola. Le baciai dolcemente i capelli senza svegliarla, ancora immersa nel sonno dopo la notte intensa che avevamo condiviso..
Luigi dormiva nel letto a fianco, quello che solitamente usava Lucrezia: un dettaglio che mi riportò subito alla mente la scena della sera precedente, quando avevo colto mia madre tra le sue braccia. Il ricordo mi attraversò come una lama, ma lo scacciai in fretta: non volevo rovinare quel momento di quiete.
Mi vestii senza far rumore e mi diressi in cucina. Il fuoco era già acceso e un bricco di latte e uno di caffè si stavano scaldando: chiaro indizio che mia madre fosse già affaccendata, come se nulla fosse accaduto la notte prima. La rabbia con cui mi ero alzato si dissipò immediatamente: lei era lì, al lavoro per noi, come sempre.
E poi, chi ero io per giudicarla? Dopo ciò che avevo visto e scoperto, mi rendevo conto che in quella casa ognuno custodiva segreti e silenzi.
Sorrisi al pensiero che ormai erano verità sussurrate dietro porte socchiuse: tutti, più o meno, eravamo già consapevoli di tutto.
Sentii il rumore della cassetta dell’acqua del water in bagno. Mia madre varcò la porta subito dopo, mentre ero ancora perso nelle mie riflessioni.
Indossava la solita, logora vestaglia, La cui cintura in vita non riusciva più a tenere lembi sovrapposti per i troppi lavaggi. Non portava il reggiseno, era un lusso che si permetteva solo le rare volte che usciva di casa. L’abbondante seno del resto non era troppo rilassato per la sua età.
Prese il bricco del latte fumante dalla stufa e lo poggiò sul tavolo. Il suo sorriso sembrava innocente, ma nei suoi occhi brillava una luce che mi fece rabbrividire: non era soltanto la premura di una madre, c’era qualcosa di più, un sottile gioco di complicità. Il ricordo della sera prima mi travolse con violenza. Il corpo caldo di Lucrezia ancora mi bruciava sulla pelle, e il pensiero di Luigi accanto a lei, di mia madre che lo accoglieva senza pudore, mi incendiava di nuovo. Era come se quella casa fosse impregnata di desiderio: ogni gesto quotidiano nascondeva un sottotesto carnale.
Mia madre mi fissò mentre sorseggiava il latte e, con voce calma, disse: — Sei sveglio presto stamattina… hai dormito bene?
Il tono era ambiguo, quasi un invito. Poi mi sorrise maliziosa, con un accenno sensuale: “È stata brava tua sorella?”
Sentii il sangue accelerare nelle vene: la notte non era finita, stava solo cambiando scena: “Non mi lamento, anzi…direi che è molto brava.” Mi venne spontaneo chiederle: “E tu, come sei?” Lei mi sorrise divertita dalla mia provocazione.
Cambiò posto: da seduta all’altro lato del tavolo, venne accanto a me. Spostò indietro la sedia e allargò le gambe. I lembi della vestaglia scivolarono ai lati, rivelando un paio di mutande semplicissime, un tempo bianche. Ai bordi, sbuffi di pelo incolto uscivano dall’indumento, mentre un alone giallastro di umori rappresi formava una chiazza in corrispondenza del sesso.
Rimanendo in quella ostentata posizione, mi rispose con calma, fissandomi negli occhi: “Sono molto brava!” Poi sorridendomi sensuale, mi disse: “E se vuoi te lo dimostro anche subito” Mentre parlava aveva aperto ulteriormente le gambe per chiarire bene come mi avrebbe dimostrato il suo talento.
Con una certa cattiveria le chiesi: “Luigi non ti ha scopato abbastanza ieri sera? Hai ancora bisogno?” La sua espressione cambiò, diventò scura in volto: “Non ti devi permettere di giudicare, tu non sai niente.”
Prima che potessi ribattere un rumore alle mie spalle mi fece girare; era entrato mio padre, si stiracchiò allargando le braccia e inarcando la schiena mostrando la folta peluria sotto alle ascelle. Nel movimento gli cadde della cenere dalla sigaretta che teneva in bocca.
indossava solo un vecchio paio di mutande chiazzate di giallo sulla patta, una canottiera logora e con vari buchi, corta, che faticava a coprirgli la pancia, il pelo sbucava dalla scollatura sul petto. Non fece una piega quando vide sua moglie in quella posa oscena, lei gli sorrise: “Dormito bene amore?” Lui rispose mentre prendeva il caffè sulla stufa: “benissimo mia bella gnoccona.”
Ero rimasto di sasso davanti a quei comportamenti anomali. Il dialogo era più o meno quello di sempre, ma quella indifferenza, quel comportarsi come se niente fosse davanti ad una situazione del genere, mi sbigottiva.
Mentre sorseggiava il caffè, sbadigliò: la sua dentatura, ingiallita dal fumo e segnata da piorrea e carie, apparve in tutta la sua rovina. Rise divertito del mio sguardo confuso e, mentre ancora rideva, aggiunse con tono sprezzante: “Cosa aspetti a farti fare un pompino da tua madre? Guarda che succhia molto meglio di tua sorella!”
Rise di nuovo della mia espressione ebete. Si alzò, si abbassò le mutande lerce, macchiate di giallo sul davanti. Mise il cazzo moscio davanti alla faccia di mia madre e le disse: “Dai, troia! Succhia il mio, se quel coglione non vuole.”
Lei girò il viso schifata: “E dai, che puzzi come una capra.”
Rise ironico: “Com’è delicata la signora!”
Si avvicinò a me, scrollandomi davanti al viso l’uccello moscio e scappellato. L’odore era disgustoso: “A te sembra che puzzi?”
Mi prese la testa e me la premette contro l’inguine. Annusai quell’odore pestilenziale, inalai avido quell’afrore di sborra rappresa e piscio stantio: il disgusto si mescolava a un’attrazione inspiegabile. Il silenzio della cucina era rotto solo dal suo respiro pesante e dal ticchettio dell’orologio a muro. Lui mi fissava con un ghigno sporco, compiaciuto della mia palese accondiscenza. Mia madre, ancora seduta in quella posa scomposta, sbottò contro il marito: “E dai, lascialo in pace, imbecille!” La tensione era palpabile: lui sembrò esitare dopo le sue parole. Sentivo il sangue pulsare nelle tempie, incapace di distinguere se fosse rabbia, vergogna o desiderio.
Fece un mezzo passo indietro, poi ci ripensò. Si avvicinò di nuovo e mi strofinò il glande bagnato, non so se di piscio o voglia, sulle labbra.
L’eccitazione, già al limite, ora mi travolgeva. Quel gesto e quegli odori, quasi mi fecero venire nelle mutande senza neanche toccarmi. Quasi senza rendermene conto, spinto da una perversione che non avrei mai pensato mi appartenesse, mi lasciai andare: socchiusi le labbra e mi avvicinai, assaporando appena quella miscela di umori maschili che mi travolse, con un colpo di lingua lambii quel glande scuro e morbido, imbiancato da una patina di smegma dall’odore rivoltante, che assaggiai senza esitazioni, un sapore acre, salato e amarognolo che gustai bramoso.
La sua risata beffarda e sprezzante mi riportò bruscamente alla realtà.
Il calore che un attimo prima mi divorava si trasformò in un gelo improvviso. Sentii il volto bruciarmi, di umiliazione. Mi irrigidii, incapace di capire se volessi fuggire o sprofondare.
Senza dire niente, senza commenti, tornò al suo posto, con quella risata bassa che sapeva di trionfo.
Finì il caffè, si alzò e, dopo un rutto fragoroso, si avviò verso la camera. Si fermò un attimo in mezzo alla cucina, con un gesto di soddisfazione si grattò i coglioni infilandosi la mano nei mutandoni lerci, davanti a me e a mia madre. Poi proseguì per andare a vestirsi: lui e Luigi lavoravano anche il sabato.
Mia madre, mi sorrise allusiva. Poi si alzò per dedicarsi alle faccende di casa. Mentre lei spazzava e passava il pavimento con lo strofinaccio, io uscii a fare scorta di legna per la stufa.
Quando rientrai, trovai mio fratello a fare colazione, già vestito e pronto per andare al lavoro.
Mia madre stava parlando con lui, seduta al suo fianco. Un seno le era scivolato fuori dalla vestaglia, e i lembi chiusi dalla cintura in vita rivelavano più di quanto coprivano, lasciando in bella vista la sua passera, appena celata dal paio di mutandine visibilmente trasandate.
Sistemai la legna nella cassa a fianco della stufa, mentre loro continuavano a parlare sussurrando appena.
A un certo punto mio fratello guardò l’orologio e si riscosse di colpo. Si alzò dalla sedia, afferrò la giacca appoggiata allo schienale e se la infilò mentre si passava una mano tra i capelli ancora umidi. “Devo andare,” mormorò, più a se stesso che a noi.
Mia madre si alzò a sua volta. La vestaglia si aprì completamente. Si baciarono a lungo, come mamma e figlio non dovrebbero. Luigi le infilo la mano nelle mutande, nostra madre gli fece posto allargando le gambe, facendosi palpare per tutta la durata del bacio, spingendosi in avanti con il bacino a godersi per bene quel tocco perverso.
Tutto si stava svolgendo sotto ai miei occhi eccitati; ormai eravamo tutti consci che non c’era più nulla da nascondere.
Quando si staccarono Luigi le disse: “Troia… sei tutta bagnata!” Lei gli sorrise. “Fatti sbattere da mio fratello” Continuò Luigi.
Dal cortile arrivò il rumore del motore acceso: nostro padre lo stava aspettando, come ogni mattina, con la solita impazienza. Mio fratello, senza attendere risposta, prese la borsa del lavoro, la buttò sulla spalla. Si avviò verso la porta e si congedò con un frettoloso ciao. Uscì borbottando qualcosa sul turno che lo aspettava. Mentre chiudeva la porta lo vidi portarsi la mano impregnata degli umori di nostra madre al naso. Li vidi sorridersi con un ultimo sguardo complice.
Mentre dal cortile arrivava il gracchiare della vecchia auto che partiva, mia madre si girò verso di me, che ero chino vicino alla cassa della legna e la stavo finendo di riempire. Si avvicinò ancheggiando, il sorriso acceso su un volto che pareva una maschera di desiderio, mentre la vestaglia si dischiudeva sempre di più. Si fermò davanti al mio volto; piegato com’ero sulla legna, mi trovai esattamente all’altezza delle sue mutande sporche. Spinse in avanti il bacino, sfiorandomi il viso; i peli che traboccavano dall’intimo mi accarezzarono la pelle. Dal leggero tessuto in cotone si sprigionava un effluvio acre e animalesco, repellente e irresistibile al tempo stesso. Senza più ritegno, incapace di frenarmi, mi aprii i pantaloni, estrassi il cazzo e iniziai a menarmelo, avvicinandomi con il naso quel sesso laido, appena coperto dal tessuto macchiato, aspirai famelico quegli intensi odori.
Lei spostò di lato le mutande e mi si presentò davanti uno spettacolo incredibile: il pelo arricciolato, appiccicato a ciuffi; le piccole labbra sporche di una sostanza biancastra, più abbondante tra le pieghe del sesso. L’odore mi attirava come un’ape sul miele. Senza esitazioni infilai la lingua tra quelle labbra gonfie, quasi incollate da quella materia calda e vischiosa. Il sapore deciso e salato mi gratificò, mentre lei, in piedi, con le cosce allargate ai lati della mia testa, abbassata leggermente sulle ginocchia e con il bacino proteso in avanti, si faceva leccare, mugolando di piacere. L’erotismo, in quegli istanti, si fondeva a un richiamo primordiale, un abisso di dolce perversione in cui mi lasciavo andare, trasportato da quelle sensazioni ataviche.
Ormai l’avevo ripulita di quelle essenze viscose, e ciò che restava era il sapore puro dei suoi umori, la dolcezza di una voglia che sgorgava dalla vagina come fonte di lussuria. Le sue mani mi tenevano stretti i capelli, spingendomi il volto tra le gambe. Quando, per l’ennesima volta, succhiai la sua clitoride tesa, la sentii inarcarsi, fremere per l’intenso piacere che esplose in una serie di convulsioni, sfociando in un prorompente orgasmo. Con un urlo raggiunse il culmine del desiderio, dando sfogo alla sua estasi, gemendo a gran voce. Mentre sussultava per le ultime onde di piacere che la scuotevano, tenendo la sua figa premuta contro la mia bocca, la porta si spalancò. Lucrezia apparve, completamente nuda. Voltai il capo a guardarla: era bellissima, una giovane dea bionda, radiosa nella freschezza della sua nudità. Il suo volto, ancora intorpidito dal brusco risveglio, si accese d’improvviso di libidine quando comprese la scena che aveva davanti.
Io che mi stavo ancorai masturbando, non resistetti: travolto dall’immagine di lei che ci guardava, schizzai di sperma le gambe di mia madre.
Osservai ammirato quella apparizione, la sua freschezza giovanile si opponeva al corpo maturo e segnato di nostra madre. Due donne diverse, ma diverse anche nel loro modo di amare: l’una spregiudicata, affascinante proprio per le sue imperfezioni, per le sue forme generose e per la sua esperienza vissuta; l’altra passionale, giovane e radiosa, con un corpo perfetto ma ancora privo della sapienza carnale della prima. Due poli opposti, entrambi irresistibili, entrambi capaci di trascinarmi in abissi differenti di desiderio.
Mamma, ripresasi dal piacere, invitò Lucrezia ad avvicinarsi: «Vieni, amore… finalmente non abbiamo più segreti tra noi». Lei si accostò, calpestando a piedi nudi le chiazze del mio orgasmo a terra, senza esserne infastidita. Abbracciò nostra madre. Si baciarono con il trasporto di due lesbiche incallite, con i seni dell’una schiacciati contro quelli dell’altra. Si accarezzarono intimamente con reciproca soddisfazione, ansimando di piacere l’una nella bocca dell’altra.
Ero stupito dalla naturalezza con cui stavo accettando qui rapporti incestuosi all’interno della nostra famiglia. Forse, nel profondo, lo avevo sempre saputo.
Le fissai con desiderio, consapevole che presto mi sarei lasciato avvolgere da quei corpi femminili, attratto dalla loro complicità e dalla promessa di un abisso di voluttà senza fine.
Lucrezia mi fissò e, incapace di trattenersi, scoppiò a ridere: «Il tonto si è svegliato finalmente!» Alla sua battuta madre e figlia si piegarono dalle risate a mie spese.
Mi fecero arrossire dall’imbarazzo, ma dentro di me pensai: Vi metto io a posto tra poco, brutte troie!
Ci spostammo in camera dei nostri genitori. All’interno aleggiava odore di sigarette, di trasgressione, di igiene sommaria.
Misi altra legna sulla stufa accesa nell’angolo. Lucrezia saltellò sui piedi: “Devo pisciare… Cazzo se mi scappa!” Nostra madre disse: “Vieni, scappa anche a me” si diresse verso la porta della camera che dava sul giardino. Uscirono appena fuori. Si accovacciarono vicine sull’erba, in quella posa naturale e oscena al tempo stesso, lasciando fluire un prepotente getto caldo e liberatorio che inondò il terreno. Il liquido ambrato creava dei rivoli lungo le chiappe. I loro piedi nudi erano posati su una pozza fumante, un aroma pungente mi arrivava al naso mentre le osservavo dalla soglia, ero rapito da quella scena così naturale, ma nello stesso tempo, così incredibilmente trasgressione.
Non mi stupii quando nostra madre si alzò le mutande senza asciugarsi, mia sorella invece rientrò con la figa ancora gocciolante, alcune stille scivolavano lungo le cosce, lasciando delle tracce bagnate.
Mi inginocchiai davanti a Lucrezia con la faccia implorante. Lei mi sorrise, guardandomi: “Fai pure… te l’ho già detto ieri sera, puoi fare tutto quello che vuoi!” Infilai la faccia tra le sue cosce rigate di urina, leccai con voluttuoso piacere quella giovane e fresca figa. Mi presi il tempo di gustarmi con calma il sapore acre di quel nettare dorato, prima di farmelo scendere in gola.
“Ti piace amore?… E’ bravo a leccarla, non è vero?” chiese nostra madre a sua figlia, mentre le stuzzicava i capezzoli strizzandoli con le dita.
“E’ bellissimo, mamma… Mi fate impazzire!” Mentre mi godevo quella bella passera mangiandola con passionale trasporto, Cercai di infilargli un dito nel buco del culo, che stavo già stuzzicando da un po, ma era troppo stretto. per riuscirci dovetti bagnarmelo con la saliva. Quando sentì il dito vincere la resistenza dello sfintere ed entrare tutto, si irrigidì, diede sfogo alla sua estasi con un incontenibile orgasmo, sussultando tutta.
I succhi dolci di quella giovane sorca mi inondarono la bocca.
Il piacere che lentamente svaniva, si scioglieva tra le labbra e morbide e ardenti di nostra madre. Le loro lingue e le loro bocche si cercavano, producendo un rumore salivoso, dissetandosi come se fossero assetate l’una dell’altra. Finché mia sorella, esausta e ansimante, si abbandonò affondando il volto nel petto della sua materna amante, mentre lei la accarezzava con dolcezza, baciandole i capelli.
Quando si riprese, nostra madre le sussurrò con un sorriso: “Allora piccola, ti va di divertirti un po’ con questo bel maschietto?… Dai… Vediamo di cosa è capace questo moccioso!” Appena finì di parlare, salì sul letto, si pose in ginocchio, con le cosce aperte, così da esibire completamente le sue intimità mal celate dalle mutandine. Si girò verso di me, con il volto trasfigurato dal desiderio, in modo diretto, mi chiese: “Preferisci il culo o la figa?… Dai scegli!” Mia sorella si avvicinò, si girò a guardarmi complice, ed esclamò: “Apriamo il sipario!”
Con un gesto plateale le abbassò le mutande, ingiallite dal tempo e da una certa incuria quotidiana. Le lasciò scivolare lungo le cosce fino a terra, come un indumento che aveva ormai perso ogni dignità.
Lucrezia, con un tono che tradiva la sua eccitazione, indicò la scena e come se stesse annunciando un rito, concluse: «Vai, fratellino. È pronta. È tutta tua.»
Davanti a me si offriva un corpo importante, bianco e burroso, segnato da pieghe, ombre e tracce di vita vissuta. Le sue forme generose, le sue imperfezioni, le mappe lasciate dal tempo raccontavano una femminilità che non aveva bisogno di scendere a compromessi, che non cercava approvazione.
Era un corpo che si mostrava per quello che era: reale, adulto, senza filtri. Una presenza che imponeva di essere guardata. Eppure così seducente nella sua incuria.
Osservai rapito quell’apoteosi di degrado. Mi chinai e le aprii le chiappe, mentre un odore intenso si sprigionava, sporco e penetrante. Era una puzza che mi eccitava.
Incredibilmente attratto da quell’intenso afrore, annusai estasiato, strofinando il naso su e giù, lungo la fessura tra le natiche tenute aperte. Baciai quella scura e degradata rosetta grinzosa. Detersi i peli con la lingua, li ammorbidii con la saliva, che sciolse i vari residui.
Ogni tanto davo una leccatine anche alla sorca, per suggerne gli abbondanti umori. Ma senza soffermacisi troppo: Quello che mi attraeva era quell’intenso afrore anale.
Infilai la lingua in profondità nel buco del culo, che non oppose la minima resistenza. Il sapore amaro, era osceno. Mi abbandonai a quell’abisso di dolce perversione. Lappai a lungo il culo di quella troia. Mentre lei scuoteva il bacino in maniera convulsa, godendo della mia lingua. Mi incitava insultandomi. Nella sua voce roca, riuscivo a leggere tutto il suo desiderio: “Bastardo!!… Lecca bene il culo della mamma” Gridando più forte: “Oooh, sì!… Infilami la lingua nel buco, mangia tutto, porco!”
Mia sorella, si masturbava eccitata dalla mia perversione, mi guardava estasiata e incredula, con il volto vicinissimo al mio. Potevo vedere il desiderio e la lussuria che trasparivano dalla sua espressione. Mi sussurrò con voce tremolante, rotta dal desiderio: “Sei un proprio un porcò!… Ti diverti a leccare il culo sporco di mamma!… Sei un lurido maiale!” Quelle parole mi infervoravano ancora di più.
Quando mi sollevai dalla mia posizione china, lei si precipitò a baciarmi le labbra sporche, mi infilò la lingua in bocca, evidentemente bramosa quanto me di quei lubrici sapori.
Mia madre, nel frattempo, sempre rimanendo in quella posizione oscena, si sgrillettava la figa scuotendo il culo: “Dai!… Che cazzo aspetti, mettimelo in culo, dai che non ne posso più!” Non me lo feci certo ripetere. Appoggiali il glande scappellato allo sfintere e spinsi. Entrò senza nessuna difficoltà fino in fondo, quasi risucchiato. Evidentemente non era sicuramente vergine neanche da quel lato.
Incitato da lei e dai suoi insulti, la inculai con spinte impetuose, quasi violente.
Eppure, la mia furia sembrava non riuscire a placare la sua evidente voglia: “Spaccami!… Sbattimi più forte testa di cazzo, Fammelo sentire il tuo uccello!!” Poi rivolta a sua figlia, urlando, disse: “E tu troia!… Vieni a darmi la figa da leccare. Voglio sentire lil tuo sapore, intanto che ho il cazzo in culo di tuo fratello!”
Lucrezia, che fino ad allora ci aveva guardando menandosela e strizzandosi le tette, non ci mise molto ad ubbidire e di buon grado, si posizionò con l culo davanti alla faccia della madre, in ginocchio sul letto, con le cosce larghe e con la testa affondata sulle coperte. In quella maniera si concedeva totalmente aperta a nostra madre, che prese a leccarla con bramoso desiderio, soffocando i suoi gemiti sulle intimità di sua figlia.
Quella puttana venne almeno un paio di volte, prima che anch’io le riempissi il retto con un bel clistere di sborra calda.
Mi lasciai scivolare al suo fianco, mentre lei continuava a lappare sua figlia, che urlava il suo piacere sull’orlo di un ennesimo orgasmo, prima di lasciarsi cadere spossata sulle coltri.
Io e mia sorella ci rilassammo provati, stesi ansimanti sul letto.
Mia madre, evidentemente non ancora paga, si buttò sul mio cazzo moscio e inerte, sporco da visibili tracce di merda, lo imboccò con una voracità incontenibile. Le sue labbra a ventosa quasi me lo risucchiavano in gola, la sentivo lappare golosa: Oooh, Si!… Mmm… Che buono!”
Quel trattamento, unito alla presenza di Lucrezia, che ricambiava la madre con la stessa intensità che lei riservava a me, finì per accendere in me una nuova, impetuosa erezione. Con una certa urgenza, feci stendere mia sorella supina, a gambe larghe sul letto. Quando la penetrai, sentii le sue gambe cingermi i lombi e assecondare le mie spinte con un rinnovato desiderio. Si muoveva sotto di me in maniera convulsa, godendosi in estasi la penetrazione.
Nostra madre ci guardava in piedi a fianco del letto, a gambe larghe ed il bacino spinto in avanti, mentre si masturbava incitandoci: “Spaccala in due quella troia!… Spingi, spingi… Guarda come gode quella puttana!”
Insultata da quella grassa scrofa di nostra madre, dalla vista della sua oscena esibizione, Lucrezia venne in fretta una prima volta. Io che non mi curai del suo orgasmo, continuai a scoparla con la stessa foga.
Il suo corpo, sensibile e vulnerabile dopo l’estasi, si aggrappava alla mia schiena graffiandomi. Mentre io inseguivo un orgasmo che tardava ad arrivare.
Mi sentii schizzare la schiena, nostra madre si stava sgrillettando con furia, mentre urlava all’apice di un nuovo orgasmo. Dalla sua scura e pelosissima figa, tenuta aperta con le dita, sprizzava un ‘abbondante fiotto di urina che bagnava me e Lucrezia. Si muoveva urlando, spostando il getto da una parte all’altra, come un pompiere che stesse spegnendo un ‘incendio.
A quella vista, mia sorella ebbe un secondo orgasmo. Seguito poco dopo da un terzo, nel momento in cui le riempii l’utero di una calda e liberatoria sborrata.
Nostra madre, che la stava accompagnando nella sua estasi baciandola, quando Lucrezia si lasciò andare stanca sul letto, si precipitò a suggere lo sperma che colava dalla figa, imbrattandole i peli. In quella voracità si intuiva un desiderio ardente, impossibile da fraintendere.
Dopo quell’intensità che ci aveva travolti, restammo ancora un po’ abbracciati, lasciando che il respiro tornasse lento e che il silenzio si riempisse di carezze tranquille. L’energia febbrile di poco prima si sciolse in una calma complice, quasi domestica.
Quando finalmente ci sollevammo dal letto, la realtà tornò a farsi sentire con la sua discreta insistenza. Dopo il piacere, fu necessario occuparci del dovere: Lucrezia, con un sorriso ancora un po’ stanco, propose di cambiare le lenzuola, ormai segnate dalla nostra intimità. Ma nostra madre la fermò con un gesto lieve, quasi divertito: disse che non c’era bisogno, che quella stanza e quel letto appartenevano comunque alla vita di famiglia, e che intendeva dormire con il suo ignaro marito tra le tracce e gli odori del nostro incestuoso rapporto.
In breve tutto torna alla normalità, loro si dedicarono al pranzo ed alle altre incombenze domestiche.
A me affidarono la lista della spesa, breve e un po’ malinconica, con le poche cose che il nostro portafoglio permetteva. Mi incamminai a piedi lungo la stradina fangosa che portava al paese, lasciando che l’aria umida del mattino mi accompagnasse, mentre con il pensiero ripercorrevo gli ultimi eventi.
Il resto del sabato pomeriggio lo trascorremmo tra libri, appunti e piccoli lavori di casa, cercando di essere produttivi mentre aspettavamo il ritorno di Luigi e di nostro padre. Eppure, in mezzo a quell’apparente normalità, non mancavano momenti di complicità: complici sfioramenti, sorrisi e palpatine, contornati da gesti affettuosi che rompevano la monotonia dello studio e rendevano più lieve l’attesa.
Alla sera, all’ora di cena, quando eravamo tutti riuniti attorno al tavolo, nostra madre annunciò alla famiglia che io ero entrato, con merito e a pieno titolo, in quella cerchia di perversione che ormai ci coinvolgeva tutti. Raccontò nei dettagli quanto era accaduto quella mattina ed elogiò le mie qualità di amatore.
La notizia fu accolta da un applauso unanime. Mi sentii protagonista, parte di una cerchia quasi massonica.
Visto che in casa non esistevano più tabù, quella sera non ci facemmo scrupoli a comportarci in maniera del tutto spontanea, lasciando che ognuno fosse semplicemente se stesso.
Mia madre si accomodò sulle ginocchia di mio fratello, con la gonna sollevata e senza mutande, poiché non ne aveva di pulite e quelle indossate al mattino erano ormai improponibili. Si lasciava toccare da lui, mentre al tempo stesso masturbava suo marito, seduto accanto. Io, dal canto mio, presi Lucrezia in grembo e la palpeggiai per un po, poi le scostai le mutandine e, tenendola stretta tra le braccia, la penetrai analmente. I gemiti si sovrapponevano alle trasmissioni della TV
Passammo la serata a vedere la televisione, intermezzando quei momenti davanti allo schermo, con brevi giochini goduriosi tra di noi.
Andammo a dormire tardi; io mi addormentai tranquillo, mentre Luigi si faceva fare un pompino da nostra sorella. Tutto si svolgeva con naturalezza, con la stessa tranquillità con cui si sfoglia un libro prima di spegnere la luce.
La domenica mattina mia madre non c’era: era partita con mio zio, che l’aveva accompagnata in auto, poiché, mi fu detto, mia zia stava male e aveva bisogno di lei, che possedeva qualche vaga nozione medica.
Mio padre, rimasto senza la materia prima per soddisfare le sue pulsioni sessuali. Entrò in camera con la stessa canottiera e le mutandine del giorno prima; mi si avvicinò, mentre ero ancora semi assonnato, mi mise davanti al naso il suo cazzo ciondolante, dall’odore acre. Non ci misi molto a capire quello che succedeva. Lo guardai in volto e sorrisi.
Io, che ho sempre avuto una passione per i cazzi mosci e intensamente odorosi. Prima di prenderlo in bocca, lo scappellai per liberare lo smegma prigioniero sotto al prepuzio. Mi soffermai a gustare il sentore di quella eccitante sostanza, presi in bocca quella bella cappella che sapeva di piscio e gli praticai un pompino magistrale, Venne schizzandomi in gola, mugolando il suo piacere . Nel frattempo mio fratello si era svegliato e ci stava guardando nudo, menandosi il cazzo in tiro.
Curioso di provare anche lui le mie qualità di succhiatore, mi chiese se lo accontentavo a sua volta. Come facevo a dire di no davanti a tanta grazia? Lo succhiai prendendomi un tempo maggiore per farlo venire. Mi dedicai alle palle, salendo piano lungo tutta l’asta, facendolo godere a lungo, prima di finirlo. Mi sborrò in bocca a sua volta, io con mia grande soddisfazione ingoiai ingordo quella cremina dolce, calda e abbondante.. Quella mattina la colazione era stata servita a letto.
Lucrezia si svegliò poco dopo, si stiracchiò e mi guardò, ignara di tutto ciò che era accaduto, complice il suo sonno pesante.
I giorni seguenti scorsero più o meno come sempre.
Un pomeriggio, verso le sedici, rientrando dall’ateneo, trovai mio padre, mio zio e sua moglie seduti in salotto, con mia madre accanto. Erano immersi in una conversazione fitta, dal tono serio ma controllato. Appena mi vide sulla soglia, mia madre mi rivolse un rapido gesto della mano, invitandomi ad attendere. Capii che non era il momento di fare domande. Mi ritirai quindi in camera, lasciando che quella sorta di riunione familiare seguisse il suo corso.
Dopo un po’, stanco di aspettare, mi spostai in cucina, vidi che in salotto non c’era più nessuno: pensai che se ne fossero già andati tutti. Ma i gemiti provenienti dalla camera dei miei genitori mi fecero ricredere. Mi avvicinai: la porta era socchiusa e potei così scorgere mia zia e mia madre abbandonate a un intenso gioco lesbico, mentre mio padre e mio zio assistevano, masturbandosi.
Mia madre mi vide attraverso lo spiraglio della porta, mentre stava succhiando una tetta di sua cognata. Si staccò un attimo dal seno e, sorridendomi, mi fece segno di entrare. Spinsi la porta: tutti si voltarono sorpresi a guardarmi. Mio padre, a bassa voce, mi disse: “Dopo ti spieghiamo… Entra.” Lo spettacolo delle due donne che si divoravano con foga era davvero intrigante, e non disdegnavo neppure di osservare i due uomini che, eccitati, si masturbavano.
Mio padre, colmo di desiderio, mi invitò a piegarmi e a poggiare le mani al muro. Intuii le sue intenzioni e gli sorrisi, lasciandomi guidare. Mi abbassai i pantaloni fino ai piedi e mi abbandonai al gioco di forze alle mie spalle, fui il giocattolo nelle mani di tutti e due. Godetti moltissimo a farmi riempire da quei energumeni. Mentre nella stanza si levavano le voci frementi di desiderio e passione, delle due troie lesbicone che godevano osservandoci con occhi ardenti.
Mentre la stanza vibrava di piacere e complicità, dietro quelle scene si celava un progetto ben più concreto. L’incontro tra i due fratelli e le rispettive mogli non era stato casuale, si era trattato di un test attitudinale per degli sviluppi successivi: avevano elaborato un piano per liberarsi dalla morsa economica che li opprimeva. L’idea era di spingere le due consorti a prostituirsi, con l’eventuale supporto del resto della famiglia per soddisfare richieste particolari.
Ci fu una riunione di famiglia in cui tutto venne discusso nei minimi particolari, e il piano prese forma. Qualche giorno dopo, rincasando dall’università, notai nel parcheggio alcune auto sconosciute. Entrando in casa, voci concitate provenivano dalla camera dei miei genitori. La porta socchiusa lasciava intravedere un gruppo di una decina di uomini raccolti attorno al letto, mentre al centro si consumava uno spettacolino lesbo, con protagoniste mia zia e mia madre. Quest’ultima in piedi a gambe divaricate, stava pisciando in bocca a sua cognata, che stava sotto con la bocca aperta a farsela riempire.
Tra i presenti c’era chi si masturbava, chi lo prendeva in mano a quello vicino, chi urlava preso dalla lussuria, avevano tutti gli occhi intrisi di una travolgente libidine. Tutti lanciavano banconote da dieci e venti euro sul letto.
In effetti il cazzo era diventato duro anche a me, non c’erano parole per descrivere lo stato di eccitazione in cui mi trovavo vedendo quelle due troie intente in quell’amplesso così perverso, attorniate da allupati spettatori.
Finito lo spettacolo, si posero stese gambe larghe pronte a farsi possedere.
Nel giri di poco più di due ore era tutto finito. Io appoggiato alla parete ero stato tutto il tempo spettatore, mentre me lo menavo forsennatamente, ero già venuto due volte.
Le due puttane, erano piene di sborra in buona parte del corpo. Nei loro occhi non c’era stanchezza ma solo desiderio.
L’ultimo astante, lo conoscevo di vista, era un collega di lavoro di mio padre. Mi guardò sorridendo, e mi fece una richiesta oscena: “Leccheresti la figa a tua madre mentre guardo.”
A quella richiesta quasi venni di nuovo, il pensiero di leccarla a mia madre mentre mi guardavano mi faceva impazzire dalla libidine.
Mia madre, con astuzia, mi precedette nella risposta: “Ma Lucio… cosa dici, quello è mio figlio!” Lui insistette: “Dai, ti do quello che vuoi.” Mia madre finse di pensarci, poi sbottò quasi farfugliando, come se temesse di chiedere troppo: “Cinquecento euro,” disse.
Un silenzio pesante calò nella stanza. Lucio la fissò, sorpreso ma anche divertito, e tirò fuori il portafoglio. con fare solenne lo aprì. Le banconote frusciarono tra le sue dita, segno tangibile di un accordo che stava per trasformarsi in realtà. Posò le banconote sul comodino e disse: “Li avevo portati apposta perché speravo proprio in questo!” Notai altre banconote sbucare dal portamonete mentre lo riponeva, probabilmente si aspettava che chiedessimo di più.
Mia madre mi fece cenno di avvicinarmi. Non chiedevo di meglio, mi stesi tra le sue gambe aperte, il pelo della figa era completamente inzaccherato di sborra, dalla vagina colava un rivolo traslucido. Attratto da quello spettacolo osceno immersi la lingua tra le pieghe di quel laido sesso materno, mi gustai avido il nettare di quella bella passera e lo sperma che la riempiva.
Lei mi prese per i capelli e inarcando verso l’alto il bacino, mi spinse la faccia tra le cosce, con voce ansimante mi disse: “Lecca porco!… Fai contento Lucio, pulisci tutto bene. Senti com’è farcita.”
Lucio guardava con gli occhi sbarrati, perso in quello spettacolo che aveva davanti.
Mia zia prese a spompinarlo, mentre lui continuava a godersi la scena, lo stava facendo con una passione tale, da aver dimenticato che lo stavamo facendo per soldi.
Mia madre gemeva di un piacere che non avrebbe saputo recitare.
Ebbe un intenso orgasmo, stimolata dalla mia lingua, divenuta in poco tempo molto esperta in quel genere di trattamento.
Il tipo sborrò in bocca a mia zia, la quale bevve tutto con la gran sete che la contraddistingueva.
Quando tutti se ne furono andati, esultammo per l’incasso straordinario: era da tempo che non vedevamo così tanto denaro in un solo colpo. Mia madre disse, ridendo felice.:“Ci pagano profumatamente per fare quello che ci piace!” Mia zia contò le banconote: mille e ottocento euro guadagnati in meno di mezza giornata.
Mia sorella rientrò mentre noi stavamo ancora esultando. Le due troie la abbracciarono felici saltellando nude attorno al tavolo.
Ci prodigammo per pulire tutto e sistemare per organizzare per un’altra seduta per il giorno dopo.
La sera, riuniti tutti attorno al tavolo, decidemmo di concederci un piccolo lusso: ordinare pizze invece di cucinare. Mia madre non riusciva a trattenere le lacrime di gioia.
Da quel giorno in avanti, le cose cominciarono a migliorare sensibilmente anche dal punto di vista economico.
Decidemmo di ampliare il nostro giro d’affari: acquistammo la casa in cui vivevamo in affitto e avviammo una ristrutturazione completa dello stabile.
Non fu necessario ricorrere a mutui o prestiti.
Oltre alle due troie che si prostituivano, erano soprattutto i nostri spettacoli incestuosi a garantirci entrate sorprendenti. In breve tempo riuscimmo a mettere insieme cifre tali da coprire l’acquisto dell’immobile e i lavori dell’impresa, senza dover chiedere un solo prestito.
Per la prima volta sentivamo di avere davvero il controllo sul nostro futuro.
Nostro padre si licenziò dal lavoro per dedicarsi completamente alla nostra nuova attività.
Purtroppo la voce si sparse in fretta anche alle autorità locali, ed in breve tempo finimmo a processo.
Dopo alcune inchieste preliminari, furono imputati mio zio, mio padre e le loro rispettive mogli.
Mia madre e mia zia, quel giorno, entrarono in tribunale come se stessero calcando il palco di un locale notturno: minigonne vertiginose, scollature che sfioravano l’ombelico e un’aria di sicurezza tale da sembrare capace di piegare l’atmosfera attorno a loro.
Il loro fisico pienotto, da donne mature, non faceva che accentuarne la carica seduttiva, capaci di un’erotismo tale da mettere a dura prova l’autocontrollo degli uomini presenti, che faticavano a distogliere lo sguardo.
Il silenzio cadde di colpo nella sala d’attesa. Gli sguardi si sollevarono all’unisono: alcuni sorpresi, altri imbarazzati, altri ancora fin troppo consapevoli di averle già incontrate in circostanze… meno formali.
Per un istante nessuno parlò. Poi, quasi fosse un riflesso collettivo, qualcuno iniziò a battere le mani. Un applauso timido, che però si allargò rapidamente, come un’onda che nessuno aveva il coraggio di fermare. Era un tributo alla loro audacia, certo, ma anche un modo maldestro per coprire l’imbarazzo di chi custodiva ricordi condivisi che sarebbe stato meglio non evocare.
Qualche insulto sussurrato si levò dalle poche donne presenti in sala. Ostentavano indignazione, ma dietro quella facciata di perbenismo traspariva un evidente miscuglio di gelosia e rivalità, che cercavano invano di mascherare.
Io osservavo la scena qualche passo più indietro, combattuto tra lo stupore e un sorriso divertito. In un luogo dove tutti recitavano la parte dei ligi e degli irreprensibili, bastava la presenza di mia madre e di mia zia per far crollare ogni maschera.
Loro, assieme ai mariti si sedettero al banco degli imputati, a fianco dell’avvocato che tante volte le aveva scopate.
Il giudice, pur visibilmente spiazzato dal loro ingresso, si schiarì la voce e le richiamò per l’abbigliamento poco consono.
Mia madre non perse un colpo. «Vostro onore, siamo qui proprio per essere giudicate per la nostra condotta discutibile» disse con un sorriso disarmante. «Non neghiamo ciò che siamo, ci siamo vestite consone al nostro temperamento. Ma una cosa ci teniamo a chiarirla: non abbiamo mai fatto nulla per interesse. Lo abbiamo fatto solo perché…»
Si fermò un attimo, cercò le parole, si schiarì la voce e continuò: “Abbiamo sempre bisogno di cazzo! Siamo delle troie sempre pronte a prendere qualche bell’uccello!!”
Nella sala si alzarono risate e un intenso brusio.
Il giudice quasi spaccò il martelletto nel tentativo disperato di riportare un minimo di ordine.
Mia madre incrociò le gambe con una lentezza studiata, inclinando appena il corpo verso il banco del giudice, offrendogli una fugace ma chiara visione della sorca pelosa, mal celata da un paio di pressoché inutili mutandine.
L’indignazione del magistrato per le parole di mia madre, a quella vista si tramutò in lussuria: il suo sguardo venne rapito da quella posa audace e il rossore improvviso che gli invase il volto, lo tradì più di qualsiasi parola.
La tensione nell’aula cambiò di colpo, divenne qualcosa di denso, imbarazzante, quasi elettrico. Il silenzio innaturale all’interno della stanza rese palese che tutti si erano accorti della situazione e si aspettavano una conseguente sfuriata da parte del tutore della legge.
Ma prima che il giudice riuscisse a riprendersi, mia zia decise di dargli il colpo di grazia. Per non essere da meno, non si limitò a imitare il gesto di mia madre: lo superò. Si sistemò sulla sedia con una sfacciataggine quasi teatrale, lasciando che la sua postura parlasse da sola e offrendo al presidente della corte una visuale ancora più audace e destabilizzante: alla base delle cosce chiare, coperte solo in parte da calze scure, si intravedeva chiaramente il pelo, che malamente celava le labbra scure della figa, non protette da alcun indumento intimo.
La sala precipitò in un silenzio irreale, rotto solo dal respiro corto del magistrato, che non sapeva più se guardare, distogliere lo sguardo o fuggire.
Il povero malcapitato, ansimante e con la voce incrinata da un’eccitazione e un’emozione che non riusciva a mascherare, dichiarò aperto il dibattito. Le sue parole si dispersero nel brusio trattenuto del pubblico e in qualche risata soffocata, troppo mal camuffata per non suonare come scherno.
Furono poi ascoltati i testimoni a favore, che confermarono quanto sostenuto dalle imputate: le due signore erano tipe vogliose, pronte a concedere i loro favori unicamente per soddisfare la loro insaziabile voglia di sesso, e non certo in cambio di elargizioni in denaro.
I testimoni dell’accusa, tra cui alcune donne, non riuscirono a presentare alcuna prova che dimostrasse l’esistenza di un giro di prostituzione all’interno della nostra rinnovata abitazione.
Il giudice, alla luce delle testimonianze e visibilmente influenzato dall’atteggiamento lascivo e dai sorrisi ammiccanti delle due imputate, sembrò orientarsi con crescente facilità verso la decisione finale.
Fu pronunciato il verdetto di non luogo a procedere, in quanto il fatto non integra alcuna fattispecie di reato.
Disse che se ai mariti delle signore andava bene, all’interno dell’intimità della loro casa potevano fare quello che volevano, l’importante era farlo in maniera da non coinvolgere i ragazzi.
Esultammo tutti per l’esito quasi scontato.
La pubblicità del processo ci fece aumentare notevolmente il giro di affari.
I primi nuovi clienti furono i poliziotti intervenuti nelle indagini e il giudice del tribunale. A lui venne riservato un trattamento di favore: Volle che le due donne si vestissero come il giorno dell’udienza, poi Inculò me mentre leccavo la figa di mia madre con la minigonna sollevata sulla pancia, intanto lui si faceva leccare il culo da mia zia. tutto gratis naturalmente!
L’abitudine dei componenti della famiglia di non essere troppo dediti all’igiene riscuoteva notevole successo, c’erano avventori che volevano pisciare e farsi pisciare addosso, chi voleva leccare culi sporchi, chi cercava cazzi pieni di smegma. chi voleva leccare fighe farcite di sborra. Eravamo aperti a qualsiasi esperienza.
Assumemmo delle donne delle pulizie che, resesi conto in breve tempo dell’entità degli introiti, finirono per aggiungersi al numero degli affiliati.
Nostro padre prendeva solo appuntamenti ed incassava.
Mio fratello partecipava pienamente alle attività di famiglia, io e mia sorella solo quando gli studi ce lo permettevano.
Non facevamo nessuna distinzione di genere: tutti si accoppiavano con tutti.
Tra i clienti cominciarono ad esserci anche delle donne, alcune di loro, sposate e con il consenso del consorte, partecipavano agli incontri facendosi pagare profumatamente.
Alcune stanze furono adibite ad area voyeur, dove chi si esibiva pagava per mostrarsi e chi guardava attraverso degli spioncini pagava per guardare.
In paese tutti sapevano e tacevano. Ormai ci avevano fatto l’abitudine e poi il giro di persone si rifletteva sui guadagni del piccolo bar ristorante, che aveva dovuto assumere personale. Senza contare gli operai che saltuariamente intervenivano nella manutenzione della casa e sui continui lavori che facevamo.
Eh già avevamo messo su un bel giretto, non c’è che dire!
Il lunedì era giorno libero, ed oltre alle solite incombenze, ci capitava spesso di darci piacere tra noi.
Mi piaceva rilassarmi facendo un pompino a mio padre o leccando la figa alle femmine di casa.
Non so dove ci avrebbe portato tutto questo. Mi ero fatto la ragazza, che si faceva scopare da tutti naturalmente.
Già ormai era entrata anche lei nell’azienda di famiglia.
scritto il
2026-01-11
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