Erotici Racconti

Il mio Adamo nero

Scritto da , il 2017-11-12, genere etero

Dopo le mie ultime vicissitudini, avevo deciso di prendermi un periodo di riposo sessuale e conseguente ristoro fisico, praticando qualche leggero esercizio ginnico ed un po’ di corsa intorno al parco della città in cui vivo; un vasto spazio alberato proprio al centro, un tempo, frequentato esclusivamente da anziani e famigliole con bambini, ora, da spacciatori ed extra comunitari, soprattutto di carnagione scura. Erano già diversi giorni che, mentre correvo nel tratto delle fontane, avevo notato uno di questi sdraiato su una panchina, sempre nella stessa posizione, con gli occhi chiusi, come se stesse dormendo. La cosa che mi diede da pensare, fu la sua eccessiva immobilità, come se nemmeno respirasse. Al terzo o al quarto giro, decisi di avvicinarmi, tanto per accertarmi meglio delle sue condizioni e, se fosse stato necessario, anche chiamare i poliziotti o magari il pronto soccorso. Mentre l’osservavo, il tipo apre gli occhi e mi fa un bel sorriso, mostrando la sua meravigliosa dentatura bianca come il latte. “Ah, sei vivo allora …?” mi venne spontaneo chiedergli, ottenendo come risposta un altro sorriso da favola. Poi, subito dopo: “Kamdy ... ” scandì lentamente, lasciandomi intendere che non parlava la mia lingua. “ Ok ” dissi prima di riprendere a correre, leggermente mortificata per non conoscere sufficientemente l’inglese. Tornata a casa, sfogliai il dizionario di Italiano inglese per tradurre l’espressione del nero, ma niente, e nemmeno col computer. Il giorno dopo, il bel moretto, si era seduto sulla panchina accanto alla fontanella comunale, e guardava intorno sorridendo indifferentemente ai bambini che si dissetavano o a qualche anziano che passava di lì senza fretta. Quando giunsi alla sua altezza: “ Bay, Baby …! ” mi salutò, con entusiasmo, lanciando uno dei suoi calamitanti sorrisi avorio puro, motivo che mi costrinse a fermarmi ed a sorridergli con la stessa intensità, curiosa inoltre di sapere cosa intendesse dire con la parola espressa il giorno prima. “ Mi dici che significa Kamdy? ” gli domandai, sperando che masticasse un briciolo di Italiano. “ Yes, Kamdy …, it’s ” mi rispose, toccandosi il petto, lasciandomi frastornata per non aver compreso prima che quello era il suo nome. Lui capì subito il mio imbarazzo e per non farmelo pesare, mi indicò la fontanella mimando con la mano un bicchiere portato alla bocca. “ Okay …! ” accettai, mostrando il chiosco poco più avanti, dove, qualche volta, avevo comperato un gelato. Lui si rattristò subito e, a malincuore, mostrò le fodere delle tasche dei pantaloni, vuote. Stavo per dirgli che avrei pagato io, ma temendo che tanto non avrebbe capito, lo presi sottobraccio e m’incamminai con lui verso il piccolo bar gelateria del parco. Io, prendo una coca, e tu? ” gli chiesi, dimenticando che lui non avrebbe capito. Invece. “ Coca? Yes, coca for me ” aveva chiesto, elargendomi l’ennesimo sorriso. Mentre sorseggiavamo la bevanda, una bimba insieme a sua madre, avevano ordinato un toast rinforzato che poi avevano diviso in due, si erano accomodate su una panca, lì vicino, e se lo stavano gustando di vero gusto, osservate con ingordigia da Kamdy. “ Vuoi anche tu un toast? ” gli chiesi, spontaneamente. Lui scosse il capo, ma non per rifiutare, solo perché non aveva capito ciò che avevo detto. Allora indicai una grossa fetta di pizza al di là della vetrinetta e poi gli feci cenno di mangiarla. Questa volta il suo capo si mosse in modo affermativo. La velocità con la quale divorò la pizza e seguenti tre toast, mi fecero capire che probabilmente era digiuno da parecchio tempo. Senza chiederglielo, indicai al gestore del chiosco di passarmi anche i due panini farciti con prosciutto e formaggio, uno, e petto di pollo impanato l’altro, divorati con medesima tempistica; il tutto inumidito da almeno tre lattine della bevanda su citata. Vederlo mangiare con avidità e assoluto piacere, mi diede una sorta di soddisfazione così intima da farmi sentire un leggero e piacevole tremore sulla pelle, simile alla gioia che avverti quando ricevi un dono o una carezza paterna. Avrei voluto dirgli molte cose, parlare di lui per sapere la sua storia, sicuramente tragica come quella dei molti immigrati …, ma la lingua non lo permetteva, soprattutto per la mia scarsa attitudine alle lingue straniere. Quando intuii che fosse sazio e dissetato, pagai il conto con cinquanta euro e suggerii al gestore di dare il resto a Kamdy, appena me ne ero andata. Cosa che feci subito dopo averlo salutato con un ciao deciso, al quale lui rispose con un ciao che sembrava seguito da una sfilza infinita di interrogativi. A dire il vero, mi dispiaceva molto lasciarlo in quel modo, ma conoscendomi, se non l’avessi fatto, mi sarei intenerita a tal punto che l’avrei portato a casa, con tutte le complicazioni che ne sarebbero poi seguite. Mentre attendevo che scattasse il verde del semaforo, sentii qualcuno toccarmi una spalla. Allarmata, mi girai di scatto, pronta a reagire, come mi avevano insegnato alle lezioni di auto difesa. Ma non ne ebbi bisogno poiché era Kamdy. Mi aveva raggiunto per restituirmi i soldi che gli avevo offerto. “ No Money, no money …! ” ripeté, porgendomi il denaro, che non volevo, e che mi obbligò a riprenderlo con estrema fermezza. Era la prima volta che mi sentivo in colpa per aver fatto la classica buona azione. Istintivamente, quando scattò l’omino verde, lo presi per un braccio e lo trascinai dall’altra parte del corso, in direzione di casa mia. I miei precedenti propositi, si erano dispersi come un alito di vento. Portavo uno sconosciuto da me senza sapere nulla di lui, se non il suo nome, e che aveva un bel sorriso. Purtroppo, la cautela, non era mai stata il mio forte. E poi, per essere sincera, non era il primo nero che entrava da me, in entrambi i sensi, e nessuno di loro si era comportato male, come invece, aveva fatto qualche emerito conterraneo. L’unica difficoltà, era che io trovavo difficile dialogare con lui, pertanto, per fargli intendere che poteva accomodarsi dove voleva, giunti dove abitavo, andai a sedermi sul divano, poi su una sedia, accanto al tavolo rotondo, ed anche su uno sgabello che uso quando scrivo delle memorie al computer. Scelse il divano. “ Vuoi un caffè? ” gli chiesi, mimando la tazza che va alla bocca. “ Sss … ” provò a dire, ma subito si corresse con il : ” Yes, coffee …! ” --- “ Okay, vado a prepararlo, dissi facendogli segno con la mano di aspettare lì tranquillo. Quando tornai col caffè, lo trovai profondamente addormentato, in una posa che ricordava un bambino; le braccia in alto, oltre il capo, la bocca, un poco aperta, e le ginocchia, leggermente piegate. Prima di mettermi a scrivere al computer, rammaricata per la piega che aveva preso la serata, gli tolsi le scarpe, lo coprii bene con una coperta, gli augurai sogni doro, e mi ritirai in camera mia a leggere e a scrivere su racconti erotici …, senza nemmeno cenare, tanto già mi ero saziata nel vedere con quale gusto lui aveva divorato la pizza toast e panini che gli avevo offerto. Durante la notte, mi ero alzata per andare in bagno. Prima di rimettermi a letto, avevo dato un’occhiata all’ospite africano il quale continuava a dormire così profondamente da non accorgersi nemmeno che avevo acceso la lampada a stelo del salotto e che poi gli avevo rimboccato la coperta, quasi del tutto caduta sul pavimento. Nel farlo, avevo notato un eccessivo rigonfiamento al lato sinistro dei suoi jeans, all’altezza della patta del pantalone; una collinetta allungata che avevo già notato nel pomeriggio ma che avevo addebitato alla sua mano inserita dentro la tasca. La cosa strana era che il rigonfiamento andava verso la coscia almeno di venti centimetri abbondanti, e la sua mano era a penzoloni giù dal sofà. Per un istante, mi era venuta la voglia di toccarglielo, di sfiorarlo per sincerarmi che la mia non fosse soltanto una illusione, un sogno dal quale mi sarei destata. Non l’ho fatto. Rimboccata la coperta sono ritornata in camera più agitata che mai, o meglio, eccitata da quella visione tanto da essere tormentata da un incubo per le ore che mi divisero dal mattino seguente, in cui, ebbi il tempo di fare colazione, riassettare un poco la casa, senza fare eccessivo rumore, prima che lui si svegliasse del tutto. “ Good Morning ..! ” mi salutò, dopo essersi stiracchiato a dovere. “ Ciao …! Vuoi coffee ? ” risposi io mostrandogli la tazza del latte che stavo bevendo, seduta sulla poltroncina di fronte al televisore. “ Thanks …! ” disse lui, elargendomi uno dei suoi primi sorrisi mattutini. --“ Douche ? ” continuò subito dopo, mentre mi recavo in cucina a preparargli il caffè. Un termine che non sapevo cosa significasse, e per cui, ammiccai con gli occhi, lasciandogli poi fare ciò che lui voleva. Quando tornai con una tazza piena di caffè all’americana, lui non c’era più, o meglio, era in bagno, sotto la doccia, che se la canticchiava allegramente, probabilmente nella sua lingua originale. La nitidezza con la quale mi giungeva la sua voce, mi fece dubitare che avesse lasciato la porta del bagno un po’ aperta. Curiosa, con movimenti da guardona, andai a spiarlo. Anche la tendina della doccia era aperta. Si stava insaponando dandomi le spalle. La bellezza scultorea del suo corpo nudo, mi diede subito intensi fremiti di piacere, tali da causarmi perfino un gemito, rumore che lo fece voltare sorpreso, ma non così tanto da perdere il suo buon umore. “ Come …! ” disse, facendomi segno di avvicinarmi e di porgergli la tazza; cosa che io feci senza avere la forza di distogliere lo sguardo dalla proboscide spettacolare che gli pendeva davanti, dall’inguine; un’appendice così lunga e grossa da non credere che potesse certo appartenere ad un essere umano. Arrivava a metà coscia da moscio, pertanto, era prevedibile che duro si sarebbe esteso fino al ginocchio. Mi spaventava il pensiero che anche soltanto una piccola porzione di quel mostro, potesse adattarsi alla mia vagina, con la possibilità, se avesse spinto con maggiore ardore, di squartarmi, o di devastarmi in un modo irrimediabile l’utero. Dopo avergli dato la tazza, irresistibilmente, avvertii il desiderio di tastare con mano quell’essere innaturale, farlo crescere in tutta la sua maestosità, per poi infondergli la vita, illudendomi che non sarebbe mai più ritornato nella precedente fase di stasi. Quando la bramosia sessuale mi invade, agisco spontaneamente, senza alcuna remora, lasciando che il mio corpo si adatti con ogni sua parte all’oggetto del desiderio che mi sta davanti. Dopo le mani, anche la bocca fu attratta dal suo pitone già in avanzata fase di risveglio, e conseguentemente, preda della mia lingua, che andava dalla sua attaccatura al ventre e poi giù, piano, fino a lambirgli il glande, ormai tosto come una biglia da bigliardo. Azione che ridestò d’impeto la mia innata propensione al masochismo, al sacrificio, per la soddisfazione del padrone di quell’enorme palo torturatore, quel mostro carnale dal quale ambivo farmi sbranare al più presto. Quando avevo iniziato a succhiarlo, Kamdy, s’era immobilizzato, lasciando a me la possibilità di agire come meglio credevo. Soltanto i suoi intensi gemiti lasciavano intuire la sua presenza, che ben presto si tramutò in abbondante liquido bianco profumato, spontaneamente sgorgato dalla punta del suo pene, con tale violenza da macchiarmi la vestaglia, indossata quando mi ero alzata, e le mattonelle sul muro al mio fianco. “ Un’infinità di bene naturale sprecato … ” pensai, egoisticamente. “ Avrei potuto gustare io tutta quella delizia ” mi dissi, intimamente rammaricata. “ Ora, non avrà più voglia …! ” giunsi avventatamente alla conclusione, mentre, senza dire una sola parola, me ne tornavo in camera, eccitata all’inverosimile, ed allo stesso tempo, delusa per essere andata in bianco. Un attimo dopo, si aprì la porta della stanza e apparve lui, Kamdy, in tutta la sua mirabile nudità, bello come un dio della mitologia greca, affascinante come il Davide di Donatello, sebbene la sua carnagione fosse un tantino più abbronzata, ed il suo albero procreante, molto più evidenziato rispetto a quello della statua. Ma la cosa più esaltante era che aveva la stessa durezza di prima, che svettava ancora come l’asta di una bandiera, e che il moretto sembrava volesse trovargli un fodero capace di contenerlo. Tremavo, non so dire se per l’eccitazione o cos’altro, ma soltanto che non riuscivo a stare ferma, nonostante ché le mani avessero afferrato tenacemente la coperta del letto sul quale mi ero adagiata scompostamente, le gambe divaricate e non coperte da indumenti intimi. Come un felino punta la preda, Kamdy si era avvicinato a me lentamente, era salito sul letto gattoni e poi aveva preso a succhiarmi le dita dei piedi con insistenza, passando dopo a leccarmi le caviglie, i polpacci, ed infine, le cosce, sorvolando di proposito il pube, per poi posarsi, dopo avermi levato la vestaglia, sul fiorellino al centro del mio addome, alimentandolo, se ancora ce ne fosse stato bisogno, con ulteriori sferzate di piacere, seguito da sensazioni ancor più intime quando le sue labbra avvolsero i miei capezzoli, duri, frementi. Un effetto particolarmente travolgente poi l’ebbi quando l’immagine dei nostri corpi, riflessa dalla specchiera del comò, accentuò il colore latte della mia pelle, adagiata sotto il nero seppia del moretto, quasi completamente sdraiato su di me, intento a mirare il centro del paradiso, per lui, e certamente dell’inferno per me, se il suo attrezzo avesse varcato la profondità stabilita dalla natura. Certo, mi sarei sacrificata, ovviamente, ponendo però dei limiti al suo divaricatore carnale, con le mani serrate intorno al suo uccello, lasciando libera di entrare in me solo una parte del membro, quella che avrei potuto contenere e godere senza subire troppi patimenti. Quasi subito però, notando con quanta delicatezza sapeva muoversi su e giù, innestando nella vagina appena qualche centimetro della sua arma, tolsi le mani e le posai sui suoi glutei, duri, molto simili a un prosciutto crudo stagionato. Mentre calava dentro di me, mi guardava attento negli occhi, e appena notava che cambiavo espressione, da beata a sofferente, ritraeva leggermente i fianchi in modo da darmi un poco di sollievo. La valanga infuocata che avvertii invadermi, non aveva nulla di normale. Una colata così intensa da non riuscire a trattenerla tutta, e che ben presto prese a colarmi fuori dalla vagina per finire ad inumidirmi il solco fra i glutei, infondendomi di conseguenza una piacevole strisciata di notevole effetto, così intenso da fare aprire anche a me le valvole dell’orgasmo più appagante. D’impulso, allacciai le mie labbra alle sue, soffermandomi in un calorosissimo bacio, così intenso che durò un tempo interminabile, dove, la realtà, si confondeva con l’irreale, e lo stupore per ciò che era accaduto, con la gioia del momento in cui dentro di me sentivo nascere qualcosa di indefinibile, molto simile all’amore. Anche se la cosa potrebbe apparire strana, io sentivo emergere in me quel non so che di strano che ti fa apprezzare appieno il tuo partner. Qualunque cosa faccia o dica diventa oro colato, ti emoziona, ti rende felice, anche se fosse solo un’amenità. Lui, Kamdy, in quel momento, per me era diventato un dio, il Principe Azzurro, il futuro, e, più prosaicamente, l’amante per eccellenza, il maschio indispensabile per il mio avvenire, e tutte quelle altre cose che una donna elabora col proprio cervello quando crede sia giunto l’amore vero. “ Una chiara infatuazione …?” Possibile, ma che in quel preciso istante mi stava sconvolgendo l’esistenza, in meglio, ovviamente. “ Good? ” mi sussurrò ad un orecchio continuando imperterrito a sollevare il bacino per poi ricadere su di me, sempre con la medesima delicatezza. “ Si …! ” mormorai, confermando l’assenso con il capo. “ Dai tesoro, non essere cosi tenero … Premi con più forza. Fammi soffrire un poco! Non molto, ma almeno quel briciolo che mi aiuterebbe a godere ancora un’altra volta …! ” lo supplicai, consapevole che tanto non avrebbe compreso le mie parole. Lui si fermò un attimo, come se stesse ragionando su ciò che gli avevo detto, poi, liberò la mia vagina dal suo membro e, dopo avermi sollevato il bacino come se fosse stato un fuscello, all’altezza della sua bocca, iniziò a leccarmi le grandi labbra, il clitoride, per poi spingere la sua lingua nel mio interno, alleviando appena la sensazione di vuoto che mi aveva avvinta non appena si era sollevato da me. La pratica che mi stava applicando, mi aveva sconvolta, ma non tanto da impedirmi di appropriarmi del suo palo che pendeva solitario, profumato dal suo sperma ed anche dal mio umore, miscelati alla perfezione. In sintesi, eravamo avvinti nel classico sessantanove, anche se di classico, la posa, non aveva nulla poiché io avevo le ginocchia sulle sue spalle e la bocca all’altezza dei suoi testicoli, duri come i sassi, che io accarezzavo con entrambe le mani dopo avere ingoiato una buona parte della sua verga, questa volta intenzionata ad ingerirne una tale porzione fino a farmi raggiungere le tonsille. Non mi era ancora successo di vedere un uomo godere tre volte nel giro di poco tempo. Due si, e la seconda volta, dopo almeno qualche ora. Kamdy invece raggiunse il terzo orgasmo appena dopo un tempo limitatissimo, di qualche minuto o poco più, riversandomi in gola tutto il suo interminabile flusso seminale, di cui, non ne persi nemmeno una goccia, anche se per farlo, rischiai di soffocare. In questi pii attimi di piacere intenso, che io ho sempre adorato, che mi esaltano come femmina da letto, mi viene da pensare a un’amica la quale mi confidò di non trovare piacere a fare questa pratica orale al suo ragazzo, e anzi, provava addirittura disgusto, quando lui gliela chiedeva. “ Senza farmi vedere, poi, sputo via lo sperma …! ” aveva continuato, con una smorfia nauseata. Celiando le avevo risposto di mandarlo da me quando lui pretendeva che le facesse un tale atto sessuale. Non è mai successo, anche perché ho perduto l’amica, dopo averle fatto quella battuta. Nonostante il terzo orgasmo, Kamdy continuò a leccarmi come se avesse appena iniziato a farlo, ampliando lo spazio sul quale la sua lingua divagava con avidità fino a raggiungere il buchino al centro dei miei glutei, profanandolo con forza, dopo averlo irrorato con molta saliva, aiutandosi con le dita per dilatarlo ulteriormente. “ Ora, mi prenderà dietro …” pensai, intimorita, e, nello stesso momento, pensierosa sul come fare a contenerne una misura non troppo esagerata del suo pene. Quando me l’aveva messo davanti, avevo dimezzato la misura con entrambe le mani chiuse sulla sua verga, ma se mi metteva alla pecorina, non avrei certo potuto fare altrettanto. Non avevo altra via di uscita che pregarlo di non esagerare, poi sperare che la sorte fosse ancora una volta magnanima con me. Come avevo presupposto, il mio Adamo nero, mi rigirò con una facilità strabiliante, mi posò lentamente sulle ginocchia, mi prese per i fianchi, attirandomi verso di lui, con delicatezza, fino a farmi appoggiare alla sua asta, incredibilmente ancora in tiro, che poi inserì nuovamente nella mia vagina, completando lo spazio che dalle labbra arriva all’utero, donando a me, questa volta per prima, la gioia di un godimento stratosferico, un orgasmo così intenso che, se in quel momento avesse esagerato ad inserirsi, non avrei certo disdegnato di subire anche un po’ di dolore. La tragica penetrazione, avvenne subito dopo mentre io, credendo che lui fosse soddisfatto, mi ero lasciata andare pancia sotto e socchiuso gli occhi, tanto per riprendere un po’ di respiro. Dopo avermi accarezzato a lungo la schiena con le mani, si era poi chinato a baciarmi i glutei inserendo la lingua nel loro solco, umettando in modo esagerato il buchino dell’ano, che io avevo sollevato proprio per avvertire meglio la sua lingua. Quando sentii il suo peso su di me e il suo glande allargarmi dietro, con avida bramosia, anche se avessi voluto, non potevo più sottrarmi alla forza che m’inchiodava sul letto, e forse non l’avrei voluto, nonostante che il dolore, di attimo in attimo, si stava intensificando in modo atroce, anche se il sodomita che mi penetrava, continuava a farlo con la delicatezza più incredibile. Dopo un tempo infinito, in cui trattenni di urlare soltanto perché non volevo farmi sentire dai vicini, una sua ultima spinta, seguita da un liquido bollente, mi riempì profondamente, dandomi un parziale sollievo dal dolore. E anche di più quando estrasse il suo attrezzo, pieno di sangue, dal mio sedere, incapace di trattenere il suo liquido, tanto era dilatato. La perdita abbondante di sangue, terrorizzò letteralmente il mio formidabile amante, che non avendo la possibilità di farsi intendere, optò per il prendermi in braccio e portarmi direttamente sotto la doccia, dedicandosi poi a detergermi tutte le parti, gambe comprese, arrossate dal sangue, tranquillizzandosi solo quando l’emorragia ematica si era fermata. Quelle sue attenzioni aumentarono a dismisura l’ottimo concetto che già avevo del moretto, un ragazzone alto quasi un metro e novanta, senza un filo di grasso superfluo, sormontato da un volto dolce e sereno, illuminato da occhi neri come la sua stessa epidermide, ed una dentatura che chiedeva di essere tastata con mani, bocca, lingua ed ogni altra parte del corpo abile ad adattarsi a quella miniera di avorio. Per non parlare poi del suo attrezzo sessuale che, oltre l’esagerata misura, adoperava con una maestria da sogno, da paradiso e inferno nel contempo, e del quale, mi ritenevo super fortunata per averlo preso, baciato e gustato con tutta me stessa. Verso le diciassette del pomeriggio, mentre guardavamo un film in TV, lui, dopo aver guardato l’orologio al mio polso: “ To go garden …? ” che io interpretai come avesse voglia di uscire un poco. “ Okay! ” risposi, completando l’abbigliamento che avevo già indossato con le scarpe coi tacchi più alti che avessi, un dodici a spillo, i quali portavano la mia altezza originale ad un metro e ottantasei, così da non sfigurare con lui. Per tutto il tratto che ci portava al parco, mi ero appesa a lui come fa una fidanzata con il suo amore, particolarmente felice per gli sguardi invidiosi che alcune donne, sole o accompagnate, avevano indirizzato a me, altezzosa per l’occasione anche se non è nel mio dna esserlo, comunemente. Alterigia che cessò d’essere quando giunti al parco, notai una giunonica nera con bambino che mangiavano il gelato, seduti sulla stessa panchina dove avevo incontrato il mio Adamo nero. Dopo avermi baciato sulla fronte con calore, Kamdy, mi aveva girato le spalle e si era diretto verso loro, aveva abbracciato il bambino, baciato lei sulla bocca e si erano avviati verso il centro del giardino dove funzionano alcune giostre.
P.S. Prevedendo commenti diversi, ammetto la drammatica delusione che mi ha colta, anche se ripeterei l’esperienza altre mille volte, nonostante l’esito finale. Miriana.

Questo racconto di è stato letto 3 3 5 1 volte

Segnala abuso in questo racconto erotico

commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.