Erotici Racconti

Il figlio di mio marito (cap.2)

Scritto da , il 2016-10-20, genere tradimenti

Il bacio di Enrico sulla fronte mi destò da un sonno pesante e disturbato. Lo salutai appena, girandomi dall'altra parte, lentamente. Il cervello riprese a lavorare e così gli altri sensi. La bocca, il sapore acre che mi avvolgeva il palato e la lingua, mi riportò a poche ore prima, a quello scempio commesso nel nostro bagno. Mi alzai, avrei voluto che fosse una giornata lavorativa e invece ero in ferie, ma non ne ero contenta. Nel corridoio sentii silenzio, e mentre mi dirigevo verso il bagno ero sicura di essere sola in casa. Una volta uscita dalla porta però mi trovai faccia a faccia con Biagio. Rimasi ferma sulla soglia del bagno. Indossavo la stessa corta vestaglia semi trasparente della notte, le stesse mutande. Biagio aveva avuto invece il pudore di mettersi un paio di boxer, che malcelavano una imponente erezione. Avevo il suo corpo, e il suo cazzo, pronti a esplodere davanti a me. Fissai per qualche secondo la sua figura, soffermandomi irrimediabilmente in mezzo alle sue gambe.
-Adesso ho voglia di scoparti.
Non ci aveva girato molto intorno, il ragazzo.
Lo guardai inebetita. Lui fece un passo per arrivarmi addosso. Sentii la sua bocca sul mio collo e subito una mano ad agguantarmi il culo da dietro, e un'altra che si infilava sotto la vestaglia, cercando un seno.
-Smettila...Biagio...smettila!
Non so come trovai la forza di ribellarmi, mi divincolai dalla sua morsa e gli diedi un ceffone.
-Devi lasciarmi stare!
Lo spinsi di lato e mi avviai quasi correndo verso camera mia. Raccolsi i primi vestiti che trovai e uscii di casa, incurante di Biagio, della casa, di tutto. Con l'automobile percorsi dei chilometri a caso, fermandomi in un autogrill sperduto a bere un caffé. Chiesi anche una sigaretta a un camionista, anche se non fumavo da anni. Quello mi guardò come una in cerca di qualcosa di altro che una sigaretta. Il mio sguardo dovette farlo desistere. Dovevo apparire una furia.
Dentro di me si stavano scontrando delle forze potenti, nessuna delle quali prendeva il sopravvento.
Avrei dovuto chiamare le mie amiche. O tornare prima del previsto a lavoro. Sicuramente dovevo passare meno tempo possibile sola in casa con Biagio. Poi, con il tempo, le cose sarebbero tornate normali. Così credevo...
Tornai a casa solo in tarda mattinata. L'ingresso e il salone erano immersi nella penombra, pensai che il giovane diavolo fosse anche lui uscito. Bene, pensai, avrei potuto recuperare i miei spazi, la mia casa. Proseguii verso la camera da letto, volevo spogliarmi e farmi un bel bagno caldo. Poi, rilassata, avrei deciso cosa fare nel pomeriggio. Magari un po' di shopping con la mia amica Elena, sentire dei pettegolezzi, distrarmi. Ero indecisa se fosse stato intelligente raccontarle di quella storia con Biagio. Elena era una tipa un po' porcella, forse non era la amica adatta con cui confidarmi. Almeno di questa vicenda.
Immersa nei miei pensieri non mi accorsi di essere arrivata quasi davanti alla stanza di Biagio. La porta era socchiusa, e dei gemiti provenivano dall'interno. Mi fermai. Sentivo delle voci.
Erano Biagio e una ragazza. Mi sporsi un poco per spiare all'interno. I due stavano limonando duro e toccandosi ovunque. Erano ancora vestiti, anche se i gesti di Biagio stavano velocemente facendo togliere tessuto alla ragazza.
Rimasi in quella posizione, dalla quale potevo scorgere l'intero letto senza essere vista. Dovevo andarmene, ma qualcosa mi tratteneva. La curiosità? La morbosità? Gelosia?
Certo che quei due avrebbero potuto chiudersi dentro! Forse avrei dovuto fermarli, urlarglielo.
Ma era troppo tardi. Biagio era con la testa tra le gambe della ragazza, stava leccandole la figa, e quella gemeva godendosi la lingua del ragazzo. Erano due bei corpi, freschi, giovani. La ragazza aveva una seconda di seno. Mi soppesai le tette, orgogliosa della mia prorompenza. Ma cosa stavo facendo? Mi stavo paragonando a lei?
I due intanto continuavano le loro effusioni. Adesso Biagio aveva sfoderato il suo cazzone, e la ragazza rimase a fissarlo incantata. Avevamo tutte la stessa reazione. Quell'idolo di carne ci catturava.
-Succhiamelo, dai.
Lei non si fece pregare.
Io mi stavo eccitando, dovevo ammetterlo. Mi doleva sembrare una guardona, ma la verità è che avrei voluto rimanere lì a guardarli ancora.
E così feci, quando i due iniziarono a scopare come bestie, sudando, urlando. Biagio era un amante instancabile, fantasioso, duro, selvaggio. La ragazza godeva e godeva, diceva sconcezze e chiedeva cazzo. Lui la accontentava, le urlava parolacce e quella accettava tutto.
-Sei una puttanella, sei una puttanella, adesso ti scopo sempre.
-Fai quello che vuoi, Biagio, fammi quello che vuoi.
-Ti faccio tornare dal cornutone piena della mia sborra.
Quindi quella ragazza era fidanzata? Doveva essere una fissa, quella di Biagio, per le donne impegnate!
Pochi minuti dopo ebbe anche l'occasione per umiliare quella coppia. Infatti squillò il telefono di lei, e lui le disse di rispondere. Lei non voleva, ma un affondo di cazzo più forte la convinse.
Così mentre lei parlava al telefono con il suo fidanzato, Biagio la fotteva. Lei mascherava i gemiti, ogni tanto si tappava la bocca per non urlare, ogni tanto copriva il microfono del telefono e soffiava fuori il fiato.
Erano crudeli, spietati, ma eccitanti. Mi stavo bagnando. Sotto quel martellamento avrei voluto esserci io. Avevo bisogno di scopare. Forse chiamare la mia amica Elena non sarebbe stata una cattiva idea, lei aveva sempre per le mani qualche bello stallone, con cui puntualmente faceva lunghi weekend di sesso. Forse avrei potuto chiedergliene qualcuno in prestito. O forse mi sarebbe bastato andare in camera a masturbarmi selvaggiamente.
La realtà mi richiamò a se in fretta.
Biagio stava dicendo alla tizia che doveva sborrare.
-Dove la vuoi? Dove vuoi che vengo? La vuoi bere?
-Dove vuoi tu amore.
-Non chiamarmi amore, troia. Chiama quel cornuto del tuo fidanzato amore. Io ti chiavo e basta.
-Quello che vuoi, quello che vuoi tu.
-Ti meriti solo la sborra in faccia.
Mi venne una scintilla di perversione, così decisi di interromperli sul più bello. Corsi verso la porta e suonai il campanello ripetutamente.
Dopo qualche lungo secondo sentii chiedere chi è.
-Sono Paola, ho dimenticato le chiavi.
Mi accolse Biagio, evidentemente contrariato. Era in boxer, e maglietta. Forse si aspettava il postino, sicuramente non me.
-Ah, se tu. Come mai non ti sei portata le chiavi?
-Sono uscita di fretta. Scusami.
-Beh, la prossima volta ricordati.
-Stavi dormendo? Ti ho svegliato?
-No, stavo facendomi i cazzi miei.
Dal corridoio spuntò fuori la ragazza, vestita.
-Buongiorno.
-Ciao, scusate se vi ho disturbato. Stavate studiando? Vi ho interrotto? Volete che vi preparo qualcosa?
-No signora, ero passata solo a prendere delle dispense da Biagio. Stavo andando via.
-Come vuoi cara.
Salutai i due con un sorriso beffardo e mi ritirai in camera. Era una vittoria sciocca, evidentemente, ma mi soddisfaceva. Quello che non mi soddisfaceva erano le mie mutande fradice. Mi distesi sul letto e una volta spogliata mi accinsi a toccarmi. Dovevo dare sfogo al mio corpo.
Rimasi in mutande e reggiseno. Stavo per sdraiarmi, quando sentii bussare alla porta.
-Si?
-Apri, cazzo!
Scostai la porta.
-Cosa vuoi?
-Che ti salta in mente?
-Che intendi dire?
-Sono sicuro che non hai dimenticato le chiavi.
-Non so cosa tu stia dicendo.
-Senti stronza, le chiavi le avevi eccome.
Biagio teneva in mano la mia borsa. L'avevo lasciata in sala. Dentro c'erano le mie chiavi.
-E caso strano eri uscita senza giacca? Eppure non mi sembrava.
Nell'altra mano teneva la giacca.
-Tu ci hai visti, vero?
-Visti? Io?
-Brutta stronza, tu ci hai visto e hai voluto rompermi i coglioni, vero?
-Ti stai sbagliando. E stai sbagliando tono. Ti ho succhiato, questa notte, non ti basta? Mi hai obbligato a succhiarti, ti sei svuotato, cosa vuoi ancora? Non ti basta?
Gli occhi di Biagio percorsero il mio corpo. Mi ero dimenticata di essere in intimo. Il suo sguardo mi fece indurire i capezzoli, che spingevano sul tessuto. Tra le gambe il bagnato aumentò.
-Tu sei solo una grande puttana. Tu hai voglia di essere scopata per bene, non è vero?
Non risposi. Continuavo a guardare alternativamente i suoi occhi e il suo cazzo.
Era una belva assatanata. E io la preda in procinto di essere sbranata. Ecco cosa stava per succedere.
Lui spalancò la porta.
-Non devi dirmi bugie, Paola.
Fece cadere la borsa, e dall'altra mano la giacca. Guardavo i due oggetti sul pavimento. Poi con un gesto naturale e volgare si tolse la maglietta. E infine i boxer. Era nudo. Bello e muscoloso e virile. Il suo cazzo spingeva verso l'alto. Maestoso. La cappella rossa infuocata. Le vene gonfie che pompavano sangue.
-Paola...
Non risposi ancora. Non c'era davvero più nulla da aggiungere.
Gli diedi le spalle, e lentamente mi avviai verso il letto. Sganciai il reggiseno, e sfilai le mutande. Adesso ero anche io nuda. Appoggiai le ginocchia sul letto, mettendomi a pecorina, con la figa e il culo rivolti verso di lui. Era un segno di resa, come quando gli animali accettano la sottomissione dell'animale dominante. Io accettavo la sua vittoria.
Rimasi ferma, il respiro aumentava. Potevo vedere le mie tette pendere e i capezzoli duri puntare verso il basso. Le mie gambe semi aperte, la mia figa umida e pronta. Aspettavo la monta.
Pochi secondi e sentii le sue mani posizionarsi sui miei fianchi. Toccarmi appena il culo e la schiena. Poco, non c'era tempo e voglia per carezze e preliminari. La mano rimase una, perché l'altra la immaginai impegnata a impugnare il cazzo, come un'arma. Sentii la sua presenza alle spalle, e la carne toccare la mia. Entrò lentamente, facendomi sentire ogni millimetro di quella strepitosa minchia. Fu come rinascere, una sensazione incredibile. Sembrava non finirgli mai, il cazzo. Arrivò in fondo al mio utero, sbattendovi. Spinse ancora, tendendo i miei tessuti. Infine sentii appoggiarsi il suo pube contro il culo. Era tutto dentro. Non dicevamo nulla. Io inarcai ancora di più la schiena, come una gatta accondiscendente. Lui allora riprese il movimento al contrario, svuotandomi sempre lentamente, e fu come morire, depredata dalla sua presenza dentro di me. Allungai il braccio per toccargli la coscia, la gamba, il culo. Riuscii a sfiorarlo, come a incitarlo a tornare in fondo. Lo fece, questa volta più violento. E iniziò ad aumentare ritmo, sempre più.
Godevo, dio mio se godevo. E venni urlando quando Biagio mi si mise addosso, alla maniera dei cani, raggiungendo con le sue mani le mie mammelle gonfie. Mi scopò così, come un accoppiamento selvaggio, sentendomi godere e rabbrividire e non facendomi muovere da quella posizione. Non rallentò, dopo il mio orgasmo. Anzi, il suo cazzo parve gonfiarsi ulteriormente e capii che doveva svuotarsi. Quello che non aveva fatto con quella ragazzina lo otteneva con me.
-Devo sborrare...
Sembrava una domanda. Era una piccola concessione alla mia età. Stava chiedendomi dove farlo.
-Fai quello che vuoi.
Non mi importava nulla.
E lui mi venne dentro, nella maniera più feroce e selvaggia, nella maniera più dirompente, segnando il suo possesso sul mio corpo, perché venendomi dentro si liberava e liberava me. Anche io godetti ancora, lui mi morse sulla nuca, proprio come avrebbe fatto un cane, o un orso, con la sua femmina domata. Quello ero.

viktorburchia@gmail.com

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