Corso di autodifesa
scritto il 2026-10-11 tempo di lettura 5 min
di
Casemp
genere
etero
cura
B
Sara chiuse la cassa e si tolse il camice bianco, che teneva sempre sbottonato fino al terzo bottone. Il tessuto si apriva proprio sopra il solco profondo del suo seno generoso, due tette piene e sode che spingevano contro la canottiera bianca sottostante. Le piaceva sentirsi osservata, sapeva che i clienti maschi abbassavano lo sguardo proprio lì, e ogni volta sentiva un piccolo brivido tra le cosce. Era già tardi. La strada fino a casa era buia e deserta per un buon tratto, e quella paura sottile la aveva spinta ad iscriversi al corso di autodifesa femminile. Si strinse il cappotto sopra il seno e uscì. Nella palestra c’erano già le altre. Tra loro c’erano anche due sue amiche ed alcune conoscenti.
Sara si mise in fondo, cercando di non attirare troppo l’attenzione, ma sapeva che lui l’avrebbe notata lo stesso. L’istruttore più alto e muscoloso, aveva sempre uno sguardo diverso quando la guardava. Battute a doppio senso, mani che indugiavano un secondo di troppo durante le dimostrazioni, sorrisi che dicevano “so che ti piace”. Ogni volta Sara arrossiva, ma tra le gambe si bagnava. Non voleva che le altre se ne accorgessero. Quella sera lui scelse proprio lei. «Vieni qui. Tu fai la vittima. Io sono l'aggressore.» Il gruppo formò un cerchio. Lui le si avvicinò da dietro, le braccia forti le cinsero il busto, le mani le premettero sotto il seno. Sara sentì immediatamente il calore del suo corpo e, più in basso, qualcosa di duro e grosso che premeva contro le sue natiche. «Divincolati», ordinò lui all’orecchio, la voce bassa e roca. Lei si dimenò, ma lui la strinse di più. Il cazzo duro le sfregava lentamente tra le chiappe attraverso i leggings. Sara sentì le ginocchia indebolirsi. Non poteva fare a meno di immaginare quel cazzo: grosso, lungo, dritto, la cappella larga e già lucida di liquido trasparente che colava dalla punta .Vergogna e eccitazione le esplosero insieme nel petto. Mentre fingevano la lotta, lei chiuse gli occhi e la fantasia prese il sopravvento.................
La via era buia. Sara camminava veloce verso la macchina, il cuore che batteva. Di colpo una mano le coprì la bocca, un braccio le strinse la vita e la trascinò in un vicolo laterale. Era lui. L’aggressore. «Stasera sei mia», le sussurrò contro l’orecchio, già aprendo la cerniera dei pantaloni. La spinse contro il muro. Con una mano le strappò il cappotto e le abbassò di forza la canottiera, liberando le tette pesanti. Le prese in mano, le strizzò forte, i pollici che premevano sui capezzoli già duri. Poi abbassò la testa e ne succhiò uno con voracità, mordendolo appena. Sara gemette contro la sua mano. L’altro capezzolo lo torturò con le dita, tirandolo e strizzandolo finché lei non si contorse. Lui le abbassò i leggings e le mutandine in un colpo solo. Le dita trovarono la figa già zuppa. «Che troia bagnata…», sussurrò e senza preavviso le conficcò due dita fino in fondo. Sara ansimava. Lui la girò di scatto, le fece piegare la schiena e le mise il cazzo enorme contro la fessura. Era esattamente come lo aveva immaginato: grosso, lungo, la cappella larga e lucida. Con un solo spinta violenta glielo infilò tutto. Sara urlò di piacere. Il cazzo le aprì le pareti in un colpo solo, la riempì fino in fondo, le palle che le sbattevano contro il clitoride. Lui la scopava con forza, le mani che continuavano a strizzarle le tette, i pollici che le torturavano i capezzoli. «Prendilo tutto, puttana», ringhiava, martellandola più forte. Sara veniva già, le gambe che tremavano, il succo che le colava lungo le cosce. Lui la fece girare di nuovo, le spinse le spalle in basso e le mise il cazzo in faccia. «Succhialo. E non dimenticare le palle.» Sara aprì la bocca e lo prese fino in gola. Era brava, sapeva come fare. La lingua che girava intorno alla cappella, labbra che si chiudevano strette mentre saliva e scendeva, una mano che gli massaggiava le palle piene e le strizzava, poi le prese in bocca prima una poi l'altra sentendo il sapore salato della pelle. Lui le teneva i capelli e la scopava la bocca con le stesse spinte violente di prima. Poi la sollevò di peso, le gambe intorno alla vita, e lo infilò di nuovo. Il cazzo le entrò ancora più a fondo. Ogni botta le faceva rimbalzare le tette. Lui le mordeva un capezzolo mentre la scopava, e Sara sentì l’orgasmo arrivare come un’onda troppo grossa. «Vengo… vengo forte…» Il piacere la squarciò. Squirtò. Un getto caldo e abbondante le uscì dalla figa, bagnandogli il ventre, le cosce, il pavimento del vicolo. Continuava a venire a ondate, il corpo che si contraeva intorno al cazzo ancora duro dentro di lei. Lui la fece scendere in ginocchio. Le prese la testa e le scaricò tutto in bocca. Getti spessi e caldi le riempirono la gola. Sara ingoiò tutto, ogni goccia, la lingua che gli leccava la cappella per non lasciarne neanche una. Quando lui si ritirò, lei restò in ginocchio, le labbra lucide, la figa ancora che pulsava e colava il suo stesso squirt......
Tornò alla realtà con un sussulto. Marco l’aveva appena lasciata andare. La lezione era finita. Le altre donne chiacchieravano, nessuno sembrava aver notato quanto lei fosse rossa e tremante. Sara raccolse le cose con le mani che le vibravano. Tra le cosce i leggings erano completamente inzuppati. Sentiva ancora il sapore immaginario del suo sperma in bocca e il ricordo del cazzo che le batteva in gola. Uscì dalla palestra ancora gocciolante, le gambe deboli, il seno che le doleva dolcemente dove lui l’aveva strizzato nella fantasia. Camminò verso casa con il cuore che batteva forte e una voglia assurda che le bruciava tra le cosce. Non vedeva l’ora della prossima lezione.
Sara si mise in fondo, cercando di non attirare troppo l’attenzione, ma sapeva che lui l’avrebbe notata lo stesso. L’istruttore più alto e muscoloso, aveva sempre uno sguardo diverso quando la guardava. Battute a doppio senso, mani che indugiavano un secondo di troppo durante le dimostrazioni, sorrisi che dicevano “so che ti piace”. Ogni volta Sara arrossiva, ma tra le gambe si bagnava. Non voleva che le altre se ne accorgessero. Quella sera lui scelse proprio lei. «Vieni qui. Tu fai la vittima. Io sono l'aggressore.» Il gruppo formò un cerchio. Lui le si avvicinò da dietro, le braccia forti le cinsero il busto, le mani le premettero sotto il seno. Sara sentì immediatamente il calore del suo corpo e, più in basso, qualcosa di duro e grosso che premeva contro le sue natiche. «Divincolati», ordinò lui all’orecchio, la voce bassa e roca. Lei si dimenò, ma lui la strinse di più. Il cazzo duro le sfregava lentamente tra le chiappe attraverso i leggings. Sara sentì le ginocchia indebolirsi. Non poteva fare a meno di immaginare quel cazzo: grosso, lungo, dritto, la cappella larga e già lucida di liquido trasparente che colava dalla punta .Vergogna e eccitazione le esplosero insieme nel petto. Mentre fingevano la lotta, lei chiuse gli occhi e la fantasia prese il sopravvento.................
La via era buia. Sara camminava veloce verso la macchina, il cuore che batteva. Di colpo una mano le coprì la bocca, un braccio le strinse la vita e la trascinò in un vicolo laterale. Era lui. L’aggressore. «Stasera sei mia», le sussurrò contro l’orecchio, già aprendo la cerniera dei pantaloni. La spinse contro il muro. Con una mano le strappò il cappotto e le abbassò di forza la canottiera, liberando le tette pesanti. Le prese in mano, le strizzò forte, i pollici che premevano sui capezzoli già duri. Poi abbassò la testa e ne succhiò uno con voracità, mordendolo appena. Sara gemette contro la sua mano. L’altro capezzolo lo torturò con le dita, tirandolo e strizzandolo finché lei non si contorse. Lui le abbassò i leggings e le mutandine in un colpo solo. Le dita trovarono la figa già zuppa. «Che troia bagnata…», sussurrò e senza preavviso le conficcò due dita fino in fondo. Sara ansimava. Lui la girò di scatto, le fece piegare la schiena e le mise il cazzo enorme contro la fessura. Era esattamente come lo aveva immaginato: grosso, lungo, la cappella larga e lucida. Con un solo spinta violenta glielo infilò tutto. Sara urlò di piacere. Il cazzo le aprì le pareti in un colpo solo, la riempì fino in fondo, le palle che le sbattevano contro il clitoride. Lui la scopava con forza, le mani che continuavano a strizzarle le tette, i pollici che le torturavano i capezzoli. «Prendilo tutto, puttana», ringhiava, martellandola più forte. Sara veniva già, le gambe che tremavano, il succo che le colava lungo le cosce. Lui la fece girare di nuovo, le spinse le spalle in basso e le mise il cazzo in faccia. «Succhialo. E non dimenticare le palle.» Sara aprì la bocca e lo prese fino in gola. Era brava, sapeva come fare. La lingua che girava intorno alla cappella, labbra che si chiudevano strette mentre saliva e scendeva, una mano che gli massaggiava le palle piene e le strizzava, poi le prese in bocca prima una poi l'altra sentendo il sapore salato della pelle. Lui le teneva i capelli e la scopava la bocca con le stesse spinte violente di prima. Poi la sollevò di peso, le gambe intorno alla vita, e lo infilò di nuovo. Il cazzo le entrò ancora più a fondo. Ogni botta le faceva rimbalzare le tette. Lui le mordeva un capezzolo mentre la scopava, e Sara sentì l’orgasmo arrivare come un’onda troppo grossa. «Vengo… vengo forte…» Il piacere la squarciò. Squirtò. Un getto caldo e abbondante le uscì dalla figa, bagnandogli il ventre, le cosce, il pavimento del vicolo. Continuava a venire a ondate, il corpo che si contraeva intorno al cazzo ancora duro dentro di lei. Lui la fece scendere in ginocchio. Le prese la testa e le scaricò tutto in bocca. Getti spessi e caldi le riempirono la gola. Sara ingoiò tutto, ogni goccia, la lingua che gli leccava la cappella per non lasciarne neanche una. Quando lui si ritirò, lei restò in ginocchio, le labbra lucide, la figa ancora che pulsava e colava il suo stesso squirt......
Tornò alla realtà con un sussulto. Marco l’aveva appena lasciata andare. La lezione era finita. Le altre donne chiacchieravano, nessuno sembrava aver notato quanto lei fosse rossa e tremante. Sara raccolse le cose con le mani che le vibravano. Tra le cosce i leggings erano completamente inzuppati. Sentiva ancora il sapore immaginario del suo sperma in bocca e il ricordo del cazzo che le batteva in gola. Uscì dalla palestra ancora gocciolante, le gambe deboli, il seno che le doleva dolcemente dove lui l’aveva strizzato nella fantasia. Camminò verso casa con il cuore che batteva forte e una voglia assurda che le bruciava tra le cosce. Non vedeva l’ora della prossima lezione.
di
Casemp
Casemp
129
visite
visite
0
voti
voti
valutazione
0
0
il tuo voto
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Gelsomino
Commenti dei lettori al racconto erotico