La villa
di
Adam82ne
genere
orge
Quando Iole mi telefonò, pensai che volesse invitarmi a una delle sue solite serate. Con lei, però, «ho trovato una festa che potrebbe piacerti» era una frase che poteva precedere praticamente qualsiasi cosa. Non perché Iole fosse vaga. Perché Iole sapeva sempre, un attimo prima di me, che cosa mi sarebbe piaciuto anche quando io ancora lo chiamavo curiosità.
Aveva quel modo tutto suo di parlare: voce calda, pause studiate, un tono appena divertito che mi faceva sentire in ritardo sulla mia stessa vita. Non amava sorprendere. Le piaceva saperti già sorpresa.
«Dove?» le chiesi, e già mi stavo passando una mano sul collo, quel gesto inutile che faccio quando so che sto per dire di sì.
«In una villa antica. Una di quelle con il cancello enorme, il parco, le statue e probabilmente qualche fantasma di famiglia.»
«E che festa sarebbe?»
Sentii il sorriso. Non lo vidi. Lo sentii, come si sente quando una donna ti conosce troppo.
«Una festa in maschera.»
«Fin qui niente di strano.»
«Aspetta di sentire il dress code.»
Avrei dovuto sedermi. Invece restai in piedi in cucina, il telefono caldo all’orecchio, e ascoltai le regole come si ascoltano le istruzioni di un esame medico: con una parte di me che prende nota e un’altra che si è già spogliata.
Pulizia accurata. Clistere profondo. Test recente. Maschera. Niente vestiti. Naso e bocca scoperti.
Mentre parlava, il mio corpo fece quella cosa che fa sempre prima della testa. Un calore basso, tra l’ombelico e l’osso pubico, non ancora piacere, solo attenzione. Le cosce si strinsero da sole. Io finsi di essere scandalizzata, perché è più facile.
«Iole, tu mi stai invitando a una festa o mi stai reclutando per una setta?»
Rise. Quella risata breve che dice: non fare la bambina, lo sai già.
«Vieni e lo scoprirai.»
«Tu ci sei già stata?»
La pausa. Quella la sentii davvero. Nella pausa c’era il suo corpo, non la sua voce.
«Forse.»
«Quante volte?»
«Vestiti comodi, allora.»
«Non ci saranno vestiti.»
«Appunto.»
Riagganciò.
Posai il telefono sul comodino. La stanza era la mia: lampada bassa, finestra socchiusa, una macchina lontana. Avrei potuto dirle di no. Avevo motivi ovvi, adulti, sensati. Li elenai mentre mi toglievo la maglietta. Poi entrai sotto il lenzuolo con la pelle ancora profumata di quotidiano e capii, con quella lucidità fastidiosa che arriva solo a letto, che il no era già scaduto.
Spensi la luce. Il cotone fresco sulle cosce nude. Chiusi gli occhi con il suo «appunto» ancora attaccato alla lingua, e il sonno arrivò storto, denso, come una porta che qualcuno chiude alle tue spalle mentre tu fai finta di non averlo invitato.
La villa comparve dietro i cipressi poco dopo le undici. Troppo bella. Troppo grande. Quel tipo di bellezza che ti fa sentire piccola anche quando sei truccata, anche quando sei sicura. Io non ero né l’una né l’altra. Avevo solo la maschera sul sedile e, in borsa, un foglio che diceva che il mio corpo era pulito abbastanza per essere usato.
Parcheggiai. Spensi il motore. Restai ferma con le mani sul volante, sentendo il pulsare tra le gambe come si sente un appuntamento dal ginecologo: non è eccitazione, non è paura, è il corpo che sa di stare per essere guardato.
«Bene», dissi. «Siamo al punto in cui il certificato medico conta più del rossetto.»
All’ingresso due maschere, educate, burocratiche. Il mio nome. Il foglio. Poi il gettone. Trenta. Non perché fossimo trenta. Perché quello era il numero stampato sull’invito, e in villa c’erano solo i presenti: ventotto donne, trentaquattro uomini. Qualcuna non era venuta. Qualcuna, come me, aveva un numero che non tornava col conto e gli stava bene così.
«Iole è già arrivata?»
Uno sorrise.
«La sua amica sa già dove andare.»
Nello stanzino mi spogliai da sola, e quella è la parte che nessuna regola ti spiega. Non il nudo davanti agli altri. Il nudo davanti allo specchio, quando ancora puoi tornare indietro e non lo fai. Mi guardai come mi guardo prima di un amante nuovo: il seno, il triangolo, il profilo del ventre, se le gambe sono in ordine, se il corpo merita quello che sto per chiedergli. Poi indossai la maschera e — questo lo pensai davvero — mi sentii più onesta. Il viso è faticoso. Il viso deve sorridere, spiegare, piacere. Senza viso restava solo la pelle, e la pelle non mente.
La sala mi colse impreparata proprio perché non era volgare. Donne e uomini nudi che parlavano di niente, con un bicchiere in mano, come se il sesso fosse un mobile antico: presente, costoso, non ancora usato. Nessuno mi squadrò in quel modo che ti fa rientrare la pancia. E fu peggio. Se ti guardano, puoi odiare. Se non ti guardano, sei tu che cominci a guardarti.
Riconobbi Iole dal modo in cui stava. Le donne come lei occupano lo spazio prima di occupare una stanza. Maschera scura, bicchiere, una calma che a me è sempre sembrata una forma di crudeltà gentile. Quando mi vide, non venne. Sorrise soltanto. Quel sorriso diceva: eccoti, alla fine.
«Tu lo sapevi.»
«Naturalmente.»
«Se ti avessi detto tutto, saresti venuta?»
Non risposi. Perché la risposta vera era: forse no. E la risposta del corpo, già umida nel cammino dallo stanzino, era: sì.
«Appunto», disse. «Tu sei ancora vestita nella tua testa.»
Durante la cena capii che il desiderio, da donna, a volte non è una fiamma. È una pozza. Ti si raccoglie sotto, lenta, mentre mangi, mentre ascolti, mentre una mano sotto il tavolo ti sfiora la coscia e tu non togli la gamba. Non perché sia un invito. Perché toglierla sarebbe ammettere che l’hai sentita.
L’uomo d’argento batté il cucchiaio.
Regole. Cinque donne. Venticinque uomini. Cinque a testa. Bocca, fica, culo. Chi chiude le gambe viene riaperta.
Sentii il sangue ritirarsi dalle mani e andare altrove. È una cosa precisa. Le dita fredde, il sesso caldo. Guardai Iole. Lei beveva. Non mi salvò con gli occhi. Non era quello il suo ruolo.
Diciassette. Quattro. Ventidue. Otto.
Trenta.
Il mio numero mi arrivò nello stomaco prima che nelle orecchie. Mi alzai e, camminando verso il camino, ebbi la consapevolezza netta — da donna, da corpo che ha un dentro — che da quel passo in poi non sarei più stata io a decidere quando aprire le gambe. La cosa terribile fu che una parte di me, bassa, silenziosa, ne fu sollevata.
I miei cinque.
Uno alto, pesante, odore di sapone e pelle d’uomo. Uno grosso, corto, già lucido, il tipo di cazzo che vedi e già calcoli se ci stai. Uno lungo, sottile. Uno tozzo. Uno più giovane, dritto, che mi fece venire una tenerezza sbagliata, subito soffocata.
«In ginocchio. Bocca aperta.»
Le ginocchia sul tappeto furono il primo tradimento. Il pelo mi graffiò la pelle fine, quella che di solito copro. Aprii la bocca perché me lo chiesero, e anche perché da qualche parte sapevo già il sapore. Il primo mi prese i capelli — non con rabbia, con diritto — e mi riempì la gola. La glande calda, salata, la vena sotto la lingua, poi la fine del respiro. Lacrime immediate, non di pianto: di riflesso. Il naso libero contro il suo ventre. Quell’odore di uomo vicino, che da donna riconosci anche al buio.
Dietro, il secondo mi aprì. Le sue mani sulle natiche furono vaste, impersonali. Lo sputo freddo sulla fessura mi fece contrarre. Poi il capo grosso e la spinta. Non ero pronta quanto il sogno voleva. Il corpo femminile ha i suoi tempi: si bagna, sì, ma l’apertura vera è un’altra cosa. Lui non aspettò. Mi sentii slargare in un colpo, un bruciore netto, le labbra stirate, il clitoride schiacciato sul tappeto a ogni slancio, quel piccolo punto che di solito pretendo venga trattato con pazienza e che adesso veniva ignorato e proprio per questo, perversamente, pulsavano.
Pensai — ed è una cosa che pensano le donne, anche lì — se fossi stretta. Se gli piacevo. Se il mio culo, visto da sopra, reggeva. Poi il pensiero si ruppe, perché il terzo mi mise in mano il cazzo lungo e il quarto mi prese un seno come si prende un frutto, il capezzolo tra le dita fino al dolore, e il dolore andò dritto in basso, dove già c’era l’altro.
Quando mi misero sul quarto, da sotto, capii la differenza. Quello tozzo mi apriva in larghezza. Mi arrivò dove a volte, da sola, arrivo solo con le dita piegate. Chiusi gli occhi. Il terzo mi prese il culo. Lo sentii chiedere permesso al muscolo, non a me. Uno sputo, un dito, due, il capo. L’anello cedette con quella sensazione inconfondibile, da donna: non è solo pieno. È sbagliato e giusto insieme, è un posto che il corpo riconosce come non destinato e proprio per questo manda segnali ovunque, anche in gola, anche nei capezzoli.
Due dentro. Li sentivo l’uno contro l’altro attraverso di me, una parete sottile che era la mia. Respiravo a pezzi. Una parte di me — quella che in bagno si guarda nello specchio e giudica — voleva coprirsi. L’altra teneva i buchi aperti.
Il primo sborrò in gola. Amaro, troppo, mi tornò su per il naso. La vergogna arrivò dopo il sapore, non prima. Il quarto si scaricò in fica e lo sentii colare, caldo, quella umidità che non è mia e che il mio corpo comunque accoglie, la trattiene un attimo, poi la lascia andare lungo la coscia come una sconfitta lenta. Il terzo finì nel culo e restò piantato, e in quel restare c’era più possesso che nel venire.
Mi usarono in piedi, un ginocchio alzato, il grosso che sguazzava in quello che gli altri avevano lasciato. Il suono mi fece arrossire sotto la maschera. È un suono da donna bagnata, inconfondibile, e io lo riconoscevo come mio anche quando era pieno di loro. Il giovane mi prese la gola. Lacrime. Naso. Il pensiero breve, ridicolo: smalto, se ce l’avessi avuto, adesso sarebbe stato rovinato. Poi niente. Solo profondità.
Quando il grosso si sfilò restai aperta. Lo sentii. Quella frazione in cui il corpo non richiude e tu sai, da dentro, di essere stata slargata. Un filo caldo sul polpaccio. Mi inginocchiarono. Mi passarono i cazzi sulla faccia. Pulii. Il quarto mi lasciò la sborra sulla lingua e mi fecero tenere la bocca aperta. La tenni. È strano ciò che una donna tiene, quando decide di tenere.
Il giovane mi stese, ginocchia al petto — la posizione in cui ti senti più esposta, più ragazza, più vista nel punto che di solito mostri solo a qualcuno che ti bacia prima. Lui guardava entrare. Anch’io, nella testa, guardavo entrare. Sborrò dentro e restò sul mio ventre, e per un attimo il suo cuore contro di me fu la cosa più intima di tutta la sera. Poi passò.
Non chiuse l’argento.
La seconda pallina. Solo noi cinque. La candela.
Trenta.
Di nuovo.
Qualcosa in me non si sorprese. C’è una parte femminile che, quando il destino si ripete, non dice «ingiusto». Dice «allora è questo». Le altre si scostarono. La mora restò. Iole restò. Io sentii le ginocchia andare a posto da sole, come un corpo che ha imparato una stanza.
I nove arrivarono. Non avevano aspettato da uomini educati. Avevano aspettato da uomini a cui era stato detto di no, e il no gli si era fatta dura in mano.
Mi ripresero i capelli. Gola. Fica da dietro, senza cercare il mio piacere, e il mio piacere — traditore — arrivò lo stesso, perché a volte arriva dal non essere cercato, dal clitoride che si prende quello che può contro il tappeto, contro un pube, contro l’aria. Ponte: uno sotto, uno nel culo, e quella stiratura interna che fa venire l’acqua agli occhi per un motivo che non è sentimento. È anatomia. È troppa cosa in uno spazio fatto per meno. Una mano mi tenne i polsi. Il seno mi pendeva, e pensai al seno che pende, e lo odiai, e lo sentii comunque desiderato, e le due cose stettero insieme senza risolversi.
Uno mi sborrò in faccia. L’occhio chiuso. Il sale sulla crepa della bocca. Qualcuno me la raccolse e me la rimise sulle labbra e io la presi, non da puttana di mestiere, da donna che in quel minuto non voleva più scegliere il sapore.
Mi voltarono verso la candela. Volevano che la vedessi. La vedevo. Alta. Troppo alta. Il grosso mi scopò tenendomi la testa e io venii così, a quattro zampe, un orgasmo brutto, rotto, che mi contrasse sul cazzo e mi fece uscire un suono che non avrei riconosciuto in una registrazione. Venire senza essere amata è una cosa precisa. Ti lascia vuota e piena nello stesso punto.
Lingua sulla fica sporca. Il contrasto mi fece chiudere le cosce intorno a una testa, gesto da letto vero, gesto da innamorata, ridicolo lì. Me le riaprirono. Un altro mi prese a colpi corti e venii di nuovo, in gola piena, l’orgasmo che si strozzava. Da donna lo so dire così: il piacere mi salì e non trovò la bocca, allora si scaricò tutta nel basso, a ondate, mentre gli occhi piangevano per aria.
I miei cinque tornarono come un diritto. I nove ruotavano. Qualcuno mi tenne il viso verso Iole mentre mi fottevano. Iole non stava guardando il sesso. Stava guardando me che lo prendevo. È diverso. È peggio. È più intimo. In quello sguardo c’era la prova che lei aveva ragione sul mio corpo prima che io lo ammettessi.
La candela morì su un uomo ancora dentro di me.
«Basta.»
L’aria fredda sui buchi aperti fu quasi un affronto. Il corpo femminile, dopo, è onesto: cola, pulsa, brucia, si richiude piano, non di colpo. Camminare significava sentire. Ogni passo una perdita calda. Nello specchio dello stanzino non cercai il viso. Cercai se ero ancora bella. È patetico. È vero. Volevo sapere se quello che avevo dato mi aveva tolta qualcosa in faccia. La maschera c’era ancora. Sotto, la bocca gonfia. Il collo. Il petto lucido. L’interno cosce. Le ginocchia vive. Sembravo una donna che è stata finita. Sembravo anche — e questo non volli pensarlo troppo — una donna che ha avuto quello che chiedeva senza dirlo.
Il gettone trenta restò nell’armadietto.
Mi svegliai di scatto.
La mia stanza. Il mio cuscino. Il lenzuolo attorcigliato tra le ginocchia come dopo un rapporto che non c’è stato. La mano andò là dove va sempre, al buio, quando il corpo parla prima della morale.
Ero inzuppata. Calda. Viscosa. Per un attimo pensai di essermi orinata addosso, perché da ragazza è quella la prima paura, il primo imbarazzo, il letto. Poi sentii l’odore. Era mio. Era di eccitazione, di quella acqua che esce quando il sogno lavora in profondità e l’utero, le pareti, tutto quanto crede che sia vero. Il cotone era una chiazza. Le dita uscirono lucide, filanti. Il clitoride gonfio, troppo sensibile al tocco. Più in basso, premendo, c’era quella memoria slargata che i sogni non dovrebbero lasciare e invece lasciano, come un crampo dolce, come dopo un amante che c’è stato.
Restai così, due dita dentro la mia verità, e piansi un poco senza lacrime, solo respiro. Non per vergogna. Per riconoscimento. Il sogno non mi aveva violentata la testa. Mi aveva mostrato il punto in cui, se togli il nome e i vestiti e la donna che risponde «sono stanca» e «non stasera», resta una che apre la bocca quando glielo dicono e ci trova, in fondo, un sollievo orribile.
Presi il telefono. Nessun messaggio. Solo l’ora della chiamata e il vuoto dopo il suo appunto.
Il sogno le aveva portato consiglio. Non un consiglio da amica. Un consiglio da corpo. Quello che le mie dita stavano ancora ascoltando, abbastanza bagnato da far sembrare il letto un incidente.
Ci sarei andata.
Non perché fossi coraggiosa. Perché, da donna, a volte capisci di essere già andata. Resta solo da coincidere con quello che hai già fatto dormendo.
Aprii la chat. Non chiesi se esistessero davvero il tamburo e la candela. Non chiesi se Iole, le altre volte, fosse tra le cinque o tra chi guarda. Non chiesi se avrei pianto sul serio.
Scrissi: «Va bene. Dimmi dove.»
Poi restai ferma, la mano ancora umida, e aspettai la risposta come si aspetta un verdetto che hai già firmato tu.
Aveva quel modo tutto suo di parlare: voce calda, pause studiate, un tono appena divertito che mi faceva sentire in ritardo sulla mia stessa vita. Non amava sorprendere. Le piaceva saperti già sorpresa.
«Dove?» le chiesi, e già mi stavo passando una mano sul collo, quel gesto inutile che faccio quando so che sto per dire di sì.
«In una villa antica. Una di quelle con il cancello enorme, il parco, le statue e probabilmente qualche fantasma di famiglia.»
«E che festa sarebbe?»
Sentii il sorriso. Non lo vidi. Lo sentii, come si sente quando una donna ti conosce troppo.
«Una festa in maschera.»
«Fin qui niente di strano.»
«Aspetta di sentire il dress code.»
Avrei dovuto sedermi. Invece restai in piedi in cucina, il telefono caldo all’orecchio, e ascoltai le regole come si ascoltano le istruzioni di un esame medico: con una parte di me che prende nota e un’altra che si è già spogliata.
Pulizia accurata. Clistere profondo. Test recente. Maschera. Niente vestiti. Naso e bocca scoperti.
Mentre parlava, il mio corpo fece quella cosa che fa sempre prima della testa. Un calore basso, tra l’ombelico e l’osso pubico, non ancora piacere, solo attenzione. Le cosce si strinsero da sole. Io finsi di essere scandalizzata, perché è più facile.
«Iole, tu mi stai invitando a una festa o mi stai reclutando per una setta?»
Rise. Quella risata breve che dice: non fare la bambina, lo sai già.
«Vieni e lo scoprirai.»
«Tu ci sei già stata?»
La pausa. Quella la sentii davvero. Nella pausa c’era il suo corpo, non la sua voce.
«Forse.»
«Quante volte?»
«Vestiti comodi, allora.»
«Non ci saranno vestiti.»
«Appunto.»
Riagganciò.
Posai il telefono sul comodino. La stanza era la mia: lampada bassa, finestra socchiusa, una macchina lontana. Avrei potuto dirle di no. Avevo motivi ovvi, adulti, sensati. Li elenai mentre mi toglievo la maglietta. Poi entrai sotto il lenzuolo con la pelle ancora profumata di quotidiano e capii, con quella lucidità fastidiosa che arriva solo a letto, che il no era già scaduto.
Spensi la luce. Il cotone fresco sulle cosce nude. Chiusi gli occhi con il suo «appunto» ancora attaccato alla lingua, e il sonno arrivò storto, denso, come una porta che qualcuno chiude alle tue spalle mentre tu fai finta di non averlo invitato.
La villa comparve dietro i cipressi poco dopo le undici. Troppo bella. Troppo grande. Quel tipo di bellezza che ti fa sentire piccola anche quando sei truccata, anche quando sei sicura. Io non ero né l’una né l’altra. Avevo solo la maschera sul sedile e, in borsa, un foglio che diceva che il mio corpo era pulito abbastanza per essere usato.
Parcheggiai. Spensi il motore. Restai ferma con le mani sul volante, sentendo il pulsare tra le gambe come si sente un appuntamento dal ginecologo: non è eccitazione, non è paura, è il corpo che sa di stare per essere guardato.
«Bene», dissi. «Siamo al punto in cui il certificato medico conta più del rossetto.»
All’ingresso due maschere, educate, burocratiche. Il mio nome. Il foglio. Poi il gettone. Trenta. Non perché fossimo trenta. Perché quello era il numero stampato sull’invito, e in villa c’erano solo i presenti: ventotto donne, trentaquattro uomini. Qualcuna non era venuta. Qualcuna, come me, aveva un numero che non tornava col conto e gli stava bene così.
«Iole è già arrivata?»
Uno sorrise.
«La sua amica sa già dove andare.»
Nello stanzino mi spogliai da sola, e quella è la parte che nessuna regola ti spiega. Non il nudo davanti agli altri. Il nudo davanti allo specchio, quando ancora puoi tornare indietro e non lo fai. Mi guardai come mi guardo prima di un amante nuovo: il seno, il triangolo, il profilo del ventre, se le gambe sono in ordine, se il corpo merita quello che sto per chiedergli. Poi indossai la maschera e — questo lo pensai davvero — mi sentii più onesta. Il viso è faticoso. Il viso deve sorridere, spiegare, piacere. Senza viso restava solo la pelle, e la pelle non mente.
La sala mi colse impreparata proprio perché non era volgare. Donne e uomini nudi che parlavano di niente, con un bicchiere in mano, come se il sesso fosse un mobile antico: presente, costoso, non ancora usato. Nessuno mi squadrò in quel modo che ti fa rientrare la pancia. E fu peggio. Se ti guardano, puoi odiare. Se non ti guardano, sei tu che cominci a guardarti.
Riconobbi Iole dal modo in cui stava. Le donne come lei occupano lo spazio prima di occupare una stanza. Maschera scura, bicchiere, una calma che a me è sempre sembrata una forma di crudeltà gentile. Quando mi vide, non venne. Sorrise soltanto. Quel sorriso diceva: eccoti, alla fine.
«Tu lo sapevi.»
«Naturalmente.»
«Se ti avessi detto tutto, saresti venuta?»
Non risposi. Perché la risposta vera era: forse no. E la risposta del corpo, già umida nel cammino dallo stanzino, era: sì.
«Appunto», disse. «Tu sei ancora vestita nella tua testa.»
Durante la cena capii che il desiderio, da donna, a volte non è una fiamma. È una pozza. Ti si raccoglie sotto, lenta, mentre mangi, mentre ascolti, mentre una mano sotto il tavolo ti sfiora la coscia e tu non togli la gamba. Non perché sia un invito. Perché toglierla sarebbe ammettere che l’hai sentita.
L’uomo d’argento batté il cucchiaio.
Regole. Cinque donne. Venticinque uomini. Cinque a testa. Bocca, fica, culo. Chi chiude le gambe viene riaperta.
Sentii il sangue ritirarsi dalle mani e andare altrove. È una cosa precisa. Le dita fredde, il sesso caldo. Guardai Iole. Lei beveva. Non mi salvò con gli occhi. Non era quello il suo ruolo.
Diciassette. Quattro. Ventidue. Otto.
Trenta.
Il mio numero mi arrivò nello stomaco prima che nelle orecchie. Mi alzai e, camminando verso il camino, ebbi la consapevolezza netta — da donna, da corpo che ha un dentro — che da quel passo in poi non sarei più stata io a decidere quando aprire le gambe. La cosa terribile fu che una parte di me, bassa, silenziosa, ne fu sollevata.
I miei cinque.
Uno alto, pesante, odore di sapone e pelle d’uomo. Uno grosso, corto, già lucido, il tipo di cazzo che vedi e già calcoli se ci stai. Uno lungo, sottile. Uno tozzo. Uno più giovane, dritto, che mi fece venire una tenerezza sbagliata, subito soffocata.
«In ginocchio. Bocca aperta.»
Le ginocchia sul tappeto furono il primo tradimento. Il pelo mi graffiò la pelle fine, quella che di solito copro. Aprii la bocca perché me lo chiesero, e anche perché da qualche parte sapevo già il sapore. Il primo mi prese i capelli — non con rabbia, con diritto — e mi riempì la gola. La glande calda, salata, la vena sotto la lingua, poi la fine del respiro. Lacrime immediate, non di pianto: di riflesso. Il naso libero contro il suo ventre. Quell’odore di uomo vicino, che da donna riconosci anche al buio.
Dietro, il secondo mi aprì. Le sue mani sulle natiche furono vaste, impersonali. Lo sputo freddo sulla fessura mi fece contrarre. Poi il capo grosso e la spinta. Non ero pronta quanto il sogno voleva. Il corpo femminile ha i suoi tempi: si bagna, sì, ma l’apertura vera è un’altra cosa. Lui non aspettò. Mi sentii slargare in un colpo, un bruciore netto, le labbra stirate, il clitoride schiacciato sul tappeto a ogni slancio, quel piccolo punto che di solito pretendo venga trattato con pazienza e che adesso veniva ignorato e proprio per questo, perversamente, pulsavano.
Pensai — ed è una cosa che pensano le donne, anche lì — se fossi stretta. Se gli piacevo. Se il mio culo, visto da sopra, reggeva. Poi il pensiero si ruppe, perché il terzo mi mise in mano il cazzo lungo e il quarto mi prese un seno come si prende un frutto, il capezzolo tra le dita fino al dolore, e il dolore andò dritto in basso, dove già c’era l’altro.
Quando mi misero sul quarto, da sotto, capii la differenza. Quello tozzo mi apriva in larghezza. Mi arrivò dove a volte, da sola, arrivo solo con le dita piegate. Chiusi gli occhi. Il terzo mi prese il culo. Lo sentii chiedere permesso al muscolo, non a me. Uno sputo, un dito, due, il capo. L’anello cedette con quella sensazione inconfondibile, da donna: non è solo pieno. È sbagliato e giusto insieme, è un posto che il corpo riconosce come non destinato e proprio per questo manda segnali ovunque, anche in gola, anche nei capezzoli.
Due dentro. Li sentivo l’uno contro l’altro attraverso di me, una parete sottile che era la mia. Respiravo a pezzi. Una parte di me — quella che in bagno si guarda nello specchio e giudica — voleva coprirsi. L’altra teneva i buchi aperti.
Il primo sborrò in gola. Amaro, troppo, mi tornò su per il naso. La vergogna arrivò dopo il sapore, non prima. Il quarto si scaricò in fica e lo sentii colare, caldo, quella umidità che non è mia e che il mio corpo comunque accoglie, la trattiene un attimo, poi la lascia andare lungo la coscia come una sconfitta lenta. Il terzo finì nel culo e restò piantato, e in quel restare c’era più possesso che nel venire.
Mi usarono in piedi, un ginocchio alzato, il grosso che sguazzava in quello che gli altri avevano lasciato. Il suono mi fece arrossire sotto la maschera. È un suono da donna bagnata, inconfondibile, e io lo riconoscevo come mio anche quando era pieno di loro. Il giovane mi prese la gola. Lacrime. Naso. Il pensiero breve, ridicolo: smalto, se ce l’avessi avuto, adesso sarebbe stato rovinato. Poi niente. Solo profondità.
Quando il grosso si sfilò restai aperta. Lo sentii. Quella frazione in cui il corpo non richiude e tu sai, da dentro, di essere stata slargata. Un filo caldo sul polpaccio. Mi inginocchiarono. Mi passarono i cazzi sulla faccia. Pulii. Il quarto mi lasciò la sborra sulla lingua e mi fecero tenere la bocca aperta. La tenni. È strano ciò che una donna tiene, quando decide di tenere.
Il giovane mi stese, ginocchia al petto — la posizione in cui ti senti più esposta, più ragazza, più vista nel punto che di solito mostri solo a qualcuno che ti bacia prima. Lui guardava entrare. Anch’io, nella testa, guardavo entrare. Sborrò dentro e restò sul mio ventre, e per un attimo il suo cuore contro di me fu la cosa più intima di tutta la sera. Poi passò.
Non chiuse l’argento.
La seconda pallina. Solo noi cinque. La candela.
Trenta.
Di nuovo.
Qualcosa in me non si sorprese. C’è una parte femminile che, quando il destino si ripete, non dice «ingiusto». Dice «allora è questo». Le altre si scostarono. La mora restò. Iole restò. Io sentii le ginocchia andare a posto da sole, come un corpo che ha imparato una stanza.
I nove arrivarono. Non avevano aspettato da uomini educati. Avevano aspettato da uomini a cui era stato detto di no, e il no gli si era fatta dura in mano.
Mi ripresero i capelli. Gola. Fica da dietro, senza cercare il mio piacere, e il mio piacere — traditore — arrivò lo stesso, perché a volte arriva dal non essere cercato, dal clitoride che si prende quello che può contro il tappeto, contro un pube, contro l’aria. Ponte: uno sotto, uno nel culo, e quella stiratura interna che fa venire l’acqua agli occhi per un motivo che non è sentimento. È anatomia. È troppa cosa in uno spazio fatto per meno. Una mano mi tenne i polsi. Il seno mi pendeva, e pensai al seno che pende, e lo odiai, e lo sentii comunque desiderato, e le due cose stettero insieme senza risolversi.
Uno mi sborrò in faccia. L’occhio chiuso. Il sale sulla crepa della bocca. Qualcuno me la raccolse e me la rimise sulle labbra e io la presi, non da puttana di mestiere, da donna che in quel minuto non voleva più scegliere il sapore.
Mi voltarono verso la candela. Volevano che la vedessi. La vedevo. Alta. Troppo alta. Il grosso mi scopò tenendomi la testa e io venii così, a quattro zampe, un orgasmo brutto, rotto, che mi contrasse sul cazzo e mi fece uscire un suono che non avrei riconosciuto in una registrazione. Venire senza essere amata è una cosa precisa. Ti lascia vuota e piena nello stesso punto.
Lingua sulla fica sporca. Il contrasto mi fece chiudere le cosce intorno a una testa, gesto da letto vero, gesto da innamorata, ridicolo lì. Me le riaprirono. Un altro mi prese a colpi corti e venii di nuovo, in gola piena, l’orgasmo che si strozzava. Da donna lo so dire così: il piacere mi salì e non trovò la bocca, allora si scaricò tutta nel basso, a ondate, mentre gli occhi piangevano per aria.
I miei cinque tornarono come un diritto. I nove ruotavano. Qualcuno mi tenne il viso verso Iole mentre mi fottevano. Iole non stava guardando il sesso. Stava guardando me che lo prendevo. È diverso. È peggio. È più intimo. In quello sguardo c’era la prova che lei aveva ragione sul mio corpo prima che io lo ammettessi.
La candela morì su un uomo ancora dentro di me.
«Basta.»
L’aria fredda sui buchi aperti fu quasi un affronto. Il corpo femminile, dopo, è onesto: cola, pulsa, brucia, si richiude piano, non di colpo. Camminare significava sentire. Ogni passo una perdita calda. Nello specchio dello stanzino non cercai il viso. Cercai se ero ancora bella. È patetico. È vero. Volevo sapere se quello che avevo dato mi aveva tolta qualcosa in faccia. La maschera c’era ancora. Sotto, la bocca gonfia. Il collo. Il petto lucido. L’interno cosce. Le ginocchia vive. Sembravo una donna che è stata finita. Sembravo anche — e questo non volli pensarlo troppo — una donna che ha avuto quello che chiedeva senza dirlo.
Il gettone trenta restò nell’armadietto.
Mi svegliai di scatto.
La mia stanza. Il mio cuscino. Il lenzuolo attorcigliato tra le ginocchia come dopo un rapporto che non c’è stato. La mano andò là dove va sempre, al buio, quando il corpo parla prima della morale.
Ero inzuppata. Calda. Viscosa. Per un attimo pensai di essermi orinata addosso, perché da ragazza è quella la prima paura, il primo imbarazzo, il letto. Poi sentii l’odore. Era mio. Era di eccitazione, di quella acqua che esce quando il sogno lavora in profondità e l’utero, le pareti, tutto quanto crede che sia vero. Il cotone era una chiazza. Le dita uscirono lucide, filanti. Il clitoride gonfio, troppo sensibile al tocco. Più in basso, premendo, c’era quella memoria slargata che i sogni non dovrebbero lasciare e invece lasciano, come un crampo dolce, come dopo un amante che c’è stato.
Restai così, due dita dentro la mia verità, e piansi un poco senza lacrime, solo respiro. Non per vergogna. Per riconoscimento. Il sogno non mi aveva violentata la testa. Mi aveva mostrato il punto in cui, se togli il nome e i vestiti e la donna che risponde «sono stanca» e «non stasera», resta una che apre la bocca quando glielo dicono e ci trova, in fondo, un sollievo orribile.
Presi il telefono. Nessun messaggio. Solo l’ora della chiamata e il vuoto dopo il suo appunto.
Il sogno le aveva portato consiglio. Non un consiglio da amica. Un consiglio da corpo. Quello che le mie dita stavano ancora ascoltando, abbastanza bagnato da far sembrare il letto un incidente.
Ci sarei andata.
Non perché fossi coraggiosa. Perché, da donna, a volte capisci di essere già andata. Resta solo da coincidere con quello che hai già fatto dormendo.
Aprii la chat. Non chiesi se esistessero davvero il tamburo e la candela. Non chiesi se Iole, le altre volte, fosse tra le cinque o tra chi guarda. Non chiesi se avrei pianto sul serio.
Scrissi: «Va bene. Dimmi dove.»
Poi restai ferma, la mano ancora umida, e aspettai la risposta come si aspetta un verdetto che hai già firmato tu.
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