Lascialo guardare

di
genere
trio

Il consiglio di facoltà si era protratto per oltre due ore, e l'aria nella sala riunioni, satura di caffè ormai freddo e carta stantia, era diventata irrespirabile. La professoressa Elena Vitali, ordinaria di Letteratura Comparata, era l'epitome della compostezza accademica. I suoi capelli castani, appena striati di biondo miele, erano raccolti in uno chignon così perfetto e severo da sembrare scolpito, a eccezione di qualche ciocca ribelle che le sfiorava l'incavo del collo, dove la pelle traspariva chiara e delicata sotto il filo di perle che portava sempre. I suoi occhi, di un verde intenso come il muschio dei boschi appenninici, tradivano un'intelligenza tagliente dietro le lenti rettangolari dalle montature dorate. Ogni suo gesto era misurato, la sua postura eretta come se avesse una colonna di ferro nella schiena, il tailleur grigio perla di seta che aderiva perfettamente alle sue curve con un rigore quasi severo. Il suo profumo, un gelsomino bianco e ambra, fluttuava nell'aria ogni volta che girava pagina.
Aveva tenuto testa al collega De Luca per tutta la durata della discussione sul nuovo piano di studi. Le sue argomentazioni erano state precise, ineccepibili, la sua voce ferma e melodiosa, le sue mani dai gesti eleganti. Nessuno l'aveva mai vista vacillare. Era la colonna dell'ateneo, integerrima, rispettata, temuta.
Suo marito, Andrea, era seduto tre posti più in là, e nessuno, guardandolo, avrebbe mai immaginato ciò che le sue mani facevano sotto il tavolo mentre lei parlava. Andrea era il rovescio della medaglia di Elena: dove lei era ordine e disciplina, lui era un'energia vitale, quasi animale. I suoi occhi scuri come due olive nere, la barba di qualche giorno che gli scuriva la mascella squadrata, le mani forti da scultore che ora celavano un segreto sul suo telefono. Con il cellulare nascosto tra le cosce, aveva aumentato l'intensità del piccolo vibratore a forma di uovo che lei indossava nascosto sotto il tailleur grigio perla. Il ronzio impercettibile le era penetrato nella carne più intima, un pulsare elettrico e caldo che minacciava di scioglierla dall'interno. Lei non aveva battuto ciglio. Aveva solo stretto leggermente le cosce, la voce rimasta ferma, mentre il piacere le pulsava segreto tra le gambe, inzuppando la seta della sua biancheria intima.
Ora la pausa era arrivata. I colleghi si erano alzati, chiacchierando, dirigendosi verso il buffet o i bagni. Elena aveva raccolto i suoi appunti con mani ferme, ignorando la macchia d'umido che sentiva crescere sulla sua biancheria, un umore caldo e segreto che le umettava la pelle. Andrea le si era avvicinato, posandole una mano sulla schiena con la naturalezza di un marito premuroso, ma il suo tocco sulla stoffa del tailleur era una scossa, un brivido che le salì lungo la spina dorsale.
«Vieni,» aveva sussurrato, con un tono che solo lei conosceva. «Devo parlarti.»
Lei lo aveva seguito, come sempre, convinta che l'avrebbe portata in un corridoio laterale, in un angolo appartato. Invece, con una mossa rapida e decisa, lui l'aveva spinta oltre la porta del bagno degli uomini.
«Andrea, cosa fai?» aveva sibilato lei, la voce strozzata dall'incredulità.
Lui non aveva risposto. L'aveva spinta verso i lavandini di marmo bianco, una mano che le schiacciava la nuca mentre l'altra sollevava la gonna del tailleur, scoprendo le sue cosce lisce e abbronzate. Il perizoma di pizzo nero era già inzuppato, e lui lo strappò via con un gesto secco.
«Piegati,» ordinò, la voce bassa e tagliente.
Lei obbedì, le mani che si aggrappavano al bordo freddo del lavandino. Lo specchio di fronte a lei rifletteva la sua immagine: i capelli castani raccolti in uno chignon severo che cominciava a sciogliersi, gli occhiali leggermente sbilenchi, la bocca socchiusa. Sembrava ancora la professoressa Vitali, ma solo per un istante.
Lui la prese senza preavviso, il suo cazzo duro che la penetrò in un colpo solo. Lei ansimò, la fronte che toccava il marmo, mentre lui cominciava a muoversi con un ritmo feroce, le mani strette sui suoi fianchi. Ogni spinta la faceva sobbalzare, i suoi seni che rimbalzavano contro il tessuto della giacca, la sua fica che lo stringeva ad ogni colpo.
«Guardati,» ansimò lui, afferrandole i capelli per tirarle indietro la testa. «Guardati mentre ti scopano.»
Lei obbedì, gli occhi fissi sullo specchio. Vide il suo viso arrossato, gli occhi che si offuscavano, le labbra che si aprivano per lasciar uscire gemiti che non riusciva più a trattenere. Il riflesso di lui, dietro di lei, i muscoli del collo tesi, il petto ansimante, il ritmo preciso e spietato dei suoi fianchi.
Fu in quel momento che la porta del bagno si aprì.
Elena non poté fermarsi. Non poté nascondersi. I suoi occhi incrociarono quelli del riflesso: sulla soglia, immobile, c'era il professor De Luca. Il collega con cui aveva appena discusso per quaranta minuti. Il conservatore, il tradizionalista, l'uomo che l'aveva defined «troppo emotiva» per dirigere il dipartimento.
Lui la vide.
Vide tutto: la gonna sollevata sulle anche, il culo nudo e arrossato, le gambe aperte, il cazzo del marito che entrava e usciva da lei con ritmo costante. Vide il suo viso riflesso nello specchio: il rossetto sbavato, i capelli scomposti, gli occhi persi in un piacere che lui non avrebbe mai immaginato di vedere su quel volto severo. Vide la professoressa Vitali, la colonna dell'ateneo, piegata come una puttana sul lavandino del bagno degli uomini.
Il silenzio durò forse cinque secondi.
Elena sentì il calore salirle alle guance, il cuore che martellava contro le costole. Avrebbe voluto gridare, coprirsi, scappare. Invece, suo marito aumentò il ritmo. Una mano le strinse l'anca con tale forza da lasciare segni, l'altra le coprì la bocca.
«Zitta,» soffiò lui nel suo orecchio. «Lascialo guardare.»
De Luca non parlò. Non fece un gesto. Rimase lì, sulla soglia, gli occhi fissi su di lei. Il suo sguardo era impenetrabile: non c'era disgusto, non c'era sorpresa. C'era solo una fissità curiosa, quasi ipnotica, che la trapassava.
Elena sentì l'orgasmo crescere come una marea. Il piacere e la vergogna si mescolarono in un vortice che le tolse il respiro. Voleva chiudere gli occhi, ma non poteva. Doveva guardare De Luca che la guardava. Doveva vedere il suo viso severo che rifletteva quello sguardo di giudizio muto.
Il marito spinse più forte, più profondo, e lei perse ogni controllo. L'orgasmo la travolse con tale violenza che le gambe le tremavano, un urlo soffocato dalla mano di lui, mentre il corpo le si contraeva in una serie di spasmi che sembravano non finire mai. Le sue dita artigliarono il marmo, la fica che pulsava intorno al cazzo di lui, mentre nello specchio vedeva il proprio viso sconvolto dal piacere e gli occhi del collega fissi su di lei.
Il respiro di Elena era ancora rotto, il corpo tremante per l'orgasmo appena svanito. Sentiva il liquido caldo di Andrea colarle lungo la coscia, la gonna del tailleur ricaduta a coprire a malapena il disordine che avevano creato. La sua immagine nello specchio era quella di una donna distrutta: il rossetto sbavato oltre i contorni delle labbra, lo chignon completamente disfatto, gli occhiali appannati dal calore del suo stesso respiro.
De Luca si schiarì la gola. Il suono rimbombò nel silenzio del bagno come un colpo di pistola. Elena si aspettava un urlo, una denuncia, parole taglienti come quelle che aveva usato durante la riunione.
Invece lui fece un passo avanti. Poi un altro.
Andrea non si mosse. Teneva ancora una mano sull'anca della moglie, il cazzo ancora semiduro che lentamente si ritirava da lei. La guardò nello specchio, poi guardò De Luca.
«Professore,» disse De Luca, la voce bassa e misurata. «La sua relazione comparatistica è stata... illuminante. Mi ha fatto riflettere.» Si fermò a pochi passi da loro. I suoi occhi scivolarono sul corpo di Elena, seguendo il sentiero di umido che le brillava sulla coscia. «Forse sono stato troppo rigido, prima.»
Il silenzio cadde di nuovo. Elena sentì un brivido percorrerle la schiena, niente a che vedere con il freddo del marmo. Suo marito si irrigidì alle sue spalle, la presa che si stringeva.
«Cosa vuole, De Luca?» chiese Andrea, la voce affilata.
L'uomo più anziano sorrise, un'espressione che non gli avevano mai visto. Si avvicinò ancora, così tanto che Elena poteva sentire il suo dopobarba, quel profumo pulito e severo che conosceva da anni di consigli di facoltà.
De Luca rimase immobile sulla soglia, gli occhi fissi sullo spettacolo che si svolgeva davanti a lui. Il silenzio era rotto solo dal rumore dei corpi che si incontravano, dal respiro affannoso di Elena, dai gemiti soffocati che riuscivano a passare oltre la mano del marito.
«Andrea...» mormorò Elena, la voce rotta, gli occhi che non potevano staccarsi dal riflesso del collega nello specchio.
Andrea non rallentò. Anzi, affondò più profondo, più deciso, una mano che le stringeva l'anca con forza quasi dolorosa.
«Non fermarti,» sussurrò lui nel suo orecchio, mordendole il lobo. «Lascialo guardare. Lascialo vedere cosa ti faccio.»
Elena sentì l'umido delle proprie secrezioni scivolarle lungo la coscia, vide De Luca che ancora non si muoveva, e poi accadde qualcosa che le tolse il fiato.
De Luca fece un passo avanti. Non per avvicinarsi, non per parlare. Si appoggiò allo stipite della porta, le spalle contro il legno scuro, e lentamente, quasi con noncuranza, portò una mano al cavallo dei pantaloni.
«Oddio...» gemette Elena, il corpo che rispondeva allo stimolo visivo prima ancora che la mente potesse elaborarlo.
La mano di De Luca si mosse lenta, deliberata. Aprì la cerniera dei pantaloni scuri, e il rumore metallico sembrò amplificato dal silenzio teso della stanza. Ne estrasse il cazzo, già duro, una canna lunga e spessa che sembrava fatta su misura per il suo corpo austero.
Elena lo vide afferrarlo con dita sicure, la pelle pallida del glande che emergeva dal prepuzio mentre iniziava a masturbarsi con un ritmo lento e metodico. Il suo viso non cambiava espressione: gli occhi fissi su di lei, lo sguardo concentrato, la bocca socchiusa appena.
«Cazzo, ti piace, vero?» ansimò Andrea alle sue spalle, la voce roca di piacere. «Ti piace che ti guardi mentre ti scopo.»
Elena non poteva mentire. Il corpo le tremava, una nuova ondata di calore che le saliva dal basso ventre, la fica che si stringeva intorno al cazzo del marito. Voleva distogliere lo sguardo, ma era ipnotizzata: il collega, il conservatore, il moralista che l'aveva giudicata per anni, la guardava con occhi di fuoco mentre si masturbava guardandola scopare.
«Più forte,» mormorò Elena, e non sapeva se parlava con Andrea o con De Luca.
Andrea obbedì. Cominciò a scoparla con una furia che non gli conosceva, i colpi secchi che la facevano sobbalzare sul lavandino, i seni che ballavano sotto la giacca del tailleur. Iniziò a gemere senza più controllo, la voce di lei che riempiva il bagno ora.
De Luca accelerò il ritmo della mano. Lo vedeva, nello specchio, la mano che saliva e scendeva lungo l'asta lucida, il respiro che si faceva più affannoso, gli occhi che bruciavano di un desiderio che non aveva mai mostrato in anni di riunioni accademiche.
«Guardami,» disse De Luca all'improvviso, la voce bassa e roca.
Elena obbligò gli occhi a incontrarlo nello specchio. Lui sostenne il suo sguardo mentre la mano si muoveva più veloce, più disperata, il suo viso che perdeva ogni traccia di controllo per rivelare un uomo affamato.
«Ti ho sempre desiderata,» ansimò, la voce spezzata. «Ogni volta che parlavi in aula, ogni volta che alzavi la voce con me, pensavo a come saresti stata sotto di me.»
Elena ansimò, le parole che la travolgevano come un'onda. Il marito aumentò il ritmo, sentendola prossima al culmine, le mani che le stringevano i fianchi così forte da lasciare lividi.
«Apri la bocca,» ordinò De Luca, e lei obbedì senza pensarci, la lingua che spuntava tra le labbra rovinate dal rossetto.
Lui gemette, un suono profondo e animale, mentre la mano accelerava fino a diventare un movimento frenetico. Lo vide irrigidirsi, i muscoli del collo tesi, la schiena inarcata, mentre il suo orgasmo lo travolgeva. Lo sperma schizzò caldo sulle piastrelle, in arcate bianche e dense, mentre lui ansimava il suo nome come una preghiera.
«Elena... Elena...»
Vederlo venire fu l'ultima stilla. Lei urlò, un suono strozzato e liberatorio, mentre l'orgasmo la squarciava, più intenso di ogni altro che avesse mai provato, perché in quel momento non c'era solo suo marito a vederla, ma un altro uomo, uno che l'aveva giudicata per anni e che ora la desiderava.
Per un lungo momento, i tre rimasero sospesi in quel bagno di marmo e vapore, lo sperma di De Luca che colava sulle piastrelle, quello di Andrea che le colava caldo tra le cosce, il respiro dei due uomini che si mescolava nel silenzio rotto.
Poi De Luca si ricompose. Rimise via il cazzo ancora semiduro, si riabbottonò i pantaloni con gesti lenti e precisi. Si asciugò la mano su un fazzoletto di seta che tirò fuori dalla tasca.
«Dovremmo tornare alla riunione,» disse, la voce tornata pacata, quasi professionale. «Mancano ancora cinque minuti di pausa.»
Elena lo guardò, ancora piegata sul lavandino, la gonna sollevata, il corpo segnato dal sesso. Aprì la bocca per parlare, ma non trovò le parole.
De Luca la guardò, poi guardò Andrea, e il suo sorriso fu lento, complice, tagliente.
«E alla prossima riunione, professoressa Vitali...» disse, la mano sulla maniglia della porta. «Potremmo discutere il suo contributo in privato. Nel mio ufficio.»
La porta si chiuse alle sue spalle, lasciandoli soli nel silenzio carico di promesse.
Elena tremava ancora, il corpo scosso da piccole scosse residue. Suo marito la baciò sulla nuca, dolcemente, mentre infilava una mano sotto la sua gonna ancora alzata.
«Penso,» mormorò Andrea, «che abbiamo appena guadagnato la presidenza del dipartimento.»

scritto il
2026-09-03
1 4 8
visite
0
voti
valutazione
0
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

Francesca

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.