Oltre la soglia: la prima volta di Marta
di
Mickky
genere
trans
Oggi amo chiamarmi Marta ma ero Mickky, che, per anni aveva pensato che certe soglie appartenessero soltanto ai racconti di altri: a donne, ragazzi più audaci, più sicuri, capaci di non arrossire davanti ai propri desideri.
Poi, ricordo bene quel giorno, ci fu Andrea.
Era un amico da tempo, abbastanza maturo da non avere bisogno di dimostrare nulla. Aveva mani tranquille, uno sguardo paziente e quel genere di voce che non pretendeva, ma chiedeva. Con lui mi sentivo ascoltato.
Quella sera eravamo nel suo appartamento, avvolti da una luce bassa e dorata. Fuori pioveva piano contro i vetri; dentro, il mondo sembrava essersi ristretto alla stanza con le tende blu, al profumo del vino rimasto nei bicchieri e alla sua vicinanza.
Quando mi baciò, non fu un gesto impaziente. Mi sfiorò come se avesse tutto il tempo del mondo. E, forse per la prima volta, capii che il desiderio non è necessariamente una corsa: può essere un dialogo fatto di respiri, esitazioni, piccoli sorrisi e domande sussurrate.
«Sei sicuro?» mi chiese.
Non c’era alcuna pressione nella sua voce. Avrei potuto fermarmi, cambiare idea, ridere per sciogliere la tensione. Invece gli presi il viso tra le mani e annuii. Non perché volessi compiacerlo, ma perché mi fidavo di lui. E, soprattutto, perché desideravo scoprire “me stessa”.
La mia prima esperienza anale non fu perfetta nel senso cinematografico della parola. Ci furono timidezza, lentezza, qualche momento in cui il mio corpo ebbe bisogno di fermarsi e respirare. Andrea non si affrettò mai. Restò con me, presente e attento, trasformando ogni mia incertezza in una scelta condivisa.
A un certo punto smisi di pensare a ciò che stavo facendo “per la prima volta”. Smisi di chiedermi se fossi abbastanza disinvolto, abbastanza coraggioso.
Sentii soltanto il calore della sua pelle, la sua mano intrecciata alla mia e una strana, dolce vertigine: quella di consegnarmi senza perdermi.
Dopo, rimanemmo distesi in silenzio. La pioggia aveva smesso di cadere, ma sulle tende tremava ancora il riflesso dei lampioni.
Andrea mi accarezzava i capelli senza dire nulla, come se le parole potessero spezzare qualcosa di delicato.
Io sorrisi contro la sua spalla.
Non mi sentivo cambiato nel modo in cui avevo immaginato ma ero consapevole che stavo diventando una altra persona: mi sentivo Marta, non un nome che ho sempre voluto, più consapevole, più libera, più vicina a quella parte di me che per tanto tempo avevo tenuto in disparte.
E capii che la vera intimità non era stata oltrepassare una soglia. Era aver scelto chi essere, con qualcuno capace di aspettarmi dall’altra parte.
Poi, ricordo bene quel giorno, ci fu Andrea.
Era un amico da tempo, abbastanza maturo da non avere bisogno di dimostrare nulla. Aveva mani tranquille, uno sguardo paziente e quel genere di voce che non pretendeva, ma chiedeva. Con lui mi sentivo ascoltato.
Quella sera eravamo nel suo appartamento, avvolti da una luce bassa e dorata. Fuori pioveva piano contro i vetri; dentro, il mondo sembrava essersi ristretto alla stanza con le tende blu, al profumo del vino rimasto nei bicchieri e alla sua vicinanza.
Quando mi baciò, non fu un gesto impaziente. Mi sfiorò come se avesse tutto il tempo del mondo. E, forse per la prima volta, capii che il desiderio non è necessariamente una corsa: può essere un dialogo fatto di respiri, esitazioni, piccoli sorrisi e domande sussurrate.
«Sei sicuro?» mi chiese.
Non c’era alcuna pressione nella sua voce. Avrei potuto fermarmi, cambiare idea, ridere per sciogliere la tensione. Invece gli presi il viso tra le mani e annuii. Non perché volessi compiacerlo, ma perché mi fidavo di lui. E, soprattutto, perché desideravo scoprire “me stessa”.
La mia prima esperienza anale non fu perfetta nel senso cinematografico della parola. Ci furono timidezza, lentezza, qualche momento in cui il mio corpo ebbe bisogno di fermarsi e respirare. Andrea non si affrettò mai. Restò con me, presente e attento, trasformando ogni mia incertezza in una scelta condivisa.
A un certo punto smisi di pensare a ciò che stavo facendo “per la prima volta”. Smisi di chiedermi se fossi abbastanza disinvolto, abbastanza coraggioso.
Sentii soltanto il calore della sua pelle, la sua mano intrecciata alla mia e una strana, dolce vertigine: quella di consegnarmi senza perdermi.
Dopo, rimanemmo distesi in silenzio. La pioggia aveva smesso di cadere, ma sulle tende tremava ancora il riflesso dei lampioni.
Andrea mi accarezzava i capelli senza dire nulla, come se le parole potessero spezzare qualcosa di delicato.
Io sorrisi contro la sua spalla.
Non mi sentivo cambiato nel modo in cui avevo immaginato ma ero consapevole che stavo diventando una altra persona: mi sentivo Marta, non un nome che ho sempre voluto, più consapevole, più libera, più vicina a quella parte di me che per tanto tempo avevo tenuto in disparte.
E capii che la vera intimità non era stata oltrepassare una soglia. Era aver scelto chi essere, con qualcuno capace di aspettarmi dall’altra parte.
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