Marta al km. 317
di
Mickky
genere
trans
La pioggia cadeva obliqua sull’autogrill, trasformando le luci in strisce liquide sull’asfalto. Avevo promesso a me stesso che sarei arrivato fino a casa, ma il temporale e la stanchezza mi avevano convinto a fermarmi. Entrai nel bar con i capelli umidi sulle spalle e una strana elettricità sottopelle.
Lui era seduto vicino alla vetrata. Camicia scura, mani grandi attorno a una tazza di caffè, giacca di pelle sulla sedia. Non era il tipo d’uomo che cercava attenzione; era il tipo che la raccoglieva senza sforzo. Quando alzò gli occhi su di me, capii che mi aveva già scelta con lo sguardo.
«Brutta notte per viaggiare», disse, con una voce bassa e ruvida.
«Forse», risposi. «O forse è la notte giusta per fermarsi.»
Il suo sorriso fu lento. Sul piazzale, dietro di noi, il camion rosso brillava sotto la pioggia come un animale addormentato. Mi offrì un caffè; accettai, più per capire fino a dove sarebbe arrivato quel silenzio pieno di promesse che per il bisogno di scaldarmi.
Si chiamava Rocco. Guidava da vent’anni e parlava delle strade come di donne conosciute troppo bene: curve, improvvisi temporali, stazioni di servizio illuminate a metà. Non si vantava, non insisteva. Ma in ogni gesto aveva la calma di chi sa esattamente ciò che vuole.
Quando uscimmo, la pioggia era diventata sottile. Rocco aprì la portiera del camion e mi guardò senza sfiorarmi.
«Vuoi vedere la cabina?»
Era una domanda semplice. E io ero libero di rispondere. Salii.
Dentro era caldo, profumava di cuoio, caffè e pioggia. Mi sedetti sul bordo del letto stretto dietro i sedili. Rocco rimase davanti a me, bloccandomi ogni via d'uscita ma senza toccarmi, abbastanza vicino da farmi sentire il calore del suo corpo, abbastanza lontano da lasciarmi decidere.
«Dimmi se vuoi che mi fermi», sussurrò, la voce che si abbassava di un'ottava.
Invece di rispondere, gli presi la mano, ruvida e calda, e la posai sul mio ginocchio. Il suo pollice risalì lentamente lungo la coscia nuda, con una pazienza che rese ogni centimetro più sensibile: un brivido mi percorse la spina dorsale.
Si chinò su di me e mi baciò. Non fu un bacio timido. Fu profondo, affamato, capace di cancellare il rumore della pioggia e il freddo della notte. La sua lingua cercò la mia, esplorando la mia bocca con la stessa sicurezza con cui guidava. Mi strinse contro di sé, e sentii chiaramente quanto mi desiderava: duro, prepotente, premuto contro il mio ventre attraverso i jeans.
Le sue mani mi guidarono all’indietro sul letto. Non c’era violenza nella sua fermezza, ma una sicurezza totale: mi teneva, mi osservava, aspettava ogni mio respiro. Quando gli dissi di non fermarsi, il suo sguardo cambiò. Diventò più scuro, più deciso.
Mi svestì con movimenti esperti, lasciandomi in mutandine. Rocco si prese il suo tempo per guardarmi, gli occhi che tracciavano la linea dei miei fianchi, dei miei piccoli seni sollevati dal respiro corto. Si liberò della camicia e dei pantaloni. Il suo petto era largo, muscoloso, coperto da un velo di sudore. Quando mi liberò dall'ultimo strato di tessuto, mi accarezzò il ventre, scendendo giù, fino a trovare il mio centro. Ero già bagnato, pronto per lui. Le sue dita scivolarono dentro di me, lente, aprendomi con cura. Inarcai la schiena gemendo.
«Sei bellissima, Marta», sussurrò contro il mio collo, prima di mordermi leggermente la pelle.
Mi lasciò il tempo di aprirmi a lui, di desiderarlo davvero. Quando si posizionò tra le mie gambe, sentii la sua punta spessa premere contro di me. E quando finalmente entrò, lo fece piano.
La penetrazione fu lenta, profonda, inevitabile. Rocco avanzava con una decisione controllata, fermandosi ogni volta che il mio corpo chiedeva un istante per abituarsi alla sua grandezza. Poi riprendeva, un poco di più, con la mano stretta alla mia vita e il respiro caldo contro il mio collo. Mi sentivo profondamente Marta, posseduta non perché mi avesse tolto qualcosa, ma perché gli stavo offrendo ogni cosa: il ritmo, il fiato, il modo in cui il mio corpo rispondeva al suo.
«Guardami», ordinò dolcemente.
Lo feci. Nei suoi occhi c’era desiderio, ma anche attenzione. Quando mi mosse contro di lui, con spinte lente e ferme, il piacere salì in me come un’onda trattenuta troppo a lungo. Il suo controllo mi faceva perdere il mio.
Lui accelerò appena, spingendosi più a fondo, abbastanza da farmi ansimare, abbastanza da spezzare ogni pensiero. Ogni movimento era preciso, intenso, quasi deliberato. La frizione dei nostri corpi creava un calore elettrico nella cabina. Mi prese con un’energia che mi fece tremare, sollevandomi i fianchi per arrivare ancora più in profondità, ma senza mai smettere di ascoltarmi. Quando il piacere mi travolse, lasciai uscire il suo nome in un grido senza vergogna.
Rocco si fermò, il respiro spezzato, sentendo le mie contrazioni. Mi cercò con gli occhi, gonfi di lussuria. Non dovette chiedere due volte: mi sollevai verso di lui, scivolando giù dal suo corpo. Lo guidai con una mano, ammirando la sua erezione tesa e pulsante. Lo presi in bocca lentamente, assaporando il modo in cui perdeva il controllo sotto le mie labbra. Le sue dita affondarono nei miei capelli, ferme ma attente, mentre il suo desiderio cresceva fino al limite. Lavorai con la lingua e le labbra, scendendo fino alla base e risalendo, sentendo il suo bacino muoversi contro il mio viso in cerca di sfogo.
Quando venne, il calore improvviso mi riempì la bocca. Il suo fiotto mi lasciò senza respiro per un istante, ma proprio quella resa, quella pienezza condivisa, appagò il desiderio selvaggio che avevamo alimentato tutta la notte. Lo guardai negli occhi, senza distogliere lo sguardo, ingoiando ogni goccia del suo piacere.
Rocco mi sollevò, attirandomi a sé, e mi baciò. Lento, questa volta, come se volesse restituirmi il respiro che mi aveva tolto. Ci sdraiammo abbracciati sul letto stretto, la pelle ancora calda e scivolosa.
Fuori, i camion continuavano a passare nel buio. Dentro quella cabina non esistevano né orari né destinazioni. Solo il suono dei nostri respiri, la sua presa sicura e il mio corpo finalmente libero di desiderare senza chiedere scusa.
All’alba la pioggia aveva smesso. Rocco mi accompagnò alla mia auto e, prima di chiudere la portiera, con quel sorriso lento disse “il km 317 non è poi così male”.
Sorrisi, accendendo il motore. «Dipende da chi ti fa fermare.»
Poi ripartii, con il cielo chiaro davanti e il suo numero scritto sul retro di uno scontrino, nella tasca della giacca e mi sentii finalmente Marta, come avevo sempre desiderato.
Lui era seduto vicino alla vetrata. Camicia scura, mani grandi attorno a una tazza di caffè, giacca di pelle sulla sedia. Non era il tipo d’uomo che cercava attenzione; era il tipo che la raccoglieva senza sforzo. Quando alzò gli occhi su di me, capii che mi aveva già scelta con lo sguardo.
«Brutta notte per viaggiare», disse, con una voce bassa e ruvida.
«Forse», risposi. «O forse è la notte giusta per fermarsi.»
Il suo sorriso fu lento. Sul piazzale, dietro di noi, il camion rosso brillava sotto la pioggia come un animale addormentato. Mi offrì un caffè; accettai, più per capire fino a dove sarebbe arrivato quel silenzio pieno di promesse che per il bisogno di scaldarmi.
Si chiamava Rocco. Guidava da vent’anni e parlava delle strade come di donne conosciute troppo bene: curve, improvvisi temporali, stazioni di servizio illuminate a metà. Non si vantava, non insisteva. Ma in ogni gesto aveva la calma di chi sa esattamente ciò che vuole.
Quando uscimmo, la pioggia era diventata sottile. Rocco aprì la portiera del camion e mi guardò senza sfiorarmi.
«Vuoi vedere la cabina?»
Era una domanda semplice. E io ero libero di rispondere. Salii.
Dentro era caldo, profumava di cuoio, caffè e pioggia. Mi sedetti sul bordo del letto stretto dietro i sedili. Rocco rimase davanti a me, bloccandomi ogni via d'uscita ma senza toccarmi, abbastanza vicino da farmi sentire il calore del suo corpo, abbastanza lontano da lasciarmi decidere.
«Dimmi se vuoi che mi fermi», sussurrò, la voce che si abbassava di un'ottava.
Invece di rispondere, gli presi la mano, ruvida e calda, e la posai sul mio ginocchio. Il suo pollice risalì lentamente lungo la coscia nuda, con una pazienza che rese ogni centimetro più sensibile: un brivido mi percorse la spina dorsale.
Si chinò su di me e mi baciò. Non fu un bacio timido. Fu profondo, affamato, capace di cancellare il rumore della pioggia e il freddo della notte. La sua lingua cercò la mia, esplorando la mia bocca con la stessa sicurezza con cui guidava. Mi strinse contro di sé, e sentii chiaramente quanto mi desiderava: duro, prepotente, premuto contro il mio ventre attraverso i jeans.
Le sue mani mi guidarono all’indietro sul letto. Non c’era violenza nella sua fermezza, ma una sicurezza totale: mi teneva, mi osservava, aspettava ogni mio respiro. Quando gli dissi di non fermarsi, il suo sguardo cambiò. Diventò più scuro, più deciso.
Mi svestì con movimenti esperti, lasciandomi in mutandine. Rocco si prese il suo tempo per guardarmi, gli occhi che tracciavano la linea dei miei fianchi, dei miei piccoli seni sollevati dal respiro corto. Si liberò della camicia e dei pantaloni. Il suo petto era largo, muscoloso, coperto da un velo di sudore. Quando mi liberò dall'ultimo strato di tessuto, mi accarezzò il ventre, scendendo giù, fino a trovare il mio centro. Ero già bagnato, pronto per lui. Le sue dita scivolarono dentro di me, lente, aprendomi con cura. Inarcai la schiena gemendo.
«Sei bellissima, Marta», sussurrò contro il mio collo, prima di mordermi leggermente la pelle.
Mi lasciò il tempo di aprirmi a lui, di desiderarlo davvero. Quando si posizionò tra le mie gambe, sentii la sua punta spessa premere contro di me. E quando finalmente entrò, lo fece piano.
La penetrazione fu lenta, profonda, inevitabile. Rocco avanzava con una decisione controllata, fermandosi ogni volta che il mio corpo chiedeva un istante per abituarsi alla sua grandezza. Poi riprendeva, un poco di più, con la mano stretta alla mia vita e il respiro caldo contro il mio collo. Mi sentivo profondamente Marta, posseduta non perché mi avesse tolto qualcosa, ma perché gli stavo offrendo ogni cosa: il ritmo, il fiato, il modo in cui il mio corpo rispondeva al suo.
«Guardami», ordinò dolcemente.
Lo feci. Nei suoi occhi c’era desiderio, ma anche attenzione. Quando mi mosse contro di lui, con spinte lente e ferme, il piacere salì in me come un’onda trattenuta troppo a lungo. Il suo controllo mi faceva perdere il mio.
Lui accelerò appena, spingendosi più a fondo, abbastanza da farmi ansimare, abbastanza da spezzare ogni pensiero. Ogni movimento era preciso, intenso, quasi deliberato. La frizione dei nostri corpi creava un calore elettrico nella cabina. Mi prese con un’energia che mi fece tremare, sollevandomi i fianchi per arrivare ancora più in profondità, ma senza mai smettere di ascoltarmi. Quando il piacere mi travolse, lasciai uscire il suo nome in un grido senza vergogna.
Rocco si fermò, il respiro spezzato, sentendo le mie contrazioni. Mi cercò con gli occhi, gonfi di lussuria. Non dovette chiedere due volte: mi sollevai verso di lui, scivolando giù dal suo corpo. Lo guidai con una mano, ammirando la sua erezione tesa e pulsante. Lo presi in bocca lentamente, assaporando il modo in cui perdeva il controllo sotto le mie labbra. Le sue dita affondarono nei miei capelli, ferme ma attente, mentre il suo desiderio cresceva fino al limite. Lavorai con la lingua e le labbra, scendendo fino alla base e risalendo, sentendo il suo bacino muoversi contro il mio viso in cerca di sfogo.
Quando venne, il calore improvviso mi riempì la bocca. Il suo fiotto mi lasciò senza respiro per un istante, ma proprio quella resa, quella pienezza condivisa, appagò il desiderio selvaggio che avevamo alimentato tutta la notte. Lo guardai negli occhi, senza distogliere lo sguardo, ingoiando ogni goccia del suo piacere.
Rocco mi sollevò, attirandomi a sé, e mi baciò. Lento, questa volta, come se volesse restituirmi il respiro che mi aveva tolto. Ci sdraiammo abbracciati sul letto stretto, la pelle ancora calda e scivolosa.
Fuori, i camion continuavano a passare nel buio. Dentro quella cabina non esistevano né orari né destinazioni. Solo il suono dei nostri respiri, la sua presa sicura e il mio corpo finalmente libero di desiderare senza chiedere scusa.
All’alba la pioggia aveva smesso. Rocco mi accompagnò alla mia auto e, prima di chiudere la portiera, con quel sorriso lento disse “il km 317 non è poi così male”.
Sorrisi, accendendo il motore. «Dipende da chi ti fa fermare.»
Poi ripartii, con il cielo chiaro davanti e il suo numero scritto sul retro di uno scontrino, nella tasca della giacca e mi sentii finalmente Marta, come avevo sempre desiderato.
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