Ema cap.1
di
Subexotica
genere
bisex
Nonostante l’ora tarda, l’aria era ancora calda, molle di un odore di pioggia imminente. Affrettai il passo per evitare il temporale e tagliai per il viottolo stretto che separava i due condomini, sperando di guadagnare qualche minuto. Passando davanti alla finestra della camera di Ema, sentii dei gemiti.
Non saprei dire con precisione cosa mi spinse a fermarmi. So solo che, senza quasi rendermene conto, pochi secondi dopo ero già chinato dietro l’anta socchiusa, a guardare dentro.
Ema — o almeno, così lo chiamavano tutti, perché il suo vero nome non lo ricordo, e anche se lo ricordassi, probabilmente non saprei come si scrive — era uno degli inquilini del palaccanto al mio. Da quando si era trasferito, un anno prima, ci eravamo scambiati sì e no due parole in tutto.
Sapevo che veniva dalla Nigeria, che aveva circa trentasette anni e che faceva l’operaio. Sempre gioviale, cercavo di stargli alla larga: mi faceva un certo effetto, e non volevo risultare inopportuno, oltre al fatto che la mia timidezza era fisiologicamente estrema.
Era alto quasi due metri, largo, non grasso ma sicuramente robusto. Ho ancora impressa nella mente l'immagine della sua pelle nerissima, lucida e irsuta, la prima volta che lo vidi a torso nudo, una mattina d’estate, mentre stendeva la biancheria sul balcone.
Non credo che avremmo mai avuto occasioni di conoscerci davvero. Sembrava il tipo con interessi molto diversi dai miei, e poi lo vedevo spesso con donne diverse, che entravano e uscivano dal suo appartamento. Dubito che un amico timido, gay, che gli arrivava a malapena al petto, potesse interessargli più di tanto.
Ripeto: non volevo essere inopportuno, non volevo problemi. Cercavo solo di essere cortese e di farmi i fatti miei.
Eppure, non potei fare a meno di guardare.
Non ci voleva un veggente per capire che nella stanza Ema stava semplicemente facendo sesso con una delle sue amanti. Ma la scena che mi si parò davanti fu un pugno diretto ai sensi.
La prima cosa che mi colpì furono i suoi piedi, o meglio, le piante, rivolte verso di me. Il colore chiaro, imperlato di sudore, di quelle piante immense contrastava in modo vivido con il nero profondo della pelle circostante. Non avevo mai visto piedi così enormi, larghi e solidi: esprimevano potenza da ogni lato, le dita che si incurvavano e si muovevano sotto gli spasmi del piacere.
Poi lo sguardo mi risalì lungo le gambe, massicce come tronchi d’albero, e più in alto, fino al punto in cui quei due obelischi si incontravano. Lì, incorniciate da una folta peluria umida, pulsavano le sue palle, gigantesche, che sotto le spinte del membro schiaffeggiavano ritmicamente le natiche sode della donna, seduta sopra di lui.
A quella vista le gambe mi si fecero di colpo fragili, l’eccitazione incontenibile. Ero completamente ipnotizzato.
Me ne accorsi solo quando fu troppo tardi: mi aveva visto. Distinsi il suo sguardo puntato su di me, i suoi occhi sorpresi e ancora pieni di godimento. Poi, senza più respirare, raccolsi le forze e scappai. Corsi a casa, mi chiusi dentro.
Non dormii quella notte. Paura, vergogna, eccitazione mi percossero fino all’alba.
Quando arrivò il momento di uscire, ero divorato dall’ansia. Avevo deciso: avrei fatto finta di niente, avrei negato fino alla morte, avrei sostenuto che stavo solo passando di lì per caso.
Questa risoluzione durò meno di niente. Quella domenica mattina lo trovai fuori dalla sua porta.
Ero sull’orlo delle lacrime, non riuscivo a sostenerne lo sguardo, balbettai delle scuse — o almeno ci provai.
Lui scoppiò a ridere, mi mise una mano sulla spalla e, con un ammiccamento, mi disse che non era successo niente, che non aveva problemi ad avere spettatori, ma che la prossima volta avrei dovuto pagare il biglietto o offrirgli una birra.
La cosa assurda era che lui era venuto per scusarsi: non voleva dare fastidio a nessuno con i suoi... bisogni. Ma non ci mise molto a capire che, a me, quel bisogno era piaciuto.
Entrò in casa e si sedette sul divano, che scricchiolò sotto il suo peso, quasi fosse una miniatura per lui. Gli offrii una birra ghiacciata e parlammo un po’. Poi, di nuovo, mi ritrovai a fissare i suoi piedi.
La sua risata mi riportò alla realtà. Volevo sparire di nuovo: non potevo aver fatto la stessa stronzata due volte di fila.
Ema sorrise, malizioso, e disse che se mi piacevano così tanto, non gli sarebbe dispiaciuto un massaggio.
Un istante dopo ero lì, seduto sul pavimento, sotto i piedi di quel gigante. Erano così grandi che facevo fatica a coprirne la larghezza con due mani.
L’odore era qualcosa di trascendentale, talmente intenso da impregnarmi la pelle del viso. Sapeva di sudore, di maschio, e di quel qualcosa che ancora oggi non so definire.
Non so quanto tempo passai a massaggiarli con le mani tremanti, a baciarli, a succhiarne le dita, a consumarmi la lingua su quella suola gigante e dura, lasciandomi guidare dai suoi grugniti di piacere.
So solo che venni. Eiaculai senza nemmeno toccarmi.
Poi lui accarezzò delicatamente la mia guancia con una mano che quasi mi copriva tutta la testa, e mi chiese cosa fossi disposto a fare per lui.
Tutto.
0
voti
voti
valutazione
0
0
Commenti dei lettori al racconto erotico