"La mignotta affidabile"
di
Raffatrans
genere
confessioni
Quando iniziai a incontrare i primi clienti facoltosi mi accorsi subito che c'era qualcosa di diverso.
Non erano diversi perché avevano più soldi. Quello lo capii dopo. Erano diversi per il modo in cui entravano nella mia vita: con la sicurezza di persone abituate ad avere accesso a tutto, a scegliere, a decidere.
Alcuni erano imprenditori, altri professionisti con carriere importanti. Erano uomini che nella vita quotidiana frequentavano ambienti dove contavano il nome, la reputazione e l'immagine che riuscivano a dare agli altri.
All'inizio mi colpiva il loro modo di presentarsi. L'orologio costoso, la macchina importante, i vestiti perfetti, il modo di parlare sicuro. Sembravano persone che non avevano mai avuto bisogno di dimostrare niente.
Poi, conoscendoli meglio, vedevo un'altra parte.
Molti di loro erano uomini che passavano la giornata a comandare, a prendere decisioni, a essere considerati punti di riferimento. Ma proprio per questo cercavano uno spazio dove poter abbandonare per qualche momento quel ruolo.
Con loro ho imparato che il successo non rende una persona diversa dalle altre. Dietro un uomo con una grande carriera potevano esserci gli stessi dubbi, le stesse insicurezze e lo stesso bisogno di sentirsi libero.
La cosa che mi colpì maggiormente, però, fu il linguaggio.
Le parole "puttana" e "mignotta" le sentii usare soprattutto da alcuni uomini appartenenti a certi ambienti. Non sempre erano pronunciate con cattiveria. A volte erano dette con una leggerezza che mi faceva riflettere.
Una sera mi capitò un episodio che non ho mai dimenticato.
Ero con un cliente che apparteneva a quel mondo. Una persona molto conosciuta nel suo ambiente, abituata a muoversi tra persone importanti. A un certo punto gli squillò il telefono. Rispose senza cambiare tono di voce e, parlando con un conoscente, disse semplicemente:
"Sono da una mignotta, ti richiamo dopo."
Rimasi colpita.
Non tanto dalla parola, perché ormai avevo imparato che certe parole fanno parte del modo in cui alcune persone parlano, ma dalla tranquillità con cui l'aveva detta.
Non sembrava una confessione imbarazzata. Sembrava quasi una battuta, un dettaglio della serata, qualcosa che nel suo ambiente poteva essere raccontato senza vergogna.
Quell'episodio mi fece capire che in certi gruppi di uomini molto facoltosi andare da una prostituta veniva visto anche come un simbolo di possibilità economica. Come se poter frequentare certi ambienti, fare certe esperienze e permettersi una trasgressione fosse una dimostrazione di essere arrivati.
Non era solo una questione privata. Era anche una questione di immagine.
Con il tempo mi è capitato anche di essere presentata ad altre persone.
Succedeva soprattutto con alcuni clienti molto facoltosi, quelli che vivevano il mio mondo con assoluta naturalezza. A volte organizzavano una cena privata o si trovavano con un amico prima o dopo avermi incontrata, e non avevano problemi a parlare apertamente di me.
Ricordo frasi come: "È la mignotta di cui ti parlavo", oppure "Se un giorno ti va, chiamala. È una mignotta affidabile." Qualcuno scherzava aggiungendo: "Con lei vai sul sicuro", mentre gli altri ridevano come se si stessero scambiando il nome di un buon ristorante o di un professionista competente.
Le prime volte mi faceva effetto sentirmi presentare così.Era il linguaggio del loro gruppo, il modo in cui parlavano tra uomini di certe esperienze e se le consigliavano a vicenda.
Per alcuni di loro andare a mignotte era quasi un simbolo di essere arrivati. Non era solo sesso: era la dimostrazione di potersi permettere qualunque cosa, di vivere una trasgressione senza doversi nascondere dagli amici più stretti.
In quei momenti mi rendevo conto ancora di più di quale fosse il mio posto.
Io non appartenevo al loro mondo. Non avrei mai partecipato alle loro cene di lavoro, ai loro affari o alle loro amicizie.
Per molti di quegli uomini ricchi ero semplicemente uno sfogo. Una parentesi lontana dalle responsabilità, un desiderio che potevano concedersi e, qualche volta, persino consigliare a un amico fidato.
Era questo il mio ruolo, e l'ho capito molto presto.
Uno dei primi aperitivi con clienti facoltosi me lo ricordo ancora bene. Uno di loro mi disse di farmi trovare davanti a un locale elegante verso le sette e mezza.
Avevo i capelli sistemati, le unghie curate e quell'aspetto molto femminile e vistoso
Arrivò con una berlina scura, scese, mi salutò con un bacio sulla guancia e mi disse soltanto: "Andiamo, ci sono due amici."
Entrammo. Era uno di quei locali dove tutti sembravano conoscersi. Camerieri in giacca, tavolini bassi, musica appena accennata e gente che parlava di lavoro anche davanti a uno spritz.
Al tavolo c'erano già tre uomini. Si alzarono per stringergli la mano e iniziarono a parlare tra loro come se io non fossi ancora arrivata. Poi uno di loro mi guardò incuriosito.
Il cliente sorrise e disse con assoluta naturalezza: "Lei è la mignotta di cui vi parlavo."
Uno degli altri rise.
"Ah, finalmente la conosciamo."
Un altro aggiunse: "Quella affidabile, giusto?"
"Sì," rispose lui. "Se un giorno vi viene voglia, ve la consiglio."
Lo disse con la stessa semplicità con cui avrebbe consigliato un commercialista o un buon ristorante.
Io sorrisi, salutai tutti con educazione e mi sedetti.
L'argomento cambiò subito.
Cominciarono a parlare di un'azienda che uno di loro stava acquistando, di un immobile da ristrutturare, di un investimento che, secondo loro, avrebbe reso molto nei mesi successivi.
Io ascoltavo.
Non avevo niente da dire su quei discorsi e nessuno si aspettava che intervenissi.
Ogni tanto uno si interrompeva per ordinare un altro calice di vino o qualche stuzzichino. Ogni tanto uno di loro mi faceva una domanda semplice: "Hai sete?", "Prendi qualcosa da mangiare." Oppure mi chiedevano da quanto tempo lavorassi.
Rispondevo in poche parole e la conversazione tornava immediatamente sui loro affari.
Passarono quasi due ore così.
Tra una discussione e l'altra qualcuno faceva una battuta.
"Allora questa famosa mignotta era proprio come dicevi."
Oppure: "Hai buon gusto."
Ridevano, brindavano e riprendevano a parlare di bilanci, cantieri, clienti e viaggi di lavoro.
In quel tavolo io ero una presenza silenziosa.
Non ero lì per partecipare alle loro decisioni né per entrare nel loro gruppo.
Ero un elemento di contorno.
La persona che uno di loro aveva deciso di portare con sé e di far conoscere agli amici, esattamente come aveva raccontato nelle settimane precedenti.
Quando l'aperitivo finì si salutarono con strette di mano e pacche sulle spalle.
Uno di loro, prima di andare via, disse sorridendo: "Se mi serve il numero della mignotta so a chi chiedere."
Il mio cliente rispose ridendo: "Te lo mando dopo."
Per loro la conversazione era finita lì.
Salirono sulle loro auto, tornarono alle rispettive vite e io salii in macchina con il cliente che mi aveva invitata.
Quella sera capii che, in certi ambienti, ero semplicemente una presenza che accompagnava la serata. Non facevo parte del loro mondo: ero qualcosa che restava ai margini delle loro discussioni, mentre loro continuavano a parlare di affari, soldi e lavoro come se fosse un aperitivo qualsiasi.
Non erano diversi perché avevano più soldi. Quello lo capii dopo. Erano diversi per il modo in cui entravano nella mia vita: con la sicurezza di persone abituate ad avere accesso a tutto, a scegliere, a decidere.
Alcuni erano imprenditori, altri professionisti con carriere importanti. Erano uomini che nella vita quotidiana frequentavano ambienti dove contavano il nome, la reputazione e l'immagine che riuscivano a dare agli altri.
All'inizio mi colpiva il loro modo di presentarsi. L'orologio costoso, la macchina importante, i vestiti perfetti, il modo di parlare sicuro. Sembravano persone che non avevano mai avuto bisogno di dimostrare niente.
Poi, conoscendoli meglio, vedevo un'altra parte.
Molti di loro erano uomini che passavano la giornata a comandare, a prendere decisioni, a essere considerati punti di riferimento. Ma proprio per questo cercavano uno spazio dove poter abbandonare per qualche momento quel ruolo.
Con loro ho imparato che il successo non rende una persona diversa dalle altre. Dietro un uomo con una grande carriera potevano esserci gli stessi dubbi, le stesse insicurezze e lo stesso bisogno di sentirsi libero.
La cosa che mi colpì maggiormente, però, fu il linguaggio.
Le parole "puttana" e "mignotta" le sentii usare soprattutto da alcuni uomini appartenenti a certi ambienti. Non sempre erano pronunciate con cattiveria. A volte erano dette con una leggerezza che mi faceva riflettere.
Una sera mi capitò un episodio che non ho mai dimenticato.
Ero con un cliente che apparteneva a quel mondo. Una persona molto conosciuta nel suo ambiente, abituata a muoversi tra persone importanti. A un certo punto gli squillò il telefono. Rispose senza cambiare tono di voce e, parlando con un conoscente, disse semplicemente:
"Sono da una mignotta, ti richiamo dopo."
Rimasi colpita.
Non tanto dalla parola, perché ormai avevo imparato che certe parole fanno parte del modo in cui alcune persone parlano, ma dalla tranquillità con cui l'aveva detta.
Non sembrava una confessione imbarazzata. Sembrava quasi una battuta, un dettaglio della serata, qualcosa che nel suo ambiente poteva essere raccontato senza vergogna.
Quell'episodio mi fece capire che in certi gruppi di uomini molto facoltosi andare da una prostituta veniva visto anche come un simbolo di possibilità economica. Come se poter frequentare certi ambienti, fare certe esperienze e permettersi una trasgressione fosse una dimostrazione di essere arrivati.
Non era solo una questione privata. Era anche una questione di immagine.
Con il tempo mi è capitato anche di essere presentata ad altre persone.
Succedeva soprattutto con alcuni clienti molto facoltosi, quelli che vivevano il mio mondo con assoluta naturalezza. A volte organizzavano una cena privata o si trovavano con un amico prima o dopo avermi incontrata, e non avevano problemi a parlare apertamente di me.
Ricordo frasi come: "È la mignotta di cui ti parlavo", oppure "Se un giorno ti va, chiamala. È una mignotta affidabile." Qualcuno scherzava aggiungendo: "Con lei vai sul sicuro", mentre gli altri ridevano come se si stessero scambiando il nome di un buon ristorante o di un professionista competente.
Le prime volte mi faceva effetto sentirmi presentare così.Era il linguaggio del loro gruppo, il modo in cui parlavano tra uomini di certe esperienze e se le consigliavano a vicenda.
Per alcuni di loro andare a mignotte era quasi un simbolo di essere arrivati. Non era solo sesso: era la dimostrazione di potersi permettere qualunque cosa, di vivere una trasgressione senza doversi nascondere dagli amici più stretti.
In quei momenti mi rendevo conto ancora di più di quale fosse il mio posto.
Io non appartenevo al loro mondo. Non avrei mai partecipato alle loro cene di lavoro, ai loro affari o alle loro amicizie.
Per molti di quegli uomini ricchi ero semplicemente uno sfogo. Una parentesi lontana dalle responsabilità, un desiderio che potevano concedersi e, qualche volta, persino consigliare a un amico fidato.
Era questo il mio ruolo, e l'ho capito molto presto.
Uno dei primi aperitivi con clienti facoltosi me lo ricordo ancora bene. Uno di loro mi disse di farmi trovare davanti a un locale elegante verso le sette e mezza.
Avevo i capelli sistemati, le unghie curate e quell'aspetto molto femminile e vistoso
Arrivò con una berlina scura, scese, mi salutò con un bacio sulla guancia e mi disse soltanto: "Andiamo, ci sono due amici."
Entrammo. Era uno di quei locali dove tutti sembravano conoscersi. Camerieri in giacca, tavolini bassi, musica appena accennata e gente che parlava di lavoro anche davanti a uno spritz.
Al tavolo c'erano già tre uomini. Si alzarono per stringergli la mano e iniziarono a parlare tra loro come se io non fossi ancora arrivata. Poi uno di loro mi guardò incuriosito.
Il cliente sorrise e disse con assoluta naturalezza: "Lei è la mignotta di cui vi parlavo."
Uno degli altri rise.
"Ah, finalmente la conosciamo."
Un altro aggiunse: "Quella affidabile, giusto?"
"Sì," rispose lui. "Se un giorno vi viene voglia, ve la consiglio."
Lo disse con la stessa semplicità con cui avrebbe consigliato un commercialista o un buon ristorante.
Io sorrisi, salutai tutti con educazione e mi sedetti.
L'argomento cambiò subito.
Cominciarono a parlare di un'azienda che uno di loro stava acquistando, di un immobile da ristrutturare, di un investimento che, secondo loro, avrebbe reso molto nei mesi successivi.
Io ascoltavo.
Non avevo niente da dire su quei discorsi e nessuno si aspettava che intervenissi.
Ogni tanto uno si interrompeva per ordinare un altro calice di vino o qualche stuzzichino. Ogni tanto uno di loro mi faceva una domanda semplice: "Hai sete?", "Prendi qualcosa da mangiare." Oppure mi chiedevano da quanto tempo lavorassi.
Rispondevo in poche parole e la conversazione tornava immediatamente sui loro affari.
Passarono quasi due ore così.
Tra una discussione e l'altra qualcuno faceva una battuta.
"Allora questa famosa mignotta era proprio come dicevi."
Oppure: "Hai buon gusto."
Ridevano, brindavano e riprendevano a parlare di bilanci, cantieri, clienti e viaggi di lavoro.
In quel tavolo io ero una presenza silenziosa.
Non ero lì per partecipare alle loro decisioni né per entrare nel loro gruppo.
Ero un elemento di contorno.
La persona che uno di loro aveva deciso di portare con sé e di far conoscere agli amici, esattamente come aveva raccontato nelle settimane precedenti.
Quando l'aperitivo finì si salutarono con strette di mano e pacche sulle spalle.
Uno di loro, prima di andare via, disse sorridendo: "Se mi serve il numero della mignotta so a chi chiedere."
Il mio cliente rispose ridendo: "Te lo mando dopo."
Per loro la conversazione era finita lì.
Salirono sulle loro auto, tornarono alle rispettive vite e io salii in macchina con il cliente che mi aveva invitata.
Quella sera capii che, in certi ambienti, ero semplicemente una presenza che accompagnava la serata. Non facevo parte del loro mondo: ero qualcosa che restava ai margini delle loro discussioni, mentre loro continuavano a parlare di affari, soldi e lavoro come se fosse un aperitivo qualsiasi.
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