Cappuccetto Rosso e il Licantropo
di
Lovely699
genere
dominazione
Cappuccetto Rosso aveva appena compiuto diciotto anni. Il suo corpo era un invito al peccato: seni pieni e sodi che tendevano il corpetto rosso del vestitino cortissimo, vita stretta, fianchi larghi e un culo rotondo e alto che ondeggiava provocante a ogni passo. Sotto la gonna non portava niente, solo la fighetta già gonfia e umida che sfregava contro l’aria fresca del bosco. Andava dalla nonna con il cestino, ma dentro di lei bruciava un desiderio proibito e oscuro.
Tra gli alberi, il licantropo la seguiva. Un maschio imponente, alto oltre due metri, coperto di pelliccia scura e muscoli guizzanti. Metà uomo, metà bestia. Gli occhi gialli brillavano di fame sessuale. Tra le gambe gli pendeva un cazzo mostruoso, già mezzo eretto, spesso come un polso, con una grossa cappella rossa e un nodo carnoso alla base che pulsava minaccioso.
«Dove stai andando, piccola troia in rosso?» ringhiò uscendo sul sentiero, la voce rauca e animalesca.
Cappuccetto Rosso si bloccò, il cuore che batteva all’impazzata. Avrebbe dovuto avere paura, invece la figa le si contrasse e un rivolo caldo le scese lungo la coscia. «Dalla nonna…» balbettò, gli occhi incollati su quel membro bestiale.
Il licantropo non perse tempo. In un balzo le fu addosso, artigli che strapparono il mantello e il vestito, esponendo i seni nudi. Le sue zampe enormi le strizzarono le tette con forza, artigli che graffiavano appena la pelle mentre la bocca zannuta le succhiava e mordeva i capezzoli. Cappuccetto gemette forte, le gambe che le cedevano dal piacere.
«Senti che odore di figa bagnata» grugnì lui, infilandole due dita grosse e artigliate dentro la fighetta stretta. Le pompò con brutalità, il pollice che le schiacciava il clitoride gonfio. Lei venne quasi subito, schizzando umori sulle sue zampe pelose, urlando di piacere.
Il licantropo la spinse in ginocchio. «Apri quella bocca da puttana.»
Le afferrò i capelli e le spinse il cazzo tra le labbra. Era enorme, caldo, venoso. Le scopò la gola senza pietà, il nodo che le sbatteva contro le labbra mentre le palle pesanti le colpivano il mento. Cappuccetto soffocava, lacrime e bava che le colavano sui seni, ma con una mano si toccava disperatamente la figa, eccitatissima dalla violenza della bestia.
Quando fu abbastanza bagnato e duro, il licantropo la sollevò come una bambola e la impalò sul suo cazzo in una sola spinta violenta. Cappuccetto urlò, sentendosi squarciata. La figa le si dilatava dolorosamente intorno a quella verga mostruosa. Lui la sbatté contro un tronco, pompando come un animale in calore, ringhiando e mordendole il collo.
«Prendilo tutto, cagna! Questa fighetta stretta è fatta per il cazzo di un licantropo!»
La mise a quattro zampe sul muschio, le schiaffeggiò il culo fino a renderlo rosso fuoco e poi la penetrò di nuovo, ancora più profondo. Le infilò un artiglio nel buchetto del culo, preparandolo, e poco dopo tirò fuori il cazzo dalla figa e lo spinse dentro il sedere, allargandola senza pietà. La doppia penetrazione (cazzo nel culo e dita nella figa) la fece venire di nuovo, urlando come una pazza, il corpo scosso da spasmi violenti.
Il nodo alla base del cazzo iniziò a gonfiarsi. Quando venne, lo spinse fino in fondo dentro il suo culo, legandola a sé mentre fiotti densi e caldi di sborra bestiale la riempivano fino a farle gonfiare la pancia. Cappuccetto tremava, persa in un orgasmo continuo, la figa che schizzava sul terreno.
Ma non era finita.
Il licantropo la prese in braccio e la portò fino alla casetta della nonna. La vecchia era uscita per una commissione e non sarebbe tornata prima di sera. Dentro, sul letto grande e morbido, il licantropo la buttò giù e continuò a usarla per ore.
La scopò in ogni posizione e in ogni buco: la fece cavalcare il suo nodo mentre le strizzava le tette, la prese da dietro mentre le tirava i capelli, le venne in bocca e la obbligò a ingoiare, poi la ribaltò e le riempì di nuovo la figa e il culo. La fece leccare il suo buco del culo mentre lui si masturbava sul suo viso, la morse e la graffiò, marchiandola come sua proprietà.
Cappuccetto Rosso era ridotta a una troia urlante e bagnata, coperta di sborra, morsi e graffi, che supplicava di averne ancora.
Da quel giorno, ogni settimana tornava nel bosco vestita solo del mantello rosso, senza biancheria, sperando di incontrare di nuovo il licantropo per farsi distruggere, riempire e marchiare come la puttana personale del lupo mannaro.
E vissero luridi, depravati e pieni di piacere… per sempre.
Tra gli alberi, il licantropo la seguiva. Un maschio imponente, alto oltre due metri, coperto di pelliccia scura e muscoli guizzanti. Metà uomo, metà bestia. Gli occhi gialli brillavano di fame sessuale. Tra le gambe gli pendeva un cazzo mostruoso, già mezzo eretto, spesso come un polso, con una grossa cappella rossa e un nodo carnoso alla base che pulsava minaccioso.
«Dove stai andando, piccola troia in rosso?» ringhiò uscendo sul sentiero, la voce rauca e animalesca.
Cappuccetto Rosso si bloccò, il cuore che batteva all’impazzata. Avrebbe dovuto avere paura, invece la figa le si contrasse e un rivolo caldo le scese lungo la coscia. «Dalla nonna…» balbettò, gli occhi incollati su quel membro bestiale.
Il licantropo non perse tempo. In un balzo le fu addosso, artigli che strapparono il mantello e il vestito, esponendo i seni nudi. Le sue zampe enormi le strizzarono le tette con forza, artigli che graffiavano appena la pelle mentre la bocca zannuta le succhiava e mordeva i capezzoli. Cappuccetto gemette forte, le gambe che le cedevano dal piacere.
«Senti che odore di figa bagnata» grugnì lui, infilandole due dita grosse e artigliate dentro la fighetta stretta. Le pompò con brutalità, il pollice che le schiacciava il clitoride gonfio. Lei venne quasi subito, schizzando umori sulle sue zampe pelose, urlando di piacere.
Il licantropo la spinse in ginocchio. «Apri quella bocca da puttana.»
Le afferrò i capelli e le spinse il cazzo tra le labbra. Era enorme, caldo, venoso. Le scopò la gola senza pietà, il nodo che le sbatteva contro le labbra mentre le palle pesanti le colpivano il mento. Cappuccetto soffocava, lacrime e bava che le colavano sui seni, ma con una mano si toccava disperatamente la figa, eccitatissima dalla violenza della bestia.
Quando fu abbastanza bagnato e duro, il licantropo la sollevò come una bambola e la impalò sul suo cazzo in una sola spinta violenta. Cappuccetto urlò, sentendosi squarciata. La figa le si dilatava dolorosamente intorno a quella verga mostruosa. Lui la sbatté contro un tronco, pompando come un animale in calore, ringhiando e mordendole il collo.
«Prendilo tutto, cagna! Questa fighetta stretta è fatta per il cazzo di un licantropo!»
La mise a quattro zampe sul muschio, le schiaffeggiò il culo fino a renderlo rosso fuoco e poi la penetrò di nuovo, ancora più profondo. Le infilò un artiglio nel buchetto del culo, preparandolo, e poco dopo tirò fuori il cazzo dalla figa e lo spinse dentro il sedere, allargandola senza pietà. La doppia penetrazione (cazzo nel culo e dita nella figa) la fece venire di nuovo, urlando come una pazza, il corpo scosso da spasmi violenti.
Il nodo alla base del cazzo iniziò a gonfiarsi. Quando venne, lo spinse fino in fondo dentro il suo culo, legandola a sé mentre fiotti densi e caldi di sborra bestiale la riempivano fino a farle gonfiare la pancia. Cappuccetto tremava, persa in un orgasmo continuo, la figa che schizzava sul terreno.
Ma non era finita.
Il licantropo la prese in braccio e la portò fino alla casetta della nonna. La vecchia era uscita per una commissione e non sarebbe tornata prima di sera. Dentro, sul letto grande e morbido, il licantropo la buttò giù e continuò a usarla per ore.
La scopò in ogni posizione e in ogni buco: la fece cavalcare il suo nodo mentre le strizzava le tette, la prese da dietro mentre le tirava i capelli, le venne in bocca e la obbligò a ingoiare, poi la ribaltò e le riempì di nuovo la figa e il culo. La fece leccare il suo buco del culo mentre lui si masturbava sul suo viso, la morse e la graffiò, marchiandola come sua proprietà.
Cappuccetto Rosso era ridotta a una troia urlante e bagnata, coperta di sborra, morsi e graffi, che supplicava di averne ancora.
Da quel giorno, ogni settimana tornava nel bosco vestita solo del mantello rosso, senza biancheria, sperando di incontrare di nuovo il licantropo per farsi distruggere, riempire e marchiare come la puttana personale del lupo mannaro.
E vissero luridi, depravati e pieni di piacere… per sempre.
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