Massaggio Thai - 3
di
Ornella
genere
dominazione
Parte 3
Non so bene come definire quello che mi ha spinto a tornare dopo quasi cinque mesi. Me lo sono raccontata in mille modi: ero in zona, era per caso, non avevo davvero intenzione. Tutte bugie che mi sono smontate da sola mentre attraversavo la strada.
Janet era alla reception. Mi ha guardata come se fossi entrata ieri, come se non fosse passato tutto quel tempo, in cui avevo costruito argomenti solidissimi per non tornare. Un saluto educato, quasi formale. "Si accomodi." Null'altro. Nessuna domanda, nessun cenno a quello che era successo l'ultima volta. Mi ha indicato la saletta d'attesa e si è ha continuato a fare quello che stava facendo prima del mio ingresso.
Quattro poltroncine, luci soffuse, incenso. Mi sono seduta e ho aspettato con quella tensione addosso che speravo di non mostrare. Avrei voluto scambiare due parole, qualsiasi cosa, ma nella saletta ero sola. Dopo una decina di minuti è entrato un uomo, trentacinque/quarant'anni, si è seduto senza guardarmi e poco dopo ho sentito passi sulla scala: un altro uomo è sceso, ha pagato alla cassa ed è uscito senza fretta. Subito dopo Janet è sparita anche lei.
Ho aspettato i miei trenta minuti con quell'uomo seduto a due metri da me che guardava il telefono. Ho pensato che forse stesse aspettando la stessa cosa che aspettavo io e mi è venuta voglia di ridere e di alzarmi e andarmene nello stesso momento.
È arrivata una ragazza, non quella che avevo visto le volte precedenti, una diversa, più giovane che, con un inchino preciso e un "prego, venga” mi ha riportato alla realtà - L'ho seguita su per la scala.
La stanza era uguale. Stesso futon, stessa luce ambra, stessi oggetti alle pareti. Sul futon c'erano l'asciugamano e le ciabattine, ma al posto degli slip di carta monouso c'era una benda di seta gialla ripiegata con cura. L'ho guardata un momento. L'ho presa, l'ho posata sulla sedia insieme ai vestiti mentre mi spogliavo, e mi sono sdraiata a pancia in giù senza metterla.
La stanza era più fredda del solito, o almeno così mi è sembrato. Stare ferma e nuda sul futon mentre aspettavo non ha aiutato. Ho sentito la porta aprirsi dopo una decina di minuti, non Janet, ho capito subito dal modo in cui si muoveva. Nessuna parola. Ha preso la benda dalla sedia e me l'ha messa sugli occhi con movimenti precisi, quasi tecnici. Poi mi ha divaricato le gambe e mi ha toccata, delicata, esperta, in modo che in pochi minuti ha ottenuto quello che cercava. A quel punto l'ho sentita ridere, piano, quasi tra sé. E poi la porta, e il silenzio.
Sono rimasta come mi aveva lasciata. Bendata, gambe aperte, braccia lungo i fianchi. Ad aspettare.
Janet è entrata senza che la sentissi arrivare. Ho capito che era lei dalla voce. "Hai fatto passare tanto tempo. Ma sapevo che saresti tornatai." Tono fermo, quasi annoiato. Non stava chiedendo una risposta e non l'ho data.
Non c'è stato nessun massaggio questa volta. Una mano dentro di me, fredda, metodica, non cercava il mio piacere, stava verificando qualcosa. L'altra ha iniziato a colpirmi: glutei, cosce, schiena. Con una regolarità che sembrava calcolata, metodica, fredda. E probabilmente lo era, perché ogni volta che sentivo il mio corpo avvicinarsi a qualcosa, cambiava ritmo o intensità e mi riportava indietro. Quindici minuti così, forse più. Infastidita, eccitata, infastidita di essere eccitata.
Poi ha battuto le mani. Ho sentito la porta aprirsi. "Girati," ha detto Janet.
Mi sono girata ancora bendata e in un secondo ho sentito la mano di Janet artigliarmi il sesso mentre qualcun altro, la ragazza, credo la stessa di prima, ma non ne sono certa, si sedeva su di me. Nuda, o almeno sotto. Pelo pubico folto, curato, nessun odore. Non sembrava eccitata :era lì con la stessa professionalità fredda di Janet, e questo, in qualche modo, era più disorientante di qualsiasi altra cosa.
Mi ha soffocata con una pazienza che non mi aspettavo. Non era peso morto era controllo assoluto. Si sollevava di qualche centimetro esattamente quando le mie contrazioni diventavano involontarie, mi concedeva tre o quattro respiri corti, e ricominciava. Imparava il mio ritmo per usarlo contro di me.
Janet, nel frattempo, non cercava il mio piacere ma lo evitava con la stessa precisione. Le dita sui capezzoli sapevano esattamente quando smettere, quando allentare, come trasformare ogni impulso in qualcosa che bruciava senza mai diventare sollievo. Le due lavoravano insieme senza parlarsi, senza un segnale che riuscissi a intercettare. Una coordinazione che aveva evidentemente una storia, una pratica, un metodo rodato su cui io ero semplicemente il materiale del momento.
Il tempo ha smesso di avere una misura precisa. So che è durato almeno trenta minuti (facendo dopo i conti) ma ad un certo punto ho smesso di resistere, che è una cosa diversa dall'arrendersi, è più simile al cedere di un muscolo che ha tenuto troppo a lungo.
Il primo orgasmo è arrivato lungo e non me lo aspettavo così: un minuto almeno di contrazioni violente e involontarie durante il quale Janet si è fermata completamente, lasciandomi andare senza aggiungere nulla, come se il suo lavoro fosse finito e il mio corpo dovesse concludere da solo quello che lei aveva costruito.
Pochi minuti di silenzio. Poi Janet ha ripreso con la stessa freddezza di prima, senza concessioni, come se il primo non fosse accaduto. La ragazza intanto aveva spostato il peso sui seni, capezzoli stretti con una precisione che non cercava il piacere ma il contrario lasciandosi però abbandonare non più controllata sul mio viso. Il respiro è diventato sempre più corto, poi quasi assente. Ho sentito la testa girare in un modo che non avevo mai provato, non il giramento che conosco, qualcosa di più profondo e più buio, il bordo di qualcosa.
Il secondo orgasmo è arrivato lì, esattamente in quel momento. Più breve del primo ma di un'intensità che non saprei misurare. Per uno o due secondi non ero del tutto presente, non so come spiegarlo altrimenti. Poi la ragazza si è alzata e Janet ha tolto le mani, simultanee, come se avessero aspettato quello stesso istante.
"Alzati," ha detto Janet. Mi ha tolto la benda. È andata alla sedia, ha preso le mie mutandine e le ha strappate. Poi è uscita senza aggiungere altro.
Mi sono rivestita come potevo, sistemata al meglio davanti al piccolo specchio, e sono scesa dopo una decina di minuti. Janet era alla cassa. Non mi ha guardata. Mi ha porto la ricevuta di duecento euro, come sempre. Ho pagato con il pos, ho preso lo scontrino e mi sono avviata all'uscita. In quel momento, un attimo prima che aprissi la porta, Janet mi è arrivata alle spalle e mi ha abbracciato, si è apposggiata con tutto corpo a me, da dietro e mi hasussurrato all'orecchio "la prossima volta tornerai quando ti chiamerò io, dimmi il tuo numero di telefono" .La sua presa stretta non mi ha dato modo di girarmi: sentivo le sue braccia che mi abbracciavano e il suo corpo control il mio. Ho snocciolato il mio numero di cellulare con il suo respiro sul mio collo che mi ha dava dei brividi di piacere. Appena detto ha allentato la presa mi ha baciata sull'orecchio desto e mi halasciata senza altre parole.
Fuori c'era ancora luce. Camminavo e non sapevo bene cosa fare di quello che avevo addosso. Era una specie di euforia che non riuscivo a giustificare, e sotto, appena sotto, qualcosa che somigliava al disgusto. Non di Janet. Di me. Del fatto che fossi entrata sapendo benissimo cosa stessi scegliendo, e che una parte di me si sentisse quasi orgogliosa di averlo fatto, come se fosse stata una mia decisione dall'inizio, come se Janet stesse seguendo un copione che avevo scritto io. Una bugia comoda o una verità assoluta. Ma quella sera, almeno per il tempo che ci vuole a fare dieci minuti a piedi per raggiungere la mia auto, me la sono tenuta stretta e il mio sorriso credo fosse evidente così come il mio camminare quasi sollevata dall'asfato dei marciapiedi di Milano
Non so bene come definire quello che mi ha spinto a tornare dopo quasi cinque mesi. Me lo sono raccontata in mille modi: ero in zona, era per caso, non avevo davvero intenzione. Tutte bugie che mi sono smontate da sola mentre attraversavo la strada.
Janet era alla reception. Mi ha guardata come se fossi entrata ieri, come se non fosse passato tutto quel tempo, in cui avevo costruito argomenti solidissimi per non tornare. Un saluto educato, quasi formale. "Si accomodi." Null'altro. Nessuna domanda, nessun cenno a quello che era successo l'ultima volta. Mi ha indicato la saletta d'attesa e si è ha continuato a fare quello che stava facendo prima del mio ingresso.
Quattro poltroncine, luci soffuse, incenso. Mi sono seduta e ho aspettato con quella tensione addosso che speravo di non mostrare. Avrei voluto scambiare due parole, qualsiasi cosa, ma nella saletta ero sola. Dopo una decina di minuti è entrato un uomo, trentacinque/quarant'anni, si è seduto senza guardarmi e poco dopo ho sentito passi sulla scala: un altro uomo è sceso, ha pagato alla cassa ed è uscito senza fretta. Subito dopo Janet è sparita anche lei.
Ho aspettato i miei trenta minuti con quell'uomo seduto a due metri da me che guardava il telefono. Ho pensato che forse stesse aspettando la stessa cosa che aspettavo io e mi è venuta voglia di ridere e di alzarmi e andarmene nello stesso momento.
È arrivata una ragazza, non quella che avevo visto le volte precedenti, una diversa, più giovane che, con un inchino preciso e un "prego, venga” mi ha riportato alla realtà - L'ho seguita su per la scala.
La stanza era uguale. Stesso futon, stessa luce ambra, stessi oggetti alle pareti. Sul futon c'erano l'asciugamano e le ciabattine, ma al posto degli slip di carta monouso c'era una benda di seta gialla ripiegata con cura. L'ho guardata un momento. L'ho presa, l'ho posata sulla sedia insieme ai vestiti mentre mi spogliavo, e mi sono sdraiata a pancia in giù senza metterla.
La stanza era più fredda del solito, o almeno così mi è sembrato. Stare ferma e nuda sul futon mentre aspettavo non ha aiutato. Ho sentito la porta aprirsi dopo una decina di minuti, non Janet, ho capito subito dal modo in cui si muoveva. Nessuna parola. Ha preso la benda dalla sedia e me l'ha messa sugli occhi con movimenti precisi, quasi tecnici. Poi mi ha divaricato le gambe e mi ha toccata, delicata, esperta, in modo che in pochi minuti ha ottenuto quello che cercava. A quel punto l'ho sentita ridere, piano, quasi tra sé. E poi la porta, e il silenzio.
Sono rimasta come mi aveva lasciata. Bendata, gambe aperte, braccia lungo i fianchi. Ad aspettare.
Janet è entrata senza che la sentissi arrivare. Ho capito che era lei dalla voce. "Hai fatto passare tanto tempo. Ma sapevo che saresti tornatai." Tono fermo, quasi annoiato. Non stava chiedendo una risposta e non l'ho data.
Non c'è stato nessun massaggio questa volta. Una mano dentro di me, fredda, metodica, non cercava il mio piacere, stava verificando qualcosa. L'altra ha iniziato a colpirmi: glutei, cosce, schiena. Con una regolarità che sembrava calcolata, metodica, fredda. E probabilmente lo era, perché ogni volta che sentivo il mio corpo avvicinarsi a qualcosa, cambiava ritmo o intensità e mi riportava indietro. Quindici minuti così, forse più. Infastidita, eccitata, infastidita di essere eccitata.
Poi ha battuto le mani. Ho sentito la porta aprirsi. "Girati," ha detto Janet.
Mi sono girata ancora bendata e in un secondo ho sentito la mano di Janet artigliarmi il sesso mentre qualcun altro, la ragazza, credo la stessa di prima, ma non ne sono certa, si sedeva su di me. Nuda, o almeno sotto. Pelo pubico folto, curato, nessun odore. Non sembrava eccitata :era lì con la stessa professionalità fredda di Janet, e questo, in qualche modo, era più disorientante di qualsiasi altra cosa.
Mi ha soffocata con una pazienza che non mi aspettavo. Non era peso morto era controllo assoluto. Si sollevava di qualche centimetro esattamente quando le mie contrazioni diventavano involontarie, mi concedeva tre o quattro respiri corti, e ricominciava. Imparava il mio ritmo per usarlo contro di me.
Janet, nel frattempo, non cercava il mio piacere ma lo evitava con la stessa precisione. Le dita sui capezzoli sapevano esattamente quando smettere, quando allentare, come trasformare ogni impulso in qualcosa che bruciava senza mai diventare sollievo. Le due lavoravano insieme senza parlarsi, senza un segnale che riuscissi a intercettare. Una coordinazione che aveva evidentemente una storia, una pratica, un metodo rodato su cui io ero semplicemente il materiale del momento.
Il tempo ha smesso di avere una misura precisa. So che è durato almeno trenta minuti (facendo dopo i conti) ma ad un certo punto ho smesso di resistere, che è una cosa diversa dall'arrendersi, è più simile al cedere di un muscolo che ha tenuto troppo a lungo.
Il primo orgasmo è arrivato lungo e non me lo aspettavo così: un minuto almeno di contrazioni violente e involontarie durante il quale Janet si è fermata completamente, lasciandomi andare senza aggiungere nulla, come se il suo lavoro fosse finito e il mio corpo dovesse concludere da solo quello che lei aveva costruito.
Pochi minuti di silenzio. Poi Janet ha ripreso con la stessa freddezza di prima, senza concessioni, come se il primo non fosse accaduto. La ragazza intanto aveva spostato il peso sui seni, capezzoli stretti con una precisione che non cercava il piacere ma il contrario lasciandosi però abbandonare non più controllata sul mio viso. Il respiro è diventato sempre più corto, poi quasi assente. Ho sentito la testa girare in un modo che non avevo mai provato, non il giramento che conosco, qualcosa di più profondo e più buio, il bordo di qualcosa.
Il secondo orgasmo è arrivato lì, esattamente in quel momento. Più breve del primo ma di un'intensità che non saprei misurare. Per uno o due secondi non ero del tutto presente, non so come spiegarlo altrimenti. Poi la ragazza si è alzata e Janet ha tolto le mani, simultanee, come se avessero aspettato quello stesso istante.
"Alzati," ha detto Janet. Mi ha tolto la benda. È andata alla sedia, ha preso le mie mutandine e le ha strappate. Poi è uscita senza aggiungere altro.
Mi sono rivestita come potevo, sistemata al meglio davanti al piccolo specchio, e sono scesa dopo una decina di minuti. Janet era alla cassa. Non mi ha guardata. Mi ha porto la ricevuta di duecento euro, come sempre. Ho pagato con il pos, ho preso lo scontrino e mi sono avviata all'uscita. In quel momento, un attimo prima che aprissi la porta, Janet mi è arrivata alle spalle e mi ha abbracciato, si è apposggiata con tutto corpo a me, da dietro e mi hasussurrato all'orecchio "la prossima volta tornerai quando ti chiamerò io, dimmi il tuo numero di telefono" .La sua presa stretta non mi ha dato modo di girarmi: sentivo le sue braccia che mi abbracciavano e il suo corpo control il mio. Ho snocciolato il mio numero di cellulare con il suo respiro sul mio collo che mi ha dava dei brividi di piacere. Appena detto ha allentato la presa mi ha baciata sull'orecchio desto e mi halasciata senza altre parole.
Fuori c'era ancora luce. Camminavo e non sapevo bene cosa fare di quello che avevo addosso. Era una specie di euforia che non riuscivo a giustificare, e sotto, appena sotto, qualcosa che somigliava al disgusto. Non di Janet. Di me. Del fatto che fossi entrata sapendo benissimo cosa stessi scegliendo, e che una parte di me si sentisse quasi orgogliosa di averlo fatto, come se fosse stata una mia decisione dall'inizio, come se Janet stesse seguendo un copione che avevo scritto io. Una bugia comoda o una verità assoluta. Ma quella sera, almeno per il tempo che ci vuole a fare dieci minuti a piedi per raggiungere la mia auto, me la sono tenuta stretta e il mio sorriso credo fosse evidente così come il mio camminare quasi sollevata dall'asfato dei marciapiedi di Milano
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