Istruzioni per un pomeriggio sporco
di
Vex
genere
masturbazione
Era pomeriggio e fuori pioveva, il tipo di giornata che ti fa venire voglia di stare a letto con le mani nei posti sbagliati. Avevo aperto la chat per noia, o forse per quella fame specifica che ti prende quando sai che da qualche parte c'è qualcuno disposto a obbedirti. Lui era lì, trent'anni, il nickname diceva tutto: high & hard. Già duro prima ancora che io scrivessi una parola. Perfetto.
"Ciao," ho digitato. "Ce l'hai già in mano o devo dirti io quando iniziare?"
La risposta arrivò veloce, quasi affannata. "Mi sto trattenendo. Dimmi tu."
Sorrisi allo schermo, accavallando le gambe sotto la scrivania. Mi piaceva quell'ansia, quel bisogno disperato di farsi dire cosa fare.
"Bravo. Allora metti la mano intorno, ma non muoverti. Voglio che lo senti soltanto, quanto è caldo e pesante nel tuo palmo. Stringi una volta, piano, e dimmi com'è."
Ci fu una pausa. Lo immaginai, da qualche parte, con il telefono in una mano e il cazzo nell'altra, gli occhi fissi sullo schermo in attesa del mio prossimo comando.
"È duro come il marmo," scrisse. "Sta già colando."
"Già bagnato per me e non hai ancora iniziato a muoverti? Sei proprio un disperato. Va bene, adesso voglio che fai scorrere la mano su, lentissima, fino alla punta. Fermati lì e passaci il pollice sopra. Poi torna giù, ma piano, che non voglio che ti rovini il divertimento prima che te lo dica io."
Lo guidai così per minuti interminabili. Ogni tanto mi mandava un messaggio spezzato, una parola, un gemito scritto. "Cazzo." "Così." "Ancora." Io continuavo, inflessibile.
"Adesso fermati. Mano via. Voglio che ti tocchi le palle, stringile piano e conti fino a dieci. Voglio sentire quanto ti fanno male, quanto sei pieno per me."
"Ti prego," scrisse lui. "Fammi ricominciare."
"No. Prima dimmi quanto ti piace obbedirmi. Dimmi che sei il mio cagnolino e che faresti qualsiasi cosa per poterti svuotare."
"Sì, cazzo, sono il tuo cagnolino. Farò qualsiasi cosa. Ti prego lasciami toccare."
"Bravo. Allora riprendilo in mano. Questa volta puoi andare più veloce, ma non troppo. Voglio che senti ogni centimetro che scivola nel tuo pugno bagnato. Immagina che sia la mia mano, stretta e calda, che ti sega mentre ti guardo con quegli occhi da stronza che ti fanno impazzire."
I suoi messaggi diventarono più brevi, pieni di errori di battitura. "Oddio." "Sto per." "Posso?"
"No. Stringi alla base. Forte. Non ti azzardare a venire finché non te lo dico io. Voglio che tu sia sul punto di scoppiare, con le palle che tirano e il cazzo che pulsa come un cuore impazzito. Sei lì?"
"Sì cazzo sì. Ti supplico."
"Allora dillo. Dì 'ti prego fammi venire come lo schiavo che sono'."
"Ti prego fammi venire come lo schiavo che sono. Ti prego ti prego."
"Vieni. Adesso. Spruzza tutto sulla pancia e sulle dita, voglio che ti sporchi tutto per me mentre pensi alla mia lingua che ti pulisce dopo."
Non rispose per un minuto intero. Poi arrivò un messaggio breve, esausto.
"Fatto. Oddio."
Sorrisi, soddisfatta, e spensi lo schermo. Fuori continuava a piovere.
"Ciao," ho digitato. "Ce l'hai già in mano o devo dirti io quando iniziare?"
La risposta arrivò veloce, quasi affannata. "Mi sto trattenendo. Dimmi tu."
Sorrisi allo schermo, accavallando le gambe sotto la scrivania. Mi piaceva quell'ansia, quel bisogno disperato di farsi dire cosa fare.
"Bravo. Allora metti la mano intorno, ma non muoverti. Voglio che lo senti soltanto, quanto è caldo e pesante nel tuo palmo. Stringi una volta, piano, e dimmi com'è."
Ci fu una pausa. Lo immaginai, da qualche parte, con il telefono in una mano e il cazzo nell'altra, gli occhi fissi sullo schermo in attesa del mio prossimo comando.
"È duro come il marmo," scrisse. "Sta già colando."
"Già bagnato per me e non hai ancora iniziato a muoverti? Sei proprio un disperato. Va bene, adesso voglio che fai scorrere la mano su, lentissima, fino alla punta. Fermati lì e passaci il pollice sopra. Poi torna giù, ma piano, che non voglio che ti rovini il divertimento prima che te lo dica io."
Lo guidai così per minuti interminabili. Ogni tanto mi mandava un messaggio spezzato, una parola, un gemito scritto. "Cazzo." "Così." "Ancora." Io continuavo, inflessibile.
"Adesso fermati. Mano via. Voglio che ti tocchi le palle, stringile piano e conti fino a dieci. Voglio sentire quanto ti fanno male, quanto sei pieno per me."
"Ti prego," scrisse lui. "Fammi ricominciare."
"No. Prima dimmi quanto ti piace obbedirmi. Dimmi che sei il mio cagnolino e che faresti qualsiasi cosa per poterti svuotare."
"Sì, cazzo, sono il tuo cagnolino. Farò qualsiasi cosa. Ti prego lasciami toccare."
"Bravo. Allora riprendilo in mano. Questa volta puoi andare più veloce, ma non troppo. Voglio che senti ogni centimetro che scivola nel tuo pugno bagnato. Immagina che sia la mia mano, stretta e calda, che ti sega mentre ti guardo con quegli occhi da stronza che ti fanno impazzire."
I suoi messaggi diventarono più brevi, pieni di errori di battitura. "Oddio." "Sto per." "Posso?"
"No. Stringi alla base. Forte. Non ti azzardare a venire finché non te lo dico io. Voglio che tu sia sul punto di scoppiare, con le palle che tirano e il cazzo che pulsa come un cuore impazzito. Sei lì?"
"Sì cazzo sì. Ti supplico."
"Allora dillo. Dì 'ti prego fammi venire come lo schiavo che sono'."
"Ti prego fammi venire come lo schiavo che sono. Ti prego ti prego."
"Vieni. Adesso. Spruzza tutto sulla pancia e sulle dita, voglio che ti sporchi tutto per me mentre pensi alla mia lingua che ti pulisce dopo."
Non rispose per un minuto intero. Poi arrivò un messaggio breve, esausto.
"Fatto. Oddio."
Sorrisi, soddisfatta, e spensi lo schermo. Fuori continuava a piovere.
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