La scala antincendio

di
genere
confessioni

È successo due inverni fa a Milano, durante una di quelle trasferte di lavoro che odi perché fa freddo e vorresti solo stare a casa. Lui era un collega di un'altra sede, uno di quelli che vedi in videochiamata mille volte ma mai dal vivo. Ci eravamo beccati per caso all'evento aziendale, avevamo bevuto due calici di rosso di troppo al buffet e ci eravamo ritrovati a fissarci con quella fame che non ha niente a che fare con la cena.

Non potevamo andare in camera. La sua era al terzo piano ma condivideva la stanza con un altro collega. La mia era al quinto ma c'erano le addette alle pulizie ancora in giro per il corridoio. Fu lui a prendermi per il polso e a trascinarmi verso l'uscita di emergenza in fondo al corridoio, quella con il cartello verde che nessuno guarda mai.

La porta si aprì su una scala antincendio esterna, di quelle in metallo zigrinato attaccate al fianco dell'edificio. L'aria fredda ci colpì come uno schiaffo, gelida e umida. Sotto di noi, sei piani di vuoto e il vicolo deserto con i cassonetti dell'immondizia. Sopra, il cielo sporco di Milano e qualche finestra illuminata di altri hotel. Il rumore del traffico lontano copriva qualsiasi altro suono.

Non ci baciammo nemmeno. Mi spinse contro la ringhiera di ferro, fredda, che mi si stampò sulla schiena attraverso la camicetta di seta sottile. Sentii il gelo mordermi le scapole mentre le sue mani mi sollevavano la gonna a tubino fino alla vita. Le sue dita erano calde contro la mia pelle d'oca, un contrasto che mi fece impazzire.

Mi girò a pancia contro la ringhiera senza troppe cerimonie. Il metallo gelido mi premeva sui fianchi e sullo stomaco, facendomi contrarre i muscoli dell'addome. Sentii il rumore della sua cerniera che si abbassava, il fruscio del preservativo che srotolava, e poi le sue mani sui miei glutei nudi, le dita che scavavano nella carne mentre mi apriva. Il freddo mi aveva già fatto ritirare i capezzoli in due punti durissimi che sfregavano dolorosamente contro il pizzo del reggiseno e il tessuto della camicetta.

Quando mi penetrò fu un unico movimento fluido, deciso, come se avesse aspettato tutta la sera per farlo. Ero già bagnata nonostante il gelo, quel tipo di eccitazione che ti prende quando sai che stai facendo qualcosa di sbagliato. Lo sentii scivolare dentro tutto fino in fondo, riempiendomi completamente, il calore del suo sesso che contrastava con il freddo che mi avvolgeva ovunque. L'attrito iniziale mi strappò un gemito.

Cominciò a muoversi subito, senza preamboli. Le spinte erano profonde e regolari, un ritmo costante che faceva vibrare la struttura metallica sotto i nostri piedi. La ringhiera sbatteva leggermente a ogni affondo, un suono sordo e ritmico che si mescolava ai nostri respiri condensati in nuvolette di vapore nell'aria gelida. Le sue mani mi tenevano per i fianchi, le dita affondate nella mia carne come ganci, tirandomi indietro per incontrarlo a ogni colpo.

Il freddo rendeva tutto più intenso. I suoi testicoli sbattevano contro il mio pube a ogni affondo, un contatto umido e caldo in mezzo a quel gelo. Abbassai lo sguardo e vidi le mie mani aggrappate alla ringhiera, le nocche bianche, le unghie che grattavano la vernice scrostata del metallo. Più in basso, la sua sagoma dietro di me, i pantaloni ancora addosso ma abbassati quel tanto che bastava, il movimento ritmico dei suoi fianchi contro i miei glutei nudi.

A un certo punto mi spinse più avanti, facendomi piegare quasi a novanta gradi sulla balaustra. Il cambio di angolazione mi fece serrare intorno a lui, un crampo di piacere che mi partì dal basso ventre e mi risalì lungo la schiena. Sentivo ogni centimetro di lui dentro di me, ogni vena, ogni pulsazione. Le mie pareti lo stringevano in una morsa calda e bagnata che contrastava con l'aria gelida che mi mordeva le cosce scoperte.

Lui accelerò, i respiri più corti, le mani che ora mi tenevano per le spalle per avere più leva. La sua presa era forte, quasi brutale, le dita che mi segnavano la pelle. Il rumore dei nostri corpi che si incontravano era diventato più veloce, più umido, un suono osceno che rimbalzava contro il muro di mattoni del palazzo accanto. Sentivo il sudore iniziare a imperlargli la fronte nonostante il freddo, qualche goccia che cadeva sulla mia schiena nuda dove la camicetta si era sollevata.

Il mio orgasmo arrivò all'improvviso, inaspettato come un colpo di tosse. Mi contrasse tutta, un arco di piacere che mi fece inarcare la schiena e gettare la testa all'indietro, gli occhi puntati al cielo invernale e alla luna velata dalle nubi. Le mie pareti si strinsero intorno a lui a ondate, spasmi involontari che lo accolsero sempre più a fondo. Dovetti mordermi il labbro per non urlare, il sapore metallico del sangue che si mescolava a quello del rossetto e del vino di prima.

Lo sentii irrigidirsi dietro di me, il ritmo che perdeva regolarità, i colpi che diventavano più corti e disperati. Le sue unghie mi graffiarono i fianchi mentre si spingeva dentro un'ultima volta, più a fondo di quanto avesse mai fatto, e rimase lì, immobile, pulsante, mentre veniva dentro di me in lunghi getti caldi che sentivo anche attraverso la barriera sottile del preservativo.

Rimanemmo così per qualche secondo, immobili, piegati sulla ringhiera gelida, i fiati che si condensavano nell'aria invernale e si mescolavano. Il sudore sulla mia schiena stava già diventando freddo, facendomi rabbrividire. Sotto di noi, il vicolo era ancora deserto, i cassonetti sempre lì, il traffico lontano che scorreva ignaro.

Quando si ritrasse sentii il vuoto improvviso, il freddo che entrava dove prima c'era stato il suo calore. Mi sistemai la gonna tremando, le dita intorpidite che cercavano di ricomporsi. I collant erano rovinati, una smagliatura enorme che correva dalla coscia al polpaccio. Li sfilai del tutto e li appallottolai nella borsa, le gambe nude sotto la gonna di lana che adesso grattava sulla pelle irritata.

Lui si allacciò i pantaloni in silenzio, il respiro ancora un po' affannato. Mi guardò con un sorrisetto complice, le guance arrossate dal freddo e dallo sforzo. Gli vidi il preservativo annodato nel pugno chiuso, da buttare chissà dove. La porta d'emergenza si aprì con un clic e rientrammo nel corridoio riscaldato dell'hotel come se niente fosse, le orecchie che pizzicavano per lo sbalzo termico.

Il giorno dopo, alla riunione, eravamo seduti a tre posti di distanza. Nessuno sapeva che la notte prima mi ero fatta scopare su una scala antincendio, con il culo al gelo e le mani aggrappate a una ringhiera arrugginita. Io portavo ancora i segni delle sue dita sui fianchi, nascosti dal maglione a collo alto. Lui mi lanciò un'occhiata durante la pausa caffè, un lampo rapido che diceva tutto. Non ci parlammo mai più dopo quella trasferta.

Ma ogni volta che vedo una scala antincendio esterna, mi pizzicano le cosce dal freddo.
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2026-04-09
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