Il Genio della Lampada

di
genere
orge

Mi odierete. Una fortuna sfacciata come la mia merita la più feroce invidia.
Ero in Yemen, in una valle rocciosa a due giorni di jeep e cammello da Abn Qwazir. Come in tutte le primavere degli ultimi vent'anni avevo interrotto l'insegnamento per partecipare alla campagna di scavi finanziata dall'università.
Non sto a dirvi del mio spirito! Se guardavo indietro vedevo solo studio e ricerca, non ho mai fatto altro, e tutta la mia vita poteva essere condensata in pochi articoli pubblicati ed in un libro sulle rotte commerciali dei Nabatei, letto forse da sei persone. Oh, spieghiamoci, nessuna frustrazione, solo la rassegnazione che la vita mi fosse scivolata tra le dita come la sabbia di questa valle cotta dal sole.
Ormai non credevo nemmeno più nel lavoro che stavo facendo ed alle balle che ci raccontavamo tra noi colleghi. Non avevano riportato alla luce alcuna città sepolta e nessuna civiltà scomparsa era tornata a rivivere grazie al nostro lavoro.
Noi archeologi, con l'assurda pretesa di poterci opporre al potere obnubilante dei millenni e con la meschina arroganza di poter far rivivere il passato, avevamo soltanto dissotterrato, ripulito e catalogato migliaia di reperti che ci restituivano una civiltà passata quanto una manciata di punti e virgole possono darci idea dell'intera opera di Shakespeare.
Insomma, ero in totale crisi quando scorsi la lampada tra i mattoni scollati d'un muretto. La mia reazione fu inaspettata e repentina, mai avrei creduto di poter rubare un reperto. L'estrassi delicatamente ma con la fretta di un ladro, l'avvolsi in uno straccio e, dopo aver controllato che nessuno delle decine di scavatori potesse vedermi, la cacciai nello zainetto.
L'ho tenuta con me fino al tramonto resistendo alla tentazione di correre in tenda per ammirarmela di nascosto. Un lungo pomeriggio di paure, qualcuno poteva aver visto, potevo perderla, in ogni istante controllavo dove avevo poggiato la zainetto, non sentivo quel che mi dicevano i colleghi, la lampada mi chiamava talmente forte da temere che potessero sentirla anche gli altri.
E per non destar sospetti partecipai lo stesso alla breve riunione di fine giornata dopo la cena sotto il tendone. I miei colleghi discutevano ancora dell'articolo di Inka Frohms, un'archeologa dell'Università di Berkeley che proponendo una nuova ipotesi screditava di fatto (e ridicolizzava) il nostro lavoro degli ultimi sei anni. Una vigliaccata che ci angustiava e infervorava da dieci giorni ma che quella sera mi lasciava del tutto indifferente.
Dissi ch'ero a pezzi e finalmente mi ritirai.


Deposi il fagotto sul tavolino al centro della tenda, sotto la luce bianca, e l'aprii con apprensione. Alla vista della lampada mi prese una gioia infantile, a nulla m'interessavano fattura, foggia e possibile provenienza, contava solo che fosse d'oro, che luccicasse e che fosse solo mia!
La spolverai con cura usando il pennello più morbido. Non avevo coraggio di toccarla, era bellissima e nei riflessi dorati c'erano tutti i miei sogni. M'accorsi che le stavo parlando come ad una sorella e sorrisi vergognandomene.
Infine decisi d'usare un panno di lana ed una violenta luce azzurra m'abbagliò. No, nessuno spavento, sapevo che ci sarebbe stato. È assurdo, lo so, ma io che non ho mai creduto nella magia e nelle favole, e nemmeno nell'omeopatia, sapevo che quella era una lampada magica e, una volta ritornatami la vista, non mi sorpresi di vedere il genio seduto sulla mia brandina.
Ma non sedeva a gambe incrociate come nelle Mille ed una Notte, era un vecchietto seduto sul bordo del lettino, scarpe a terra e schiena incurvata in avanti per non sbattere col borsalino contro la tenda inclinata. Indossava un improbabile cappotto nero, pesante ed aperto su un farfallino a pois. Il viso bonario non era orientale ma bianco e tondo ed illuminato dagli occhi che luccicavano neri sotto sopracciglia cespugliose e bianchissime. Era in bianco e nero.
“Ma tu sei Clarence!, l'angelo de La vita è meravigliosa!”
“No no!!! Io sono solo quello che hai chiamato tu, quello che desideravi incontrare. Non mettermi in mezzo a cose che non mi riguardano, perché poi la colpa è sempre mia! So come va sempre a finire con voi... No, non ce l'ho con te, ma dove siamo?, in che anno?”
Non mi lasciò rispondere. “Yemen? Duemilaventi?! Ma se sono passati appena sedici anni dall'ultimo! E come hai fatto a trovarmi?, questa volta m'ero nascosto bene... No, non dir nulla, ho fretta. Ascoltami.”
Non avrei comunque potuto parlare, l'emozione mi aveva tolto la parola e le mie orecchie erano tutte per quel vecchietto agitato.
“Lo sanno anche i bambini: ti spettano tre desideri. Ma vediamo di risparmiarci il solito teatrino, in seimila anni è sempre la stessa storia, ho fretta, sto seguendo 'La casa di carta', devo tornare nella lampada... Tu lascia fare a me! Faccio io, fidati.”
Aprì il pollice della sinistra e me lo mostrò ben alzato tirandolo con due dita dell'altra mano: “Primo! Tu vuoi tornare giovane ed io, se mi lasci fare, ti accontenterò al meglio... Perché non ha senso tornare giovani e non ricordare più nulla di chi si è stati o non aver la salute. Non sai quanti hanno fatto questo errore! Ecco, io posso regalarti la salute d'un pesce e farti tornare ai tuoi vent'anni ma senza cancellare gli anni che hai vissuto, così non perderai la tua identità ed alcun tuo ricordo. Ma c'è un ma! Attenzione!” Mi ammonì col dito: “In questo modo non t'allungherò la vita, tornerai giovane ma ti rimarranno da vivere solo gli anni che ti spettano ora. Capito? Ti sta bene?”
Cazzo se mi stava bene!
Sollevò l'indice. “Secondo. Tu desideri la ricchezza come tutti quanti, anche perché credi che con tanti soldi potresti fare un sacco di belle e nobili cose... Boh, non sta a me giudicare come li useresti, ti dico solo che l'ultimo sta scontando in America una condanna a centocinquant'anni di carcere per crimini fiscali. Ora è tutto più complicato, per diridindina! Non è facile giustificare la provenienza di un'immensa fortuna!... Quindi molto meglio qualcosa di sostanzioso ed inesauribile ma non troppo appariscente, tipo una serie di conti correnti sparsi per il mondo... Non credi?”
Eccome se ci credevo!
“Ora il terzo desiderio, il più delicato per te.” Sollevò il terzo dito. Gli tremava la mano. “Lo so, tu per pudore vorresti chiedermi semplicemente la bellezza che non hai mai avuto, perché hai vergogna dei sogni che hai represso in tutti questi anni... ma io lo so, tu in realtà tu vorresti avere una vita sensuale per riscattarti finalmente dalle mille delusioni ed umiliazioni subite... Io posso farlo! Seguo le serie Tv e tutte quelle bellissime pubblicità dei profumi, so che tipo di bellezza va in questa epoca, saresti irresistibile!... Ti darò un viso ed un fisico perfetti, alla moda di adesso, diventerai un sogno erotico, non dovrai mai chiedere, cadranno ai tuoi piedi come mosche... proprio come nelle pubblicità.”
No, non mi convinceva. Non lo contraddissi ma così mi pareva di sprecare un desiderio.
Clarence guardò l'orologio spazientito. “Uff, tra poco inizia, devo tornare nella lampada per veder... Insomma, non ho più tempo!... Se non fai storie e la finiamo qui, ti aggiungo un mio regalo: il tuo desiderio inconfessabile!” E mi fece l'occhiolino.
“Non vergognartene, lo vedo, tu vorresti abbandonarti al sesso come non hai mai fatto per mille motivi ed inibizioni. Vorresti una roba esagerata senza negarti alcun piacere. Niente di più facile per me! Ti trasformo in... in una macchina da sesso! Si dice così oggi, vero? Potrai trombare per giorni e giorni, anche cento volte al giorno, senza stancarti od ammazzarti e, quel che più conta, senza annoiarti e perdere l'eccitazione! Pensa, nessuna remora morale ed un corpo che ti permetterà tutto e di più: megascopate, gruppi, orge, proverai ogni genere di gioco e depravazione... tutto quello che ora non osi nemmeno nominare in pubblico. Non è forse questo che sogni nelle tue notti solitarie?”
Sentirselo chiedere dall'angelo Clarence faceva un certo effetto, ma accettai.
“Perfetto, finalmente posso sparire! Ma tornerò tra quindici giorni, le nuove norme in materia m'impongono di concederti il diritto di recesso.”
Il genio fu risucchiato dalla lampada che sparì in una scintilla azzurra.

Insieme alla lampada erano sparite anche le rughe e le vene sulle mie mani. I vestiti s'erano improvvisamente fatti larghi e, ma mi ci volle qualche secondo per realizzarlo, sentivo scorrermi dentro una forza e un'agilità ormai dimenticate.
Aprii una cartelletta di pelle abbandonata sulla brandina e vi trovai mazzette di banconote e decine di carte di credito.
Passai tutta la notte a guardarmi allo specchio e a pianificare la mia fuga ai Caraibi o alle isole greche. Raccolsi la mia roba, attivai i conti correnti, spedii email ai colleghi spiegando quanto mi fossero stati tutti sul cazzo e mi licenziai dall'università condensando in cinque righe tutto il disprezzo che avevo accumulato in dodici anni nei confronti di quell'idiota del Rettore. Era il mio quarto desiderio!
M'imbacuccai con turbante ed occhialoni, lasciai una bella mazzetta alle guardie del campo e me ne andai requisendo un fuoristrada.

Un piano fallimentare. Stupidamente, forse per rendere più realistica la mia fuga, avevo scelto di non seguire la strada sterrata. Peccato che avevo preso il fuoristrada col navigatore rotto! Poco male, potevo usare il mio smartphone.
A mezzogiorno mi bloccai di botto, avevo realizzato che mi era impossibile presentarmi in aeroporto col mio passaporto. Lo aprii lentamente e lanciai benedizioni di giubilo all'angelo Clarence che s'era ricordato di aggiornare anche la foto e la data di nascita! Ma furono bestemmie vere quando cercai di caricare il cellulare senza un caricabatterie che s'adattasse alla presa dell'auto!
Ovviamente non avevo idea di dove fossi, ma non me ne preoccupai troppo. Vagavo per deserti e montagne inseguendo i miraggi all'orizzonte, la mia vita era ricominciata e niente, sentivo, sarebbe andato storto.
Il terzo giorno incrociai una pista e la seguii addentrandomi in una lunga valle che si restringeva sempre più fino a diventare un canyon buio e profondo e terminare in un catino circolare delimitato da un'altissima parete di roccia rossa. Il motore si spense. Le taniche di carburante erano ormai vuote.
Scesi, non mi restava che attendere, qualcosa sarebbe successo. Era il silenzio assoluto di quel posto a dirmelo. Il cielo, alto sopra le pareti verticali, era un cerchio azzurro di una profondità mai vista, mi pareva d'essere nell'ombelico del deserto.
Riflesso nei vetri del fuoristrada scorsi uno spaventapasseri.
Ero io con la camicia di quattro misure più grande ed i pantaloni allacciati in vita con uno spago. Solo gli scarponcini mi stavano giusti. M'avvicinai col viso, non avevo mai avuto capelli così lisci. Solo gli occhi erano ancora i miei, quelli del liceo, cerulei e pieni di attese, l'unica cosa che il genio aveva salvato. Ora ero bellissima.
Mi spogliai di fronte al finestrino impolverato. Ero io quella strafiga flessuosa?! Gettai lontano gli stracci della vecchia Margareth e nel riflesso distorto cercai di capire come apparissero le gambe, le natiche ed i seni che carezzavo col piacere d'una lesbica.
In valigia avevo un caftano colorato, preso al bazar per mia nipote. Mi scivolò addosso come un arcobaleno. Non avevo intimo, una sensazione inebriante, ed ero liscia e depilata come una troietta da campus. Sollevai il lembo del vestito e mi regalai un orgasmo da urlo, giurando che non avrei mai più indossato intimo.

Fu panico (o gioia?) quando vidi nel canyon il polverone sollevato da una decina di jeep corrermi incontro. Non avevo vie di fuga e nemmeno la forza o l'istinto di scappare.
Erano predoni, come temevo.
Avvenne tutto con la violenza d'un temporale. Mi circondarono, mi balzarono addosso in tre senza lasciarmi nemmeno il tempo di dire una parola e, quando mi caricarono sulla jeep del loro capo, m'avevano già preso lo zaino con i soldi e le carte.
“Lasciatemi, vi prego, pagherò quello che volete.”
Il predone con una manata mi fece star zitta. Guardava di fronte a sé, la parete di roccia che si stava aprendo come una porta. A questo punto mi convinsi di sognare, ma la jeep ripartì mordendo il terreno e si proiettò all'interno, attraverso la porta magica.

Quella valle segreta era un paradiso d'ombra profumata ed acque sgorganti, un eden di foglie trasparenti e luci diffuse. M'innamorai del mio sogno.
I predoni, che s'erano dimenticati di me, si gettarono spintonandosi in un laghetto cristallino che, nonostante le urla e le risate, non perse il suo incanto senza tempo.
“Lavati.” M'ordinò il loro capo. Era grondante e seminudo con i larghi pantaloni neri incollati alle gambe. Gocce trasparenti gli brillavano sul torace potente.
Lasciai cadere a terra il caftano e mi diressi verso il laghetto. Per la prima volta in vita mia non mi vergognavo di mostrare il mio corpo. Sentivo addosso i loro sguardi pericolosi, ma quando l'acqua m'arrivò alle cosce mi tuffai in avanti e mi dimenticai di loro.
Nuotai fino al centro, mi lasciai galleggiare, mi rivoltolai e feci delle bracciate a dorso fissando il cielo terso tra le rocce rosse. L'acqua era trasparente, gelida ed amica, mi elettrizzava la pelle e giocava con le mie membra miracolosamente giovani, ma non poteva proteggermi, ben presto mi gridarono d'uscire e mi spinsero nuda in un'immensa sala coperta da tappeti e cuscini.
Lo sguardo del capo era desiderio, nessun uomo m'aveva mai rivolto uno sguardo simile. Anche la sua voce tremava e non perché si sforzasse di parlare in inglese. Io ero talmente istupidita dalla soddisfazione che non diedi peso a quel che diceva. “Meriti la morte, qui non è mai entrata donna.”
Sorrisi, aveva mille intenzioni ma non quella d'uccidermi.
“Perdonami, sono la tua schiava: fa' come credi.” Dissi perché la vecchia e spaventata Margareth aveva ancora un certo controllo. La giovane ed impudente Margareth avrebbe implorato di non perdere altro tempo e di violentarla davanti ai suoi uomini.
Gli si rizzò da farlo gemere di rabbia: “Non sei la mia schiava!” Indicò col braccio i suoi trentanove compari. “Sei il nostro bottino e qui il bottino si divide fra tutti quanti.”
Deglutii spaventata. Dovevo fidarmi di Clarence? Finora era stato di parola con i primi due desideri e se m'avevano rubato la ricchezza era stato solo per colpa mia. Girai su me stessa, lentamente, per fissare negli occhi tutti i predoni. La loro eccitazione era una vampa all'inguine che mi risaliva fino alla nuca. Non ragionavo più, sarei morta pur di chiudere la mano attorno ad un bel cazzo, toccare pettorali, annusare l'eccitazione d'un maschio ed essere preda di predoni.

Il genio non m'aveva ingannata. Io che potevo vantare solo l'esperienza d'una monaca di clausura, dopo il quarto uomo m'abbandonai completamente e l'orgia di tre giorni e tre notti con quaranta ladroni in astinenza fu un'apoteosi.
Sopravvissi non so come alle prime ore di ressa e premura, peggio d'un treno di pendolari. Tutti mi spintonavano con l'urgenza d'affondare il cazzo nel primo buco che si liberava e nessuno che scendeva dal treno prima d'avermi ingravidata almeno tre volte.
No, a parte gli orgasmi tellurici, non ho goduto veramente, ero troppo instupidita e preda del mio corpo. Il piacere di quell'orgia lo provo ora, nel ricordo e nell'orgoglio d'averla fatta.
Non era piacere, era orgia di desiderio che non doveva finire. Ero schiantata senza più forze, i capelli e le labbra appiccicati dal seme seccato, ero a pezzi, eppure temevo che smettessero. Ma i predoni si rilassarono presto, banchettavano allegri e facevano scommesse mentre in due o tre m'inchiodavano sui cuscini tra applausi e risate.
In una dozzina, i più giovani e forti, mi portarono al laghetto per lavarmi. M'immersero e mi mondarono amorevolmente con carezze innocenti come l'acqua. Ero bellissima, la principessa in una favola bellissima con i giovani più belle del reame. Mi accudivano con dolci baci su viso e seni, chiudevo le labbra su turgori giovanili, le teste tra le cosce, le mie dita stringevano riccioli neri.
Ero in stato di grazia, fresca come una ragazzina, nessuna stanchezza o dolore e, quando sentii una lingua nel buchetto miracolosamente chiuso, mi pervase una gioia immensa e benedissi Clarence.
Si riaccese il desiderio, ma quello degli innamorati, e facemmo vero amore con dolcezza e pazienza, con risate pudiche e parole d'amore. Niente invidie o gelosie tra loro, solo il piacere dei corpi nudi, mischiavano i loro semi, ero di tutti ed avevano tutta l'eternità per amarmi e penetrarmi gioiosamente.
Ma mi reclamarono gli altri. I vecchi predoni, duri come la pietra, mi pretendevano per insegnare ai giovani come si fa. Baciai i miei lisci amanti e rientrai nella sala delle meraviglie per consegnarmi ai ruvidi predoni.
Mi attendevano stesi su morbidi cuscini, io camminavo tra loro sicura di me stessa, la seta lucente era fresca tra le cosce ed ipnotizzava i loro sguardi. Mi chinai sul primo, una forte barba bianca da guerriero, e impalata sulla sua nobile verga lo rifocillai con datteri, dolci al miele, fichi e baci peccaminosi. Si vergognò della sua debolezza e mi sodomizzò brutalmente. E così gli altri.
Una lunga notte. Gattonavo fra i corpi assopiti risvegliando uccelli addormentati e limonando come una studentessa i bellissimi giovani che mi amavano, dai corpi profumati e dal volto incantevole. Lo facevo per risvegliare i rudi guerrieri, per obbligarli a sodomizzarmi stanchi mentre succhiavo la lingua dei miei amanti.
Fui travolta in altre improvvise orge, in tsunami violenti, come quando danzai al centro del loro cerchio, ma furono ondate di sperma meno intense della prima e che si placarono presto nella mollezza di amplessi dinfiniti.

Nella valle incantata il tempo sembrava non scorrere.
Scoprii mille camere segrete con finestre ad arabesco aperte sulle stelle, mi addormentavo sull'erba umida di giardini freschissimi e cercavo la pace nel mormorio delle fontane d'acqua cristallina, nei patii di maiolica colorata con eleganti scritte arabe. Mi ci trascinava qualcuno, ma subito ci scovavano altri due o tre, o cinque o dieci, e mi raccontavano storie bellissime senza tempo mentre io non mi perdevo un centimetro dei loro bei corpi. Né una goccia.
Mi insegnarono tutti i giochi da concubina, ma molti li ispiravo io gonfiando col solo sguardo o sorriso i coglioni dei miei predoni. Incominciai a distinguerli, a chiamarli per nome ed a fare l'amore come piaceva loro, con ognuno in modo diverso. Se preferivo i più giovani e focosi non lo davo a vedere per non ingelosire i veterani del deserto.
Ero libera come in un sogno e nei sogni niente ha senso. Non mi sono mai fatta domande, non ho mai avuto nausea di cazzi e desideravo spudoratamente anche la violenza.
Ero sorella, complice, puttana ed amante di tutti, ma pur sempre la loro schiava che andava punita. Non potevo essere così bella e sempre vergine. Ed alcuni lo fecero sadicamente, esibendomi ed umiliandomi di fronte a tutti, nel cortile centrale del palazzo. Legata sulla pietra di un altare per antichi sacrifici od appesa ad un palo sotto il solo cocente, mi strapparono piaceri inconcepibili, accecata dal dolore e eccitata dal loro sguardo.

Ma il tempo scorreva comunque.
“Ciao Margareth.”
Sollevai gli occhi e feci cenno d'aspettare un minuto. Succhiai forte quello di fronte e pompai di bacino i due cazzi che mi riempivano. Vennero tutti presto, troppo presto per loro, ma riuscii comunque a convincerli ch'ero stanca, di lasciarmi sola. Okay, se n'andarono, ma prima vollero salutarmi torcendomi i capezzoli per ricordarmi ch'ero loro proprietà.
“Sono già passati i quindici giorni?” Chiesi al genio.
Era seduto a gambe incrociate e non aveva più gli occhi neri di Clarence, ma gli occhi vivaci e furbi di Rocco... e tutto il resto.
M'inginocchiai e lentamente mi distesi in avanti, pancia sotto, allungando la testa fra le sue gambe. Glielo risvegliai di lingua, quando mai mi sarebbe ricapitato Rocco?
“Quindi vuoi rinunciare? Eppure tu, Margareth, sei fa-vo-lo-sa!, la migliore di tutte, t'ho vista, sei felice, perché vuoi rinunciare? Hai paura d'aver perso il tesoro?, di rimanere prigioniera dei ladroni per sempre?... Non è così, lo sai, ti aspettano mille storie fantastiche, perché vuoi tornare brutta e vecchia?”
Non gli risposi, avevo la bocca impegnata.
“Margareth ascolta, ti sto parlando!”
No, mi aveva fatto poppare cazzi per quindici giorni, glielo dovevo. Era divertito, mi carezzava i capelli e mi ha regalato una sborrata magica che valeva almeno venti predoni.
Mi ci accoccolai in grembo, sempre con la mano chiusa sul suo cazzo. Deglutii e mi nettai le labbra: “Possibile che non capisci, genio? La mia vita è cambiata. Dico la mia vita vera, quella della noiosa ed inguardabile professoressa, non questa. Ora avrò sempre con me un ricordo bellissimo che darà luce ad ogni cosa che farò e, credimi, sarò più felice vecchia nei miei pantaloni larghi, fra libri e reperti archeologici, che nuda e bellissima fra tutti gli uomini che potrai darmi tu... Non è vita questa qui.”
“Non hai idea di cosa ti perdi... e non hai ancora provato la ricchezza.” Il marpione cercò di tentarmi col suo viso finto-innocente. L'amavo.
Lo baciai da monella. “Sai cosa penso?”
Mi tirò più vicina per ribaciarmi e toccarmi tutta. "Dimmi."
“Che sei tu quello più dispiaciuto.” Mi ci annodai addosso con braccia e gambe, incollando seni e guance ed ogni centimetro di pelle che riuscivo. “Mi hai fatta fantastica e non vuoi perdermi... Sono io il tuo sogno, il tuo desiderio segreto.” Mi divincolai e mi misi in posizione sul tappeto, a gattoni culo in aria. “Tu non vuoi perdermi. Sbaglio?”
La risposta arrivò dritta allo stomaco sfondandomi come se non fossero mai esistiti i Quaranta Ladroni.
Faticai non poco a parlare mentre mi picconava alla stramaledetta con un cazzo che mi ricordava cosa stavo rinunciando: “No Genio, io non... non voglio, rinuncio!... Rinuncio ai tuoi desideri... Ma se, se vuoi... ho, ho io un regalo per, per te... Ti pos... ti posso conc... Fermati, ascoltami!”
"Dimmi." Si fermò, le dita infilzate nei miei fianchi.
Esitai, non capivo più chi era Margareth ma sapevo quel che volevo. "Genio, io ti regalo i miei desideri!"
Lo sentii ingrossarsi dentro per magia, un cazzo equino che mi irrigidiva la schiena, il panico era più forte del dolore, mi cresceva dentro premendomi stomaco e polmoni, un palo di carne che si allargava aprendomi in due, ma poi fu un'ondata che mi schizzò di gioia.
Piansi di felicità, il genio aveva accettato il mio regalo.
Rocco è più tenero di Clarence!

“Margareth, stai bene?, che hai? Puoi venire?, è importante, devi venire subito a vedere.”
“Un minuto.”
Mi risvegliai nella tenda. Cercai il cellulare: nove e mezza. Era stato tutto un sogno, credetti, ma faticai da maledetta a sfilarmi il caftano di mia nipote.
Erano tutti chini sul tavolo in laboratorio. Marcus mi mostrò trionfante il frammento di un'architrave, una grossa pietra con un'iscrizione: “Hai letto? È la prova definitiva ed irrefutabile che noi, sottolineo 'noi', non ci siamo mai sbagliati! Questa architrave la possiamo prendere e ficcare in culo a quella troia di Inke Frohms! Sì!, a lei ed a tutti i suoi amici.”
“Marcus!” Esclamai scandalizzata. “Ma ti pare il linguaggio? Noi siamo professionisti, ricercatori seri, non possiamo abbassarci a questi livelli!”

Domani è luna nuova.
Come ogni mese mi attende una lunga notte senza luna né tempo nel deserto rischiarato dalla tenue luce delle stelle. Sarò nuovamente la Margareth dei Quaranta Ladroni, ma solo per il mio genio.
Ed ogni volta sono più bella.
Ispirato da pubblicità e serie Tv, il mio demone mi corregge le labbra e ridisegna i glutei, sceglie un altro seno, mi vuole più scura o meno scura, bionda o mora, più o meno giovane, ma sempre flessuosa, affamata ed esageratamente strafiga. E mi fa indossare completini che forse non rianimerebbero un morto, ma che lo eccitano come un dio nordico.
Sono il suo desiderio di una notte al mese, la sua schiava da sbranare.
Ed io non so mai chi aspettarmi, nemmeno questa notte posso indovinare chi incontrerò perché non conosco i miei desideri segreti prima che s'avverino.
Il primo è stato il mio insegnante d'educazione fisica del liceo, un'infatuazione da ragazzina che non ricordavo neppure d'aver avuto. Molto più prevedibili, invece, il Brad Pitt di Thelma&Louise ed il magnifico stallone nero con la vertigine d'una verga enorme, inverosimile e magica come la mia elasticità nel soddisfarla.
Poi il genio ha scavato più in profondità nel mio inconscio ed ha scovato personaggi davvero inquietanti, per me che li ho creati. Come un sadico psicopatico che mi fa ancora risvegliare tutta bagnata, è stato un incubo di piaceri, o lo squallido pappone d'una favelas che m'ha svenduta a vecchi porci e giovani delinquenti. E c'è stato il pirata che m'ha legata all'albero, violentata e torturata e poi data in pasto alla sua ciurma ubriaca.
Il mio amore per la storia m'ha fatto incontrare un mercante di schiavi siriano che non aveva mai avuto una schiava più bella. Il mercante non mi ha sprecata in un lupanare, mi ha venduta all'imperatore, grasso e impotente ma molto generoso: prima sono stata il premio dei suoi commensali e poi m'ha donata alla plebe di Roma e esibita come Pasifae in uno spettacolo nell'Anfiteatro Flavio. Legata e ingabbiata in una finta vacca di cuoio e legno, il mio genio trasformato in toro bianco, mi rimbomba ancora nelle orecchie il boato dell'intero Colosseo impazzito.
E la mia passione per i miti antichi m'ha fatto accoppiare con dei, satiri, centauri, nani e troll. La notte più dolce è stata quella d'amore con Venere.
Niente di cui vergognarmi. Solo fantasie che meriterebbero un racconto.


Galoppa, fuggi, galoppa, superstite fantasia.
Avido di sterminarti, il mondo civile ti incalza alle calcagna, mai più ti darà pace.
___ D. Buzzati, Le notti difficili – Il Babau
scritto il
2026-04-05
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