Elena 2
di
Cinquesse
genere
tradimenti
Quando chiudo la porta di casa, il silenzio mi rimbomba dentro come un avvertimento.
Resto immobile per qualche secondo, la mano ancora sulla maniglia, il respiro irregolare. Ho ancora addosso il suo odore, o almeno così mi sembra. Anche se so che non è possibile, che lungo il tragitto ho cercato di cancellarlo, di tornare quella di prima. Ma non ci sono riuscita.
Non completamente.
“Sei tu?”
La voce di mio marito arriva dal soggiorno, calda, familiare. Normale. Troppo normale.
“In cucina” aggiunge subito dopo, come se niente al mondo potesse incrinare quella routine.
Mi tolgo le scarpe con movimenti lenti, quasi studiati. Ogni gesto è un tentativo di prendere tempo, di rimettere insieme una versione credibile di me stessa. Ma dentro è tutto ancora confuso, acceso, come se non avessi davvero lasciato quell’altra casa.
Come se una parte di me fosse rimasta lì.
Quando entro in cucina, lui mi sorride. Quel sorriso che conosco da anni, che una volta mi faceva sentire al sicuro. Ora mi attraversa senza fermarsi.
“Sei in ritardo” dice, senza rimprovero, c'è solo solo una ingenua curiosità.
Annuisco, evitando il suo sguardo. “Traffico.”
È una parola vuota, ma lui la accetta. Si avvicina, mi sfiora il braccio, e quel contatto, così semplice, così legittimo, mi fa irrigidire.
Non dovrebbe essere così. No, non va bene. Dovrei rilassarmi, ricambiare, tornare dentro quel ruolo che ho sempre interpretato senza pensarci. Invece il mio corpo reagisce in modo diverso, come se riconoscesse qualcosa che la mia mente fatica ancora ad ammettere.
Lui. L'altro uomo. Mio cognato.
Il pensiero mi colpisce all’improvviso. Il modo in cui mi aveva guardata poco prima, come se vedesse attraverso ogni difesa. Il modo in cui avevo smesso di oppormi. Il suo sesso dentro di me, che mi fa godere in un modo che non avrei mai pensato di provare. Delicato, sinuoso, e poi sempre più incalzante fino all'orgasmo finale.
Stringo le dita contro il piano della cucina, ricordando, cercando di ancorarmi a qualcosa di concreto.
“Tutto bene?” mi chiede.
“Certo.”
La risposta arriva troppo in fretta. Lui inclina appena la testa, osservandomi meglio. Mi conosce. Questo è il problema.
“Sei strana,” dice piano.
Sorrido, o almeno ci provo. “Sono solo stanca.”
È una mezza verità. La stanchezza c’è, ma non è quella che pensa lui. È qualcosa di più profondo, più sottile. È il peso di quello che ho fatto… e di quanto poco me ne penta davvero.
Ceniamo insieme, parlando di cose insignificanti. Lavoro, impegni, programmi per il weekend. Io annuisco, rispondo, ma è come se fossi leggermente fuori fase, come se stessi recitando con un secondo di ritardo rispetto alla scena.
Ogni tanto lui mi guarda, più a lungo del necessario. Forse sospetta qualcosa?
Io abbasso gli occhi.
Quando finiamo, si avvicina di nuovo. Questa volta non è un gesto distratto. Mi prende per i fianchi, lentamente, con una familiarità che dovrebbe rassicurarmi.
“Mi sei mancata oggi,” sussurra.
Quelle parole mi attraversano, ma non nel modo giusto. Non accendono nulla. Non risvegliano niente.
Dentro di me c’è ancora un’eco diversa, più intensa, più pericolosa.
Provo a rispondere, a lasciarmi andare a quel momento. Sento qualcosa di rigido che mi preme sulle natiche. Mi giro lentamente e appoggio le mani sulle sue spalle, sforzandomi di sorridergli con lo guardo. È un uomo buono. Presente. Reale. E adesso reclama la mia presenza per soddisfare il suo desiderio.
Eppure, mentre è così vicino, nella mia mente si sovrappone un’altra immagine. Un altro sguardo. Un’altra tensione, più viva, più urgente.
Mi scosto appena, quasi senza volerlo.
Lui se ne accorge subito.
“Ehi…” la sua voce si abbassa, incerta. “Che succede? Pensavo lo volessi anche tu.”
“Nulla,” rispondo, ma questa volta la parola suona fragile anche alle mie orecchie.
Cerca di baciarmi. Lo lascio fare, almeno all’inizio. Le sue labbra sono familiari, prevedibili. Ogni gesto segue una linea già tracciata, una sequenza che abbiamo ripetuto mille volte.
E proprio per questo non riesco a restare.
Dopo pochi secondi, mi irrigidisco. Il mio corpo non risponde, non lo segue con il giusto trasporto. È come se qualcosa si fosse stonato, come se la mia pelle ricordasse ancora un altro ritmo. Un altro uomo.
Mi allontano.
“Scusa,” mormoro.
Lui mi guarda, confuso. Ferito, anche se cerca di non mostrarlo.
“Non mi vuoi?”
La domanda resta sospesa tra noi, più pesante di quanto dovrebbe.
Non è che non lo voglio. O forse sì. O forse il problema è che voglio qualcun altro in un modo che non avevo mai provato prima.
“Non è questo,” dico, ma non so nemmeno io cosa significhi davvero.
Il silenzio si allunga. Lui sospira, passa una mano tra i capelli. Poi si avvicina di nuovo, con più cautela.
“Possiamo solo…” propone, come se stesse negoziando qualcosa di fragile. E io so cosa vuole. In fin dei conti, dopotutto, in un certo senso glielo devo.
Annuisco. Non perché lo senta, ma perché non voglio spiegare. Non voglio mettere in parole qualcosa che, se detto ad alta voce, diventerebbe irreversibile.
Lo seguo in camera.
L’atmosfera è diversa da prima. Più tesa, più attenta. Lui cerca di leggere ogni mia reazione, ogni respiro. Io cerco di non pensare, di lasciarmi guidare, di tornare dentro un copione che conosco.
Ma ogni volta che chiudo gli occhi, vedo altro.
Sento altro.
E quella distanza invisibile tra me e lui non fa che crescere.
A un certo punto capisco che non posso continuare così. Che questa esitazione, questa resistenza silenziosa, sta creando una crepa troppo evidente.
Lui si ferma, mi guarda, aspettando un segnale.
E io glielo do. Non perché lo desideri davvero, ma perché voglio spegnere quella tensione, riportare tutto a una normalità che ormai mi sfugge. Mi muovo verso di lui con una decisione che sorprende persino me stessa, come se stessi prendendo il controllo di qualcosa che in realtà mi sta sfuggendo.
È tutto più veloce, più meccanico. Meno parole, meno esitazioni.
Lui sembra sollevato, come se avesse ritrovato un equilibrio. Io invece mi sento distante, quasi spettatrice di quello che sta succedendo.
C’è un momento, breve ma netto, in cui realizzo con lucidità che sto cercando altrove quello che lui non può darmi. Non è una questione di gesti o di abitudine.
È qualcosa di più profondo. Più oscuro. Ma comunque mi concedo.
Lui mi affronta da dietro, ed è meglio così non lo devo guardare in faccia. Affonda avidamente il suo pene con forza, ma io sto zitta. Lo lascio fare. Anche quando il dolore nel mio didietro è quasi insopportabile.
Ansima, e aumenta il ritmo sempre più, quasi me la voglia far pagare. Finché finalmente si toglie e si libera sul mio culo. Ad umiliarmi silenziosamente.
Quando tutto finisce, mi accascio sopra le lenzuola e resto immobile. Il soffitto sopra di me è lo stesso di sempre, ma mi sembra estraneo.
Lui si rilassa accanto a me, ignaro del vortice che ho dentro.
Giro appena la testa, guardandolo. Dovrei sentirmi in colpa. Forse una parte di me lo è.
Ma sotto quella sensazione ce n’è un’altra, più forte, più insistente.
Un richiamo.
Chiudo gli occhi. E, senza volerlo, torno lì. A quello sguardo. A quella tensione che non riesco più a ignorare.
E capisco, con una chiarezza che mi spaventa, che non è finita.
Non lo sarà presto.
Resto immobile per qualche secondo, la mano ancora sulla maniglia, il respiro irregolare. Ho ancora addosso il suo odore, o almeno così mi sembra. Anche se so che non è possibile, che lungo il tragitto ho cercato di cancellarlo, di tornare quella di prima. Ma non ci sono riuscita.
Non completamente.
“Sei tu?”
La voce di mio marito arriva dal soggiorno, calda, familiare. Normale. Troppo normale.
“In cucina” aggiunge subito dopo, come se niente al mondo potesse incrinare quella routine.
Mi tolgo le scarpe con movimenti lenti, quasi studiati. Ogni gesto è un tentativo di prendere tempo, di rimettere insieme una versione credibile di me stessa. Ma dentro è tutto ancora confuso, acceso, come se non avessi davvero lasciato quell’altra casa.
Come se una parte di me fosse rimasta lì.
Quando entro in cucina, lui mi sorride. Quel sorriso che conosco da anni, che una volta mi faceva sentire al sicuro. Ora mi attraversa senza fermarsi.
“Sei in ritardo” dice, senza rimprovero, c'è solo solo una ingenua curiosità.
Annuisco, evitando il suo sguardo. “Traffico.”
È una parola vuota, ma lui la accetta. Si avvicina, mi sfiora il braccio, e quel contatto, così semplice, così legittimo, mi fa irrigidire.
Non dovrebbe essere così. No, non va bene. Dovrei rilassarmi, ricambiare, tornare dentro quel ruolo che ho sempre interpretato senza pensarci. Invece il mio corpo reagisce in modo diverso, come se riconoscesse qualcosa che la mia mente fatica ancora ad ammettere.
Lui. L'altro uomo. Mio cognato.
Il pensiero mi colpisce all’improvviso. Il modo in cui mi aveva guardata poco prima, come se vedesse attraverso ogni difesa. Il modo in cui avevo smesso di oppormi. Il suo sesso dentro di me, che mi fa godere in un modo che non avrei mai pensato di provare. Delicato, sinuoso, e poi sempre più incalzante fino all'orgasmo finale.
Stringo le dita contro il piano della cucina, ricordando, cercando di ancorarmi a qualcosa di concreto.
“Tutto bene?” mi chiede.
“Certo.”
La risposta arriva troppo in fretta. Lui inclina appena la testa, osservandomi meglio. Mi conosce. Questo è il problema.
“Sei strana,” dice piano.
Sorrido, o almeno ci provo. “Sono solo stanca.”
È una mezza verità. La stanchezza c’è, ma non è quella che pensa lui. È qualcosa di più profondo, più sottile. È il peso di quello che ho fatto… e di quanto poco me ne penta davvero.
Ceniamo insieme, parlando di cose insignificanti. Lavoro, impegni, programmi per il weekend. Io annuisco, rispondo, ma è come se fossi leggermente fuori fase, come se stessi recitando con un secondo di ritardo rispetto alla scena.
Ogni tanto lui mi guarda, più a lungo del necessario. Forse sospetta qualcosa?
Io abbasso gli occhi.
Quando finiamo, si avvicina di nuovo. Questa volta non è un gesto distratto. Mi prende per i fianchi, lentamente, con una familiarità che dovrebbe rassicurarmi.
“Mi sei mancata oggi,” sussurra.
Quelle parole mi attraversano, ma non nel modo giusto. Non accendono nulla. Non risvegliano niente.
Dentro di me c’è ancora un’eco diversa, più intensa, più pericolosa.
Provo a rispondere, a lasciarmi andare a quel momento. Sento qualcosa di rigido che mi preme sulle natiche. Mi giro lentamente e appoggio le mani sulle sue spalle, sforzandomi di sorridergli con lo guardo. È un uomo buono. Presente. Reale. E adesso reclama la mia presenza per soddisfare il suo desiderio.
Eppure, mentre è così vicino, nella mia mente si sovrappone un’altra immagine. Un altro sguardo. Un’altra tensione, più viva, più urgente.
Mi scosto appena, quasi senza volerlo.
Lui se ne accorge subito.
“Ehi…” la sua voce si abbassa, incerta. “Che succede? Pensavo lo volessi anche tu.”
“Nulla,” rispondo, ma questa volta la parola suona fragile anche alle mie orecchie.
Cerca di baciarmi. Lo lascio fare, almeno all’inizio. Le sue labbra sono familiari, prevedibili. Ogni gesto segue una linea già tracciata, una sequenza che abbiamo ripetuto mille volte.
E proprio per questo non riesco a restare.
Dopo pochi secondi, mi irrigidisco. Il mio corpo non risponde, non lo segue con il giusto trasporto. È come se qualcosa si fosse stonato, come se la mia pelle ricordasse ancora un altro ritmo. Un altro uomo.
Mi allontano.
“Scusa,” mormoro.
Lui mi guarda, confuso. Ferito, anche se cerca di non mostrarlo.
“Non mi vuoi?”
La domanda resta sospesa tra noi, più pesante di quanto dovrebbe.
Non è che non lo voglio. O forse sì. O forse il problema è che voglio qualcun altro in un modo che non avevo mai provato prima.
“Non è questo,” dico, ma non so nemmeno io cosa significhi davvero.
Il silenzio si allunga. Lui sospira, passa una mano tra i capelli. Poi si avvicina di nuovo, con più cautela.
“Possiamo solo…” propone, come se stesse negoziando qualcosa di fragile. E io so cosa vuole. In fin dei conti, dopotutto, in un certo senso glielo devo.
Annuisco. Non perché lo senta, ma perché non voglio spiegare. Non voglio mettere in parole qualcosa che, se detto ad alta voce, diventerebbe irreversibile.
Lo seguo in camera.
L’atmosfera è diversa da prima. Più tesa, più attenta. Lui cerca di leggere ogni mia reazione, ogni respiro. Io cerco di non pensare, di lasciarmi guidare, di tornare dentro un copione che conosco.
Ma ogni volta che chiudo gli occhi, vedo altro.
Sento altro.
E quella distanza invisibile tra me e lui non fa che crescere.
A un certo punto capisco che non posso continuare così. Che questa esitazione, questa resistenza silenziosa, sta creando una crepa troppo evidente.
Lui si ferma, mi guarda, aspettando un segnale.
E io glielo do. Non perché lo desideri davvero, ma perché voglio spegnere quella tensione, riportare tutto a una normalità che ormai mi sfugge. Mi muovo verso di lui con una decisione che sorprende persino me stessa, come se stessi prendendo il controllo di qualcosa che in realtà mi sta sfuggendo.
È tutto più veloce, più meccanico. Meno parole, meno esitazioni.
Lui sembra sollevato, come se avesse ritrovato un equilibrio. Io invece mi sento distante, quasi spettatrice di quello che sta succedendo.
C’è un momento, breve ma netto, in cui realizzo con lucidità che sto cercando altrove quello che lui non può darmi. Non è una questione di gesti o di abitudine.
È qualcosa di più profondo. Più oscuro. Ma comunque mi concedo.
Lui mi affronta da dietro, ed è meglio così non lo devo guardare in faccia. Affonda avidamente il suo pene con forza, ma io sto zitta. Lo lascio fare. Anche quando il dolore nel mio didietro è quasi insopportabile.
Ansima, e aumenta il ritmo sempre più, quasi me la voglia far pagare. Finché finalmente si toglie e si libera sul mio culo. Ad umiliarmi silenziosamente.
Quando tutto finisce, mi accascio sopra le lenzuola e resto immobile. Il soffitto sopra di me è lo stesso di sempre, ma mi sembra estraneo.
Lui si rilassa accanto a me, ignaro del vortice che ho dentro.
Giro appena la testa, guardandolo. Dovrei sentirmi in colpa. Forse una parte di me lo è.
Ma sotto quella sensazione ce n’è un’altra, più forte, più insistente.
Un richiamo.
Chiudo gli occhi. E, senza volerlo, torno lì. A quello sguardo. A quella tensione che non riesco più a ignorare.
E capisco, con una chiarezza che mi spaventa, che non è finita.
Non lo sarà presto.
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