Elena 3

di
genere
tradimenti

Non è iniziato con una prova. Sarebbe stato più semplice, quasi rassicurante. Un messaggio letto per sbaglio, un errore, qualcosa di concreto a cui aggrapparmi.
È iniziato con dettagli.
Piccole cose non dette. Ritardi che non tornavano, risposte troppo veloci o troppo vaghe, il modo in cui Elena evitava il mio sguardo quando le facevo certe domande. Niente di evidente, niente che potessi davvero usare per accusarla. Ma abbastanza da far sì che quel maledetto dubbio si insinusse nella mia testa.
E una volta che il dubbio entra, non esce più.

Quella domenica pomeriggio me la ricordo fin troppo bene. Lei stava infilando le chiavi in borsa, muovendosi con una fretta che cercava di mascherare.
“Devo passare dai miei,” mi ha detto. “È successa una cosa, niente di grave, ma preferisco andare.”
Ho annuito. Ho fatto quello che ci si aspetta da un marito normale: fiducia, nessuna domanda di troppo. Ma qualcosa nel tono… non so. Era come se stesse già parlando da lontano.
Ho aspettato qualche minuto dopo che è uscita. Poi ho preso le chiavi e sono salito nell'altra auto che avevamo e ho messo in moto.
Non avevo un piano. Solo quella sensazione insistente che, se non lo avessi fatto, avrei continuato a immaginare scenari peggiori di qualsiasi realtà.
All’inizio ho mantenuto le distanze. La sua macchina era facile da riconoscere, ma abbastanza lontana da non farmi notare. Il traffico della domenica aiutava, spezzava la linea visiva quel tanto che bastava.
Poi ha mancato una svolta. Non stava andando dai suoi. Il primo vero colpo allo stomaco è stato quello. Freddo, netto. Non era più un sospetto vago. Era qualcosa che prendeva forma.
L’ho seguita fino al parco.
Ha parcheggiato lontano dall’ingresso principale, in una zona dove la gente passa meno. Già quello bastava a dire molto. Sono rimasto in macchina, con le mani strette sul volante, mentre la guardavo scendere.
E poi è arrivato lui. Roberto, suo cognato.
Per un attimo ho pensato di aver sbagliato. Di stare collegando punti che non c’entravano nulla. Ma no, era proprio lui! Il modo in cui si è avvicinato, la naturalezza con cui lei ha accorciato la distanza… si capiva benissimo che non era un incontro casuale.
Sono rimasto fermo troppo a lungo. Avrei potuto andarmene. Avrei potuto evitare il resto. Invece sono sceso.

Li ho seguiti a distanza, abbastanza vicino da non perderli, abbastanza lontano da non farmi vedere. Camminavano senza toccarsi davvero, ma c’era una tensione tra loro che si percepiva anche da dietro. Sapevano dove stavano andando, e probabilmente lo aveano già fatto chissà quante altre volte.
Si sono addentrati tra gli alberi, ovviamente in una zona più isolata. Poca gente, sentieri stretti, visibilità ridotta. Il tipo di posto che scegli quando non vuoi essere visto.
A quel punto il cuore mi batteva così forte che pensavo potessero sentirlo.
Mi sono fermato dietro un gruppo di alberi, abbastanza vicino. E ho visto.
Ho visti il modo in cui i loro corpi si cercano senza esitazione, la familiarità che non avrebbe dovuto esserci. Lui l'aveva fatta voltare e lei si era inclinata in avanti, puntando le mani contro il tronco di un albero. Poi Roberto le aveva calato dolcemente i jeans e le mutandine. Il modo in cui lei si lasciava andare, senza quella distanza che sento quando è con me! Quella è stata la parte peggiore.
Non il gesto in sé. Non quando gemeva mentre lui la penetrava da dietro. Ma la naturalezza. Come se fosse già successo altre volte, allo stesso modo, con la medesima intensità. Come se io fossi l’eccezione, non lui.
Avrei dovuto intervenire. Uscire allo scoperto, fermare tutto. Invece sono rimasto lì, bloccato.
Arrabbiato, sì. Ma anche… non so nemmeno come dirlo senza disgustarmi. C’era una parte di me che non riusciva a distogliere lo sguardo. Come se stessi guardando qualcosa che non avrei mai dovuto vedere, e proprio per questo impossibile da ignorare. Era in qualche modo eccitante l'intera situazione, non so come spiegarlo. Il fatto di stare lì nascosto a spiare quei due - mia moglie - che godevano in un amplesso così intenso e intimo, mi esaltava. Mi accorsi, infatti, che avevo avuto un'ereziine e senza volere mi stavo massaggiando insistentemente il pene. Mi fermo di colpo.
Il tempo si è dilatato. Non so quanto sia durato davvero.
Quando rialzo lo sguardo si sono già separati, lui evidentemente soddisfatto e Elena che si sta ricomponendo. Ho fatto un passo indietro, tornando verso il sentiero prima che potessero accorgersi di qualcosa. Mi tremavano le gambe.
Elena è tornata verso la macchina da sola. Roberto ha aspettato qualche minuto, poi ha preso un’altra direzione.
Io ho messo in moto e ho scelto lui.

Non perché fosse più colpevole. Ma perché era quello che potevo affrontare senza che tutto esplodesse subito.
L’ho seguito fino a casa. Ogni metro era una conferma, un accumulo di rabbia che cercavo di tenere sotto controllo.
Quando ha parcheggiato, ho fatto lo stesso poco più avanti. Sono sceso prima ancora di decidere davvero cosa avrei detto.
“Roberto.”
Si è girato. All’inizio solo sorpreso. Poi ha visto la mia faccia, e qualcosa nei suoi occhi è cambiato. Ha capito subito. Per qualche secondo nessuno ha parlato. Non ce n’era bisogno.
“Da quanto?” ho chiesto. La mia voce era più calma di quanto mi aspettassi.
Lui ha abbassato lo sguardo, poi ha sospirato. “Non è come pensi.”
Una frase inutile. Lo sapeva anche lui.
“Ti ho visto.” Silenzio. Quella è stata la vera resa.
Si è passato una mano tra i capelli, nervoso. “Io… non era previsto. È successo e basta.”
“E poi è continuato” ho risposto. E non era una domanda.
Lui ha annuito appena.
Per un attimo ho pensato di colpirlo. Sarebbe stato semplice, quasi liberatorio. Ma non avrebbe cambiato niente.
“Se non la smetti subito” ho detto, avvicinandomi di un passo, “lo racconto a tua moglie. Tutto.”
Quella sì che è stata una reazione, forse anche troppo esagerata. Ha alzato lo sguardo di scatto, finalmente davvero presente. “No, ti prego!”
“Prova a darmi un motivo per non farlo.”
Mi ha fissato, combattuto tra la difesa e qualcosa di più sincero. “Perché non è così semplice...” ha confessato alla fine.
Ho riso, ma senza divertimento. “Oh, invece lo è!”
“No” ha insistito, più piano. “Non lo è. Io… non riesco a fermarmi.”
C’era qualcosa di disturbante nella sua onestà. Non stava cercando di giustificarsi. Stava ammettendo una debolezza, quasi una dipendenza.
“E quindi?” ho chiesto. “Dovrei accettarlo? Cazzo, lei è mia moglie!”
Ha scosso la testa. “Sì lo so. Ma possiamo lo stesso evitare di distruggere tutto.”
Quelle parole sono rimaste sospese tra noi.
“Che significa?” ho detto, anche se una parte di me aveva già capito.
“Significa che nessuno deve sapere” ha risposto. “Significa che firse possiamo troviare un modo per… gestirla. Senza scandali. Senza far crollare tutto.”
L’ho guardato a lungo. Era assurdo. Inaccettabile. Cercava forse di prendermi in giro, in un ultimo disperato tentativo di salvarsi?
Eppure, in quel momento, con tutto ancora fresco, con l’immagine di poco prima che mi girava in testa, di lui che scopava il culo di Elena con tale gusto e trasporto… non era solo rabbia quello che provavo.
Era qualcosa di più complicato. Più oscuro.
“Stai dicendo che dovrei chiudere un occhio” ho detto lentamente.
“Sto dicendo che possiamo evitare di farci del male ulteriore e di sopprire, tutti.”
Il silenzio che è seguito è stato diverso dai precedenti. Più pesante. Più carico di possibilità che non avrei mai immaginato di considerare.
Ho inspirato a fondo, sentendo ancora il battito accelerato.
Non ho risposto subito. Perché, per la prima volta da quando tutto era iniziato, non ero più sicuro di sapere quale fosse la cosa giusta da fare.
scritto il
2026-04-06
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