Elena

di
genere
tradimenti

Non so nemmeno da dove cominciare, perché ogni volta che ci penso mi sembra di riscrivere la mia vita da capo, come se quel momento avesse spaccato tutto in due. Prima ero un marito normale, o almeno così mi raccontavo. Poi c’è stata lei. Sembra un classico, ma è così che doveva andare.
Elena, la sorella di mia moglie.
La prima volta che ho notato davvero la sua presenza non è stato in modo clamoroso. Era una sera come tante, a casa nostra. Mia moglie in cucina, io sul divano a fingere di guardare la televisione. Lei era arrivata senza avvisare, con quella sicurezza tranquilla che mi ha sempre messo a disagio. Si è tolta la giacca, ha sorriso, e in quel gesto semplice ho percepito qualcosa di diverso. Non saprei dire cosa, ma mi è rimasto addosso.
Non è successo nulla quella sera, intendiamoci. Eppure, quando è andata via, ho continuato a pensarci. Al modo in cui mi aveva guardato un paio di volte, come se ci fosse un qualcosa di non detto tra noi. Ma ho ignorato tutto. Dovevo.

Per settimane ho fatto finta di niente. La vedevo solo durante le cene di famiglia, cercando di mantenere una distanza che diventava ogni volta più difficile. Bastava che si avvicinasse troppo, che il suo braccio sfiorasse il mio per sbaglio, e dentro di me si accendeva qualcosa che non riuscivo a controllare.
Era sbagliato. Non c’è bisogno che lo dica adesso, lo sapevo già allora. Era la sorella di mia moglie, cazzo! Una parte della stessa vita che avevo costruito. Ma proprio per questo, forse, era impossibile ignorarlo.

Una sera, ovviamente tutto è cambiato. Prima o dopo doveva succedere.
Mia moglie era uscita con delle amiche. Io ero rimasto a casa, senza un vero motivo, a riordinare distrattamente le mie cianfrusaglie. Quando hanno suonato alla porta, non mi aspettavo di trovarmi davanti lei.
Non ricordo esattamente cosa ci siamo detti all’inizio. Frasi banali, scuse qualsiasi per giustificare la sua presenza. Diceva che era passata per caso, che aveva bisogno di prendere una cosa che aveva lasciato lì. Ma non si muoveva. Rimaneva ferma, a guardarmi.
Il silenzio tra noi si è fatto pesante. Non era un silenzio vuoto, era pieno di tutto quello che non avevamo mai detto.
“Non dovrei essere qui,” ha sussurrato a un certo punto, quasi ripensandoci su.
Avrei dovuto essere io a dirle di andarsene. A chiudere quella porta, a salvare tutto. Invece ho fatto un passo verso di lei.
E lei non si è tirata indietro.

Il primo contatto è stato quasi innocente. Le mie dita sul suo polso, il suo respiro che si è fatto più lento. Ma è durato un attimo. Subito dopo, tutto è diventato inevitabile, come se ci fossimo già arrivati mille volte nei nostri pensieri.
Ci siamo avvicinati senza fretta, come se temessimo di rompere qualcosa. Quando le nostre labbra si sono sfiorate, ho sentito una scarica che mi ha attraversato tutto il corpo. Non era solo desiderio. Era qualcosa di più profondo, più pericoloso. Le nostre lingue si cercavano e godevano sentendosi e danzando una sull'altra.
Lei ha stretto la mia camicia tra le dita, tirandomi a sé con una decisione che non le avevo mai visto. E io ho smesso di pensare.
Non c’era più spazio per la ragione, per il senso di colpa. Solo il bisogno di sentirla più vicina, di colmare quella distanza che avevamo mantenuto troppo a lungo.
Ricordo il suono dei nostri respiri, il modo in cui ci cercavamo senza riuscire a fermarci. Ogni gesto era carico di una tensione accumulata, di settimane, forse mesi, di sguardi trattenuti. Le stavo palpando il seno, quasi ingenuamente e lei si stava facendo sempre più addosso a me, il suo corpo addosso al mio.

A un certo punto ci siamo fermati, solo per un istante. Lei mi ha guardato negli occhi, come se stesse cercando un ultimo motivo per fermarsi.
Non lo ha trovato.

Ci siamo spogliati reciprocamente, con affanno ed urgenza. E quello che è successo dopo non posso raccontarlo come una sequenza precisa. È stato un vortice, un perdere il controllo che non avevo mai provato prima. Non era solo fisico, era mentale, emotivo. Era la consapevolezza di stare distruggendo qualcosa, e allo stesso tempo di non voler tornare indietro. Lei godeva sotto di me e io mi sentivo a casa tra le sue braccia. Ci siamo amati così, semplicemente, finché mi sono irrigidito in un orgasmo dolce e liberatorio.

Quando tutto si è fermato, la stanza sembrava diversa. Più silenziosa. Più reale.
Lei mi ha stetto forte sè e subito dopo si è allontanata, sistemando i vestiti con movimenti lenti. Io sono rimasto lì, senza sapere cosa dire. Le parole non bastavano più.
“Non possiamo farlo di nuovo,” ha detto. Il suo tono era inspiegabilmente freddo adesso.
Ho annuito. Era la cosa giusta da rispondere.
Ma già in quel momento sapevo che non sarebbe finita così.

E infatti non è finita.
I giorni successivi sono stati un inferno silenzioso. A casa, con mia moglie, tutto sembrava normale. Lei non sospettava nulla. Sorrideva, parlava, mi raccontava la sua giornata. E io rispondevo, recitando una parte che ormai non sentivo più mia.
Intanto, nella mia testa, c’era solo lei. Elena.

Ci siamo rivisti, ovviamente. Non per caso, non per errore. Ci siamo cercati. Ogni volta promettendoci che sarebbe stata l’ultima, ogni volta sapendo che stavamo mentendo.
C’era qualcosa tra noi che andava oltre il semplice desiderio. Era complicità, segretezza, il peso di qualcosa che non poteva esistere alla luce del giorno.
E più passava il tempo, più diventava difficile distinguere tra quello che volevo e quello che avrei dovuto volere.
Non so come finirà questa storia. Forse male, come è inevitabile che sia. Forse con una verità che distruggerà tutto quello che ho costruito.
So solo che ogni volta che la vedo, ogni volta che i nostri sguardi si incrociano davanti agli altri, sento quella stessa tensione di quella prima sera.
E so che, nonostante tutto, una parte di me non vuole smettere.
scritto il
2026-04-02
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