Il Lustro del Collare
di
Virtualslv
genere
dominazione
Cinque anni. Un lasso di tempo che per un uomo libero può sembrare un battito di ciglia, ma che per uno schiavo rappresenta un’intera era geologica di trasformazione, smantellamento e ricostruzione. Cinque anni da quando ho consegnato le chiavi della mia volontà alla Padrona, accettando che ogni mio respiro, ogni mio fremito e ogni singola goccia dei miei umori appartenessero a lei. All’inizio è stata una danza cauta, un procedere per gradi in cui lei, con la pazienza infinita di chi sa di possedere il tempo, ha aspettato che i miei preconcetti crollassero uno dopo l’altro. Ricordo con quasi tenerezza l’uomo che ero, quello che aveva bisogno del retrogusto del caffè per riuscire a ingoiare il proprio seme; oggi, quella stessa creatura prega in ginocchio per poter bere alla fonte, nutrendosi dell’essenza della Padrona o di chiunque lei decida di farmi mungere, trovando in quel sapore il senso ultimo della propria esistenza.
La distanza geografica è l’unica catena che non siamo ancora riusciti a spezzare del tutto, rendendo i nostri incontri reali dei santuari di intensità quasi insopportabile. Oggi, in questa stanza di un motel anonimo alle porte di Roma, l’aria vibra di un’elettricità che sa di attesa e di cuoio. Sono nudo sul letto, una sagoma di carne offerta al destino. Mi sono legato da solo, seguendo i suoi protocolli più severi: le braccia serrate alle caviglie in un’incaprettatura che mi espone totalmente, il bacino sollevato e il volto premuto contro il copriletto sintetico. La porta è socchiusa, un invito al rischio che mi mozza il fiato; l’idea che un estraneo possa varcare quella soglia e trovarmi così, ridotto a un groviglio di membra sottomesse con i capezzoli stretti nei morsetti e le palle strozzate dal cordino, accelera il battito del mio cuore fino a farlo diventare un tamburo di guerra.
Mentre il silenzio del motel viene rotto solo dai rumori lontani del traffico, la mia mente viaggia a ritroso tra le tappe del mio addestramento. Rivivo la sensazione della prima volta che lei ha reclamato il mio corpo con lo strapon, un’invasione che ha ridefinito i confini del mio piacere; ricordo la beatitudine soffocante del suo facesitting, quando il mondo intero spariva per lasciare spazio solo al profumo e al calore del suo buchetto contro le mie labbra. E poi il gusto della sua urina, quel calice d’oro che lei mi ha insegnato a venerare, e il bruciore benedetto delle sue cinghiate. Pensare ai colpi che mi davo da solo, prima di lei, mi fa quasi ridere: erano carezze distratte in confronto alla precisione chirurgica e spietata con cui lei segna la mia pelle, trasformando il mio culo in un’opera d’arte scarlatta.
Poi, il suono metallico di una chiave. Il respiro mi si blocca in gola. La porta scivola sui cardini e sento il suo profumo invadere la stanza prima ancora di sentire i suoi passi. È qui. Nonostante la posizione scomoda e il dolore dei morsetti, il mio corpo reagisce con una fiammata di vitalità: il mio cazzo è un monolite di pietra, teso verso l’alto come un indice che punta verso il pacchetto regalo che ho sistemato tra le gambe. È il mio tributo per questo anniversario di schiavitù, il simbolo della mia sottomissione assoluta.
Sento il fruscio della carta da regalo che viene strappata con decisione. La Padrona osserva il contenuto: un nuovo strapon, imponente, nero, più grande e ambizioso di qualsiasi altro abbiamo usato finora. Sento il suo sorriso senza bisogno di vederlo; è un calore che mi avvolge la schiena. La sento armeggiare con le fibbie, prepararsi con la calma di chi sa che la preda non ha via d’uscita. Sale sul letto, il materasso affonda sotto il suo peso sovrano. Sento la punta di plastica fredda che saggia l’ingresso del mio ano, circondato dalla tensione di cinque anni di obbedienza.
«Auguri, cagnolino», sussurra la sua voce, ed è l’unico comando che stavo aspettando. Con una spinta secca, decisa e profonda, lei entra dentro di me, inaugurando il nostro sesto anno insieme con una violenza che è l’unica forma di amore che io sia più in grado di comprendere. Il dolore si fonde con una pienezza devastante, e mentre la mia fronte schiacciata contro il letto si imperla di sudore, so che non esiste altro posto al mondo in cui vorrei essere se non sotto il peso della sua magnifica tirannia.
https://nodonero.com/racconto/il-lustro-del-collare/
La distanza geografica è l’unica catena che non siamo ancora riusciti a spezzare del tutto, rendendo i nostri incontri reali dei santuari di intensità quasi insopportabile. Oggi, in questa stanza di un motel anonimo alle porte di Roma, l’aria vibra di un’elettricità che sa di attesa e di cuoio. Sono nudo sul letto, una sagoma di carne offerta al destino. Mi sono legato da solo, seguendo i suoi protocolli più severi: le braccia serrate alle caviglie in un’incaprettatura che mi espone totalmente, il bacino sollevato e il volto premuto contro il copriletto sintetico. La porta è socchiusa, un invito al rischio che mi mozza il fiato; l’idea che un estraneo possa varcare quella soglia e trovarmi così, ridotto a un groviglio di membra sottomesse con i capezzoli stretti nei morsetti e le palle strozzate dal cordino, accelera il battito del mio cuore fino a farlo diventare un tamburo di guerra.
Mentre il silenzio del motel viene rotto solo dai rumori lontani del traffico, la mia mente viaggia a ritroso tra le tappe del mio addestramento. Rivivo la sensazione della prima volta che lei ha reclamato il mio corpo con lo strapon, un’invasione che ha ridefinito i confini del mio piacere; ricordo la beatitudine soffocante del suo facesitting, quando il mondo intero spariva per lasciare spazio solo al profumo e al calore del suo buchetto contro le mie labbra. E poi il gusto della sua urina, quel calice d’oro che lei mi ha insegnato a venerare, e il bruciore benedetto delle sue cinghiate. Pensare ai colpi che mi davo da solo, prima di lei, mi fa quasi ridere: erano carezze distratte in confronto alla precisione chirurgica e spietata con cui lei segna la mia pelle, trasformando il mio culo in un’opera d’arte scarlatta.
Poi, il suono metallico di una chiave. Il respiro mi si blocca in gola. La porta scivola sui cardini e sento il suo profumo invadere la stanza prima ancora di sentire i suoi passi. È qui. Nonostante la posizione scomoda e il dolore dei morsetti, il mio corpo reagisce con una fiammata di vitalità: il mio cazzo è un monolite di pietra, teso verso l’alto come un indice che punta verso il pacchetto regalo che ho sistemato tra le gambe. È il mio tributo per questo anniversario di schiavitù, il simbolo della mia sottomissione assoluta.
Sento il fruscio della carta da regalo che viene strappata con decisione. La Padrona osserva il contenuto: un nuovo strapon, imponente, nero, più grande e ambizioso di qualsiasi altro abbiamo usato finora. Sento il suo sorriso senza bisogno di vederlo; è un calore che mi avvolge la schiena. La sento armeggiare con le fibbie, prepararsi con la calma di chi sa che la preda non ha via d’uscita. Sale sul letto, il materasso affonda sotto il suo peso sovrano. Sento la punta di plastica fredda che saggia l’ingresso del mio ano, circondato dalla tensione di cinque anni di obbedienza.
«Auguri, cagnolino», sussurra la sua voce, ed è l’unico comando che stavo aspettando. Con una spinta secca, decisa e profonda, lei entra dentro di me, inaugurando il nostro sesto anno insieme con una violenza che è l’unica forma di amore che io sia più in grado di comprendere. Il dolore si fonde con una pienezza devastante, e mentre la mia fronte schiacciata contro il letto si imperla di sudore, so che non esiste altro posto al mondo in cui vorrei essere se non sotto il peso della sua magnifica tirannia.
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