Il Secondo Marito

di
genere
voyeur

lena si guardò nello specchio della camera da letto, passando lentamente la spazzola tra i lunghi capelli castani che le scendevano morbidi sulle spalle. Aveva quarantatré anni, un corpo che il tempo aveva modellato con generosità: seni pieni che ancora sfidavano la gravità, fianchi ampi, e un fondoschiena che Mario, sin dal primo giorno, non aveva mai smesso di desiderare. Quella sera indossava un abito nero aderente, elegante ma non troppo formale, che lasciava intuire le curve senza ostentarle. Si era truccata con cura, un rossetto cremisi che accentuava la pienezza delle sue labbra, e quando si chinò per infilare i tacchi neri, sentì il tessuto del vestito tendersi sulle sue natiche.

Mario entrò nella stanza proprio in quel momento, e il suo sguardo si posò su di lei con quella mistura di amore e desiderio che lei conosceva così bene. Lui aveva quarantanove anni, il fisico segnato dal lavoro in fabbrica, mani callose e una schiena che iniziava a curvarsi leggermente per i tanti anni trascorsi tra macchinari e dolci. Ma nei suoi occhi, quella sera, c'era qualcosa di diverso: un'eccitazione nervosa, un'attesa che li rendeva quasi lucidi.

«Sei bellissima» disse, avvicinandosi per posare le mani sui fianchi di lei. «Ernesto non saprà resisterti.»

Elena sentì un brivido percorrere la schiena. Non era più la stessa donna di un anno prima, quella che si era irrigidita al solo pensiero di un altro uomo nel loro letto. Quella che aveva passato quindici giorni senza parlare al marito, furiosa per la proposta che lui le aveva fatto. Eppure, eccola lì, pronta a ricevere un estraneo in casa propria, con il figlio che dormiva nella stanza accanto.

Tutto era cambiato gradualmente, come l'acqua che scava la pietra. Mario aveva iniziato con le fantasie, durante i loro rapporti ormai rari e meccanici. Le sussurrava all'orecchio immagini di lei con un altro, descriveva scene che la facevano arrossire di vergogna e, contro ogni sua volontà, di eccitazione. All'inizio Elena aveva resistito, aveva cercato di ignorare quelle parole, di concentrarsi solo sul contatto fisico con il marito. Ma lui era insistente, e lei lo amava. Amava quell'uomo che aveva costruito con lei una vita, che aveva sopportato le sue fatiche di gravidanza tardiva, che era rimasto al suo fianco quando il parto aveva rischiato di complicarsi.

Così aveva ceduto. Prima nelle parole, poi nei gesti. Quando Mario la penetrava, lei iniziò a immaginare con lui, a descrivere a voce alta cosa avrebbe fatto un altro uomo con il suo corpo. La bocca che la baciava diventava quella di uno sconosciuto, le mani che le stringevano i fianchi appartenevano a un amante fantasma. E lentamente, quasi senza accorgersene, il desiderio era diventato reale. Si svegliava bagnata dal sogno di essere posseduta, sentiva il vuoto tra le gambe che Mario, per quanto amorevole, non riusciva più a colmare.

Quando lui le aveva proposto di passare dai sogni alla realtà, la reazione di Elena era stata violenta. Quindici giorni di silenzio glaciale, di letti separati, di sguardi che evitavano di incontrarsi. Ma Mario aveva resistito, aveva usato tutta la pazienza che vent'anni di matrimonio gli avevano insegnato. Fiori sul tavolo della cucina, piccoli regali lasciati sul cuscino, gesti di tenerezza che lei non poteva ignorare. E quando finalmente aveva parlato, era stato con quella voce rotta che lei riconosceva come il segno del suo amore più profondo.

«Non voglio perderti» le aveva detto. «Voglio solo vederti felice, vederti godere come meriti. Non sono più quello di una volta, Elena. Il mio corpo tradisce quello che il cuore prova. Lascia che un altro ti dia quello che io non posso più darti.»

E lei aveva ceduto. Non per debolezza, ma per un amore che si era trasformato, che aveva imparato a contenere desideri inaspettati. Aveva accettato che Mario mettesse l'annuncio, ma si era rifiutata di scegliere. Non voleva vedere foto, non voleva leggere descrizioni. Lasciava a lui la responsabilità di quel primo passo, come se così potesse mantenere una sorta di innocenza.

Ernesto era arrivato nella loro vita con la discrezione di chi sa il peso delle proprie azioni. Maresciallo dei Carabinieri, cinquantatré anni, vedovo da poco più di un anno. Il primo incontro al ristorante vicino all'Arena di Verona era stato un esame reciproco. Elena ricordava ancora la stretta di quella mano grande, callosa, che aveva trattenuto la sua più a lungo del necessario. Gli occhi scuri che l'avevano percorsa con un'attenzione che non nascondeva nulla, che si posavano sul suo seno, sulle sue curve, con una franchezza che avrebbe dovuto offendere ma che invece la aveva eccitata.

Quella prima sera non era successo nulla. Elena non era pronta, e qualcosa nel suo rifiuto aveva rassicurato Mario più di qualsiasi consenso. Ma poi, nei giorni seguenti, il ricordo di quello sguardo, di quella presa, aveva iniziato a tormentarla. Si svegliava con il corpo in fiamme, immaginando cosa avrebbe potuto essere. E quando finalmente aveva detto a Mario di contattare Ernesto, la sua voce era uscita roca, quasi irriconoscibile.

Il motel fuori città era stato il luogo della sua trasformazione. Mario seduto su quella sedia, a pochi metri dal letto, mentre lei si toglieva i vestiti davanti a un uomo che conosceva appena. Ernesto non aveva perso tempo in cerimonie. Quando lei era rimasta in biancheria, lui si era avvicinato, le aveva sollevato il mento con un dito, e poi le aveva baciato la bocca con una voracità che le aveva tolto il respiro.

Ma fu quando lui si era spogliato che Elena aveva capito cosa significasse veramente essere posseduta. Il cazzo di Ernesto era un mostro di carne viva, così diverso da quello di Mario che per un istante lei aveva provato paura. Lungo, spesso, con una vena pulsante che ne percorreva tutta la superficie e una cappella gonfia, a fungo, che sembrava troppo grande per entrare in lei. Ernesto aveva notato il suo sguardo e aveva sorriso, quel sorriso da predatore che lei avrebbe imparato a riconoscere.

«Toccalo» le aveva ordinato, e lei aveva obbedito. La pelle era calda, vellutata, e quando aveva chiuso la mano attorno a quell'asta rigida, sentì il peso di quello che stava per accadere.

I preliminari erano durati un'eternità. Ernesto l'aveva sdraiata sul letto, le aveva spalancato le gambe, e con la bocca aveva esplorato ogni piega del suo sesso. Lei si era contorta, aveva affondato le dita nei suoi capelli grigi, mentre Mario, nella sua sedia, respirava affannosamente. Quando finalmente lui si era alzato, aveva infilato un preservativo con movimenti esperti, e poi si era posizionato tra le sue gambe.

La prima penetrazione fu un'invasione. Elena gridò, un suono che non riconobbe come proprio, mentre quella lama di carne si insinuava in lei, spingendo, allargando, conquistando. Ernesto non aveva pietà. La prese con spinte profonde, regolari, che la facevano scivolare sul materasso. Lei lo guardava sopra di sé, i muscoli del torace che si contraevano, il sudore che gli imperlava la fronte, e sentiva qualcosa spezzarsi dentro di sé, qualche ultima resistenza che cedeva al piacere.

Lui la girò, la prese da dietro, da sopra, la sollevò contro il muro. Per due ore Elena fu solo un corpo da usare, e in quell'uso trovò una libertà che non aveva mai conosciuto. Quando finalmente Ernesto tolse il preservativo, lei era già sfinita, le gambe tremanti, la voce ridotta a un sussurro roco. Ma lui non aveva finito. L'aveva fatta inginocchiare, le aveva afferrato la testa con entrambe le mani, e aveva infilato quel mostro nella sua bocca.

Elena aveva dovuto spalancare le mascelle fino al limite del dolore. Il sapore del suo stesso sesso si mescolava a quello del lattice, e poi, quando lui iniziò a muoversi, a spingersi in fondo alla sua gola, sentì il riflesso del vomito che doveva sopprimere. Ma Ernesto sapeva cosa fare. Teneva la testa di lei ferma, controllava il ritmo, e quando finalmente esplose, Elena sentì le sue palle contrarsi contro il mento, e poi il getto caldo, denso, che le riempiva la bocca e scendeva direttamente in gola.

Lei ingoiò senza pensare, istintivamente, mentre le lacrime le rigavano le guance. Non era dolore, era un'emozione troppo grande per essere contenuta. E quando lui finalmente si ritrasse, quando lei poté guardare verso Mario e vide che si masturbava freneticamente, il proprio orgasmo la colse all'improvviso, un'onda che partiva dal basso ventre e la lasciava senza fiato.

Ernesto si era comportato da gentiluomo. L'aveva aiutata a rialzarsi, le aveva dato dell'acqua, e poi, con un gesto che l'aveva sorpresa, l'aveva baciata di nuovo. Un bacio profondo, con la lingua che esplorava la sua bocca ancora sporca della sua sborra. Quando si erano separati, lui aveva sorriso, leccandosi le labbra.

«Sento ancora il mio sapore in te» aveva detto. «La prossima volta sarà ancora meglio.»

Il ritorno a casa era avvenuto in silenzio. Mario guidava con le mani che tremavano ancora, e lei sedeva sul sedile accanto, il corpo che pulsava di un piacere residuo. Non avevano parlato di quello che era successo, non quella sera. Ma quando una settimana dopo Mario, durante un rapporto che era diventato improvvisamente frenetico, le aveva chiesto se voleva richiamare Ernesto, la risposta di Elena era stata un singhiozzo di assenso.

«Troia» le aveva sussurrato Mario all'orecchio, con una tenerezza che rendeva la parola un complimento. «Vuoi che lo richiamiamo?»

«Sì» aveva ansimato lei. «Scegli tu. Scegli tutto tu.»

E ora eccoli lì, nella loro casa di Verona, con il tavolo apparecchiato per tre e Marco che dormiva nella stanza accanto. I nonni non avevano potuto accudirlo quel weekend, un impegno improvviso che li aveva lasciati senza alternative. Ma Mario aveva insistito: a casa sarebbe stato più sicuro, più tranquillo. E Elena, ormai, aveva imparato a fidarsi del suo giudizio.

Il campanello suonò alle otto precise. Mario andò ad aprire, e Elena sentì le voci degli uomini che si salutavano, quel tono di complicità maschile che la faceva arrossire. Quando entrarono in soggiorno, lei vide subito il mazzo di fiori che Ernesto teneva in mano, gigli bianchi e rose rosse, un'associazione audace che le piacque immediatamente.

«Per la padrona di casa» disse lui, porgendole il bouquet con un inchino leggermente ironico. E poi, dal sacchetto che portava nell'altra mano, estrasse una scatola colorata. «E per il piccolo Marco. Una macchinina elettrica. Ho pensato che un ragazzo dovrebbe sempre avere qualcosa con cui giocare.»

Elena accettò i fiori, sentendo il profumo intenso che si diffuse nella stanza. «Grazie. È molto gentile. Marco dormirà presto, è stato un giorno lungo.»

«Tanto meglio» disse Ernesto, e il suo sguardo si posò su di lei con quella stessa intensità del primo incontro. «Così avremo tempo per conoscerci meglio.»

Mario aveva preparato la cena, uno dei suoi piatti forti, un risotto all'amarone che profumava di casa e di tradizione. Ma l'atmosfera attorno al tavolo era tutt'altro che domestica. Ernesto sedeva di fronte a Elena, e ogni volta che lei alzava lo sguardo, lo trovava che la osservava. Non era sgradevole, anzi. C'era qualcosa nel modo in cui lui la guardava, una certezza del proprio desiderio che la metteva a suo agio pur eccitandola.

Parlarono di cose banali, all'inizio. Del lavoro di Mario in fabbrica, della sartoria di Elena, dei progetti per ampliare l'attività. Ernesto raccontò del suo servizio nei Carabinieri, delle storie che poteva condividere, dei pericli che aveva affrontato. Ma sotto le parole, Elena sentiva il sottofondo di quello che sarebbe successo. Notava le mani di lui, grandi e robuste, che stringevano il bicchiere di vino. Immaginava quelle stesse mani sul suo corpo, e sentiva il sesso inumidirsi in anticipo.

Fu Mario a rompere l'equilibrio. Versò un altro bicchiere di vino a tutti, e poi disse, con una voce che voleva essere leggera ma che tradiva la tensione: «Elena mi ha detto che la settimana scorsa è stata... memorabile.»

Ernesto sorrise, quel sorriso da lupo che lei stava imparando ad apprezzare. «Il tuo Mario è un uomo fortunato, Elena. Non tutti sanno riconoscere cosa hanno tra le mani.» Poi, rivolgendosi direttamente a lei: «E non tutte le donne sanno godere come te. Mi hai sorpreso, devo ammetterlo. Pensavo che fosse solo una fantasia del tuo marito, ma tu... tu ci sei entrata davvero.»

Elena sentì il calore salire al viso. «Non sapevo cosa aspettarmi. È stato... diverso da qualsiasi cosa abbia provato.»

«Diverso bene o diverso male?»

«Bene» ammise lei, quasi in un sussurro. «Molto bene.»

Ernesto annuì, soddisfatto. «Allora stasera possiamo superarci. A casa vostra, con tutto il tempo che vogliamo. Nessuna fretta, nessun motel anonimo.» Guardò Mario. «Se tu sei d'accordo, naturalmente.»

Mario annuì, la gola che si muoveva in un atto di deglutizione. «Sono d'accordo. Voglio vedere, voglio...»

«Vuoi vedere tua moglie scopata come merita» completò Ernesto, e non era una domanda. «Lo so. È quello che voglio anche io.»

Elena si alzò per sparecchiare, più per muoversi che per necessità. Il vino le girava leggermente nella testa, e il corpo le pulsava di un'attesa che non poteva più essere rinviata. Quando tornò dalla cucina, trovò i due uomini in piedi, vicini, che parlavano a voce bassa. Si interruppero al suo arrivare, e fu Ernesto a fare il primo passo.

«Dove dorme Marco?»

«Nella stanza in fondo al corridoio» rispose Elena. «Ma dorme pesantemente, una volta che si addormenta...»

«Bene. Allora portami nella tua camera. Voglio vedere dove dormi con tuo marito. Voglio sporcare quel letto con il nostro piacere.»

Le parole erano grezze, dirette, e colpirono Elena con la forza di uno schiaffo erotico. Lei annuì, sentendo le gambe cedere leggermente, e li guidò verso la scala. Mario la seguiva, e lei sentiva il suo respiro affannoso alle spalle. Nella loro camera da letto, tutto era ordinato, quasi troppo. Il letto matrimoniale con la coperta blu, i cuscini allineati, la foto di loro tre a Venezia sul comodino.

Ernesto guardò intorno, approvando con un cenno. «Una bella casa. Una bella vita.» Poi si voltò verso di lei. «Spogliati. Voglio vedere se il ricordo mi ha ingannato.»

Elena si mosse lentamente, consapevole di essere osservata da due uomini. Si tolse prima la maglia, rivelando il reggiseno di pizzo nero che aveva scelto per l'occasione. Poi la gonna, che cadde sul pavimento con un fruscio. Rimase in biancheria, le calze a rete che le arrivavano a metà coscia, e sentì il proprio corpo arrossire sotto quello sguardo.

«Girati» ordinò Ernesto.

Elena obbedì, mostrando il fondoschiena che Mario tanto amava. Sentì le mani di Ernesto posarsi sui suoi fianchi, poi scivolare verso il basso, affondare tra le natiche. Lui premette contro di lei, e lei sentì il rigido bulto dei suoi pantaloni.

«Hai un culo da favola» mormorò lui all'orecchio. «Stasera lo prenderò, se me lo permetti. Voglio possederti completamente, in ogni buco.»

Elena ansimò, appoggiandosi a lui. «Sì» sussurrò. «Prendimi tutta.»

Mario si era seduto sulla poltrona nell'angolo, quella che usava per leggere prima di dormire. Aveva già la mano tra le gambe, e Elena lo vide estrarre il proprio sesso, rigido ma piccolo in confronto a quello che lei stava per ricevere. Quella vista, la vulnerabilità di suo marito che si preparava a guardare, la eccitò oltre ogni limite.

Ernesto la fece girare di nuovo, e questa volta la baciò. Non era un bacio gentile, era un'affermazione di proprietà. La sua lingua invase la sua bocca, le sue mani le strinsero i fianchi con forza. Quando si staccarono, entrambi respiravano affannosamente.

«Aiutami a spogliarmi» disse lui.

Elena obbedì, le dita tremanti mentre slacciava la camicia, la cintura, i pantaloni. Quando finalmente lui fu nudo, il cazzo si ergeva quasi verticale, pesante e minaccioso come lei lo ricordava. La vena pulsante era già visibile, e una goccia di liquido preseminale brillava sulla cappella.

«In ginocchio» ordinò Ernesto. «Voglio sentire la tua bocca prima di tutto il resto.»

Elena scese sulle ginocchia sul tappeto della loro camera da letto, con Mario che guardava da pochi metri di distanza. Afferrò quell'asta con entrambe le mani, sentendone il calore, il peso. Poi inclinò la testa e leccò quella goccia, assaporandone il sapore salmastro. Ernesto gemette sopra di lei, una mano che le affondava nei capelli.

«Così. Prendilo in bocca. Tutto quello che riesci.»

Elena obbedì, spalancando le mascelle per accogliere quella cappella voluminosa. Il sapore lo invase immediatamente, muschio e sesso e qualcosa di indefinibilmente maschio. Iniziò a muoversi, usando la lingua per carezzare la parte inferiore dell'asta, mentre le mani continuavano a masturbarciò che non riusciva a contenere.

«Guarda tuo marito» le ordinò Ernesto. «Guardalo mentre mi succhi.»

Elena alzò gli occhi, e vide Mario che si masturbava con ritmo frenetico. I loro sguardi si incontrarono, e in quello di lui vide tutto: l'amore, il dolore, l'eccitazione, la gratitudine. Lei lo stava tradendo nel modo più letterale possibile, eppure lui la guardava come se lei gli stesse facendo il regalo più grande.

Ernesto prese il controllo, le mani che guidavano la testa di Elena nel ritmo che preferiva. La faceva scendere più in profondità, trattenendola quando il riflesso del vomito la colpiva, lasciandola respirare solo quando lui decideva. Elena si abbandonò a quella violenza controllata, sentendo il proprio sesso pulsare di eccitazione. Quando lui finalmente la lasciò, lei rimase in ginocchio, ansimante, il trucco che colava leggermente.

«Sul letto» disse Ernesto. «A pecora. Voglio vedere quel culo mentre ti prendo.»

Elena si mosse come in trance, arrampicandosi sul materasso che condivideva con Mario da vent'anni. Si posizionò a quattro zampe, le gambe divaricate, il viso premuto contro il cuscino. Sentì il letto cedere sotto il peso di Ernesto, e poi le sue mani che le spalancavano le natiche.

«Guarda, Mario» disse lui, rivolgendosi all'uomo nell'angolo. «Guarda cosa hai a casa e non sfrutti. Questa figa è bagnata, pronta, fame di cazzo. E questo culo...» Una mano scivolò tra le natiche, un dito che premeva contro l'apertura stretta. «Questo culo chiederà presto di essere riempito.»

Elena gemette, spingendo indietro contro quella pressione. Ernesto rise, quel suono basso e gutturale, e poi lei sentì la cappella di lui che premeva contro la sua apertura. Non era ancora lubrificato abbastanza, e la prima spinta fu un'intrusione che bruciò. Ma il dolore si trasformò immediatamente in piacere quando lui iniziò a muoversi, spinte profonde che la riempivano completamente.

«Cazzo, sei stretta» ansimò Ernesto. «Così stretta, così calda. Ti sento pulsare intorno a me, troia. Ti piace, vero? Ti piace più del tuo marito.»

Elena non poteva negare. Le parole erano grezze, umilianti, eppure ognuna di esse la spingeva più in alto. «Sì» ansimò. «Sì, mi piace, mi piace tanto...»

«Più di Mario?»

«Più... più di Mario...»

Il gemito che sentì dall'angolo le fece capire che suo marito aveva udito. Non era un gemito di dolore, era di piacere. Mario stava godendo di quella umiliazione, di quella conferma della sua inadeguatezza.

Ernesto accelerò il ritmo, le mani che le stringevano i fianchi lasciando segni che sarebbero durati giorni. Il letto cigolava, i cuscini cadevano a terra, e Elena sentiva il proprio orgasmo avvicinarsi con una velocità che la spaventava. Quando lui inclinò il bacino, cambiando angolazione per colpire quel punto preciso dentro di lei, lei esplose. Un grido che cercò di soffocare nel cuscino, il corpo che si contraeva in spasmi incontrollabili, mentre Ernesto continuava a martellarla attraverso l'orgasmo.

Lui non si fermò. Quando lei fu sfinita, la girò sul dorso, le sollevò le gambe sulle sue spalle, e riprese a penetrarla con una ferocia rinnovata. Da quella posizione, Elena poteva vederlo, il suo volto contratto dal piacere, il sudore che gli colava sul petto. E poteva vedere Mario, che si era avvicinato al letto, il proprio sesso ancora in mano, gli occhi fissi sul punto in cui il cazzo di Ernesto scompariva dentro di lei.

«Toccala» disse Ernesto a Mario. «Toccala mentre la scopo. Famela sentire tua, anche se è mia in questo momento.»

Mario obbedì, una mano tremante che cercava il clitoride di Elena. Lei sentì entrambi, il marito che la accarezzava con la tenerezza di sempre, l'amante che la possedeva con la brutalità che aveva imparato a desiderare. Quando il secondo orgasmo la colse, fu più intenso del primo, un'onda che la lasciava senza respiro.

Ernesto la tirò verso il bordo del letto, le gambe che penzolavano nel vuoto. «Ora il culo» annunciò. «Voglio tutto di te, stasera.»

Elena sentì il panico mescolarsi all'eccitazione. Non era mai andata oltre qualche dito, qualche gioco occasionale. Ma quando Ernesto prese del lubrificante dal comodino — dove l'aveva preso? quando l'aveva portato? — e iniziò a prepararla con movimenti pazienti, sentì il corpo cedere di nuovo.

La penetrazione anale fu un'apertura totale. Elena gridò, un suono che non cercò di soffocare, mentre quella lama di carne forzava l'ingresso in uno spazio che non era mai stato così invaso. Il dolore fu acuto, immediato, ma Ernesto sapeva aspettare. Rimase immobile, le mani che le accarezzavano la schiena, finché lei non iniziò a rilassarsi. E poi, quando finalmente si mosse, il piacere che ne derivò fu di un'intensità diversa, più profonda, quasi primitiva.

«Sto nel tuo culo» mormorò lui, quasi per sé. «Nel culo della moglie di un altro, nella sua camera da letto, mentre lui guarda. Sei meravigliosa, Elena. Meravigliosa.»

Le parole la trasportarono. Sentì Mario accanto a sé, sul letto ora, che le prendeva una mano e la stringeva. Lei lo guardò, e vide le lacrime sui suoi occhi, ma anche il sorriso. Erano entrambi oltre ogni limite, in un territorio che nessuno dei due avrebbe potuto immaginare anni prima.

Ernesto accelerò, il ritmo che diventava frenetico. Quando esplose, fu con un grido soffocato, il corpo che si irrigidiva mentre riempiva il preservativo che indossava. Elena sentì le contrazioni, il calore anche attraverso il lattice, e quando lui finalmente si ritrasse, si sentì vuota in modo insopportabile.

Ma non era finita. Ernesto si tolse il preservativo, e con il sesso ancora semi-eretto, si avvicinò alla testa di lei. «Puliscimi» ordinò. «Con la bocca. Voglio sentire la tua lingua ovunque.»

Elena obbedì, il gusto del lattice e del proprio corpo che si mescolava a quello residuo del seme di lui. Lo prese in bocca, ormai rassegnata alla dimensione, e lo succhiò dolcemente finché non fu pulito. Poi lui si stese sul letto accanto a lei, il respiro che tornava normale.

Mario si mosse allora, per la prima volta prendendo un'iniziativa. Si posizionò tra le gambe di Elena, che erano ancora divaricate, e la penetrò con un movimento quasi timido. Lei lo sentì, piccolo e familiare dopo quello che aveva appena ricevuto, ma non per questo meno prezioso. Lo strinse a sé, sentendo il proprio corpo che rispondeva ancora, e quando lui venne, dopo pochi secondi, fu con un singhiozzo che lei riconobbe come amore.

I tre rimasero sul letto, il silenzio della casa che avvolgeva il loro respiro affannoso. Fu Ernesto a romperlo, con una risata bassa.

«Dovremo farlo più spesso» disse. «Questo letto ha visto cose che merita di vedere ancora.»

Elena chiuse gli occhi, sentendo il corpo di Mario accanto al suo, e il calore residuo di Ernesto che ancora permeava la stanza. Non sapeva cosa riservava il futuro, ma in quel momento, sfinita e soddisfatta come non mai, sentì solo gratitudine. Per Mario, che aveva avuto il coraggio di chiedere. Per Ernesto, che aveva avuto il talento di dare. E per se stessa, che aveva trovato il coraggio di ricevere.

Fuori, nella casa silenziosa, Marco dormiva del sonno dei bambini. E nella camera dei genitori, sotto la luce fioca della lampada da comodino, una nuova forma di famiglia prendeva forma, tessuta dal desiderio e dall'amore in misure che nessuno di loro avrebbe saputo definire.
scritto il
2026-02-28
1 4 0
visite
1
voti
valutazione
1
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.