Corna estive
di
Aldo&Maria81
genere
corna
Mario si specchiò nell’ascensore che li portava al piano dell’albergo del villaggio e, per la centesima volta da quando avevano superato l’ingresso principale, si rimproverò quei dieci chili di troppo. Il quadrante luminoso segnalò il terzo piano con un ding sommesso; Carla si aggiustò la fascia dei capelli dietro la nuca, il movimento sollevò il seno contro il tessuto arancione dell’abito estivo e lui colse il riflesso di un uomo nell’angolo dello specchio: occhi verdi, denti troppo bianchi, sorriso sicuro, maglietta aderente che metteva in mostra spalle diritte e pelle ambrata. Era Ciro, uno degli animatori, e stava guardando la moglie con un interesse così palese che persino lo specchio d’alluminio pareva surriscaldarsi.
Il cuore di Mario si contrasse in un misto di imbarazzo e rabbia, ma disse nulla. Rimase in disparte mentre il giovane offriva a Carla una mappa degli spazi comuni, insistendo per accompagnarli in camera. Alla fine accettarono; Mario sbuffò appena, trascinando le valige come se fossero colpevoli di qualcosa.
Luminose, aria condizionata, letto king-size. Appena la porta si chiuse, Carla si voltò verso di lui.
«È solo un ragazzo troppo gentile, non dirmi che stai di nuovo a temprarti l’animo con paranoie.»
«Non sono paranoie,» rispose Mario, ma la voce gli si spense nel petto.
Carla si avvicinò, gli accarezzò la nuca. «Sei il mio uomo, lo sai. Adesso voglio godermi il sole e il mare, va bene?»
Baciarlo era un invito, non una passerella. Mario annuì.
Il giorno dopo, cominciò il torneo di calcetto. Tutti gli ospiti potevano iscriversi, e Mario – malgrado le riserve – decise di scendere in campo, se non altro per dimostrare a se stesso che ancora riusciva a muoversi senza sfiancarsi. Il sole lo accecava, la sabbia volava, e all’ultimo minuto lo schieramento lo pose nella stessa squadra di Ciro.
La prima palla utile fu un pallonetto innocuo; Ciro sgusciò, lo anticipò e lo colpì di spalle con tale veemenza che Mario finì a terra di schiena, il respiro mozzo. Rise qualcuno, il fischietto dell’arbitro fischiò fallo, ma l’umiliazione rimase a penzoloni nel caldo pomeriggio. In settimana ne subì altre, tutte a firma di quel tizio scattante e beffardo.
Il sabato serale, era d’obbligo la doccia comune: un locale di cemento con sei colonne di getto, nessuna tenda, nessuna privacy. Mario si trascinò dentro, sentendosi un elefante in mezzo a gazzelle. Si tolse la maglia bagnata, si voltò e lo vide: Ciro era già nudo, l’acqua scorreva sui dorsali definiti, poi giù, lungo il sedere sodo, le cosce potenti. Il pene, anche flaccido, spiccava lungo e grosso, le venature in rilievo come radici d’ulivo.
«Accidenti alla birra, eh?» commentò Ciro indicando la pancetta di Mario. «Con un po’ di corsa la butti giù.»
Il sangue gli salì alla testa; Ciro rise, si voltò, lasciando intravedere il peso di quel cazzo che dondolava tra le cosce. Mario deglutì, si voltò dall’altra parte, sentendosi ancora più grasso, ancora più piccolo. Chiusi gli occhi, sperò che l’acqua fredda placasse il rossore, ma non bastò.
La sera stessa, al ristorante, notò che Ciro non perdeva d’occhio Carla. Ogni volta che lei si chinava per raccogliere la tracolla della borsa, lui abbassava lo sguardo sul décolleté. Quando Carla si alzò per prendere un’altra fetta di anguria, il giovane la seguì con lo sguardo come se la scortasse in un ballo oscuro.
«Mi sta facendo sentire una preda,» disse Carla tornando a sedere, con un sorriso a metà tra il divertito e l’imbarazzato.
«Non ti piacerebbe mica farti toccare dal primo che capita, no?» Mario non sapeva dove tirasse fuori quella domanda, l’amarezza era salita di colpo.
Carla lo guardò dritto negli occhi. «Mi piace che tu mi desideri, non che mi controlli.»
L’argomento si chiuse lì, ma la tensione restò appesa come una ragnatela tremula.
Un paio di giorni dopo, Carla tornò dalla spiaggia con le guance arrossate di sole e un’espressione strana: metà sorpresa, metà compiaciuta. Disse che una signora di Napoli, mentre facevano due chiacchiere sotto l’ombrellone, le aveva raccontato che Ciro era “un amante strepitoso, capace di far godere anche la sabbia intorno”. La donna ci teneva a precisare di averlo fatto durante una vacanza di due anni prima, ma il ricordo la faceva ancora rabbrividire di piacere. Carla rideva fingendo noncuranza, ma si portò una mano sullo sterno, come a tamponare un battito accelerato. Mario ebbe un nodo alla gola.
I giorni passarono. Gli sguardi di Ciro si fecero insistenti. Mario lo notava ovunque: alla siepe di bungalow mentre lui e Carla prendevano la via per il mare; dietro la cassa del bar mentre lei allacciava le infradito; in riva all’acqua, con la canna da pesca in mano, occhio fisso sul suo obiettivo. Ogni volta Mario si diceva “reagisci, proteggi tua moglie”, ma l’unica sensazione che salisse era un misto di paura e, a sua vergogna, di eccitazione lancinante.
La mattina destina, Mario si svegliò con il mal di testa, il sole picchiava sulle persiane chiuse. «Vai tu,» disse a Carla, «io prendo un’aspirina e mi metto a ombra.»
Lei esitò, ma l’onda di calore le faceva brillare la pelle. «Ti porto una bottiglia d’acqua fredda quando torno.»
Quando la porta si richiuse, Mario rimase immobile. Il silenzio dell’hotel era ovattato, il ticchettio del corriere in corridoio sembrava un battito ostinato. Spalancò le imposte e il riflesso del mare lo accecò: bande di luce scintillavano all’orizzonte. Fu allora che la vide, più in là lungo la battigia, avvolta nel pareo rosso: Carla camminava con passo deciso verso la cabina in legno che serviva da spogliatoio per i clienti dell’ombrellone n. 14. A una decina di metri dietro di lei, Ciro. Nessun’altra anima.
Il sangue di Mario si rannicchiò nelle tempie. Avrebbe potuto gridare, avrebbe potuto correre. Invece rimase lì, con le dita strette al bordo del balcone; vide la sagoma di lei sparire all’interno, vide l’ombra di Ciro accostarsi alla porta. Un attimo dopo la chiusura, scese le scale di corsa, scalpicciando sulle piastrelle fredde. Il cuore martellava talmente forte che temette di svenire.
La sabbia era già rovente; scalzo, raggiunse il vialetto di legno, poi si sporse dietro la fila di tamerici. Nessuno. Avanzò, respirando a fondo, il sale che gli asciugava la bocca. La cabina era isolata, verniciata di bianco scrostato. Due spifferi arieggiavano le pareti. Da una fessura usciva il riflesso interno.
Mario si inginocchiò, portò l’occhio al listello. Prima vide il proprio respiro tremare, poi la scena: Carla era appoggiata alla parete, la testa rovesciata all’indietro, il seno fuori dal bikini, capezzoli tesi. Ciro, completamente nudo, era ginocchio a terra, le sfilava il pareo, le baciava l’interno coscia, saliva, stringeva le natiche, le apriva.
«Ti piace il mio cazzo, vero? Dimmelo…»
Carla ansimò. «Sì… voglio il tuo cazzo…»
Non era la prima volta che lo diceva, il tono sa di rituale.
Ciro si alzò, le impose di voltarsi. Le abbassò il bikini fino alle ginocchia, la piegò in avanti. Mario vide il proprio mondo sgretolarsi sotto i colpi di scena di un corpo troppo ardente. Ciro afferrò l’asta, la scosse, il glande gonfio si impose fra le chiappe, affondò nel solco, trovò la fessura e spiccò un’impennata. Carla mugolò, si portò una mano alla bocca per trattenere il grido, ma il suono uscì ugualmente, roco, vibrante.
Il tempo si ristagnò. Ciro colpì con andatura lenta, mentre le dita gli scavavano le anche. «Stringimi il cazzo, puttana…»
«Ti stringo… sì… più forte…»
Mario sentì la bocca asciutta, l’erezione imbarazzante che premeva contro il tessuto dei pantaloncini. Non riusciva a distaccarsi.
Ciro accelerò, la carne s’infracidiva di sudore. Afferrò le trecce di Carla, le torse il collo, la forzò a piegarsi di più. I cicciotti vibravano ad ogni colpo. «Adesso il culo, lo vuoi nel culo come l’altra volta?»
«Dammelo…» implorò lei, la voce spezzata. «Fammelo rompere…»
Ciro estrasse il cazzo lucido, umido di segreti di Carla; con due dita le aprì il budello, poi ripose il glande contro l’anello e spinse. Il muscolo cedette con un suono sordo, Carla abbassò la testa, ringhiò un misto di dolore e goduria. Lui penetrò fino alla radice, si fermò, le accarezzò la schiena. «Sei sempre così stretta, porca…»
Mario tremò, il respiro corto. Vide l’asta scivolare avanti e indietro, la pelle dell’ano che si accollava alla carica, la vagina di Carla che gocciolava sul pavimento di legno. Ciro afferrò una manciata di quei riccioli castani, le costrinse la nuca indietro. «Io ti apro, tu goda, il tuo marito non sa che troia sei…»
«Sì… sono la tua cagna la tua troia…»
Il ritmo diventò forsennato. La cabina traballò, asse di legno che cigolava; Ciro strattonava fuori quasi del tutto, poi si ri-infiggeva fino in fondo. Carla urlava in un soffio, la voce rimbombava di rimbombo nella testa di Mario. Il mare pareva applaudire.
A un tratto Ciro estrasse del tutto, spinse Carla in ginocchio, le afferrò le guance. «Apri la bocca, succhialo tutto, fammi venire…»
Carla non ebbe a esitare: inghiottì quel cazzo enorme, fino a far scomparire il glande nella gola. Ciro imprecò, la guidò con le anche, la fece soffocare sul cazzo sporco di lei stessa; il viso di Carla si impiastricciò di lacrime e sborra, ma lei continuava a succhiare come una mantide.
«Tienila… ci siamo,» ringhiò Ciro. Estraendo il cazzo, lo menò due, tre colpi, poi esplose: schizzi bianchi mischiati di saliva coprirono le labbra di Carla, le guance, i capelli. Una raffica non finiva mai, come se avesse le gonadi piene di settimane. Carla cercò di inghiottire, ma il getto era troppo abbondante; la sborra colò sul seno, sul pareo arrotolato alle ginocchia. Rimase lì, ansimante, il volto imbrattato, lo sguardo offuscato di estasi.
Mario si portò una mano alla bocca, trattenne il conato. Avvertì l’eiaculazione calda che gli allargava i jeans; la vergogna lo colpì in fronte come un secchio d’acqua gelida. Si alzò barcollando, si allontanò dalla cabina, la sabbia che gli entrava tra le dita. Quando rientrò in camera, la testa gli girava. Si gettò sul letto, la camicia fradicia.
Carla riapparve poco dopo, rinfrescata, profumata, con l’ennesima boccetta d’acqua. «Tutto bene?» chiese, chinandosi a baciargli la fronte.
Lui annuì, incapace di parlare. Il respiro di lei era dolce, incerto; sul bordo delle labbra, impercettibile, odorava ancora di sperma. Mario inghiottì il rimorso, colto da una strana serenità: la gelosia si era trasformata, come bagnata d’olio, in eccitazione pura.
La sera, alla luce fioca del comodino, le prese la mano.
«Tesoro,» esordì, la voce rauca, «se ti fa piacere… non voglio frenarti.»
Carla lo fissò, le pupille dilatate. «Che intendi?»
«Ho visto… quello che è successo nella cabina.»
Il silenzio parve eterno. Poi lei si portò una mano alla bocca, forse per trattenere una risata, forse per piangere. «Mi dispiace…»
«Non voglio perderti,» la interruppe Mario. «Se ti piace… lo accetto. Anzi… voglio che tu continui. A patto che tu mi dica tutto. Nessun segreto. E che resti mia.»
Carla lo abbracciò, il corpo tremante. «Sei sicuro?»
Lui annuì, la mano sul suo culo ancora caldo, il ricordo del cazzo di Ciro che vi s’era conficcato. «Sì. Ma voglio sentirti raccontare. Voglio godere con te, anche da lontano.»
Per la prima volta dopo anni, fecero l’amore con una furia nuova. Mario le lambì la figa ancora gonfia, le passò la lingua sul buco del culo, assaporò ogni residuo dell’incontro. Carla mugolò, lo guidò dentro di sé. «Lo senti? È ancora aperto… mi ha rotto…» Mario si vendicò, la scopò con il desiderio di un uomo che ha ritrovato il potere attraverso la resa. Quando venne, gridò il nome di lei, non più timido.
Dopo, lei si addormentò nel suo braccio. Lui, sveglio, fissò il soffitto: la consapevolezza di aver permesso, di aver voluto, gli dava un brivido eccitante che percorreva la colonna vertebrale fino a infiammare il pene ancora spento. Il suo mondo non era più quello di prima, ma in quel cambiamento c’era un senso di libertà pericolosa, e Carlo sapeva che avrebbe camminato su quel crinale.
All’esterno, il frinire delle cicale si univa al mormorio del mare. Nessuno, in quel villaggio, immaginava che la prossima settimana avrebbe offerto aperture ben più profonde delle cabine in legno; ma Mario, per la prima volta, non si sentiva più inadeguato. Si sentiva vivo.
Il cuore di Mario si contrasse in un misto di imbarazzo e rabbia, ma disse nulla. Rimase in disparte mentre il giovane offriva a Carla una mappa degli spazi comuni, insistendo per accompagnarli in camera. Alla fine accettarono; Mario sbuffò appena, trascinando le valige come se fossero colpevoli di qualcosa.
Luminose, aria condizionata, letto king-size. Appena la porta si chiuse, Carla si voltò verso di lui.
«È solo un ragazzo troppo gentile, non dirmi che stai di nuovo a temprarti l’animo con paranoie.»
«Non sono paranoie,» rispose Mario, ma la voce gli si spense nel petto.
Carla si avvicinò, gli accarezzò la nuca. «Sei il mio uomo, lo sai. Adesso voglio godermi il sole e il mare, va bene?»
Baciarlo era un invito, non una passerella. Mario annuì.
Il giorno dopo, cominciò il torneo di calcetto. Tutti gli ospiti potevano iscriversi, e Mario – malgrado le riserve – decise di scendere in campo, se non altro per dimostrare a se stesso che ancora riusciva a muoversi senza sfiancarsi. Il sole lo accecava, la sabbia volava, e all’ultimo minuto lo schieramento lo pose nella stessa squadra di Ciro.
La prima palla utile fu un pallonetto innocuo; Ciro sgusciò, lo anticipò e lo colpì di spalle con tale veemenza che Mario finì a terra di schiena, il respiro mozzo. Rise qualcuno, il fischietto dell’arbitro fischiò fallo, ma l’umiliazione rimase a penzoloni nel caldo pomeriggio. In settimana ne subì altre, tutte a firma di quel tizio scattante e beffardo.
Il sabato serale, era d’obbligo la doccia comune: un locale di cemento con sei colonne di getto, nessuna tenda, nessuna privacy. Mario si trascinò dentro, sentendosi un elefante in mezzo a gazzelle. Si tolse la maglia bagnata, si voltò e lo vide: Ciro era già nudo, l’acqua scorreva sui dorsali definiti, poi giù, lungo il sedere sodo, le cosce potenti. Il pene, anche flaccido, spiccava lungo e grosso, le venature in rilievo come radici d’ulivo.
«Accidenti alla birra, eh?» commentò Ciro indicando la pancetta di Mario. «Con un po’ di corsa la butti giù.»
Il sangue gli salì alla testa; Ciro rise, si voltò, lasciando intravedere il peso di quel cazzo che dondolava tra le cosce. Mario deglutì, si voltò dall’altra parte, sentendosi ancora più grasso, ancora più piccolo. Chiusi gli occhi, sperò che l’acqua fredda placasse il rossore, ma non bastò.
La sera stessa, al ristorante, notò che Ciro non perdeva d’occhio Carla. Ogni volta che lei si chinava per raccogliere la tracolla della borsa, lui abbassava lo sguardo sul décolleté. Quando Carla si alzò per prendere un’altra fetta di anguria, il giovane la seguì con lo sguardo come se la scortasse in un ballo oscuro.
«Mi sta facendo sentire una preda,» disse Carla tornando a sedere, con un sorriso a metà tra il divertito e l’imbarazzato.
«Non ti piacerebbe mica farti toccare dal primo che capita, no?» Mario non sapeva dove tirasse fuori quella domanda, l’amarezza era salita di colpo.
Carla lo guardò dritto negli occhi. «Mi piace che tu mi desideri, non che mi controlli.»
L’argomento si chiuse lì, ma la tensione restò appesa come una ragnatela tremula.
Un paio di giorni dopo, Carla tornò dalla spiaggia con le guance arrossate di sole e un’espressione strana: metà sorpresa, metà compiaciuta. Disse che una signora di Napoli, mentre facevano due chiacchiere sotto l’ombrellone, le aveva raccontato che Ciro era “un amante strepitoso, capace di far godere anche la sabbia intorno”. La donna ci teneva a precisare di averlo fatto durante una vacanza di due anni prima, ma il ricordo la faceva ancora rabbrividire di piacere. Carla rideva fingendo noncuranza, ma si portò una mano sullo sterno, come a tamponare un battito accelerato. Mario ebbe un nodo alla gola.
I giorni passarono. Gli sguardi di Ciro si fecero insistenti. Mario lo notava ovunque: alla siepe di bungalow mentre lui e Carla prendevano la via per il mare; dietro la cassa del bar mentre lei allacciava le infradito; in riva all’acqua, con la canna da pesca in mano, occhio fisso sul suo obiettivo. Ogni volta Mario si diceva “reagisci, proteggi tua moglie”, ma l’unica sensazione che salisse era un misto di paura e, a sua vergogna, di eccitazione lancinante.
La mattina destina, Mario si svegliò con il mal di testa, il sole picchiava sulle persiane chiuse. «Vai tu,» disse a Carla, «io prendo un’aspirina e mi metto a ombra.»
Lei esitò, ma l’onda di calore le faceva brillare la pelle. «Ti porto una bottiglia d’acqua fredda quando torno.»
Quando la porta si richiuse, Mario rimase immobile. Il silenzio dell’hotel era ovattato, il ticchettio del corriere in corridoio sembrava un battito ostinato. Spalancò le imposte e il riflesso del mare lo accecò: bande di luce scintillavano all’orizzonte. Fu allora che la vide, più in là lungo la battigia, avvolta nel pareo rosso: Carla camminava con passo deciso verso la cabina in legno che serviva da spogliatoio per i clienti dell’ombrellone n. 14. A una decina di metri dietro di lei, Ciro. Nessun’altra anima.
Il sangue di Mario si rannicchiò nelle tempie. Avrebbe potuto gridare, avrebbe potuto correre. Invece rimase lì, con le dita strette al bordo del balcone; vide la sagoma di lei sparire all’interno, vide l’ombra di Ciro accostarsi alla porta. Un attimo dopo la chiusura, scese le scale di corsa, scalpicciando sulle piastrelle fredde. Il cuore martellava talmente forte che temette di svenire.
La sabbia era già rovente; scalzo, raggiunse il vialetto di legno, poi si sporse dietro la fila di tamerici. Nessuno. Avanzò, respirando a fondo, il sale che gli asciugava la bocca. La cabina era isolata, verniciata di bianco scrostato. Due spifferi arieggiavano le pareti. Da una fessura usciva il riflesso interno.
Mario si inginocchiò, portò l’occhio al listello. Prima vide il proprio respiro tremare, poi la scena: Carla era appoggiata alla parete, la testa rovesciata all’indietro, il seno fuori dal bikini, capezzoli tesi. Ciro, completamente nudo, era ginocchio a terra, le sfilava il pareo, le baciava l’interno coscia, saliva, stringeva le natiche, le apriva.
«Ti piace il mio cazzo, vero? Dimmelo…»
Carla ansimò. «Sì… voglio il tuo cazzo…»
Non era la prima volta che lo diceva, il tono sa di rituale.
Ciro si alzò, le impose di voltarsi. Le abbassò il bikini fino alle ginocchia, la piegò in avanti. Mario vide il proprio mondo sgretolarsi sotto i colpi di scena di un corpo troppo ardente. Ciro afferrò l’asta, la scosse, il glande gonfio si impose fra le chiappe, affondò nel solco, trovò la fessura e spiccò un’impennata. Carla mugolò, si portò una mano alla bocca per trattenere il grido, ma il suono uscì ugualmente, roco, vibrante.
Il tempo si ristagnò. Ciro colpì con andatura lenta, mentre le dita gli scavavano le anche. «Stringimi il cazzo, puttana…»
«Ti stringo… sì… più forte…»
Mario sentì la bocca asciutta, l’erezione imbarazzante che premeva contro il tessuto dei pantaloncini. Non riusciva a distaccarsi.
Ciro accelerò, la carne s’infracidiva di sudore. Afferrò le trecce di Carla, le torse il collo, la forzò a piegarsi di più. I cicciotti vibravano ad ogni colpo. «Adesso il culo, lo vuoi nel culo come l’altra volta?»
«Dammelo…» implorò lei, la voce spezzata. «Fammelo rompere…»
Ciro estrasse il cazzo lucido, umido di segreti di Carla; con due dita le aprì il budello, poi ripose il glande contro l’anello e spinse. Il muscolo cedette con un suono sordo, Carla abbassò la testa, ringhiò un misto di dolore e goduria. Lui penetrò fino alla radice, si fermò, le accarezzò la schiena. «Sei sempre così stretta, porca…»
Mario tremò, il respiro corto. Vide l’asta scivolare avanti e indietro, la pelle dell’ano che si accollava alla carica, la vagina di Carla che gocciolava sul pavimento di legno. Ciro afferrò una manciata di quei riccioli castani, le costrinse la nuca indietro. «Io ti apro, tu goda, il tuo marito non sa che troia sei…»
«Sì… sono la tua cagna la tua troia…»
Il ritmo diventò forsennato. La cabina traballò, asse di legno che cigolava; Ciro strattonava fuori quasi del tutto, poi si ri-infiggeva fino in fondo. Carla urlava in un soffio, la voce rimbombava di rimbombo nella testa di Mario. Il mare pareva applaudire.
A un tratto Ciro estrasse del tutto, spinse Carla in ginocchio, le afferrò le guance. «Apri la bocca, succhialo tutto, fammi venire…»
Carla non ebbe a esitare: inghiottì quel cazzo enorme, fino a far scomparire il glande nella gola. Ciro imprecò, la guidò con le anche, la fece soffocare sul cazzo sporco di lei stessa; il viso di Carla si impiastricciò di lacrime e sborra, ma lei continuava a succhiare come una mantide.
«Tienila… ci siamo,» ringhiò Ciro. Estraendo il cazzo, lo menò due, tre colpi, poi esplose: schizzi bianchi mischiati di saliva coprirono le labbra di Carla, le guance, i capelli. Una raffica non finiva mai, come se avesse le gonadi piene di settimane. Carla cercò di inghiottire, ma il getto era troppo abbondante; la sborra colò sul seno, sul pareo arrotolato alle ginocchia. Rimase lì, ansimante, il volto imbrattato, lo sguardo offuscato di estasi.
Mario si portò una mano alla bocca, trattenne il conato. Avvertì l’eiaculazione calda che gli allargava i jeans; la vergogna lo colpì in fronte come un secchio d’acqua gelida. Si alzò barcollando, si allontanò dalla cabina, la sabbia che gli entrava tra le dita. Quando rientrò in camera, la testa gli girava. Si gettò sul letto, la camicia fradicia.
Carla riapparve poco dopo, rinfrescata, profumata, con l’ennesima boccetta d’acqua. «Tutto bene?» chiese, chinandosi a baciargli la fronte.
Lui annuì, incapace di parlare. Il respiro di lei era dolce, incerto; sul bordo delle labbra, impercettibile, odorava ancora di sperma. Mario inghiottì il rimorso, colto da una strana serenità: la gelosia si era trasformata, come bagnata d’olio, in eccitazione pura.
La sera, alla luce fioca del comodino, le prese la mano.
«Tesoro,» esordì, la voce rauca, «se ti fa piacere… non voglio frenarti.»
Carla lo fissò, le pupille dilatate. «Che intendi?»
«Ho visto… quello che è successo nella cabina.»
Il silenzio parve eterno. Poi lei si portò una mano alla bocca, forse per trattenere una risata, forse per piangere. «Mi dispiace…»
«Non voglio perderti,» la interruppe Mario. «Se ti piace… lo accetto. Anzi… voglio che tu continui. A patto che tu mi dica tutto. Nessun segreto. E che resti mia.»
Carla lo abbracciò, il corpo tremante. «Sei sicuro?»
Lui annuì, la mano sul suo culo ancora caldo, il ricordo del cazzo di Ciro che vi s’era conficcato. «Sì. Ma voglio sentirti raccontare. Voglio godere con te, anche da lontano.»
Per la prima volta dopo anni, fecero l’amore con una furia nuova. Mario le lambì la figa ancora gonfia, le passò la lingua sul buco del culo, assaporò ogni residuo dell’incontro. Carla mugolò, lo guidò dentro di sé. «Lo senti? È ancora aperto… mi ha rotto…» Mario si vendicò, la scopò con il desiderio di un uomo che ha ritrovato il potere attraverso la resa. Quando venne, gridò il nome di lei, non più timido.
Dopo, lei si addormentò nel suo braccio. Lui, sveglio, fissò il soffitto: la consapevolezza di aver permesso, di aver voluto, gli dava un brivido eccitante che percorreva la colonna vertebrale fino a infiammare il pene ancora spento. Il suo mondo non era più quello di prima, ma in quel cambiamento c’era un senso di libertà pericolosa, e Carlo sapeva che avrebbe camminato su quel crinale.
All’esterno, il frinire delle cicale si univa al mormorio del mare. Nessuno, in quel villaggio, immaginava che la prossima settimana avrebbe offerto aperture ben più profonde delle cabine in legno; ma Mario, per la prima volta, non si sentiva più inadeguato. Si sentiva vivo.
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