Io, mia figlia e la droga dello stupro (2° Capitolo. Salò o l'unica notte di Sodoma)

di
genere
incesti

Martina è ancora accucciata lì, tra le mie gambe. Non parla. Ogni volta che sente il mio cazzo pulsare contro la sua guancia, però, gira appena la testa e posa un bacio leggero sulla cappella, prima uno, poi un altro. Sono bacetti umidi, infantili e al tempo stesso osceni, come se stesse coccolando un animale domestico che non sa di essere amato, eppure si fida. La guardo fare, e per un attimo mi chiedo quanto di quel gesto sia la droga, quanto sia sottomissione vera, e quanto, invece, sia un riflesso imparato per compiacere. Ma qui, ora, con me, non fa differenza.
Arriviamo a casa. Le luci sopra il cancello illuminano debolmente il vialetto. La villetta è lì, silenziosa e tranquilla, come se il sonno avesse finalmente trovato la sua casa. Entriamo nel garage. Spengo il motore; le luci al neon sopra di noi si accendono con un ronzio, tingendo tutto di un bagliore freddo che le accende la pelle.
Martina si tira su lentamente, le guance arrossate, gli occhi lucidi ma storditi. L’aiuto a uscire, tenendola per un fianco. Il suo corpo si appoggia pesante contro il mio, morbido e arrendevole.
“Mettiti contro il cofano” le dico, con una voce che non ammette obiezioni.
Lei obbedisce. Si piega in avanti, appoggia i palmi sul metallo tiepido, inarca la schiena. Le sollevo il vestito fino alla vita, le scosto di lato il perizoma. Le spalanco le natiche con entrambe le mani, tenendole aperte a lungo. Il buco del culo è roseo, leggermente gonfio, con quella lucentezza umida che parla di un uso regolare, di una penetrazione consueta. Lo vedo pulsare piano sotto lo sguardo, come se quella carne sapesse di essere osservata. Inspiro il suo odore – muschiato, salato, un misto di sudore estivo, sapone intimo e l'eccitazione che le cola. È un profumo che mi entra nelle narici e mi fa girare la testa.
Mi inginocchio dietro di lei.
Inizio con la lingua, dal basso verso l’alto: raccolgo gli umori che le colano dalla fica, li porto su fino all’ano, li spalmo intorno al bordo con cerchi lenti, umidi. Lei ansima, le cosce tremano contro le mie guance. Poi scendo di nuovo, la lingua che si tuffa tra le sue labbra gonfie, lecca il clitoride con un colpo lungo e profondo, prima di risalire, senza soluzione di continuità, verso l’altro buco. Premo la punta della lingua al centro dell'ano, giro intorno, lo massaggio con movimenti circolari che diventano sempre più insistenti. Sento il piccolo spasmo quando la punta entra: le pareti calde si contraggono, stringono, rilasciano, come se volessero succhiarmi dentro. Ma non resto lì. È un andirivieni: tre, quattro colpi profondi nel culo, poi giù di nuovo a raccogliere il suo sapore dalla fica, a concentrarmi sul nodo duro del clitoride, sentendolo pulsare sotto la lingua, per poi tornare su, a invadere quel passaggio più stretto, più proibito. Il respiro le si spezza mentre le mani, aperte sul cofano, grattano il metallo con le unghie. Continuo a leccarla, il rumore è osceno: il succo mischiato alla saliva, il suono bagnato, ritmico della mia lingua che passa dall’uno all’altro ingresso, i suoi gemiti soffocati mentre spinge il bacino all’indietro contro la mia faccia. È come volerla divorare dall'interno, assaggiarne ogni segreto.
Il mio cazzo è di nuovo duro come il ferro sotto la tuta, premuto contro i pantaloni, dolorosamente eretto al pensiero di quanto sia stretta e insieme abituata a essere riempita, e di quanto sia mia, in questo momento esatto. La lecco per minuti interi, perdendomi nel suo sapore, nel suo calore, nei gemiti che le sfuggono dalla gola, fino a quando il ritmo del suo respiro cambia, diventa un ansimare concitato. Le sue cosce stringono la mia testa come una morsa, il bacino smette di seguire il mio movimento e comincia a contrarsi in scatti incontrollati. Un verso spezzato – mezzo urlo, mezzo singhiozzo – le sfugge dalla gola mentre il corpo le si inarca contro il cofano, teso in un tremito violento che sembra non finire mai. È venuta. La tengo lì, con la lingua che non smette, che beve ogni spasmo, ogni contrazione delle sue carni, fino a quando non si affloscia, un peso molle e tremante contro il metallo.

Poi succede. Un’idea mi folgora all’improvviso, nitida, perfetta. Un lampo di perversione che mi fa alzare in piedi, il viso ancora bagnato.
“Tesoro, dove tieni le tue cose?” le chiedo, la voce dolce, bassa, mentre le accarezzo il culo. “Quelle per darti piacere da sola. Dildo, vibratori…magari Leonardo usa qualcosa per tenerti dilatata, per addestrarti, come dice lui.”
Lei respira forte, gira appena la testa verso di me, gli occhi velati dalla droga e da un desiderio che non le appartiene più. “In camera mia… nell’armadio,” sussurra. “Il ripiano in basso è… scollato… sotto c’è una scatola.”
L’afferro per la nuca e la guido fuori dal garage, attraverso la porta interna che dà sul corridoio buio della villetta. Saliamo le scale in silenzio, i nostri passi attutiti sul parquet lucido, l’aria fresca e immobile della casa che ci avvolge senza giudicare. Entriamo nella sua cameretta: una piccola poltrona, la sua scrivania, un peluche gigante a forma di orsetto, un letto singolo con la trapunta sgualcita, l’odore familiare di vaniglia e shampoo che soffoca ogni altra cosa. La faccio sedere sul bordo del letto. Lei obbedisce, si accomoda con le gambe spalancate, la gonna tirata su sopra il culo nudo, la fica rosa e completamente depilata in bella vista – il perizoma è ancora spostato da un lato – le piccole labbra gonfie e lucide di eccitazione, un invito silenzioso che mi fa pulsare il cazzo fino a farlo dolere. Mi guarda con uno sguardo stanco ma acceso, mordendosi il labbro inferiore, mentre io apro le ante dell’armadio e cerco il nascondiglio. Il compensato è leggermente sollevato su un angolo; lo stacco con le dita. Trovo una scatola di cartone, nascosta nel doppiofondo.
La tiro fuori, quasi tremando per l’anticipazione. Dentro: un vibratore, un dildo, un plug rosa shocking – quasi ironico in mezzo a tanta depravazione – e un tubetto di lubrificante mezzo pieno, il tappo sporco di residui trasparenti.
E io so esattamente cosa fare: come se un copione, scritto non da me ma dalla mia perversione più intima, si stesse finalmente realizzando.

Mi spoglio lentamente, tirando via la maglietta, i pantaloni e le mutande in un unico flusso, restando nudo davanti a lei. Il mio corpo è teso, il cazzo eretto che punta verso l’alto, la cappella lucida. Martina mi guarda dal letto, gli occhi che scorrono su di me con una fissità intensa, come se la droga avesse ristretto il mondo alla mia sola figura.
“Vieni qui,” le dico, la voce è un comando che non ammette repliche. La prendo per i capelli e la tiro giù dal letto, facendola inginocchiare tra le mie gambe. Lei non resiste, si sistema subito, le mani sulle mie cosce per bilanciarsi, gli occhi alzati verso i miei in un’attesa silenziosa, quasi devota.
“Dio, non sai da quanto tempo ti immagino così!” mormoro. Lei annuisce, appena. Poi apre la bocca.
Inizia a succhiarmelo con una foga che mi toglie il fiato: lo prende tutto in un colpo, la gola che si apre per accoglierlo, la testa che va su e giù con una velocità perfetta, la saliva che cola copiosa lungo l’asta. Ma non è solo tecnica. C’è una specie di furia in quello che fa, come se volesse dimostrare qualcosa, o forse dimenticare tutto. La tengo ferma per i capelli, sentendo ogni contrazione della sua gola, ogni gemito che le vibra intorno al mio cazzo. È un’estasi violenta, un possesso reciproco fatto di bava e controllo. Guardo la scena dall’alto: il mio corpo in piedi, lei in ginocchio, sottomessa, la sua bocca che diventa il centro del mondo. Tutto il resto – la casa, Anna, la scuola, Leonardo – svanisce. Esiste solo questo calore umido, questa resa attiva.
Sto per venire, lo sento salire irrefrenabile dalle viscere. La spingo più a fondo, fino a sentire le sue labbra schiacciarsi contro il mio pube. Sborro per la seconda volta quella notte, fiotti caldi e densi che le inondano la gola. Deglutisce tutto, a scatti convulsi, senza esitazione. Quando mi lascio andare, lei rimane lì, il mio cazzo che le scivola fuori con uno schiocco umido. Poi, lentamente, apre la bocca e me la mostra vuota, la lingua rosa e pulita, un filo di saliva che le cola sul mento come una lacrima sporca.
Resto immobile a guardarla, il respiro che mi sibila nel petto. In quello sguardo vuoto e compiacente vedo il riflesso di un altro uomo. Penso, con un misto di rabbia e ammirazione che mi brucia, che quello stronzo la sta addestrando davvero bene, e lei, la troietta, impara in fretta.
Le afferro il mento con una mano. Le infilo il pollice tra le labbra, e lei lo lecca subito, lo succhia con le guance incavate, la lingua che gira intorno al polpastrello con lo stesso trasporto automatico con cui ha succhiato me.
“Che puttana che sei, tesoro!” le dico, la voce roca, carica di un affetto distorto e di una possessività totale. Ma, lo so, è una bugia che dico a me stesso per non pensare a loro due. La verità è più cinica, e quindi più vera: Leonardo l’ha voluta così, desiderante e disponibile. Lui ha avuto la sua mente vigile, il suo consenso appassionato. Io, stanotte, ho solo raccolto i frutti avvelenati del suo lavoro. Sono il coronamento di un percorso che lei ha scelto. In un modo contorto, sono qui per volontà di entrambi. E se questo mi rende un opportunista, almeno non sono un ipocrita. La natura non sa cosa siano i santi. L’attimo, invece, quello era qui, davanti a me, per la sola e unica volta nella mia vita.

Mi lascio cadere all’indietro, seduto sul letto. La stanchezza mi cola dentro le ossa, una pesantezza dolce e spietata. Ho cinquant’anni, e due orgasmi in mezz’ora sono un lusso che il mio corpo fa fatica a permettersi.
Martina rimane in ginocchio sul pavimento, immobile per qualche secondo. Poi si trascina avanti e appoggia la testa sulla mia coscia, la guancia contro la pelle. È bellissima così, abbandonata, la testa poggiata su di me come un animale domestico. E per un momento malato mi chiedo come sarebbe se non fosse drogata. Se quegli occhi che mi guardano da sotto le ciglia fossero lucidi, se quei baci sul sedile fossero stati dati da una mente presente. Se lei, davvero, mi volesse come io voglio lei. È un pensiero velenoso, perché apre una porta su un desiderio ancora più impossibile, più profondo di questo strappo chimico nella notte.
Il suo respiro caldo mi sfiora la pelle, rallenta, si fa più profondo. Sento le sue labbra.
Inizia a baciarmi la coscia. Piccoli baci, umidi, rumorosi. Uno. Poi un altro, più in alto. È un movimento lento, ipnotico, che sale lungo la mia carne come una formicolante dichiarazione. Ogni bacio è una puntura di spillo, una promessa. Sale ancora. Le sue labbra sfiorano l'attaccatura dell'inguine, si spostano, si posano di nuovo sul cazzo con una delicatezza che mi fa trattenere il fiato. La testa si infila sotto le mie gambe. La sento scivolare giù. Il calore della sua bocca mi avvolge le palle. Le lecca con una lentezza che è quasi un tormento, la lingua calda e bagnata che le accarezza, le esplora, ne prende in bocca una, poi l’altra, con un’attenzione devota. È un gesto che non conoscevo, che nessuna donna mi ha mai fatto. Né le ragazze prima di Anna, né Anna stessa. Mai. È un’umiliazione e un’apoteosi insieme.
E poi succede. La punta della sua lingua, umida e inquisitrice, scivola più indietro. Tasta. Sfiora. E poi, due, tre volte, tocca l’anello del culo. Ogni contatto è una scossa elettrica, un brivido che mi percorre la schiena e mi fa contrarre lo stomaco. Non dico niente. Non posso. Con una pressione lieve, quasi timorosa – come se spingessi la testa di un animale selvatico verso una pozza d’acqua – la guido più in basso. Lei non resiste. Cede. E la sua lingua, finalmente, si posa lì. Lecca con cerchi lenti, ampi, bagnandomi, poi spinge la punta dentro, esplorando con una dedizione che mi toglie il pensiero.
Mi perdo. È un piacere crudo, proibito, totale. Mi arrendo. Per la prima volta in questa notte, non controllo nulla. Sono solo carne che trema sotto una lingua anonima e voluttuosa. Poi, per un attimo, mentre la sua punta mi penetra, mi chiedo se lo faccia anche a lui. Con la stessa dedizione. Con lo stesso gemito soffocato che adesso vibra nella mia carne. Leonardo l’avrà addestrata anche a questo? Sta usando su di me le stesse, precise mosse?
Poi si ferma. Si ritrae. Senza una parola, senza alzare lo sguardo, ricomincia a baciarmi. Sale. L’incavo della coscia, l’ombelico, la pancia, il petto. È una risalita silenziosa, un mormorio di labbra sulla mia pelle. Ogni bacio cancella il precedente, fino ad arrivare al collo, sotto l’orecchio. Lì si ferma, i suoi respiri corti e caldi che mi penetrano nel cervello. Le accarezzo i capelli, in un gesto che vorrebbe essere tenero ma che sa solo di possesso stordito.

Le sfilo il top dalla testa, scoprendo i seni piccoli e perfetti, i capezzoli eretti che sfrego piano con i pollici. La faccio alzare in piedi. Le tolgo la gonna, lasciandola nuda davanti a me, tranne quel perizoma ancora spostato di lato, ormai inutile e fuori posto.
Con due dita aggancio l’elastico sottile sui fianchi, lo faccio scivolare lentamente lungo le cosce fino a farlo cadere ai suoi piedi. Ora è completamente nuda, la fica rosa e depilata in bella vista, le piccole labbra ancora gonfie e lucide di eccitazione. Il suo corpo è un’opera d’arte: curve morbide, pelle liscia, il culo che ancora pulsa dai baci di prima. Il mio cazzo è di nuovo duro, nonostante le due sborrate. l’eccitazione non accenna a diminuire.
Poi succede.
Mi spinge con entrambe le mani sul petto, con una forza che non le conoscevo, e io cado all'indietro sul materasso come un sacco vuoto. Il tonfo è soffocato, ma nella mia testa rimbomba come un tuono. Per un attimo resto lì, stordito, a guardarla dal basso verso l’alto, perché ora è lei che mi sovrasta.
So che è la droga. Lo so. Ho letto, ho sentito, capita che chi è fatto perda ogni inibizione e diventi lui l'aggressore. La sua iniziativa non è reale, non è lei. È la chimica che parla, il cervello in cortocircuito che cerca stimoli. Ma in questo momento, mentre mi sale a cavalcioni, io decido di non saperlo. Decido che è proprio lei.
Mi concedo il lusso dell'illusione.
Si impala sul cazzo con un gemito lungo e profondo, prendendolo tutto fino in fondo. Inizia a cavalcarlo con decisione, roteando i fianchi in cerchi ampi, scivolando su e giù con un ritmo che le fa tremare i seni davanti ai miei occhi. La guardo ed è bellissima. Non è più mia figlia. Non è più la ragazzina intontita che ho raccolto in discoteca. È una donna che mi cavalca perché vuole farlo. Perché io le faccio questo effetto. Questa è la mia versione, e per i prossimi minuti sarà l'unica versione possibile.
Le succhio le tette come se fossi un affamato, la bocca che avvolge un capezzolo, la lingua che gira intorno, attento a non mordere troppo forte per non lasciarle succhiotti visibili. Lei geme, la testa gettata all’indietro, i capelli che le cascano sulla schiena sudata mentre accelera e ogni spinta ci porta più vicini all’oblio. Le afferro i fianchi, sento la sua pelle sotto le dita, il movimento ipnotico del suo bacino. Chiudo gli occhi. E per la prima volta in questa notte, non penso a Leonardo. Non penso ad Anna. Non penso a niente. Esisto solo qui, dentro di lei, mentre mi illudo di essere amato.
Lo so che è falso. Lo so che domani mattina tutto questo sarà solo un ricordo confuso nella sua testa drogata e un rimorso marcito nella mia. Ma adesso, in questo secondo, è vero. È perfetto. Perché ho bisogno che sia così.

Poi sento che sta per venire. Il respiro si spezza, il ritmo si fa convulso, le sue unghie mi affondano nel petto. Un gemito lungo, rotto, le esce dalla gola. Viene su di me con violenza, con abbandono, con una completezza che mi toglie il respiro.
Quando si accascia, è un peso morto e ardente. Ansima contro il mio collo, la pelle incollata alla mia dal sudore che ormai non è più un alone leggero: è denso, salato, intimo. Odora di sesso, di stanchezza, ed è inebriante. Sepolto nel suo profumo, nella sua carne, sento per la prima volta cosa significhi davvero possedere qualcuno. Non il corpo. La resa.
Rimaniamo così, avvinghiati. Le accarezzo i capelli, le sfioro la schiena con la punta delle dita. Non parlo. Non voglio rompere l'incanto.
Poi lei solleva la testa. Gli occhi sono ancora velati, ma c'è qualcosa in fondo – un barlume, un desiderio che forse è solo la droga, o forse è davvero lei. Mi guarda. E con una voce rotta, rauca, infantile e oscena insieme, sussurra:
“Ora… mettimelo nel culo…”

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UNA PICCOLA PRECISAZIONE:
Se nel racconto ci dovessero essere (e credo proprio ce ne siano) incongruenze sul vero effetto e postumi delle droghe da stupro, è perché non ne ho mai usata nessuna, quindi scusate la mia ignoranza in materia. E dato che il politicamente corretto, usando le immortali parole di René Ferretti, a noi c’ha rotto er cazzo, tengo a precisare, anche se non ce ne dovrebbe essere bisogno, che si tratta solamente di un racconto di fantasia: non esiste Martina come non esiste Guido, così come non esistevano Manuela, Lorenzo e Fabio nel racconto precedente. Si tratta solamente di una storia inventata. Nulla di più.
scritto il
2026-02-12
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