Io, mia figlia e la droga dello stupro (1° Capitolo. In medias res)

di
genere
incesti

Parcheggio il SUV di traverso sul marciapiede, spengo il motore e scendo di corsa. Le luci al neon della discoteca pulsano rosse e blu sulla ghiaia, la musica trapela appena dall’interno del locale, quasi come se i muri la trattenessero per i capelli.
Corrado è già lì fuori, appoggiato al muro con le braccia incrociate, la maglietta nera tesa sulle spalle enormi da buttafuori; mi vede arrivare e alza una mano in un saluto secco, senza sorrisi.
“Guido, finalmente. Martina è dentro, nell’ufficio vicino alla cassa.”
È calmo, come sempre quando le cose si mettono male, ma ha la mascella contratta e gli occhi che dicono più di quanto voglia far vedere.
“Quanto è grave?” chiedo.
Corrado scrolla le spalle in un movimento che si vede appena. “È strafatta, ma sta in piedi. È un po’ disconnessa, ma non sembra grave. Non so quanta ne ha presa e cos’era.”
Non riesco a pensa a niente, non riesco quasi a parlare. Gli dico solo “Grazie” e gli appoggio una mano sulla spalla – il nostro modo di dirci il resto, senza inutili parole.
Lui annuisce, ancora una volta un movimento che si vede appena. “Vai. Io sono io qui fuori. Se serve, chiamami.”
Dentro è un forno ovattato di luci soffuse viola e blu, bassi che fanno vibrare il pavimento, odore di birra versata, sudore, profumo dolce da ragazze in calore. Alcuni ballano pigri al centro della pista, altri stanno seduti sui tavolini e parlano – Dio solo sa come facciano a sentire quello che si dicono – una coppia si bacia appartata in un angolo buio. Passo accanto al bancone, il barista mi indica l’ufficio con un gesto della mano. Non l’ho mai visto in vita mia, Corrado l’avrà sicuramente messo al corrente.
Mi aveva chiamato venti minuti prima, svegliandomi di soprassalto. Mi aveva detto che tre stronzi avevano versato qualcosa nel drink di Martina, che l’aveva vista barcollare vicino al bancone, che si era accorto subito dello sguardo vitreo e dei movimenti sconnessi. Si era buttato in mezzo, li aveva quasi presi, ma quelli avevano usato lei come scudo: l’avevano spinta contro di lui per guadagnare spazio, e poi erano spariti nella calca verso l’uscita di servizio. Lui non aveva potuto inseguirli, non con Martina che gli crollava addosso.

L’ufficio è una stanzetta angusta ingombra di scatoloni di birre, un tavolo coperto di fogli e un computer vecchio; Martina è seduta su una sedia di plastica, ha la schiena curva, le mani molli in grembo; stringe una bottiglietta d’acqua vuota. Ha gli occhi socchiusi e la testa che dondola piano avanti e indietro, come se seguisse una melodia lontana che solo lei riesce a sentire; il vestito nero corto le è salito sulle cosce, una spallina del top è scivolata giù dalla spalla lasciando scoperta la pelle lucida di sudore.
Mi avvicino piano e mi inginocchio davanti a lei.
“Marti… sono io.”
Alza lentamente lo sguardo e un sorriso lento e confuso le si allarga sulle labbra.
“Papà… sei venuto…”
“Andiamo via da qui” dico soltanto, prendendole un braccio per aiutarla ad alzarsi. Vacilla subito e si appoggia a me con tutto il peso; sento il calore del suo corpo, il profumo dello shampoo alla vaniglia mischiato a un alone leggerissimo di sudore. Il vestito le si tende sul petto mentre respira piano; le metto una mano sulla vita per sostenerla – la stoffa è sottile, sotto c’è solo pelle – e la guido fuori dall’ufficio, lungo il corridoio, fino a uscire fuori.

La guardo di sfuggita mentre guido: Martina è reclinata sul sedile del passeggero, la gonna ancora troppo corta le è risalita sulle cosce abbronzate che catturano il bagliore verdastro del cruscotto, ansima debolmente, intontita, con le labbra socchiuse e gli occhi persi in una nebbia che non riesco a penetrare. E proprio ora, nel silenzio ovattato dell’auto che scivola sulla statale deserta, mi tornano addosso a ondate le immagini di poche ore fa, quando l’avevo vista uscire di casa: il vestito nero cortissimo che le fasciava i fianchi, i tacchi alti che le allungavano le gambe, il trucco leggero ma studiato che le accendeva gli zigomi e le labbra; bellissima, troppo, in quel modo spietato che solo la giovinezza sa permettersi. L’avevo spiata dallo spiraglio della porta – oggi come tante altre volte – mentre si infilava le scarpe in corridoio, il culo sodo che tendeva la stoffa sottile, le tette piccole ma perfette che si intuivano sotto il tessuto aderente, la curva morbida della schiena quando si era chinata per allacciarsi il secondo tacco – un’immagine che ora mi perseguita con una nitidezza quasi crudele.
A mia moglie Anna non ho detto nulla. È di turno in ospedale, come quasi tutte le notti di questi mesi; tornerà all’alba, entrerà piano in casa e si infilerà sotto le coperte sfiorandomi appena con un bacio stanco sulla spalla prima di addormentarsi.
È strano come due donne possano occupare lo stesso spazio nella mia testa senza mai sfiorarsi davvero.
Anna mi ama, lo so, e io amo lei; non c’è dramma, non c’è tradimento consumato, non c’è lite urlata. C’è solo il tempo che ha preso tutto a poco a poco: turni interminabili, notti insonni, colazioni mangiate da soli, corpi che si sfiorano nel letto ma non si cercano più con l’urgenza e la fame di una volta. È la vita che ha raffreddato le lenzuola, non la passione che si è spenta di colpo.
E poi c’è Martina. Martina che invece esplode di vita, che esce di casa con quegli abiti studiati per provocare, con quella sicurezza assoluta nel proprio corpo che solo i giovani possono avere senza sforzo. La guardo ora, qui in macchina al mio fianco, e vedo tutto ciò che Anna non è più – o forse non è mai stata in quel modo sfacciato e vitale. Ed è questo che mi tormenta davvero: non è solo desiderio fisico – sarebbe più semplice, più comprensibile, più umano – ma qualcosa di più insidioso. Martina è diventata la parte centrale del mio trittico interiore: da un lato c’è Anna, stabile, reale, quotidiana; dall’altro le mie studentesse, diciotto, diciannove anni, la stessa età di Martina. Ogni mattina le vedo entrare in classe, sedersi ai banchi con quella disinibizione che ai miei tempi non esisteva, parlare di sesso con una leggerezza che mi spiazza, ridere forte, toccarsi tra loro senza imbarazzo, indossare gonne corte o top aderenti come in gioco alla seduzione in cui loro hanno tutti gli assi, ogni mano vincente.
È questo il vero tormento: non riuscire a separare Anna da Martina, non riuscire a separare Martina dalle mie studentesse. Tutto si confonde in un unico pensiero osceno, in un groviglio di sguardi, di corpi, di desideri che non riesco più a tenere distinti. Martina si moltiplica, si sdoppia, si offre al mio sguardo in mille variazioni diverse – e io non so più dove finisce l’una e dove cominciano le altre.

La strada scorre vuota sotto i fari, un nastro d’asfalto nero che inghiotte i chilometri mentre il buio della campagna si chiude intorno alla macchina come un sipario. Martina si è voltata sul sedile, la faccia rivolta verso di me; ogni tanto apre gli occhi a metà, sorride piano – un sorriso confuso, quasi infantile – e allunga una mano per sfiorarmi il braccio, la coscia, come se nel dormiveglia cercasse un appiglio caldo, qualcosa di reale a cui aggrapparsi. Il vestito le è salito ancora più su, ormai ridotto a una striscia nera arrotolata sui fianchi; le cosce abbronzate sono completamente scoperte, la pelle liscia che riflette il bagliore verdastro del cruscotto, e si intravede nitida la linea sottile del perizoma teso tra le gambe socchiuse, un filo che scompare dove la carne si incurva morbida e invitante.
All’improvviso si muove con un gesto lento, felino, quasi inconsapevole: si china verso di me, si infila sotto le mie braccia e si accascia sulle mie gambe, la testa che finisce proprio sopra il mio cazzo, raggomitolata come un animale in cerca di calore. Resta lì, il respiro caldo e regolare che filtra attraverso la tuta, mentre la gonna le è risalita del tutto sulla schiena; ora il culo è completamente esposto, perfetto, morbido e sodo allo stesso tempo, due emisferi pieni che si tendono leggermente a ogni inspirazione profonda. Il perizoma è solo un filo nero che scompare tra le natiche, lasciando vedere la pelle chiara dove il sole non arriva, le fossette alla base della schiena, il modo in cui la carne cede appena quando si appoggia meglio contro di me, premendo con un peso dolce e incosciente.
Quel contatto, quel calore che filtra attraverso il tessuto, quel peso abbandonato sulle mie cosce: è troppo. Il mio autocontrollo si incrina, si frantuma in silenzio, lasciando spazio solo al battito accelerato e al pensiero che non posso più fingere di non volerlo. Non resisto più a guardarla. Accosto piano in una piazzola di sosta deserta, spengo i fari; il motore si spegne con un ultimo sospiro meccanico e resta solo il silenzio profondo della notte, interrotto dal suo respiro regolare contro la mia patta e dal battito accelerato del mio cuore che riempie l’abitacolo. La guardo: è bellissima così, abbandonata, esposta, offerta senza saperlo, con il corpo rilassato nel torpore chimico che le ha tolto ogni difesa. Allungo una mano, esitante per un secondo che sembra eterno, poi la poso sul suo culo. La pelle è calda, setosa, cede sotto le dita come se mi aspettasse da sempre. Quante volte l’avevo immaginata esattamente in questa posizione: nuda sotto la mia mano, il corpo che si arrende senza difese. Stringo appena, sento la consistenza soda che rimbalza indietro con elasticità, il modo in cui le natiche si separano leggermente sotto la pressione, rivelando ancora di più la curva intima e vulnerabile. È come se il mondo si fermasse in quel contatto, in quella resa improvvisa.
In quel momento qualcosa in me si scioglie del tutto, come quando si riemerge da troppo tempo sott’acqua e finalmente si respira: ogni boccata d’ossigeno ti riempie i polmoni, ti fa sentire vivo, giustificato, inevitabile. Non c’è più lotta interiore che tenga, solo l’evidenza nuda del desiderio che ha vinto. Cerco ancora di convincermi, di darmi una ragione, di trovare le parole giuste per non sentirmi un mostro, ma le parole arrivano già sporche, già compromesse. De Sade aveva ragione, e lo sapeva fin troppo bene: la natura non ha morale, ha solo appetiti insaziabili; il bene e il male sono invenzioni dei deboli per tenere a bada i forti, costruzioni fragili che crollano davanti all’energia primordiale che spinge un corpo verso un altro corpo. Opporsi sarebbe contro natura, sarebbe l’ipocrisia suprema. La natura non condanna, suggerisce, ordina, e ride di chi si illude di resistere a lungo. Ma la resistenza è finita qui, in questa piazzola dimenticata. Questa notte è un regalo crudele della sorte: lei drogata, sola con me, in una macchina ferma nel buio, la gonna salita, le gambe aperte nel sonno come un invito involontario e irresistibile. Se non lo faccio ora, non lo farò mai. E porterò con me, fino alla tomba, il rimpianto velenoso di aver lasciato passare l’unica occasione in cui la natura mi ha messo esattamente ciò che volevo su un piatto d’argento, senza veli, senza scuse.

La mia mano scivola sotto la sua gonna, tra le cosce aperte. Il perizoma è sottile, quasi inesistente, solo un cordoncino che si perde nella piega morbida delle cosce. Poso le dita sopra la stoffa sottile e comincio a sfregare piano, cerchi lenti che seguono la forma delle labbra sotto il tessuto leggero. Lei respira più forte, un suono nasale e ritmico che vibra direttamente contro il rigonfiamento dei miei pantaloni. Il bacino si solleva appena verso la mia mano, come se volesse spingersi di più contro le dita. Due dita si fanno strada sotto il perizoma, si posano sulla sua fica.
Le labbra sono già leggermente gonfie, calde al tatto. Le infilo lentamente, prima solo la punta, poi più in profondità. Dentro è calda, stretta, vellutata. Le muovo piano, un movimento circolare lento, sfiorando il clitoride ogni volta che risalgo. Lei sospira. Un suono basso, quasi un lamento soffocato, che esce proprio contro la mia patta. Sento il calore del suo respiro attraverso i pantaloni della tuta, il tessuto che si tende sempre di più mentre il mio cazzo reagisce, duro, dolorante. Martina si muove appena, un fremito involontario del bacino che spinge contro la mia mano, come se il corpo cercasse di più senza che la mente lo sappia. Le cosce si stringono un attimo intorno alle mie dita, poi si rilassano di nuovo, aprendosi di più. È bagnata ora: sento il liquido caldo che mi bagna, il suono umido e discreto ogni volta che entro e esco piano.
Continuo, più lento, più profondo. Le dita scivolano dentro fino alla seconda falange, poi escono quasi del tutto, sfiorano il clitoride gonfio e tornano dentro. Lei sospira di nuovo, stavolta più forte, la testa si muove leggermente, il naso che sfiora il cordoncino dei pantaloni, le labbra socchiuse che premono appena sul rigonfiamento. Non so se lo fa apposta o se è solo il riflesso del piacere che le sale dal basso. Il suo respiro si fa irregolare, più corto, più caldo. Ogni tanto un piccolo spasmo le attraversa il bacino, un tremito che fa contrarre le pareti interne intorno alle mie dita.
La guardo. Il viso è rilassato, le guance arrossate. La gonna è ancora arrotolata in vita, le natiche si tendono a ogni spinta delle mie dita, la carne che trema leggermente. Il perizoma è ormai fradicio, appiccicato alla pelle.
“Abbassami i pantaloni.” le dico, la voce bassa, rauca.
Lei annuisce, intontita, le mani che tremano mentre si allungano verso l’elastico. Tira giù la tuta e i boxer insieme, un movimento goffo nello spazio stretto dell’abitacolo. Il cazzo schizza fuori, durissimo, e le sbatte contro la guancia con un colpo sordo, lasciandole una striscia lucida sulla pelle arrossata.
“Apri la bocca.”
Le sue labbra si posano sulla punta, esitanti. Io spingo appena i fianchi in avanti dal sedile e lei capisce. Apre di più. La lingua calda mi avvolge, poi le labbra si chiudono e inizia a succhiare. All’inizio è lenta, confusa, come se stesse ricordando come si fa: la bocca che scivola su e giù piano, la lingua che sfiora appena l’asta. Poi qualcosa scatta. Forse la roba che ha in corpo, forse il calore accumulato. Inizia a prenderlo più a fondo, più veloce, con una foga improvvisa, quasi famelica. Succhia forte, la testa che va su e giù. Un filo di saliva le cola dall’angolo della bocca bagnandomi le palle.
Le metto una mano sui capelli, prima solo accarezzandoli, sentendo le ciocche sudate tra le dita, poi stringo piano. Con l’altra scendo sul collo: le dita aperte a collare, e sento esattamente quello che voglio – la gola che si gonfia ogni volta che spinge fino in fondo, il mio cazzo che la dilata, che la riempie. Il pompino dura un tempo assurdo. Lunghissimo. Rumori osceni riempiono l’abitacolo: schiocchi bagnati, il suo respiro affannato dal naso, i gemiti soffocati che vibrano intorno al mio cazzo. Ogni tanto tira su col naso per respirare, gli occhi lucidi, ma non rallenta. Anzi, accelera, come se volesse dimostrarmi qualcosa.
Mentre lei continua, riporto la mano sul suo culo. L’accarezzo di nuovo, stringo forte, poi con due dita sposto il perizoma di lato. Appoggio l’indice sul buchino stretto e spingo. Entra senza troppa resistenza, come se il muscolo fosse già abituato. Qualcuno c’è già stato, e non per poco. Il pensiero mi fa pulsare il cazzo ancora più forte nella sua bocca.
Le stringo forte i capelli dietro la nuca e le tiro indietro la testa di colpo. Il cazzo le esce dalla bocca con un ultimo schiocco bagnato, un filo di saliva che si tende e si spezza. Lei ansima, le labbra lucide, gli occhi persi ma accesi.
“Marti… chi te l’ha messo nel culo?” le chiedo, la voce bassa, quasi soffocata dal rumore del traffico lontano.
Lei sbatte le palpebre lentamente, come se le parole dovessero attraversare strati di nebbia. La bocca si apre appena, un filo di saliva le brilla ancora sul labbro inferiore.
“Leonardo…” biascica.
Il nome mi entra nello stomaco come un colpo secco. Leonardo. Il suo fidanzato. Quel coglione figlio di papà che mi saluta sempre con quel sorrisetto da stronzo quando entro in aula.
“Leonardo? Quel...” ripeto, e stavolta la voce mi esce più dura, tagliente. Poi le parole mi soffocano in gola.
Martina fa solo un piccolo sì con la testa, un movimento lento, imbambolato, il collo che le trema mentre resta china su di me. Gli occhi semichiusi, le palpebre pesanti. Biascica ancora, le parole molli e strascicate:
“Dice… dice che mi vuole educare…”
La guardo meglio. È completamente andata. Il corpo molle, la testa che ciondola appena sopra il mio inguine, nessuna resistenza rimasta.
“Che vuol dire ‘ti vuole educare’?” le chiedo, stringendole i capelli un po’ più forte, costringendola a tenere il viso alzato verso di me in quella posizione scomoda.
Lei deglutisce a vuoto. La voce le esce fioca, quasi vergognosa, un sussurro rotto: “A essere… la sua puttanella…”
Quelle parole mi esplodono dentro. Me lo vedo all’improvviso, vivido, crudele: Leonardo dietro di lei, le mani che le afferrano i fianchi, le natiche aperte, il cazzo che entra piano all’inizio, poi sempre più deciso, mentre lei geme il suo nome, si morde il labbro, si abitua al bruciore, alla sottomissione. Lui che la “educa”. Lui che la possiede in quel modo intimo, profondo, mentre io per mesi mi sono fatto le seghe pensando a lei.
La gelosia mi sale in gola come un acido. Brucia, stringe, si trasforma in fretta in una rabbia nera, cieca, che mi fa tremare le mani.
Non dico niente.
Le afferro i capelli con violenza, una presa brutale alla radice della nuca, e la tiro giù di colpo. Il suo viso si abbassa di nuovo sul mio cazzo, la bocca che si apre per istinto mentre le spingo la testa verso il basso. È già lì, china su di me, il busto piegato sopra la consolle centrale, le labbra che sfiorano la cappella ancora bagnata.
Apre di più e glielo ficco dentro fino in fondo in un colpo solo. Stavolta non c’è lentezza, non c’è gioco. Spingo i fianchi con forza, scopandole la gola come se volessi cancellare ogni traccia di quel nome da quella carne calda. Ogni affondo è profondo, violento. Lei fa versi gutturali, rantoli bagnati, soffocati dal mio cazzo e dalla posizione scomoda, ma non prova a tirarsi indietro.
Io accelero. Più forte, più veloce. Il sedile cigola sotto di noi, il finestrino si appanna ancora di più dal suo respiro affannato. Il piacere monta insieme alla rabbia, diventa una cosa sola, incandescente. Sento il cazzo pulsare, gonfiarsi ancora di più dentro la sua gola.
Vengo con un grugnito rauco, quasi un ruggito soffocato per non farmi sentire da fuori. Spingo fino in fondo, il bacino premuto contro il suo viso, e esplodo: fiotti densi e caldi le riempiono la bocca, lei deglutisce forte, disperatamente, la gola che lavora frenetica per ingoiare tutto mentre io continuo a pulsare, svuotandomi completamente dentro di lei.
Quando finisco rimango fermo un attimo, ancora mezzo duro nella sua bocca bollente, lasciandola lì a leccare piano i residui, a respirare a fatica dal naso, il corpo chino e tremante sopra la consolle.
La rabbia non è sparita. È solo diventata più fredda, più affilata.

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UNA PICCOLA PRECISAZIONE:
Se nel racconto ci dovessero essere (e credo proprio ce ne siano) incongruenze sul vero effetto e postumi delle droghe da stupro, è perché non ne ho mai usata nessuna, quindi scusate la mia ignoranza in materia. E dato che il politicamente corretto, usando le immortali parole di René Ferretti, a noi c’ha rotto er cazzo, tengo a precisare, anche se non ce ne dovrebbe essere bisogno, che si tratta solamente di un racconto di fantasia: non esiste Martina come non esiste Guido, così come non esistevano Manuela, Lorenzo e Fabio nel racconto precedente. Si tratta solamente di una storia inventata. Nulla di più.
scritto il
2026-02-10
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