Estate di sottomissione (3° Capitolo. Il passaggio)
di
Bardamu
genere
incesti
Sono in ginocchio tra le gambe di papà, il corpo proteso in avanti, le mani appoggiate sulle sue cosce. Sta seduto sulla vecchia poltrona di velluto vicino al letto, le gambe larghe, i pantaloni abbassati quel tanto che basta affinché il cazzo svetti duro e gonfio, caldo contro la mia lingua. Lo succhio con calma, con devozione, come se non ci fosse nient’altro al mondo. Lui non dice niente, solo un respiro profondo, la mano appoggiata leggera sulla mia nuca – non spinge, non tira, c’è e basta. È sufficiente.
Questi ultimi giorni sono stati così. Da quando abbiamo ricominciato, il ritmo si è imposto da solo. Non c’è bisogno di parole, di spiegazioni. Ogni volta che lo vuole, io lo sento. Lo sento all’istante, nel modo in cui mi guarda, nel modo in cui si siede e apre le gambe senza dire niente. È il nostro linguaggio segreto, lo è da sempre; fatto di sguardi, di tocchi leggeri, di respiri che si sincronizzano senza sforzo.
“Mi piace da impazzire...” sussurro, la voce tremante. “Mi piace essere la tua puttana, la schiava del tuo cazzo. Mi fa impazzire sapere che puoi usarmi quando vuoi, dove vuoi, come un oggetto. Non ne ho mai abbastanza...”
Lui mi fissa calmo. Gli angoli della bocca gli si incurvano appena. Non sorride apertamente, ma c’è soddisfazione lì, possesso tranquillo. Io torno a succhiarlo, più profondo, più bagnato. Il rumore è osceno: succhiate lente e rumorose. I piccoli conati controllati quando spinge appena i fianchi per arrivare più in fondo.
Poi, all'improvviso, un rumore dall'ingresso: la chiave che gira nella toppa con un “clic” secco, le voci di Lorenzo e Fabio che echeggiano nel corridoio, il tonfo pesante di qualcosa lasciato cadere per terra. Sono tornati prima del previsto. Avevano detto sarebbero andati in città a bere qualcosa, e invece sono già qui. Il cuore mi esplode nel petto in un terrore freddo. Cerco di alzarmi, il panico mi fa tremare le gambe, ma papà mi prende per i capelli e mi tiene giù con forza, il cazzo sepolto fino in fondo alla gola. Alzo gli occhi su di lui, terrorizzata, le lacrime che mi velano lo sguardo, e lui mi fissa calmo, gli occhi scuri e impenetrabili, quasi con un velo di tenerezza possessiva. Non dice una parola. Non ce n'è bisogno. Capisco al volo: devo continuare. Chiudo gli occhi per un istante, ingoio il panico e riprendo a succhiare, più piano ora, ma con la stessa devozione, il cuore che martella come un tamburo.
“Lorenzo, Fabio. Venite qui.” Urla. La voce si sente per tutta la casa.
I passi sulle scale si fermano. Nella casa c’è di nuovo un silenzio tombale, come se il tempo si fosse bloccato in un secondo che mi sembra eterno. Poi i passi riprendono, ma non salgono più. Scendono verso di noi.
Sono in preda al panico. Vorrei alzarmi, nascondermi, sparire, ma lui mi tiene ferma, la mano nella nuca non molla. Devo succhiare. Devo essere vista.
La porta si apre con un cigolio lento. Lorenzo e Fabio entrano, fermandosi sulla soglia come se avessero visto un fantasma. Li sento prima di vederli: il passo incerto di Lorenzo, più pesante, quello di Fabio che si blocca subito. Il mio cuore salta un battito, ma papà non mi lascia. Il suo cazzo è ancora in fondo alla mia gola.
Alzo gli occhi per un istante: Lorenzo ha la bocca semiaperta, le guance rosse, gli occhi spalancati fissi su di me. Fabio fa un passo indietro, poi si ferma, pallido, le mani che tremano leggermente lungo i fianchi.
Papà non si scompone. La sua voce è calma, bassa, quasi divertita, come se stesse spiegando una cosa ovvia.
“Venite più vicini, ragazzi. Non mordiamo.”
Loro avanzano di qualche passo, rigidi, gli occhi che non riescono a staccarsi da me. E io non riesco a guardarli. O forse è proprio perché li sto guardando che tutto è così intenso. Lorenzo è fermo sulla soglia, le mani lungo i fianchi, gli occhi spalancati, ma non si gira, non scappa. Fabio dietro di lui, la bocca socchiusa, il respiro che si fa più corto. Li vedo con la coda dell’occhio, e sento il loro sguardo su di me come se fosse una mano che mi sfiora la pelle. Sto qui, in ginocchio, la bocca piena, la gola che lavora, e loro mi vedono. Vedono le labbra umide di saliva, le mie natiche nude su cui fa capolino il buco del culo dilatato dalle continue inculate di questi giorni, il modo in cui tremo ogni volta che papà mi tiene ferma.
E io... io non mi fermo. Non riesco a fermarmi. Una parte di me vorrebbe urlargli di andare via, di non guardare, ma un’altra parte – quella più oscura, quella che si sveglia di notte con la mano tra le gambe – vuole che osservino. Vuole che vedano quanto godo, quanto sono bagnata, quanto sono disperata. Vuole che capiscano che non sono solo la mamma che li ha cresciuti, ma anche questo: una donna che si arrende, che si lascia prendere e che si lascia umiliare. E quando i loro occhi si posano su di me, quando vedo il modo in cui cambiano – da shock a curiosità, da curiosità a desiderio – sento un brivido che parte dalla nuca e mi scende lungo la schiena. Non è solo paura. È anche sollievo. È anche voglia. È anche la consapevolezza che non c’è più modo di tornare indietro.
“Vostra madre è la mia troia da anni.” gli dice papà. “Da prima che tu nascessi, Lorenzo. L’ho addestrata io, passo dopo passo. Le ho insegnato a stare in ginocchio quando glielo dico, ad aprire la bocca quando voglio, a implorare quando ha bisogno di essere riempita. Ogni gemito che sentite uscire da quella gola è perché l’ho voluto io. Io l’ho resa così: bagnata solo a sentirmi vicino, tremante solo a un mio sguardo.”
Mentre parla mi tira i capelli all’indietro con uno strattone deciso. Il cazzo esce dalla mia bocca con un suono bagnato, con un filo di saliva che ancora mi collega alla punta del suo cazzo, man mano che mi allontano. Non dice nulla. Non serve. Lo so già, per esperienza: quando tira i capelli all’indietro con quel gesto secco ma controllato, quando spinge la mia testa più in basso senza una parola, so esattamente quello che vuole. È un comando silenzioso che conosco a memoria, anni di pratica.
Mentre la mia faccia si avvicina alle sue palle e al culo, lui guarda Lorenzo e Fabio, la voce calma, bassa, quasi didattica.
“Vedete? Vostra madre sa quello che voglio prima ancora che glielo chieda. Non c’è bisogno di parole...”
Obbedisco subito. La lingua esce, calda e bagnata, e inizia dalle palle. Sono pesanti, calde, leggermente sudate. Le lecco piano all’inizio, la lingua piatta che scivola sotto, le solleva una alla volta. Sento la pelle morbida e rugosa contrarsi sotto il mio tocco. Le succhio delicatamente, prima una, poi l’altra, la bocca che si riempie del loro peso morbido, la lingua che gira intorno, raccogliendo quel sapore salato, intenso, un misto di sudore e odore. Succhio più forte, le faccio rotolare piano nella bocca, la lingua che preme contro la base, le massaggia mentre respiro dal naso il suo profumo. Lui emette un gemito roco, le cosce che si tendono. Poi tira ancora i capelli, inclina la mia testa più indietro, più in basso. Il mio viso è proprio sotto di lui ora. Sento il suo culo pulsare leggermente contro la punta della lingua. È stretto, umido di sudore. Inizio a leccare piano, cerchi lenti intorno al bordo, la lingua che sfiora la pelle sensibile facendola contrarre. Premo di più, la lingua scivola sul foro, girando, insistendo. Poi la punta si fa strada, entra appena, calda e bagnata, e lui ringhia di piacere, un suono profondo che mi vibra contro la faccia.
Mentre lo lecco con devozione – la lingua che penetra un po’ di più a ogni passaggio, che gira dentro, assapora il suo sapore forte – papà continua a parlare con Lorenzo e Fabio.
“Che sono quelle facce! Vostra madre non sta facendo nulla che non voglia. Lei ama essere troia. Ama essere usata. Guardate come lecca: è felice così, è nel suo posto naturale.”
La mia faccia è sepolta lì. Il naso premuto contro le sue palle, la bocca aperta, la lingua che raccoglie il suo sapore, un sapore che mi riempie, che mi invade i sensi. Ogni giro della lingua è un’offerta silenziosa; lui sospira di piacere, un suono roco che vibra contro la mia pelle, ma non interrompe il discorso. La mano nei miei capelli mi tiene ferma, guida appena il movimento, mentre continua a parlare.
“Negli ultimi giorni ho visto come la guardate. In modo diverso. Avete notato come gira per casa, come il vestito le si appiccica addosso, come non c’è più niente sotto. E ho capito che siete pronti anche voi. Pronti a prendere il mio posto. Non perché io sia stanco, ma perché è giusto così: ciò che ho costruito, ora lo erediterete voi. Venite più vicini. Toccatela. Sentite quanto è calda, quanto è bagnata. Non abbiate timore. Guardate come trema quando sente le vostre voci. È disponibile. È vostra, se la volete.”
Lorenzo e Fabio non si muovono subito. Rimangono lì, ipnotizzati, il respiro corto. Io continuo a leccare, la faccia sepolta tra le sue gambe. L’eccitazione mi cola lungo le cosce.
Papà sorride, calmo, possessivo. “Forza, ragazzi. Non siate timidi. Toccatela.”
Loro avanzano piano, esitanti. Lorenzo allunga una mano e sfiora appena la mia natica. La mia pelle rabbrividisce al contatto. Fabio mi tocca la coscia, leggero, come se temesse di rompermi.
Papà sbuffa, divertito ma impaziente. “Ma che fate? Sembra che accarezziate un gattino. Più forte! Non abbiate timore. Non dovete essere timidi con lei. Lei non vuole gentilezza, non vuole carezze da fidanzatini. A vostra madre piace essere troia. Le piace essere usata, umiliata, e vi ringrazierà per questo. Vi leccherà le palle, vi succhierà il culo, vi implorerà di scoparla più forte. Perché è questo che la fa stare bene. È questo che la fa venire come una fontana. Credetemi: se la toccate piano, se esitate, la deludete. Lei ha bisogno di mani forti, di dita che entrano senza chiedere permesso, di cazzi che la sfondano senza preavviso. È fatta così, ormai.”
Lorenzo si prende di coraggio, mi infila due dita nel culo ancora aperto. Le muove piano, le ruota. Gemo forte contro le palle di papà, il suono che vibra direttamente sulla sua pelle. Fabio mi mette una mano tra le gambe, le dita mi strofinano la fica bagnata, prima piano, poi più deciso. Inizia a masturbarmi. Ma papà non è ancora soddisfatto. “No così... Guardate bene.”
Mi afferra per i capelli, mi tira su di scatto come una bambola rotta e mi spinge contro il bordo del letto. Mi appoggio con le mani sul materasso, il culo in fuori, le gambe divaricate. Lui si alza, torreggia dietro di me, mi spalanca le natiche e me lo sbatte dentro tutto in un colpo solo, nel culo, senza preavviso, brutale e profondo.
Urlo, un grido acuto che mi squarcia la gola e riempie la stanza. Il bruciore è immediato, lancinante: mi sento squarciata, aperta in due, il suo cazzo mi riempie fino in fondo senza lasciare spazio per respirare. Le gambe mi tremano, le ginocchia quasi cedono, ma lui mi tiene ferma per i fianchi tirandomi indietro contro di sé mentre inizia a martellare.
Colpi secchi. Brutali. Ogni affondo è un impatto violento, i suoi fianchi sbattono contro le mie natiche con schiocchi sonori, la carne rimbalza e trema a ogni spinta. Il bruciore iniziale si mescola a un calore profondo, animalesco, che mi sale dalla pancia fino al petto. Gemo, ansimo – non so più distinguere il dolore dal piacere. Ogni volta che esce quasi del tutto e poi rientra di colpo sento il culo contrarsi intorno a lui, stringerlo involontariamente, e questo lo fa ringhiare di soddisfazione.
Sento il sudore colarmi lungo la spina dorsale, gocciolare tra le natiche, lubrificando ancora di più il suo cazzo che entra e esce senza sosta.
Dopo una decina di spinte feroci il piacere prende il sopravvento. Il bruciore si trasforma in un fuoco che mi consuma dall’interno. Ogni colpo mi manda scariche elettriche dritte al clitoride. Il corpo inizia a tremare incontrollato. La fica si contrae a vuoto, spruzzando piccole gocce ad ogni affondo. Vengo così, senza preavviso: un orgasmo violento, quasi doloroso, che mi spacca in due. Lui continua, spinge ancora più forte. Con una mano mi tiene la testa schiacciata contro il materasso, la faccia rivolta verso Lorenzo e Fabio. So che vedono la mia faccia in estasi: gli occhi semichiusi e vitrei, la bocca spalancata in un gemito silenzioso, le guance arrossate e bagnate di saliva e sudore.
“Guardatela bene” ringhia, continuando a incularmi con colpi sempre più profondi. “Questa è vostra madre: una puttana che implora di essere usata.”
Ancora qualche affondo brutale e poi esce dal mio culo con un rumore osceno e bagnato, mi gira di scatto tenendomi per i capelli, e mi infila il cazzo in bocca, spingendo fino in fondo. Viene con un grugnito animalesco, getti caldi e densi mi riempiono la gola, il sapore amaro e viscoso mi invade.
“Non ingoiare, troia.”
Mi fa avvicinare a Lorenzo e Fabio, trascinandomi in ginocchio, i capelli stretti nel pugno.
“Apri la bocca. Fagli vedere.”
Apro la bocca lentamente, la lingua coperta di sperma bianco e cremoso, fili che colano agli angoli. Lorenzo e Fabio fissano ipnotizzati. Il respiro corto, gli occhi spalancati.
“Ingoia.”
Chiudo la bocca e deglutisco con un suono rumoroso. Il sapore mi scende in gola, poi riapro. È vuota, pulita, la lingua rosa e lucida.
Papà si tira su i pantaloni con calma, guarda i due ragazzi con un sorriso soddisfatto.
“Da oggi vostra madre è la troia della casa. Potete usarla quando volete, come volete. Chiaro? È nostra.”
Loro annuiscono, ancora frastornati, gli occhi che brillano di eccitazione. Vedo i loro pantaloni tesi, gonfi nell’erezione, le mani che tremano mentre iniziano a slacciarsi la cintura, quasi all'unisono.
Papà alza una mano, fermo. “Adesso no. Non ho ancora finito con lei.”
Li fissa, calmo ma autoritario.
“Andate fuori, e chiudete la porta.”
Escono in silenzio. La porta si chiude con un “clic” morbido.
Questi ultimi giorni sono stati così. Da quando abbiamo ricominciato, il ritmo si è imposto da solo. Non c’è bisogno di parole, di spiegazioni. Ogni volta che lo vuole, io lo sento. Lo sento all’istante, nel modo in cui mi guarda, nel modo in cui si siede e apre le gambe senza dire niente. È il nostro linguaggio segreto, lo è da sempre; fatto di sguardi, di tocchi leggeri, di respiri che si sincronizzano senza sforzo.
“Mi piace da impazzire...” sussurro, la voce tremante. “Mi piace essere la tua puttana, la schiava del tuo cazzo. Mi fa impazzire sapere che puoi usarmi quando vuoi, dove vuoi, come un oggetto. Non ne ho mai abbastanza...”
Lui mi fissa calmo. Gli angoli della bocca gli si incurvano appena. Non sorride apertamente, ma c’è soddisfazione lì, possesso tranquillo. Io torno a succhiarlo, più profondo, più bagnato. Il rumore è osceno: succhiate lente e rumorose. I piccoli conati controllati quando spinge appena i fianchi per arrivare più in fondo.
Poi, all'improvviso, un rumore dall'ingresso: la chiave che gira nella toppa con un “clic” secco, le voci di Lorenzo e Fabio che echeggiano nel corridoio, il tonfo pesante di qualcosa lasciato cadere per terra. Sono tornati prima del previsto. Avevano detto sarebbero andati in città a bere qualcosa, e invece sono già qui. Il cuore mi esplode nel petto in un terrore freddo. Cerco di alzarmi, il panico mi fa tremare le gambe, ma papà mi prende per i capelli e mi tiene giù con forza, il cazzo sepolto fino in fondo alla gola. Alzo gli occhi su di lui, terrorizzata, le lacrime che mi velano lo sguardo, e lui mi fissa calmo, gli occhi scuri e impenetrabili, quasi con un velo di tenerezza possessiva. Non dice una parola. Non ce n'è bisogno. Capisco al volo: devo continuare. Chiudo gli occhi per un istante, ingoio il panico e riprendo a succhiare, più piano ora, ma con la stessa devozione, il cuore che martella come un tamburo.
“Lorenzo, Fabio. Venite qui.” Urla. La voce si sente per tutta la casa.
I passi sulle scale si fermano. Nella casa c’è di nuovo un silenzio tombale, come se il tempo si fosse bloccato in un secondo che mi sembra eterno. Poi i passi riprendono, ma non salgono più. Scendono verso di noi.
Sono in preda al panico. Vorrei alzarmi, nascondermi, sparire, ma lui mi tiene ferma, la mano nella nuca non molla. Devo succhiare. Devo essere vista.
La porta si apre con un cigolio lento. Lorenzo e Fabio entrano, fermandosi sulla soglia come se avessero visto un fantasma. Li sento prima di vederli: il passo incerto di Lorenzo, più pesante, quello di Fabio che si blocca subito. Il mio cuore salta un battito, ma papà non mi lascia. Il suo cazzo è ancora in fondo alla mia gola.
Alzo gli occhi per un istante: Lorenzo ha la bocca semiaperta, le guance rosse, gli occhi spalancati fissi su di me. Fabio fa un passo indietro, poi si ferma, pallido, le mani che tremano leggermente lungo i fianchi.
Papà non si scompone. La sua voce è calma, bassa, quasi divertita, come se stesse spiegando una cosa ovvia.
“Venite più vicini, ragazzi. Non mordiamo.”
Loro avanzano di qualche passo, rigidi, gli occhi che non riescono a staccarsi da me. E io non riesco a guardarli. O forse è proprio perché li sto guardando che tutto è così intenso. Lorenzo è fermo sulla soglia, le mani lungo i fianchi, gli occhi spalancati, ma non si gira, non scappa. Fabio dietro di lui, la bocca socchiusa, il respiro che si fa più corto. Li vedo con la coda dell’occhio, e sento il loro sguardo su di me come se fosse una mano che mi sfiora la pelle. Sto qui, in ginocchio, la bocca piena, la gola che lavora, e loro mi vedono. Vedono le labbra umide di saliva, le mie natiche nude su cui fa capolino il buco del culo dilatato dalle continue inculate di questi giorni, il modo in cui tremo ogni volta che papà mi tiene ferma.
E io... io non mi fermo. Non riesco a fermarmi. Una parte di me vorrebbe urlargli di andare via, di non guardare, ma un’altra parte – quella più oscura, quella che si sveglia di notte con la mano tra le gambe – vuole che osservino. Vuole che vedano quanto godo, quanto sono bagnata, quanto sono disperata. Vuole che capiscano che non sono solo la mamma che li ha cresciuti, ma anche questo: una donna che si arrende, che si lascia prendere e che si lascia umiliare. E quando i loro occhi si posano su di me, quando vedo il modo in cui cambiano – da shock a curiosità, da curiosità a desiderio – sento un brivido che parte dalla nuca e mi scende lungo la schiena. Non è solo paura. È anche sollievo. È anche voglia. È anche la consapevolezza che non c’è più modo di tornare indietro.
“Vostra madre è la mia troia da anni.” gli dice papà. “Da prima che tu nascessi, Lorenzo. L’ho addestrata io, passo dopo passo. Le ho insegnato a stare in ginocchio quando glielo dico, ad aprire la bocca quando voglio, a implorare quando ha bisogno di essere riempita. Ogni gemito che sentite uscire da quella gola è perché l’ho voluto io. Io l’ho resa così: bagnata solo a sentirmi vicino, tremante solo a un mio sguardo.”
Mentre parla mi tira i capelli all’indietro con uno strattone deciso. Il cazzo esce dalla mia bocca con un suono bagnato, con un filo di saliva che ancora mi collega alla punta del suo cazzo, man mano che mi allontano. Non dice nulla. Non serve. Lo so già, per esperienza: quando tira i capelli all’indietro con quel gesto secco ma controllato, quando spinge la mia testa più in basso senza una parola, so esattamente quello che vuole. È un comando silenzioso che conosco a memoria, anni di pratica.
Mentre la mia faccia si avvicina alle sue palle e al culo, lui guarda Lorenzo e Fabio, la voce calma, bassa, quasi didattica.
“Vedete? Vostra madre sa quello che voglio prima ancora che glielo chieda. Non c’è bisogno di parole...”
Obbedisco subito. La lingua esce, calda e bagnata, e inizia dalle palle. Sono pesanti, calde, leggermente sudate. Le lecco piano all’inizio, la lingua piatta che scivola sotto, le solleva una alla volta. Sento la pelle morbida e rugosa contrarsi sotto il mio tocco. Le succhio delicatamente, prima una, poi l’altra, la bocca che si riempie del loro peso morbido, la lingua che gira intorno, raccogliendo quel sapore salato, intenso, un misto di sudore e odore. Succhio più forte, le faccio rotolare piano nella bocca, la lingua che preme contro la base, le massaggia mentre respiro dal naso il suo profumo. Lui emette un gemito roco, le cosce che si tendono. Poi tira ancora i capelli, inclina la mia testa più indietro, più in basso. Il mio viso è proprio sotto di lui ora. Sento il suo culo pulsare leggermente contro la punta della lingua. È stretto, umido di sudore. Inizio a leccare piano, cerchi lenti intorno al bordo, la lingua che sfiora la pelle sensibile facendola contrarre. Premo di più, la lingua scivola sul foro, girando, insistendo. Poi la punta si fa strada, entra appena, calda e bagnata, e lui ringhia di piacere, un suono profondo che mi vibra contro la faccia.
Mentre lo lecco con devozione – la lingua che penetra un po’ di più a ogni passaggio, che gira dentro, assapora il suo sapore forte – papà continua a parlare con Lorenzo e Fabio.
“Che sono quelle facce! Vostra madre non sta facendo nulla che non voglia. Lei ama essere troia. Ama essere usata. Guardate come lecca: è felice così, è nel suo posto naturale.”
La mia faccia è sepolta lì. Il naso premuto contro le sue palle, la bocca aperta, la lingua che raccoglie il suo sapore, un sapore che mi riempie, che mi invade i sensi. Ogni giro della lingua è un’offerta silenziosa; lui sospira di piacere, un suono roco che vibra contro la mia pelle, ma non interrompe il discorso. La mano nei miei capelli mi tiene ferma, guida appena il movimento, mentre continua a parlare.
“Negli ultimi giorni ho visto come la guardate. In modo diverso. Avete notato come gira per casa, come il vestito le si appiccica addosso, come non c’è più niente sotto. E ho capito che siete pronti anche voi. Pronti a prendere il mio posto. Non perché io sia stanco, ma perché è giusto così: ciò che ho costruito, ora lo erediterete voi. Venite più vicini. Toccatela. Sentite quanto è calda, quanto è bagnata. Non abbiate timore. Guardate come trema quando sente le vostre voci. È disponibile. È vostra, se la volete.”
Lorenzo e Fabio non si muovono subito. Rimangono lì, ipnotizzati, il respiro corto. Io continuo a leccare, la faccia sepolta tra le sue gambe. L’eccitazione mi cola lungo le cosce.
Papà sorride, calmo, possessivo. “Forza, ragazzi. Non siate timidi. Toccatela.”
Loro avanzano piano, esitanti. Lorenzo allunga una mano e sfiora appena la mia natica. La mia pelle rabbrividisce al contatto. Fabio mi tocca la coscia, leggero, come se temesse di rompermi.
Papà sbuffa, divertito ma impaziente. “Ma che fate? Sembra che accarezziate un gattino. Più forte! Non abbiate timore. Non dovete essere timidi con lei. Lei non vuole gentilezza, non vuole carezze da fidanzatini. A vostra madre piace essere troia. Le piace essere usata, umiliata, e vi ringrazierà per questo. Vi leccherà le palle, vi succhierà il culo, vi implorerà di scoparla più forte. Perché è questo che la fa stare bene. È questo che la fa venire come una fontana. Credetemi: se la toccate piano, se esitate, la deludete. Lei ha bisogno di mani forti, di dita che entrano senza chiedere permesso, di cazzi che la sfondano senza preavviso. È fatta così, ormai.”
Lorenzo si prende di coraggio, mi infila due dita nel culo ancora aperto. Le muove piano, le ruota. Gemo forte contro le palle di papà, il suono che vibra direttamente sulla sua pelle. Fabio mi mette una mano tra le gambe, le dita mi strofinano la fica bagnata, prima piano, poi più deciso. Inizia a masturbarmi. Ma papà non è ancora soddisfatto. “No così... Guardate bene.”
Mi afferra per i capelli, mi tira su di scatto come una bambola rotta e mi spinge contro il bordo del letto. Mi appoggio con le mani sul materasso, il culo in fuori, le gambe divaricate. Lui si alza, torreggia dietro di me, mi spalanca le natiche e me lo sbatte dentro tutto in un colpo solo, nel culo, senza preavviso, brutale e profondo.
Urlo, un grido acuto che mi squarcia la gola e riempie la stanza. Il bruciore è immediato, lancinante: mi sento squarciata, aperta in due, il suo cazzo mi riempie fino in fondo senza lasciare spazio per respirare. Le gambe mi tremano, le ginocchia quasi cedono, ma lui mi tiene ferma per i fianchi tirandomi indietro contro di sé mentre inizia a martellare.
Colpi secchi. Brutali. Ogni affondo è un impatto violento, i suoi fianchi sbattono contro le mie natiche con schiocchi sonori, la carne rimbalza e trema a ogni spinta. Il bruciore iniziale si mescola a un calore profondo, animalesco, che mi sale dalla pancia fino al petto. Gemo, ansimo – non so più distinguere il dolore dal piacere. Ogni volta che esce quasi del tutto e poi rientra di colpo sento il culo contrarsi intorno a lui, stringerlo involontariamente, e questo lo fa ringhiare di soddisfazione.
Sento il sudore colarmi lungo la spina dorsale, gocciolare tra le natiche, lubrificando ancora di più il suo cazzo che entra e esce senza sosta.
Dopo una decina di spinte feroci il piacere prende il sopravvento. Il bruciore si trasforma in un fuoco che mi consuma dall’interno. Ogni colpo mi manda scariche elettriche dritte al clitoride. Il corpo inizia a tremare incontrollato. La fica si contrae a vuoto, spruzzando piccole gocce ad ogni affondo. Vengo così, senza preavviso: un orgasmo violento, quasi doloroso, che mi spacca in due. Lui continua, spinge ancora più forte. Con una mano mi tiene la testa schiacciata contro il materasso, la faccia rivolta verso Lorenzo e Fabio. So che vedono la mia faccia in estasi: gli occhi semichiusi e vitrei, la bocca spalancata in un gemito silenzioso, le guance arrossate e bagnate di saliva e sudore.
“Guardatela bene” ringhia, continuando a incularmi con colpi sempre più profondi. “Questa è vostra madre: una puttana che implora di essere usata.”
Ancora qualche affondo brutale e poi esce dal mio culo con un rumore osceno e bagnato, mi gira di scatto tenendomi per i capelli, e mi infila il cazzo in bocca, spingendo fino in fondo. Viene con un grugnito animalesco, getti caldi e densi mi riempiono la gola, il sapore amaro e viscoso mi invade.
“Non ingoiare, troia.”
Mi fa avvicinare a Lorenzo e Fabio, trascinandomi in ginocchio, i capelli stretti nel pugno.
“Apri la bocca. Fagli vedere.”
Apro la bocca lentamente, la lingua coperta di sperma bianco e cremoso, fili che colano agli angoli. Lorenzo e Fabio fissano ipnotizzati. Il respiro corto, gli occhi spalancati.
“Ingoia.”
Chiudo la bocca e deglutisco con un suono rumoroso. Il sapore mi scende in gola, poi riapro. È vuota, pulita, la lingua rosa e lucida.
Papà si tira su i pantaloni con calma, guarda i due ragazzi con un sorriso soddisfatto.
“Da oggi vostra madre è la troia della casa. Potete usarla quando volete, come volete. Chiaro? È nostra.”
Loro annuiscono, ancora frastornati, gli occhi che brillano di eccitazione. Vedo i loro pantaloni tesi, gonfi nell’erezione, le mani che tremano mentre iniziano a slacciarsi la cintura, quasi all'unisono.
Papà alza una mano, fermo. “Adesso no. Non ho ancora finito con lei.”
Li fissa, calmo ma autoritario.
“Andate fuori, e chiudete la porta.”
Escono in silenzio. La porta si chiude con un “clic” morbido.
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