Estate di sottomissione (2° Capitolo. Il giorno dopo)
di
Bardamu
genere
incesti
Mi sveglio con la luce che filtra dalle persiane, un raggio obliquo che taglia il lenzuolo e mi colpisce gli occhi. Il corpo è pesante, indolenzito, come se avessi corso tutta la notte. Sento subito l’umidità fredda sotto il culo: il lenzuolo è fradicio, un alone enorme che si allarga fino alle cosce. Mi alzo piano sui gomiti, guardo in basso. È bagnato, appiccicoso, l’odore di me stessa mi arriva alle narici. Ho goduto nel sonno: un orgasmo notturno violento e incontrollato, come se il corpo avesse proseguito da solo ciò che la mente aveva interrotto ieri sera.
Mi passo una mano tra le gambe: sono ancora gonfia, sensibile, le labbra umide e calde. Le dita scivolano dentro senza sforzo, il clitoride risponde subito a un tocco leggero. Chiudo gli occhi. Il sapore di papà è ancora lì, in gola, sulle labbra, un ricordo che non se ne va. Ripenso alla veranda, alla sua mano sulla nuca, al cazzo che pulsava sulla lingua mentre i getti d’acqua si spegnevano uno dopo l’altro.
Dieci secondi in più e sarei stata scoperta.
Il pensiero mi fa stringere le cosce. Le dita accelerano, entrano più a fondo, i polpastrelli girano intorno al clitoride. Ricordi frammentati affiorano: estati lontane, mio marito in salotto con la TV accesa e la birra in mano, ad accaldarsi per una stupidissima partita di calcio mentre, poco lontano da lui, in veranda, in cucina, ovunque capitava, mio padre mi riempiva, la bocca, la fica, il culo, in modi che lui non avrebbe mai potuto fare. Io tornavo a letto con il corpo che ancora tremava, e mi sdraiavo accanto a lui come se niente fosse. Lui non ha mai saputo. Non ha mai chiesto perché a volte mi chiudevo in bagno a piangere dopo una 'passeggiata' con papà, travolta dal senso di colpa per aver goduto di qualcosa che non avrei dovuto volere. Eppure continuavo...
Vengo in silenzio, un orgasmo che mi fa inarcare la schiena, un altro fiotto caldo che bagna il lenzuolo già inzuppato. Il corpo trema, le gambe si chiudono sulle mie dita. Resto lì, ansimante, col cuore che batte forte. Sul letto sembra che ci sia passata un’inondazione.
Mi alzo dal letto nuda; il lenzuolo si stacca dalla pelle con un suono umido. Il pavimento è freddo sotto i piedi. Prendo la vestaglia da camera che usavo quando ero ragazzina e che mi arriva appena sopra le ginocchia e me la infilo. Non la lego stretta, lascio che si apra sul davanti. Sotto sono nuda, come sempre quando sono in questa casa.
In bagno non chiudo a chiave. So che verrà. È sempre così la mattina dopo. Mi appoggio al lavandino, mi lavo la faccia con l’acqua fredda. Il getto mi sveglia, ma non spegne il calore tra le gambe. Il plug è già lì, nella mia testa: lo sento pulsare prima ancora che entri.
La porta si apre piano. Lui entra, lento, padrone di sé e di tutto. Chiude la porta lentamente, gira la chiave. Il rumore della chiave che gira nella toppa mi fa sorridere di eccitazione.
Si mette di fronte a me. Io resto col culo contro il lavandino e le mani sul bordo freddo della ceramica. Lui mi guarda, non dice niente. Allunga le mani, scioglie la cintura della vestaglia. La seta scivola via dalle spalle, cade per terra con un suono morbido. Sono nuda, esposta, il corpo ancora segnato dalla notte prima: capezzoli duri, un rossore leggero sul petto, le cosce appiccicose.
Lui mette una mano in tasca e tira fuori il plug. È piccolo e nero, lungo una quindicina di centimetri. È solo per iniziare ad aprire, per ricordarmi che ci penserà lui a continuare il lavoro.
Senza dire niente me lo avvicina alla bocca. Io apro le labbra, lo accolgo con un respiro tremante. La lingua lo sfiora per prima, poi le labbra si chiudono intorno a lui, lente, calde. Lo succhio piano, come se fosse un cazzo vero, adorante, la lingua che gira intorno alla superficie liscia e fredda, le labbra che lo stringono mentre lo prendo più a fondo. Gemo piano intorno a lui, il corpo mi trema per l’eccitazione.
Lui mi guarda impassibile. Con l’altra mano mi tocca tra le gambe. Le sue dita ruvide mi sfiorano le labbra, entrano appena, trovano quanto sono già bagnata. Sorride appena, un suono basso dalla gola. Si porta le dita alla bocca, le lecca i miei umori, li assapora.
Toglie il plug dalla mia bocca. È bagnato, lucido di saliva. Lo infila nella fica, lento, due o tre volte. Entra ed esce, raccoglie umori, esce zuppo, brillante. Lo guarda soddisfatto.
Non aspetto che dica niente. Mi volto da sola, mi appoggio al lavandino, inarco la schiena, culo in fuori. Lui si mette dietro, il plug ancora in mano. Lo strofina intorno al buco con cerchi lenti, premendo appena sul centro. Io gemo piano, il bruciore iniziale si mescola al piacere. Lui continua, strofina, gira, mi fa sentire ogni millimetro della superficie liscia. Poi preme. Preme piano: il culo resiste un attimo, poi cede. Lo sento allargarsi e riempirsi centimetro dopo centimetro. La base preme contro le natiche. È dentro.
Lui non si ferma. Da dietro ricomincia a masturbarmi. Le dita tornano tra le labbra, girano intorno al clitoride, entrano appena nella fica. Con l’altra mano mi palpa i seni, pizzica i capezzoli, li tira piano. Mi mette due dita in bocca. Io le lecco subito, succhio, assaporo il mio sapore sulle sue dita.
Mi masturba lento, preciso, mi porta al limite. Il respiro mi si spezza, le gambe tremano, la fica si contrae intorno alle sue dita. Sto per venire.
Lui smette di colpo. Toglie le dita dalla fica e dalla bocca e mi lascia lì ansimante e frustrata – il corpo che urla per il rilascio negato.
“Così ti voglio,” dice piano. “Pronta per stasera.”
Esce dal bagno, la porta si chiude piano. Io resto lì, appoggiata al lavandino, nuda e bagnata. So che mi vuole esattamente così per tutto il giorno: eccitata, inappagata, in attesa.
Mi vesto piano, il plug si muove a ogni passo, un promemoria costante che mi fa stringere le cosce. È un fastidio che si trasforma in calore, in bagnatura, in un promemoria umiliante che il mio corpo non mi appartiene più. Ogni passo lo fa spostare di un po’, lo sento riempirmi dentro, allargarmi man mano un po’ di più. Le cosce sfregano tra loro, umide, appiccicose. Cammino barcollando leggermente, cerco di non farlo vedere, ma è impossibile.
In veranda papà è già seduto a capotavola a parlare coi ragazzi. Io preparo la colazione, ma ogni movimento è un tormento. Cammino in modo strano, lo vedo, mi appoggio al tavolo, cerco di nascondere il passo incerto.
Lorenzo se ne accorge subito, si alza e viene verso di me preoccupato. “Mamma, cos’è successo? Che ti fa male?”
Io arrossisco, sento il calore salire al viso. “No, no... tranquillo, tesoro... ho solo dormito male.” Balbetto. La mia voce però esce strozzata. Mi siedo piano. Il plug affonda di più quando il culo tocca la sedia. Stringo i denti per non gemere, le cosce si chiudono sotto il tavolo.
Fabio ride, innocente. “Dai, mamma, dopo vieni in piscina con noi. L’acqua ti farà passare tutto.”
Io scuoto la testa. Non posso andare in piscina: se mi mettessi il costume ora, il plug si vedrebbe nitido sbucare tra le mie natiche. Il pensiero mi fa arrossire violentemente, il corpo mi trema leggermente mentre apparecchio. Sento il calore salire alle guance, la fica che pulsa piano sotto il vestito, il ricordo della mattina in bagno mi tiene ancora al limite.
Quando finiscono di mangiare si alzano e vanno in piscina. Io resto seduta, il plug preme forte quando mi muovo per portare le tazze e le posate al lavandino. Ogni passo è un’onda di fastidio/piacere, la fica cola piano sulle cosce. Dopo un po’ vado anch’io fuori, mi sdraio sul lettino sul bordo della piscina. Il sole batte caldo, l’acqua riflette la luce. I ragazzi nuotano, ridono, si spruzzano. Io li guardo da dietro gli occhiali da sole, ogni movimento mi ricorda la presenza ingombrante che ho nel culo. Ho paura che si veda: quando mi alzerò dalla sdraio o se una folata di vento mi solleva il vestito davanti a loro. Il pensiero mi contrae le cosce in un brivido che sale fino in gola.
Ore dopo sono in cucina, davanti alla finestra che dà sul giardino e la piscina. I ragazzi sono ancora lì fuori, distesi sulle sdraio a prendere il sole. Io lavo i piatti, sento una presenza alle mie spalle. Papà si mette dietro di me, silenzioso. Si avvicina, mi alza la gonna da dietro, scoprendo il culo nudo. Sento il suo cazzo duro contro le natiche, sfrega lento, possessivo. Scivola in mezzo alle gambe, sfiora le labbra della fica, preme sul clitoride senza entrare.
Io spingo il culo all’indietro, verso di lui, disperata. Voglio che entri, che mi scopi lì, in cucina, mentre i ragazzi sono fuori. Allargo le gambe per farlo entrare meglio, inarco la schiena, il respiro mi si spezza. Lui continua a sfregare, lento, metodico, ogni tocco mi fa bagnare sempre di più. Poi mi fa inginocchiare per terra, il suo cazzo è a un centimetro dalla mia faccia. Io mi sporgo con lingua in fuori, cerco di prenderlo. Lui si sposta all’ultimo momento, di un soffio. Io mi sporgo di più, il collo teso, la lingua che sfiora la cappella. Lui si ritrae di nuovo, sorride appena. Gemo di frustrazione, la fica che cola sulle cosce. Lui continua il gioco: io inseguo, lui si sposta, io gemo, lui gode del mio desiderio disperato.
La casa è silenziosa ora. I ragazzi dormono da ore, al piano di sopra.
Io sono in camera mia, nuda, seduta sul bordo del letto. Il cuore batte forte, un ritmo sordo che mi sale fino alla gola. La fica pulsa già, bagnata da ore, il culo è rimasto leggermente aperto, sensibile, come se aspettasse solo lui.
Sento i suoi passi nel corridoio, lenti, sicuri. La porta si apre piano. Papà entra, è scalzo. Chiude la porta dietro di sé, gira la chiave.
Non dice niente. Lentamente si toglie la camicia, la appende sullo schienale della sedia, si avvicina a me, sempre in silenzio. Io mi alzo dal letto, eccitata, lui si siede. Mentre mi inginocchio tra le sue gambe mi chiedo se possa sentire il calore del mio culo sul lenzuolo. Sotto di lui c’è una piccola macchia umida. Gli bacio il petto, la lingua gli sfiora la pelle calda e sudata. I baci scendono, lenti, sul ventre, fino alla patta. Bacio il cazzo da sopra i pantaloni, sento che è già duro e grosso. Con le mani tremanti per l’eccitazione glieli sbottono, li tiro giù. Il cazzo mi sbatte in faccia, è uscito con lo scatto come di una molla. Lo prendo in bocca, succhio forte, la lingua gira intorno alla cappella. Lui geme roco, con una mano sulla mia nuca che mi spinge in basso per farmelo ingoiare fino in fondo. All’inizio è solo un movimento controllato, la mano che guida, il cazzo che scivola profondo nella gola con calma, come se volesse farmi sentire ogni centimetro. Io respiro dal naso, gli occhi mi lacrimano un po’, la gola si contrae intorno a lui. Lui mi tiene lì per un secondo, poi mi lascia risalire piano, la cappella che sfiora le labbra.
Poi ricomincia: la mano stringe di più, spinge di nuovo, più a fondo, più a lungo. Mi blocca con il cazzo piantato in gola per tempi sempre più lunghi – tre secondi, sei, dieci, quindici. Ogni volta che risalgo in debito d’ossigeno, con un rantolo strozzato e le lacrime che colano sulle guance, gli bacio il cazzo, gli do leccate lunghe e bagnate dalla base alla cappella, la lingua che preme sulle vene, che gira intorno alla punta. Lui grugnisce, la mano che mi stringe i capelli mi tira appena per farmi alzare lo sguardo.
“Brava, piccola. Succhia come una troia.”
La voce è bassa, calma, ma carica di possesso. Io riprendo fiato per un attimo, poi mi butto di nuovo, la gola che si apre, il naso contro i peli, il cazzo che mi riempie completamente. Lui mi lascia scendere fino in fondo, poi mi tiene lì, immobile, per secondi che sembrano minuti. Io mi agito piano, la gola mi si contrae, inizio a lacrimare. Quando mi lascia risalire, tossisco leggermente, la saliva che mi cola sul mento, e ricomincio subito: bacio, lecco, succhio, come se non potessi farne a meno.
Poi mi tira su, sempre tenendomi per i capelli, mi passa un pollice sulle labbra, le pulisce dalla saliva. Io cerco di leccargli il dito, di ingoiare pure quello, ma lui mi fa un cenno di no col capo.
Ai piedi del letto c’è la mia vestaglia. La prende, sfila la cintura, e mi lega le mani. La seta scivola sulla pelle fresca e delicata.
Mi fa sedere sul suo cazzo. Ora sono io che detto il ritmo, e il ritmo è furioso. Mi muovo su e giù, veloce, disperata, il cazzo che entra ed esce da me. Gli passo le braccia attorno il collo, lo stringo. Lui mi infila un dito nel culo mentre lo cavalco come un’assatanata. È impossibile che nessuno senta il rumore che fa il mio culo quando sbatte su di lui, quel rumore sordo di sesso, di carne contro carne. Gemo forte, il corpo mi trema. Vengo in un orgasmo devastante, i miei umori gli bagnano la coscia.
Mi accascio su di lui ansimante, il corpo che trema ancora per l'orgasmo, ma lui non si ferma. Ora è lui che mi fa andare su e giù, arpionandomi per il culo con forza. Le dita mi affondano nelle natiche come se volesse marchiarmi ancora una volta, come se volesse riempirmi fino a farmi dimenticare ogni altro uomo che ho conosciuto. Il letto cigola ritmicamente, il materasso sprofonda sotto di noi, le molle protestano a ogni spinta. Io vengo una seconda volta, ancora più forte della prima. È una scarica elettrica che mi fa tremare le gambe. Il corpo si inarca contro di lui, la fica si contrae attorno al suo cazzo. Se non fossi impalata su di lui sarei di certo crollata per terra, come in una sorta di crisi epilettica.
Mi stringo a lui implorandolo di non muoversi, le braccia legate davanti che gli cingono il collo. Lui mi tiene ferma, il cazzo piantato dentro, e io mi muovo da sola per tutti e due, lentamente, riprendo fiato, ruoto il bacino attorno a lui, lo esco centimetro dopo centimetro e lo riprendo tutto. È una danza lenta e disperata, un’operazione che dura minuti interi, il mio corpo che cerca di prolungare il piacere, di trattenere ogni sensazione. Lui geme piano, la mano che mi stringe i fianchi, lasciando che sia io a dettare il ritmo, ma sempre sotto il suo controllo.
Poi mi fa inginocchiare per terra, accasciata sul materasso e culo in aria, e inizia a lavorarmelo. Lubrifica con calma: prima un dito, lento, entra piano, gira dentro, esplora le pareti. Io gemo, mi contraggo intorno a lui. Poi due dita, allarga piano, mi fa sentire ogni millimetro, ogni piega. Il bruciore iniziale si mescola al piacere, la fica cola lungo le mie cosce. Lui continua, paziente, metodico, le dita che entrano ed escono, girano, allargano.
Finalmente le toglie. Sento il suo cazzo premere contro il culo. Spinge appena, lasciandomi sentire la pressione, il modo in cui il mio corpo deve cedere alla sua volontà. Poi un’altra spinta, ed ecco che entra lentamente: prima la cappella che forza la resistenza iniziale, poi centimetro per centimetro scivola dentro di me, il muscolo cede poco alla volta, dilatandosi intorno a lui con un calore che si irradia fino alla schiena.
Centimetro per centimetro, senza fretta, fino a quando lo sento sbattere contro le mie natiche, pieno, profondo, il mio culo che si contrae istintivamente intorno a lui. Poi si ferma, completamente dentro, immobile, lasciandomi il tempo di abituarmi al suo diametro, al modo in cui mi riempie completamente, al modo in cui il mio corpo deve arrendersi. Di nuovo.
Le sue mani mi salgono lungo tutta la schiena, le dita ruvide tracciano la mia spina dorsale si chiudono sulla mia gola – non stringe, papà non è un sadico; stringe quel giusto per farmi sentire il suo controllo, i pollici sotto la nuca, le dita intorno al collo come un collare umano. E comincia a incularmi.
All’inizio è lento, quasi dolce: esce quasi del tutto, lasciando dentro solo la cappella, poi rientra con un colpo deciso ma misurato, fino in fondo. Ogni spinta mi fa sobbalzare in avanti. Il culo si apre sempre di più, il bruciore iniziale si trasforma in un calore pulsante, ogni rientro mi fa gemere in un urlo soffocato.
Poi accelera. Le spinte diventano sempre più secche, più forti. Ogni colpo mi fa sbattere contro il materasso, il culo si arrende completamente, si allarga intorno a lui come se non avesse mai avuto altra forma. Il lenzuolo, all’altezza della mia bocca, è zuppo di saliva. Sto sbavando come una cagna in calore.
Le mani ora mi stringono le spalle e mi tirano indietro, come volesse schiacciarmi ancora di più sul suo cazzo, come volesse entrarmi fino allo stomaco. Vengo di nuovo, ancora più forte, mordendo il lenzuolo per non gridare. Il corpo trema, le gambe cedono, ma lui mi tiene su, continua a spingere, profondo, rude, controllato. Mi viene dentro con una sborrata calda che mi riempie il culo, profonda, abbondante, come se non dovesse finire mai.
Slega la cintura. La seta mi scivola via dalle mani in un movimento fresco. Io sono ancora accasciata sul letto, ansimante, esausta, il corpo che trema ancora per gli orgasmi. Non va via. Ci sdraiamo sul mio letto e mi tira a sé. Io mi accuccio a lui, nuda, esausta, appagata. La mia mano gli tocca il cazzo, lo stringe piano, lo sente pulsare ancora nel sonno.
Mi addormento tra le sue braccia, col suo odore sulla pelle e il suo seme che ancora mi cola piano dal culo.
Mi passo una mano tra le gambe: sono ancora gonfia, sensibile, le labbra umide e calde. Le dita scivolano dentro senza sforzo, il clitoride risponde subito a un tocco leggero. Chiudo gli occhi. Il sapore di papà è ancora lì, in gola, sulle labbra, un ricordo che non se ne va. Ripenso alla veranda, alla sua mano sulla nuca, al cazzo che pulsava sulla lingua mentre i getti d’acqua si spegnevano uno dopo l’altro.
Dieci secondi in più e sarei stata scoperta.
Il pensiero mi fa stringere le cosce. Le dita accelerano, entrano più a fondo, i polpastrelli girano intorno al clitoride. Ricordi frammentati affiorano: estati lontane, mio marito in salotto con la TV accesa e la birra in mano, ad accaldarsi per una stupidissima partita di calcio mentre, poco lontano da lui, in veranda, in cucina, ovunque capitava, mio padre mi riempiva, la bocca, la fica, il culo, in modi che lui non avrebbe mai potuto fare. Io tornavo a letto con il corpo che ancora tremava, e mi sdraiavo accanto a lui come se niente fosse. Lui non ha mai saputo. Non ha mai chiesto perché a volte mi chiudevo in bagno a piangere dopo una 'passeggiata' con papà, travolta dal senso di colpa per aver goduto di qualcosa che non avrei dovuto volere. Eppure continuavo...
Vengo in silenzio, un orgasmo che mi fa inarcare la schiena, un altro fiotto caldo che bagna il lenzuolo già inzuppato. Il corpo trema, le gambe si chiudono sulle mie dita. Resto lì, ansimante, col cuore che batte forte. Sul letto sembra che ci sia passata un’inondazione.
Mi alzo dal letto nuda; il lenzuolo si stacca dalla pelle con un suono umido. Il pavimento è freddo sotto i piedi. Prendo la vestaglia da camera che usavo quando ero ragazzina e che mi arriva appena sopra le ginocchia e me la infilo. Non la lego stretta, lascio che si apra sul davanti. Sotto sono nuda, come sempre quando sono in questa casa.
In bagno non chiudo a chiave. So che verrà. È sempre così la mattina dopo. Mi appoggio al lavandino, mi lavo la faccia con l’acqua fredda. Il getto mi sveglia, ma non spegne il calore tra le gambe. Il plug è già lì, nella mia testa: lo sento pulsare prima ancora che entri.
La porta si apre piano. Lui entra, lento, padrone di sé e di tutto. Chiude la porta lentamente, gira la chiave. Il rumore della chiave che gira nella toppa mi fa sorridere di eccitazione.
Si mette di fronte a me. Io resto col culo contro il lavandino e le mani sul bordo freddo della ceramica. Lui mi guarda, non dice niente. Allunga le mani, scioglie la cintura della vestaglia. La seta scivola via dalle spalle, cade per terra con un suono morbido. Sono nuda, esposta, il corpo ancora segnato dalla notte prima: capezzoli duri, un rossore leggero sul petto, le cosce appiccicose.
Lui mette una mano in tasca e tira fuori il plug. È piccolo e nero, lungo una quindicina di centimetri. È solo per iniziare ad aprire, per ricordarmi che ci penserà lui a continuare il lavoro.
Senza dire niente me lo avvicina alla bocca. Io apro le labbra, lo accolgo con un respiro tremante. La lingua lo sfiora per prima, poi le labbra si chiudono intorno a lui, lente, calde. Lo succhio piano, come se fosse un cazzo vero, adorante, la lingua che gira intorno alla superficie liscia e fredda, le labbra che lo stringono mentre lo prendo più a fondo. Gemo piano intorno a lui, il corpo mi trema per l’eccitazione.
Lui mi guarda impassibile. Con l’altra mano mi tocca tra le gambe. Le sue dita ruvide mi sfiorano le labbra, entrano appena, trovano quanto sono già bagnata. Sorride appena, un suono basso dalla gola. Si porta le dita alla bocca, le lecca i miei umori, li assapora.
Toglie il plug dalla mia bocca. È bagnato, lucido di saliva. Lo infila nella fica, lento, due o tre volte. Entra ed esce, raccoglie umori, esce zuppo, brillante. Lo guarda soddisfatto.
Non aspetto che dica niente. Mi volto da sola, mi appoggio al lavandino, inarco la schiena, culo in fuori. Lui si mette dietro, il plug ancora in mano. Lo strofina intorno al buco con cerchi lenti, premendo appena sul centro. Io gemo piano, il bruciore iniziale si mescola al piacere. Lui continua, strofina, gira, mi fa sentire ogni millimetro della superficie liscia. Poi preme. Preme piano: il culo resiste un attimo, poi cede. Lo sento allargarsi e riempirsi centimetro dopo centimetro. La base preme contro le natiche. È dentro.
Lui non si ferma. Da dietro ricomincia a masturbarmi. Le dita tornano tra le labbra, girano intorno al clitoride, entrano appena nella fica. Con l’altra mano mi palpa i seni, pizzica i capezzoli, li tira piano. Mi mette due dita in bocca. Io le lecco subito, succhio, assaporo il mio sapore sulle sue dita.
Mi masturba lento, preciso, mi porta al limite. Il respiro mi si spezza, le gambe tremano, la fica si contrae intorno alle sue dita. Sto per venire.
Lui smette di colpo. Toglie le dita dalla fica e dalla bocca e mi lascia lì ansimante e frustrata – il corpo che urla per il rilascio negato.
“Così ti voglio,” dice piano. “Pronta per stasera.”
Esce dal bagno, la porta si chiude piano. Io resto lì, appoggiata al lavandino, nuda e bagnata. So che mi vuole esattamente così per tutto il giorno: eccitata, inappagata, in attesa.
Mi vesto piano, il plug si muove a ogni passo, un promemoria costante che mi fa stringere le cosce. È un fastidio che si trasforma in calore, in bagnatura, in un promemoria umiliante che il mio corpo non mi appartiene più. Ogni passo lo fa spostare di un po’, lo sento riempirmi dentro, allargarmi man mano un po’ di più. Le cosce sfregano tra loro, umide, appiccicose. Cammino barcollando leggermente, cerco di non farlo vedere, ma è impossibile.
In veranda papà è già seduto a capotavola a parlare coi ragazzi. Io preparo la colazione, ma ogni movimento è un tormento. Cammino in modo strano, lo vedo, mi appoggio al tavolo, cerco di nascondere il passo incerto.
Lorenzo se ne accorge subito, si alza e viene verso di me preoccupato. “Mamma, cos’è successo? Che ti fa male?”
Io arrossisco, sento il calore salire al viso. “No, no... tranquillo, tesoro... ho solo dormito male.” Balbetto. La mia voce però esce strozzata. Mi siedo piano. Il plug affonda di più quando il culo tocca la sedia. Stringo i denti per non gemere, le cosce si chiudono sotto il tavolo.
Fabio ride, innocente. “Dai, mamma, dopo vieni in piscina con noi. L’acqua ti farà passare tutto.”
Io scuoto la testa. Non posso andare in piscina: se mi mettessi il costume ora, il plug si vedrebbe nitido sbucare tra le mie natiche. Il pensiero mi fa arrossire violentemente, il corpo mi trema leggermente mentre apparecchio. Sento il calore salire alle guance, la fica che pulsa piano sotto il vestito, il ricordo della mattina in bagno mi tiene ancora al limite.
Quando finiscono di mangiare si alzano e vanno in piscina. Io resto seduta, il plug preme forte quando mi muovo per portare le tazze e le posate al lavandino. Ogni passo è un’onda di fastidio/piacere, la fica cola piano sulle cosce. Dopo un po’ vado anch’io fuori, mi sdraio sul lettino sul bordo della piscina. Il sole batte caldo, l’acqua riflette la luce. I ragazzi nuotano, ridono, si spruzzano. Io li guardo da dietro gli occhiali da sole, ogni movimento mi ricorda la presenza ingombrante che ho nel culo. Ho paura che si veda: quando mi alzerò dalla sdraio o se una folata di vento mi solleva il vestito davanti a loro. Il pensiero mi contrae le cosce in un brivido che sale fino in gola.
Ore dopo sono in cucina, davanti alla finestra che dà sul giardino e la piscina. I ragazzi sono ancora lì fuori, distesi sulle sdraio a prendere il sole. Io lavo i piatti, sento una presenza alle mie spalle. Papà si mette dietro di me, silenzioso. Si avvicina, mi alza la gonna da dietro, scoprendo il culo nudo. Sento il suo cazzo duro contro le natiche, sfrega lento, possessivo. Scivola in mezzo alle gambe, sfiora le labbra della fica, preme sul clitoride senza entrare.
Io spingo il culo all’indietro, verso di lui, disperata. Voglio che entri, che mi scopi lì, in cucina, mentre i ragazzi sono fuori. Allargo le gambe per farlo entrare meglio, inarco la schiena, il respiro mi si spezza. Lui continua a sfregare, lento, metodico, ogni tocco mi fa bagnare sempre di più. Poi mi fa inginocchiare per terra, il suo cazzo è a un centimetro dalla mia faccia. Io mi sporgo con lingua in fuori, cerco di prenderlo. Lui si sposta all’ultimo momento, di un soffio. Io mi sporgo di più, il collo teso, la lingua che sfiora la cappella. Lui si ritrae di nuovo, sorride appena. Gemo di frustrazione, la fica che cola sulle cosce. Lui continua il gioco: io inseguo, lui si sposta, io gemo, lui gode del mio desiderio disperato.
La casa è silenziosa ora. I ragazzi dormono da ore, al piano di sopra.
Io sono in camera mia, nuda, seduta sul bordo del letto. Il cuore batte forte, un ritmo sordo che mi sale fino alla gola. La fica pulsa già, bagnata da ore, il culo è rimasto leggermente aperto, sensibile, come se aspettasse solo lui.
Sento i suoi passi nel corridoio, lenti, sicuri. La porta si apre piano. Papà entra, è scalzo. Chiude la porta dietro di sé, gira la chiave.
Non dice niente. Lentamente si toglie la camicia, la appende sullo schienale della sedia, si avvicina a me, sempre in silenzio. Io mi alzo dal letto, eccitata, lui si siede. Mentre mi inginocchio tra le sue gambe mi chiedo se possa sentire il calore del mio culo sul lenzuolo. Sotto di lui c’è una piccola macchia umida. Gli bacio il petto, la lingua gli sfiora la pelle calda e sudata. I baci scendono, lenti, sul ventre, fino alla patta. Bacio il cazzo da sopra i pantaloni, sento che è già duro e grosso. Con le mani tremanti per l’eccitazione glieli sbottono, li tiro giù. Il cazzo mi sbatte in faccia, è uscito con lo scatto come di una molla. Lo prendo in bocca, succhio forte, la lingua gira intorno alla cappella. Lui geme roco, con una mano sulla mia nuca che mi spinge in basso per farmelo ingoiare fino in fondo. All’inizio è solo un movimento controllato, la mano che guida, il cazzo che scivola profondo nella gola con calma, come se volesse farmi sentire ogni centimetro. Io respiro dal naso, gli occhi mi lacrimano un po’, la gola si contrae intorno a lui. Lui mi tiene lì per un secondo, poi mi lascia risalire piano, la cappella che sfiora le labbra.
Poi ricomincia: la mano stringe di più, spinge di nuovo, più a fondo, più a lungo. Mi blocca con il cazzo piantato in gola per tempi sempre più lunghi – tre secondi, sei, dieci, quindici. Ogni volta che risalgo in debito d’ossigeno, con un rantolo strozzato e le lacrime che colano sulle guance, gli bacio il cazzo, gli do leccate lunghe e bagnate dalla base alla cappella, la lingua che preme sulle vene, che gira intorno alla punta. Lui grugnisce, la mano che mi stringe i capelli mi tira appena per farmi alzare lo sguardo.
“Brava, piccola. Succhia come una troia.”
La voce è bassa, calma, ma carica di possesso. Io riprendo fiato per un attimo, poi mi butto di nuovo, la gola che si apre, il naso contro i peli, il cazzo che mi riempie completamente. Lui mi lascia scendere fino in fondo, poi mi tiene lì, immobile, per secondi che sembrano minuti. Io mi agito piano, la gola mi si contrae, inizio a lacrimare. Quando mi lascia risalire, tossisco leggermente, la saliva che mi cola sul mento, e ricomincio subito: bacio, lecco, succhio, come se non potessi farne a meno.
Poi mi tira su, sempre tenendomi per i capelli, mi passa un pollice sulle labbra, le pulisce dalla saliva. Io cerco di leccargli il dito, di ingoiare pure quello, ma lui mi fa un cenno di no col capo.
Ai piedi del letto c’è la mia vestaglia. La prende, sfila la cintura, e mi lega le mani. La seta scivola sulla pelle fresca e delicata.
Mi fa sedere sul suo cazzo. Ora sono io che detto il ritmo, e il ritmo è furioso. Mi muovo su e giù, veloce, disperata, il cazzo che entra ed esce da me. Gli passo le braccia attorno il collo, lo stringo. Lui mi infila un dito nel culo mentre lo cavalco come un’assatanata. È impossibile che nessuno senta il rumore che fa il mio culo quando sbatte su di lui, quel rumore sordo di sesso, di carne contro carne. Gemo forte, il corpo mi trema. Vengo in un orgasmo devastante, i miei umori gli bagnano la coscia.
Mi accascio su di lui ansimante, il corpo che trema ancora per l'orgasmo, ma lui non si ferma. Ora è lui che mi fa andare su e giù, arpionandomi per il culo con forza. Le dita mi affondano nelle natiche come se volesse marchiarmi ancora una volta, come se volesse riempirmi fino a farmi dimenticare ogni altro uomo che ho conosciuto. Il letto cigola ritmicamente, il materasso sprofonda sotto di noi, le molle protestano a ogni spinta. Io vengo una seconda volta, ancora più forte della prima. È una scarica elettrica che mi fa tremare le gambe. Il corpo si inarca contro di lui, la fica si contrae attorno al suo cazzo. Se non fossi impalata su di lui sarei di certo crollata per terra, come in una sorta di crisi epilettica.
Mi stringo a lui implorandolo di non muoversi, le braccia legate davanti che gli cingono il collo. Lui mi tiene ferma, il cazzo piantato dentro, e io mi muovo da sola per tutti e due, lentamente, riprendo fiato, ruoto il bacino attorno a lui, lo esco centimetro dopo centimetro e lo riprendo tutto. È una danza lenta e disperata, un’operazione che dura minuti interi, il mio corpo che cerca di prolungare il piacere, di trattenere ogni sensazione. Lui geme piano, la mano che mi stringe i fianchi, lasciando che sia io a dettare il ritmo, ma sempre sotto il suo controllo.
Poi mi fa inginocchiare per terra, accasciata sul materasso e culo in aria, e inizia a lavorarmelo. Lubrifica con calma: prima un dito, lento, entra piano, gira dentro, esplora le pareti. Io gemo, mi contraggo intorno a lui. Poi due dita, allarga piano, mi fa sentire ogni millimetro, ogni piega. Il bruciore iniziale si mescola al piacere, la fica cola lungo le mie cosce. Lui continua, paziente, metodico, le dita che entrano ed escono, girano, allargano.
Finalmente le toglie. Sento il suo cazzo premere contro il culo. Spinge appena, lasciandomi sentire la pressione, il modo in cui il mio corpo deve cedere alla sua volontà. Poi un’altra spinta, ed ecco che entra lentamente: prima la cappella che forza la resistenza iniziale, poi centimetro per centimetro scivola dentro di me, il muscolo cede poco alla volta, dilatandosi intorno a lui con un calore che si irradia fino alla schiena.
Centimetro per centimetro, senza fretta, fino a quando lo sento sbattere contro le mie natiche, pieno, profondo, il mio culo che si contrae istintivamente intorno a lui. Poi si ferma, completamente dentro, immobile, lasciandomi il tempo di abituarmi al suo diametro, al modo in cui mi riempie completamente, al modo in cui il mio corpo deve arrendersi. Di nuovo.
Le sue mani mi salgono lungo tutta la schiena, le dita ruvide tracciano la mia spina dorsale si chiudono sulla mia gola – non stringe, papà non è un sadico; stringe quel giusto per farmi sentire il suo controllo, i pollici sotto la nuca, le dita intorno al collo come un collare umano. E comincia a incularmi.
All’inizio è lento, quasi dolce: esce quasi del tutto, lasciando dentro solo la cappella, poi rientra con un colpo deciso ma misurato, fino in fondo. Ogni spinta mi fa sobbalzare in avanti. Il culo si apre sempre di più, il bruciore iniziale si trasforma in un calore pulsante, ogni rientro mi fa gemere in un urlo soffocato.
Poi accelera. Le spinte diventano sempre più secche, più forti. Ogni colpo mi fa sbattere contro il materasso, il culo si arrende completamente, si allarga intorno a lui come se non avesse mai avuto altra forma. Il lenzuolo, all’altezza della mia bocca, è zuppo di saliva. Sto sbavando come una cagna in calore.
Le mani ora mi stringono le spalle e mi tirano indietro, come volesse schiacciarmi ancora di più sul suo cazzo, come volesse entrarmi fino allo stomaco. Vengo di nuovo, ancora più forte, mordendo il lenzuolo per non gridare. Il corpo trema, le gambe cedono, ma lui mi tiene su, continua a spingere, profondo, rude, controllato. Mi viene dentro con una sborrata calda che mi riempie il culo, profonda, abbondante, come se non dovesse finire mai.
Slega la cintura. La seta mi scivola via dalle mani in un movimento fresco. Io sono ancora accasciata sul letto, ansimante, esausta, il corpo che trema ancora per gli orgasmi. Non va via. Ci sdraiamo sul mio letto e mi tira a sé. Io mi accuccio a lui, nuda, esausta, appagata. La mia mano gli tocca il cazzo, lo stringe piano, lo sente pulsare ancora nel sonno.
Mi addormento tra le sue braccia, col suo odore sulla pelle e il suo seme che ancora mi cola piano dal culo.
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