Estate di sottomissione (1° Capitolo. L'arrivo)
di
Bardamu
genere
incesti
Il viaggio verso la vecchia casa di papà dura ore. Io guido, le mani strette sul volante, il vestito leggero che mi si appiccica alla pelle per il caldo che entra dai finestrini aperti. Lorenzo è davanti, accanto a me, con cuffie alle orecchie e lo sguardo perso fuori. Fabio invece si è stiracchiato dietro, se ne sta comodo a messaggiare con qualcuno al cellulare. Ogni tanto alzo gli occhi allo specchietto e lo vedo, piccolo e grande allo stesso tempo. I miei ragazzi: Lorenzo ha diciannove anni, Fabio da poco diciotto; alti, spalle larghe, abbronzati. Dio, come sono cresciuti in fretta!
Metto la mano destra sulla coscia di Lorenzo, un buffetto affettuoso, come ho sempre fatto. “Tutto ok, amore?” chiedo piano, sorridendo. Lui annuisce senza togliere le cuffie, posa la mano sulla mia per un secondo, stringe lieve, poi torna a guardare fuori. Io ritiro la mano, ma sento il calore della sua gamba sotto il palmo, il muscolo teso, giovane.
Non parlo molto. Il silenzio mi permette di pensare. Ogni chilometro che si avvicina alla casa mi fa stringere lo stomaco, ma non è solo ansia. È qualcos’altro. Un calore familiare, che sale piano dalle cosce e mi fa spostare sul sedile. So che stasera succederà di nuovo. Succede sempre, quando torno qui. Da anni. Da quando loro erano ancora bambini, quando ero sposata, quando mio marito era ancora vivo e pensava che le estati dal suocero fossero solo “vacanze in famiglia”.
Il ricordo mi fa arrossire anche ora, sola in macchina con i miei figli. Mi mordo il labbro inferiore, stringo le cosce. Il vestito sfiora direttamente la pelle nuda – niente reggiseno, niente mutande. Non li metto mai quando vengo qui. Papà non lo sopporta. Dice che è “inutile”. E io obbedisco, anche se non lo dice più ad alta voce da anni. L’aria calda entra dal finestrino s’intrufola dentro il vestito fino a lambirmi le tette e sento già i capezzoli che si induriscono contro il cotone sottile, visibili se qualcuno guarda con attenzione. I ragazzi non guardano. O forse sì, ma non dicono niente.
Quando arriviamo, tutto è esattamente come l’anno scorso: la grande casa in pietra chiara, la bouganville che copre il portico, il profumo dei fiori e della terra calda, il frinire delle cicale. La piccola piscina è già piena d’acqua, papà ha già uscito le sdraio, alcune sedie, il tavolino. È sulla soglia. Abbraccia Lorenzo e Fabio con pacche forti sulle spalle, “bravi i miei uomini, cresciuti bene”. A me dà un bacio sulla guancia, ma la mano resta un secondo di troppo sulla schiena bassa, premendo appena. “Bentornata, piccola,” sussurra. Io abbasso gli occhi, sorrido come una bambina obbediente.
I ragazzi portano i bagagli al piano di sopra, nelle stanze degli ospiti. Io e papà restiamo giù: la mia stanza è la mia vecchia cameretta, quella dove dormivo prima di sposarmi, la sua è distante una porta, con i vestiti di mamma ancora appesi nell’armadio, nonostante sia morta da anni, i gioielli ancora nel portagioie vicino la finestra che dà sul giardino e sulla piscina, coperta solo da una tenda sottile.
Quando il sole cala, apparecchiamo in veranda. È fresca, coperta dalla tettoia di legno e dalle piante rampicanti che la schermano sui lati. Il profumo della sera e dei fiori si mescola a quello della cena appena preparata.
Papà siede a capotavola, i ragazzi ai lati, io porto i piatti a tavola, giro tra di loro. Ogni volta che mi chino per posare un piatto sento il vestito sfiorare la pelle nuda. L’aria tiepida mi accarezza tra le gambe, i capezzoli si segnano sul tessuto sottile. Lorenzo e Fabio chiacchierano, ridono, ma io sento gli occhi di papà su di me. Sempre. Come ogni volta.
Quando finiamo, i ragazzi salgono al piano di sopra per disfare i bagagli e farsi una doccia. Sento l’acqua partire quasi subito, due getti potenti che riempiono la casa di un rumore bianco costante.
Papà resta seduto, col bicchiere di vino in mano e la camicia sbottonata sul petto. Io sparecchio, raccolgo i piatti, le posate. Lui sposta la sedia all’indietro.
“Manuela, vieni qui.”
Il cuore mi salta in gola. mi sembra quasi di sorridere mentre poso i piatti, perché so che finalmente ci siamo.
Mi avvicino lentamente, le mani sui fianchi, e mi metto davanti a lui con le gambe leggermente aperte. Lui allunga le mani sotto la gonna, lentamente. Le dita ruvide mi accarezzano le cosce, salgono piano, sfiorano la pelle nuda. Arrivano alle natiche, le massaggiano con calma, le aprono quel tanto che basta. Da dietro, il pollice scivola giù tra le labbra della fica, gira intorno, sente quanto sono già bagnata. Lui emette un piccolo suono soddisfatto, quasi un grugnito. Poi il pollice torna più indietro, tocca il buco del culo, preme piano sul centro, gira intorno al bordo.
“Si è richiuso,” mormora, quasi tra sé. “Un anno intero senza di me... e il tuo culo si è dimenticato chi è il padrone.”
Io non rispondo subito, ho le guance in fiamme. Lui preme il dito un po’ più forte, gira ancora, come se stesse valutando la consistenza.
“È vero,” dico piano, la voce che trema appena. “Non sei venuto a Natale... e nemmeno a Pasqua...”
Lui ritrae il dito lentamente e lo lascia lì, sfiorando il bordo.
“Lo so, ma ora sono qui.” Risponde piano, quasi con tenerezza. “Ci penso io ad allargartelo di nuovo.”
Ci penso io. Quelle parole mi trafiggono ogni volta. Mio marito non l'ha mai voluto. Diceva che era "sporco", che non gli piaceva. Io annuivo, facevo la brava moglie, ma dentro ero insoddisfatta. Papà lo ripeteva sempre: "Hai scelto male, piccola". E ora eccomi qui, a farmi allargare di nuovo da lui, adesso come allora. Il bruciore del dito mi fa stringere le natiche, ma è un male buono. Un male che mi ricorda chi sono qui. Non una mamma, non una vedova rispettabile, ma la sua puttanella. Da sempre.
Lui si slaccia i pantaloni con calma, tira fuori il cazzo già semi-eretto, spesso, venoso, e mi fa inginocchiare tra le sue gambe.
“Succhiamelo piano. Come ti ho insegnato.”
Apro la bocca. Lo prendo sulla lingua prima, assaggio il sapore salato della pelle, poi lo avvolgo con le labbra. Lo lecco lentamente, dal basso verso l’alto, la lingua che preme sotto la cappella. Lui sospira rilassato, la testa buttata un po’ all’indietro. Non ha fretta. Io sì – il cuore batte forte, le mani sulle sue cosce tremano un po’. Sento il mio respiro accelerare, il calore che sale tra le gambe. Il vestito mi si appiccica alla schiena sudata.
Quando la lingua tocca la cappella il sapore mi invade – salato, muschiato, familiare come il pane di casa. Lo conosco da anni, questo sapore. Da quando avevo diciott’anni e mi ero appena sposata perché aspettavo Lorenzo, e lui ha deciso che meritavo una lezione per aver scelto un debole che non mi avrebbe mai scopata come meritavo. E io ho goduto fin dalla prima volta
Succhio piano, come mi ha insegnato lui. La gola che si apre lentamente, la saliva che cola, i capezzoli che diventano duri come chiodi. Sopra di noi l'acqua delle docce continua a scrosciare, ma ogni pausa mi fa sobbalzare. Se scendessero mi vedrebbero in ginocchio, a succhiare il cazzo del loro nonno. Vedrebbero la mamma che succhia come una troia. Il terrore mi stringe lo stomaco, ma è un terrore che mi fa pulsare la fica. Non voglio che scendano. Eppure una parte di me... una parte oscura, malata... vorrebbe che mi vedessero. Che sapessero. Che capissero chi sono davvero quando la porta si chiude.
Papà respira più forte. Il cazzo pulsa sulla lingua. Io succhio piano, la gola si apre e si chiude intorno a lui, la saliva mi cola sul mento. Mi mette una mano sulla nuca ma non spinge, la tiene solamente lì, godendosi il ritmo lento del pompino, il suo controllo totale.
Uno dei getti d’acqua al piano di sopra si spegne. Silenzio parziale, solo l’altro continua. Il cuore mi batte nelle orecchie. Non mi fermo. Lui non mi fa smettere. Anzi, la mano si stringe un po’ di più attorno ai miei capelli, un segnale silenzioso: continua.
Succhio più a fondo, la lingua che gira intorno alla cappella, la gola che si contrae. Il sapore salato mi riempie la bocca, familiare, inevitabile. Sopra di noi uno dei miei figli è ancora sotto la doccia, ma ora sento rumori: un cassetto che si apre e si chiude, qualcosa che cade per terra. Da un momento all’altro qualcuno scenderà.
Papà geme piano, basso, quasi un ronfio. Il cazzo si gonfia ancora di più sulla lingua. Io accelero furiosamente, terrorizzata, eccitata. Il secondo getto si spegne. Adesso il silenzio è totale, rotto solo dal mio succhiare bagnato e dal respiro pesante di papà.
Una porta si apre, sento dei rumori provenire dal ballatoio di sopra, dei passi sulle scale. Lenti, ma chiari.
Lui non si muove ancora. La sua mano sulla mia nuca mi tiene lì, ferma. Succhio più forte che posso, schiaccio il naso contro i suoi peli. Se sborrasse adesso me lo butterebbe direttamente nello stomaco, tanto il suo cazzo è piantato in profondità nella mia gola. Lui respira affannato ora, il corpo si tende.
Pochi secondi dopo finalmente geme, basso e profondo. Mi sborra in bocca, fiotti caldi e densi che ingoio in fretta, senza farne cadere una goccia. Il sapore familiare mi riempie, mi fa girare la testa.
I passi arrivano in fondo alle scale.
Papà si sistema i pantaloni con calma, mi fa alzare con un gesto semplice, quasi gentile. Io mi pulisco la bocca col dorso della mano, mi sento le labbra gonfie e ancora calde, il sapore denso mi resta in gola come un marchio. Sto per chinarmi a raccogliere gli ultimi piatti quando lui dice, tranquillo: “Non preoccuparti, sparecchio io.”
Io annuisco, balbetto un “grazie, papà”, e corro dentro. Sulla porta della cucina c’è Lorenzo. Ha i capelli ancora bagnati, che gli gocciolano sul collo. Mi fermo di colpo. Il cuore mi esplode nel petto. Lui mi guarda, un secondo di troppo, il sorriso innocente che si spegne appena.
“Mamma? Tutto ok?” chiede, la voce bassa, come se avesse sentito un rumore strano.
Io annuisco in fretta, abbasso gli occhi e passo sfiorandolo. “Sì, sì, buona notte, amore.”
Lo sento parlare col nonno, in cucina. Non mi fermo a sentire cosa dicono, sto bruciando, la faccia, la bocca, la fica. Entro nella mia stanza e chiudo la porta.
Mi sdraio sul letto, nuda sotto il lenzuolo sottile. Le labbra gonfie pulsano ancora, il sapore di papà mi riempie la bocca, tra le gambe sono bagnata fradicia. Quei dieci secondi in più, Lorenzo che stava per entrare... se fossi rimasta un attimo di più, se avessi esitato... mi ha fatto venire senza che nessuno mi toccasse.
Stasera, per la prima volta dopo tanto tempo.
Metto la mano destra sulla coscia di Lorenzo, un buffetto affettuoso, come ho sempre fatto. “Tutto ok, amore?” chiedo piano, sorridendo. Lui annuisce senza togliere le cuffie, posa la mano sulla mia per un secondo, stringe lieve, poi torna a guardare fuori. Io ritiro la mano, ma sento il calore della sua gamba sotto il palmo, il muscolo teso, giovane.
Non parlo molto. Il silenzio mi permette di pensare. Ogni chilometro che si avvicina alla casa mi fa stringere lo stomaco, ma non è solo ansia. È qualcos’altro. Un calore familiare, che sale piano dalle cosce e mi fa spostare sul sedile. So che stasera succederà di nuovo. Succede sempre, quando torno qui. Da anni. Da quando loro erano ancora bambini, quando ero sposata, quando mio marito era ancora vivo e pensava che le estati dal suocero fossero solo “vacanze in famiglia”.
Il ricordo mi fa arrossire anche ora, sola in macchina con i miei figli. Mi mordo il labbro inferiore, stringo le cosce. Il vestito sfiora direttamente la pelle nuda – niente reggiseno, niente mutande. Non li metto mai quando vengo qui. Papà non lo sopporta. Dice che è “inutile”. E io obbedisco, anche se non lo dice più ad alta voce da anni. L’aria calda entra dal finestrino s’intrufola dentro il vestito fino a lambirmi le tette e sento già i capezzoli che si induriscono contro il cotone sottile, visibili se qualcuno guarda con attenzione. I ragazzi non guardano. O forse sì, ma non dicono niente.
Quando arriviamo, tutto è esattamente come l’anno scorso: la grande casa in pietra chiara, la bouganville che copre il portico, il profumo dei fiori e della terra calda, il frinire delle cicale. La piccola piscina è già piena d’acqua, papà ha già uscito le sdraio, alcune sedie, il tavolino. È sulla soglia. Abbraccia Lorenzo e Fabio con pacche forti sulle spalle, “bravi i miei uomini, cresciuti bene”. A me dà un bacio sulla guancia, ma la mano resta un secondo di troppo sulla schiena bassa, premendo appena. “Bentornata, piccola,” sussurra. Io abbasso gli occhi, sorrido come una bambina obbediente.
I ragazzi portano i bagagli al piano di sopra, nelle stanze degli ospiti. Io e papà restiamo giù: la mia stanza è la mia vecchia cameretta, quella dove dormivo prima di sposarmi, la sua è distante una porta, con i vestiti di mamma ancora appesi nell’armadio, nonostante sia morta da anni, i gioielli ancora nel portagioie vicino la finestra che dà sul giardino e sulla piscina, coperta solo da una tenda sottile.
Quando il sole cala, apparecchiamo in veranda. È fresca, coperta dalla tettoia di legno e dalle piante rampicanti che la schermano sui lati. Il profumo della sera e dei fiori si mescola a quello della cena appena preparata.
Papà siede a capotavola, i ragazzi ai lati, io porto i piatti a tavola, giro tra di loro. Ogni volta che mi chino per posare un piatto sento il vestito sfiorare la pelle nuda. L’aria tiepida mi accarezza tra le gambe, i capezzoli si segnano sul tessuto sottile. Lorenzo e Fabio chiacchierano, ridono, ma io sento gli occhi di papà su di me. Sempre. Come ogni volta.
Quando finiamo, i ragazzi salgono al piano di sopra per disfare i bagagli e farsi una doccia. Sento l’acqua partire quasi subito, due getti potenti che riempiono la casa di un rumore bianco costante.
Papà resta seduto, col bicchiere di vino in mano e la camicia sbottonata sul petto. Io sparecchio, raccolgo i piatti, le posate. Lui sposta la sedia all’indietro.
“Manuela, vieni qui.”
Il cuore mi salta in gola. mi sembra quasi di sorridere mentre poso i piatti, perché so che finalmente ci siamo.
Mi avvicino lentamente, le mani sui fianchi, e mi metto davanti a lui con le gambe leggermente aperte. Lui allunga le mani sotto la gonna, lentamente. Le dita ruvide mi accarezzano le cosce, salgono piano, sfiorano la pelle nuda. Arrivano alle natiche, le massaggiano con calma, le aprono quel tanto che basta. Da dietro, il pollice scivola giù tra le labbra della fica, gira intorno, sente quanto sono già bagnata. Lui emette un piccolo suono soddisfatto, quasi un grugnito. Poi il pollice torna più indietro, tocca il buco del culo, preme piano sul centro, gira intorno al bordo.
“Si è richiuso,” mormora, quasi tra sé. “Un anno intero senza di me... e il tuo culo si è dimenticato chi è il padrone.”
Io non rispondo subito, ho le guance in fiamme. Lui preme il dito un po’ più forte, gira ancora, come se stesse valutando la consistenza.
“È vero,” dico piano, la voce che trema appena. “Non sei venuto a Natale... e nemmeno a Pasqua...”
Lui ritrae il dito lentamente e lo lascia lì, sfiorando il bordo.
“Lo so, ma ora sono qui.” Risponde piano, quasi con tenerezza. “Ci penso io ad allargartelo di nuovo.”
Ci penso io. Quelle parole mi trafiggono ogni volta. Mio marito non l'ha mai voluto. Diceva che era "sporco", che non gli piaceva. Io annuivo, facevo la brava moglie, ma dentro ero insoddisfatta. Papà lo ripeteva sempre: "Hai scelto male, piccola". E ora eccomi qui, a farmi allargare di nuovo da lui, adesso come allora. Il bruciore del dito mi fa stringere le natiche, ma è un male buono. Un male che mi ricorda chi sono qui. Non una mamma, non una vedova rispettabile, ma la sua puttanella. Da sempre.
Lui si slaccia i pantaloni con calma, tira fuori il cazzo già semi-eretto, spesso, venoso, e mi fa inginocchiare tra le sue gambe.
“Succhiamelo piano. Come ti ho insegnato.”
Apro la bocca. Lo prendo sulla lingua prima, assaggio il sapore salato della pelle, poi lo avvolgo con le labbra. Lo lecco lentamente, dal basso verso l’alto, la lingua che preme sotto la cappella. Lui sospira rilassato, la testa buttata un po’ all’indietro. Non ha fretta. Io sì – il cuore batte forte, le mani sulle sue cosce tremano un po’. Sento il mio respiro accelerare, il calore che sale tra le gambe. Il vestito mi si appiccica alla schiena sudata.
Quando la lingua tocca la cappella il sapore mi invade – salato, muschiato, familiare come il pane di casa. Lo conosco da anni, questo sapore. Da quando avevo diciott’anni e mi ero appena sposata perché aspettavo Lorenzo, e lui ha deciso che meritavo una lezione per aver scelto un debole che non mi avrebbe mai scopata come meritavo. E io ho goduto fin dalla prima volta
Succhio piano, come mi ha insegnato lui. La gola che si apre lentamente, la saliva che cola, i capezzoli che diventano duri come chiodi. Sopra di noi l'acqua delle docce continua a scrosciare, ma ogni pausa mi fa sobbalzare. Se scendessero mi vedrebbero in ginocchio, a succhiare il cazzo del loro nonno. Vedrebbero la mamma che succhia come una troia. Il terrore mi stringe lo stomaco, ma è un terrore che mi fa pulsare la fica. Non voglio che scendano. Eppure una parte di me... una parte oscura, malata... vorrebbe che mi vedessero. Che sapessero. Che capissero chi sono davvero quando la porta si chiude.
Papà respira più forte. Il cazzo pulsa sulla lingua. Io succhio piano, la gola si apre e si chiude intorno a lui, la saliva mi cola sul mento. Mi mette una mano sulla nuca ma non spinge, la tiene solamente lì, godendosi il ritmo lento del pompino, il suo controllo totale.
Uno dei getti d’acqua al piano di sopra si spegne. Silenzio parziale, solo l’altro continua. Il cuore mi batte nelle orecchie. Non mi fermo. Lui non mi fa smettere. Anzi, la mano si stringe un po’ di più attorno ai miei capelli, un segnale silenzioso: continua.
Succhio più a fondo, la lingua che gira intorno alla cappella, la gola che si contrae. Il sapore salato mi riempie la bocca, familiare, inevitabile. Sopra di noi uno dei miei figli è ancora sotto la doccia, ma ora sento rumori: un cassetto che si apre e si chiude, qualcosa che cade per terra. Da un momento all’altro qualcuno scenderà.
Papà geme piano, basso, quasi un ronfio. Il cazzo si gonfia ancora di più sulla lingua. Io accelero furiosamente, terrorizzata, eccitata. Il secondo getto si spegne. Adesso il silenzio è totale, rotto solo dal mio succhiare bagnato e dal respiro pesante di papà.
Una porta si apre, sento dei rumori provenire dal ballatoio di sopra, dei passi sulle scale. Lenti, ma chiari.
Lui non si muove ancora. La sua mano sulla mia nuca mi tiene lì, ferma. Succhio più forte che posso, schiaccio il naso contro i suoi peli. Se sborrasse adesso me lo butterebbe direttamente nello stomaco, tanto il suo cazzo è piantato in profondità nella mia gola. Lui respira affannato ora, il corpo si tende.
Pochi secondi dopo finalmente geme, basso e profondo. Mi sborra in bocca, fiotti caldi e densi che ingoio in fretta, senza farne cadere una goccia. Il sapore familiare mi riempie, mi fa girare la testa.
I passi arrivano in fondo alle scale.
Papà si sistema i pantaloni con calma, mi fa alzare con un gesto semplice, quasi gentile. Io mi pulisco la bocca col dorso della mano, mi sento le labbra gonfie e ancora calde, il sapore denso mi resta in gola come un marchio. Sto per chinarmi a raccogliere gli ultimi piatti quando lui dice, tranquillo: “Non preoccuparti, sparecchio io.”
Io annuisco, balbetto un “grazie, papà”, e corro dentro. Sulla porta della cucina c’è Lorenzo. Ha i capelli ancora bagnati, che gli gocciolano sul collo. Mi fermo di colpo. Il cuore mi esplode nel petto. Lui mi guarda, un secondo di troppo, il sorriso innocente che si spegne appena.
“Mamma? Tutto ok?” chiede, la voce bassa, come se avesse sentito un rumore strano.
Io annuisco in fretta, abbasso gli occhi e passo sfiorandolo. “Sì, sì, buona notte, amore.”
Lo sento parlare col nonno, in cucina. Non mi fermo a sentire cosa dicono, sto bruciando, la faccia, la bocca, la fica. Entro nella mia stanza e chiudo la porta.
Mi sdraio sul letto, nuda sotto il lenzuolo sottile. Le labbra gonfie pulsano ancora, il sapore di papà mi riempie la bocca, tra le gambe sono bagnata fradicia. Quei dieci secondi in più, Lorenzo che stava per entrare... se fossi rimasta un attimo di più, se avessi esitato... mi ha fatto venire senza che nessuno mi toccasse.
Stasera, per la prima volta dopo tanto tempo.
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