Estate di sottomissione (5° Capitolo. Ritorno a casa)
di
Bardamu
genere
incesti
In auto, il ronzio del motore è un suono basso, appiccicoso. La strada scorre lenta sotto le ruote, il paesaggio cambia piano da quello della campagna a quello della città che ci aspetta. Io guido, Lorenzo è seduto al mio fianco, Fabio dietro, sdraiato sul sedile con la testa appoggiata al finestrino e gli auricolari messi, ma non sento alcuna musica.
Il silenzio in macchina è confortante, mi permette di pensare. Tengo le mani sul volante, ma la mente è altrove. Torna sempre lì, alle ultime settimane.
Da quando papà mi ha “passata” a loro, il mio corpo non ha più avuto pace. Mi hanno scopata ovunque, in tutti i modi possibili. Mattina, pomeriggio, sera, notte. Mi hanno riempito la fica e il culo fino a farmi urlare, alternandosi, cambiando buchi, a volte uno solo, a volte insieme. Mi hanno fatto bere litri di sborra – calda, densa, amara – direttamente in gola o sulle tette, poi me la facevano leccare via con la lingua, ridendo piano mentre io obbedivo bagnata fradicia. Mi hanno tenuta in ginocchio per ore mentre giocavano ai videogiochi: la bocca piena delle loro palle, la lingua che girava lenta, il sapore salato che mi invadeva, e loro che commentavano la partita come se niente fosse.
Il ricordo mi fa stringere le cosce. Sorrido da sola, un sorriso che mi sfugge, pensando a quanto il mio culo sia stato pieno in quei giorni. Lorenzo se ne accorge subito – mi guarda di lato, incuriosito. “Perché ridi?”
Io scuoto la testa, ancora sorridendo, gli occhi sulla strada. “No, niente… stavo pensando a quella volta… alla sorpresa che avete fatto al nonno.”
Lui accenna un sorriso. “Ah, quella. Il giorno del culo largo.”
Fabio dal sedile dietro si toglie un auricolare, si sporge un po’ in avanti. “Cazzo, sì. Ancora non ci credo che gliel’abbiamo detto in faccia.” E ridono. Ridiamo tutti.
Io continuo a guidare, ma la mente torna lì. Ricordo il pomeriggio in cui papà era uscito per un impegno e non sarebbe tornato prima di sera. Appena la sua macchina era sparita in fondo alla strada, Lorenzo e Fabio si sono guardati con quel sorriso complice che ormai conosco a memoria. Non mi hanno detto niente, solo mi hanno preso per mano e hanno iniziato. Mi hanno scopato il culo tutto il giorno, solo il culo, senza mai lasciarlo vuoto. Cucina, soggiorno, giardino, piscina – ogni stanza, ogni angolo. Ore di spinte continue, di riempimenti senza sosta, fino a quando il mio culo era sfondato e aperto come non mai.
Quando papà è tornato la sera, eravamo tutti e tre in piscina: io seduta a bordo vasca, i piedi a mollo nell’acqua fresca, loro sdraiati sui lettini, nudi, i cazzi ancora lucidi per le interminabili scopate. Appena l’hanno visto arrivare mi hanno fatto alzare. Lorenzo mi ha spalancato le natiche, Fabio ha riso e ha detto, orgoglioso, quasi goliardico: “Guarda nonno, guarda che culo largo le abbiamo fatto.”
Papà ha guardato il mio buco dilatato, arrossato, ancora aperto ed è scoppiato a ridere. Quel riso mi ha scaldato il cuore: mi sono chinata sulla spalla di Lorenzo e gli ho dato un bacio leggero, come a dire: “ti voglio bene.”
E mentre lo facevo, con la faccia appoggiata lì, il calore della sua pelle contro la mia guancia, ho sentito che era proprio così: un bene vero, profondo, che andava oltre il gioco. Quella notte, poche ore dopo, l’ho capito ancora di più. Eravamo nella mia camera da letto e loro avevano ripreso a scoparmi in modo furioso: Fabio nella fica, Lorenzo che mi sconquassava il culo da dietro. Stoccate tremende che mi facevano sobbalzare tutto il corpo. Lorenzo mi aveva tappato la bocca con la mano per soffocare i gemiti, ma non serviva a molto; uscivano lo stesso, strozzati, disperati. Poi la porta si era aperta piano. Papà, in boxer e maglietta, scalzo, i capelli arruffati dal sonno, era fermo sulla soglia. Era stato svegliato dai miei gemiti ma non era seccato, anzi, ci guardava quasi compiaciuto – come se in fondo avesse sempre saputo che sarebbe finita così. Si è avvicinato vicinissimo a me, ha notato il collare che i ragazzi mi avevano messo e ha sorriso appena, orgoglioso dei suoi nipoti. Io ho cominciato a strofinarmi la faccia contro i suoi boxer, respirando il suo odore caldo e familiare, fino a quando se li è calati. Subito l’ho preso in bocca e ho cominciato a succhiarlo con gratitudine, mentre Lorenzo e Fabio continuavano a scoparmi.
Quel bacio sulla spalla di Lorenzo, quel “ti voglio bene” silenzioso, era già lì, già vero. E quando papà è entrato e si è unito senza dire una parola, ho capito che non eravamo più solo un gioco a tre o a quattro: eravamo diventati una cosa sola, una famiglia strana, sporca, perfetta.
Da quel giorno in poi, il collare è diventato una presenza fissa nelle mie giornate. Non lo toglievamo più dopo la scopata; lo lasciavamo al collo per ore, a volte per tutta la giornata. Era semplice, come quello che si mette ai cagnolini, nero, con un anello metallico, e ogni volta che lo sentivo stringere leggermente quando mi muovevo, mi ricordava chi ero in quei momenti: la loro troia. Obbediente come un cane. E come un cane a volte mi portavano a spasso per il giardino tenendomi per l’anello con un guinzaglio improvvisato – la cintura della mia vestaglia, una corda morbida – nuda, a quattro zampe sull’erba. Camminavo piano, il culo in alto, le ginocchia che sfregavano sul prato umido, e loro ridevano piano, tirando appena per farmi accelerare. Poi, all’improvviso, mi facevano rotolare sull’erba, mi spalancavano le gambe e iniziavano a scoparmi lì, sotto il sole o al chiaro di luna, il collare che tintinnava a ogni spinta.
L’atmosfera in casa era come una continua festa, una vacanza infinita. Non c’era mai cattiveria vera, mai la voglia di umiliarmi sul serio. Il collare, le scopate brutali, le sculacciate che mi lasciavano il culo rosso, il chiamarmi “troia” mille volte al giorno… era tutto teatro. Io recitavo la parte della troia, loro recitavano quella dei padroni giovani e affamati, e papà quella del regista calmo. Ma sotto c’era affetto, rispetto, voglia di giocare insieme. Nessuno mi ha mai fatto sentire meno di quello che sono. Loro hanno imparato a separare perfettamente le due me, con una precisione che mi stupisce ancora. Non c’è mai sovrapposizione, mai un momento in cui i confini si confondono. È come se avessero due interruttori distinti, e sanno esattamente quando azionarne uno o l’altro.
C’è la madre che si alza per prima al mattino e prepara la colazione, che li sgrida se lasciano le scarpe in giro o se in bagno sembra sia passato un tornado, che li ha cresciuti e che li ascolta quando parlano di scuola o di ragazze e ride alle loro battute stupide. E poi c’è la troia: quella che si apre senza esitare, che si inginocchia subito pronta a prendere il loro cazzo in bocca, che geme i loro nomi come una litania mentre la riempiono, che si lascia scopare ovunque – bendata e legata all’anta dell’armadio, o sul letto con uno dei due che le tiene le gambe tirate indietro fin quasi sopra la testa mentre l’altro le martella il culo come una furia. Quella che adora il loro sperma che cola piano lungo le cosce, che trema quando la penetrano insieme e si sente piena fino all’inverosimile...
Ma il confine è netto, chirurgico. Finito il sesso – quando i respiri si calmano, quando i corpi si separano piano e il sudore si raffredda sulla pelle – tornano immediatamente i ragazzi affettuosi.
Due Manuela. Due ruoli netti, precisi, complementari. Non c’è gerarchia tra le due, non c’è vergogna né conflitto. La prima non giudica la seconda, la seconda non umilia la prima. Si alternano con naturalezza, come il giorno e la notte, e io le vivo entrambe senza sforzo. Anzi: le amo entrambe. Perché in fondo è proprio questa duplicità che mi fa sentire intera. Desiderata come troia, amata come madre. E loro – Lorenzo e Fabio – lo capiscono perfettamente. Non mi chiedono di scegliere.
Il rumore dei bagagli che toccano il pavimento del corridoio è l’unico suono per un secondo. Un rumore di valigie buttate lì, senza cura, come se non importasse più niente se non quello che sta per succedere.
Fabio si muove silenzioso, come un predatore che non vuole spaventare la preda. Sento il suo respiro caldo sulla nuca prima ancora di sentire le sue mani. Mi arriva da dietro, il petto contro la mia schiena, e con un gesto lento, quasi cerimonioso, mi mette al collo il collare. Lo stringe quel tanto che basta per farmi sentire la pressione, ma non troppo da far male. Contemporaneamente preme il cazzo duro contro il mio culo, sfregandolo piano attraverso i vestiti, un movimento lento, possessivo, che mi fa chiudere gli occhi dal piacere.
“Sono ore che ce l’ho duro, mamma.” sussurra contro il mio orecchio. “Se ti fermavi in quell’autogrill ti avrei scopato nei cessi come una puttana.”
Io sorrido, girando appena la testa verso di lui. “Perché non me l’hai detto?”
La mia voce è leggera, maliziosa, ma dentro sento già il calore che sale. Il collare è chiuso. Il gioco è ricominciato.
Mi volto verso Lorenzo. È inginocchiato vicino al mio beauty case, sta tirando fuori il tubetto del lubrificante. Alza lo sguardo su di me. I nostri occhi si incontrano. Gli sorrido – un sorriso vero, d’amore, di gratitudine, di felicità. Lui ricambia, ma con gli occhi che brillano di desiderio.
Fabio mi afferra per l’anello del collare, tira piano ma deciso. “Andiamo di là, troia.”
Mi porta in camera da letto. Lorenzo ci segue dietro, silenzioso, il tubetto di lubrificante ancora in mano. Mentre camminiamo nel corridoio mi molla una sculacciata secca. Lo schiocco riempie l’aria, il culo brucia subito. Fabio ride, tira l’anello del collare per farmi accelerare il passo.
Il letto ci aspetta con le lenzuola ancora sgualcite dall’ultima volta che ci ho dormito. Fabio si avvicina da dietro, le mani sull’orlo del vestito leggero. Lo tira su piano, me lo sfila dalla testa. Io alzo le braccia per aiutarlo, il tessuto scivola via, lasciandomi nuda, il collare al collo come unico indumento.
Mi sdraio sulla schiena, le gambe leggermente divaricate. Fabio si china su di me e mi prende per le cosce tirandomi a sé di colpo. Il mio culo arriva proprio sul bordo del materasso, le gambe spalancate in aria, la fica esposta, bagnata, aperta per lui. Lui si slaccia i pantaloni, il cazzo duro salta subito fuori. Me lo punta contro, spinge piano all’inizio – la cappella apre le labbra, poi l’asta scivola dentro, profonda, fino in fondo. Inizia a scoparmi così, ritmico, profondo, le mani che mi tengono le cosce aperte, i pollici che premono sulla pelle, quasi a tenermi ferma per godere meglio. Ogni affondo mi manda scariche di piacere. La fica lo accoglie tutto, affamata: si contrae intorno a lui a ogni uscita e rientro. Gemo senza ritegno, la voce rotta, le mani che afferrano le lenzuola.
Lorenzo sale sul letto e si inginocchia accanto alla mia testa. Mi gira il viso verso di lui, il cazzo duro mi sfiora le labbra. Io apro subito la bocca e inizio a succhiarlo, famelica. La lingua gira intorno al glande, le labbra gli si chiudono attorno in un bacio umido. Lui spinge piano, all’inizio, poi sempre più deciso. Le mani nei miei capelli guidano il ritmo.
Sotto, Fabio continua a scoparmi con colpi secchi e profondi, i nostri corpi sbattono tra loro, il letto cigola. Sono piena da entrambi i lati. Il piacere sale veloce, il corpo trema, le cosce si contraggono intorno ai fianchi di Fabio, la gola si stringe intorno al cazzo di Lorenzo.
Non credo di essermi mai sentita così viva.
Restiamo sdraiati sul letto. Io in mezzo, nuda, sudata, il respiro ancora corto. Con una mano stringo il cazzo di Fabio, ancora mezzo duro, caldo e bagnato della mia fica e della sua sborra. Lorenzo è dietro di me, il suo cazzo semiduro è ancora dentro il mio culo, non spinge più, resta lì, come se non volesse uscire del tutto. Mi abbraccia da dietro, il petto contro la mia schiena, il braccio intorno alla vita.
Mi sussurra all’orecchio: “Tutto ok, mamma?”
“Sì” rispondo, girando appena la testa per baciarlo sulla guancia. “Tutto ok.”
Fabio apre gli occhi, quasi assonnati, innocenti, come un ragazzo che si è appena svegliato da un pisolino. Mi guarda con un mezzo sorriso sulle labbra, poi, con un gesto lento, quasi distratto, le dita scendono sul mio seno, lo sfiorano, come per accertarsi che io sia davvero lì.
“Noi ti vogliamo bene, lo sai, vero?”
Io chiudo gli occhi un attimo, sento il cazzo di Lorenzo pulsare piano dentro di me, la mano che stringe quello di Fabio.
“Sì” sussurro. “Lo so benissimo.”
Il silenzio in macchina è confortante, mi permette di pensare. Tengo le mani sul volante, ma la mente è altrove. Torna sempre lì, alle ultime settimane.
Da quando papà mi ha “passata” a loro, il mio corpo non ha più avuto pace. Mi hanno scopata ovunque, in tutti i modi possibili. Mattina, pomeriggio, sera, notte. Mi hanno riempito la fica e il culo fino a farmi urlare, alternandosi, cambiando buchi, a volte uno solo, a volte insieme. Mi hanno fatto bere litri di sborra – calda, densa, amara – direttamente in gola o sulle tette, poi me la facevano leccare via con la lingua, ridendo piano mentre io obbedivo bagnata fradicia. Mi hanno tenuta in ginocchio per ore mentre giocavano ai videogiochi: la bocca piena delle loro palle, la lingua che girava lenta, il sapore salato che mi invadeva, e loro che commentavano la partita come se niente fosse.
Il ricordo mi fa stringere le cosce. Sorrido da sola, un sorriso che mi sfugge, pensando a quanto il mio culo sia stato pieno in quei giorni. Lorenzo se ne accorge subito – mi guarda di lato, incuriosito. “Perché ridi?”
Io scuoto la testa, ancora sorridendo, gli occhi sulla strada. “No, niente… stavo pensando a quella volta… alla sorpresa che avete fatto al nonno.”
Lui accenna un sorriso. “Ah, quella. Il giorno del culo largo.”
Fabio dal sedile dietro si toglie un auricolare, si sporge un po’ in avanti. “Cazzo, sì. Ancora non ci credo che gliel’abbiamo detto in faccia.” E ridono. Ridiamo tutti.
Io continuo a guidare, ma la mente torna lì. Ricordo il pomeriggio in cui papà era uscito per un impegno e non sarebbe tornato prima di sera. Appena la sua macchina era sparita in fondo alla strada, Lorenzo e Fabio si sono guardati con quel sorriso complice che ormai conosco a memoria. Non mi hanno detto niente, solo mi hanno preso per mano e hanno iniziato. Mi hanno scopato il culo tutto il giorno, solo il culo, senza mai lasciarlo vuoto. Cucina, soggiorno, giardino, piscina – ogni stanza, ogni angolo. Ore di spinte continue, di riempimenti senza sosta, fino a quando il mio culo era sfondato e aperto come non mai.
Quando papà è tornato la sera, eravamo tutti e tre in piscina: io seduta a bordo vasca, i piedi a mollo nell’acqua fresca, loro sdraiati sui lettini, nudi, i cazzi ancora lucidi per le interminabili scopate. Appena l’hanno visto arrivare mi hanno fatto alzare. Lorenzo mi ha spalancato le natiche, Fabio ha riso e ha detto, orgoglioso, quasi goliardico: “Guarda nonno, guarda che culo largo le abbiamo fatto.”
Papà ha guardato il mio buco dilatato, arrossato, ancora aperto ed è scoppiato a ridere. Quel riso mi ha scaldato il cuore: mi sono chinata sulla spalla di Lorenzo e gli ho dato un bacio leggero, come a dire: “ti voglio bene.”
E mentre lo facevo, con la faccia appoggiata lì, il calore della sua pelle contro la mia guancia, ho sentito che era proprio così: un bene vero, profondo, che andava oltre il gioco. Quella notte, poche ore dopo, l’ho capito ancora di più. Eravamo nella mia camera da letto e loro avevano ripreso a scoparmi in modo furioso: Fabio nella fica, Lorenzo che mi sconquassava il culo da dietro. Stoccate tremende che mi facevano sobbalzare tutto il corpo. Lorenzo mi aveva tappato la bocca con la mano per soffocare i gemiti, ma non serviva a molto; uscivano lo stesso, strozzati, disperati. Poi la porta si era aperta piano. Papà, in boxer e maglietta, scalzo, i capelli arruffati dal sonno, era fermo sulla soglia. Era stato svegliato dai miei gemiti ma non era seccato, anzi, ci guardava quasi compiaciuto – come se in fondo avesse sempre saputo che sarebbe finita così. Si è avvicinato vicinissimo a me, ha notato il collare che i ragazzi mi avevano messo e ha sorriso appena, orgoglioso dei suoi nipoti. Io ho cominciato a strofinarmi la faccia contro i suoi boxer, respirando il suo odore caldo e familiare, fino a quando se li è calati. Subito l’ho preso in bocca e ho cominciato a succhiarlo con gratitudine, mentre Lorenzo e Fabio continuavano a scoparmi.
Quel bacio sulla spalla di Lorenzo, quel “ti voglio bene” silenzioso, era già lì, già vero. E quando papà è entrato e si è unito senza dire una parola, ho capito che non eravamo più solo un gioco a tre o a quattro: eravamo diventati una cosa sola, una famiglia strana, sporca, perfetta.
Da quel giorno in poi, il collare è diventato una presenza fissa nelle mie giornate. Non lo toglievamo più dopo la scopata; lo lasciavamo al collo per ore, a volte per tutta la giornata. Era semplice, come quello che si mette ai cagnolini, nero, con un anello metallico, e ogni volta che lo sentivo stringere leggermente quando mi muovevo, mi ricordava chi ero in quei momenti: la loro troia. Obbediente come un cane. E come un cane a volte mi portavano a spasso per il giardino tenendomi per l’anello con un guinzaglio improvvisato – la cintura della mia vestaglia, una corda morbida – nuda, a quattro zampe sull’erba. Camminavo piano, il culo in alto, le ginocchia che sfregavano sul prato umido, e loro ridevano piano, tirando appena per farmi accelerare. Poi, all’improvviso, mi facevano rotolare sull’erba, mi spalancavano le gambe e iniziavano a scoparmi lì, sotto il sole o al chiaro di luna, il collare che tintinnava a ogni spinta.
L’atmosfera in casa era come una continua festa, una vacanza infinita. Non c’era mai cattiveria vera, mai la voglia di umiliarmi sul serio. Il collare, le scopate brutali, le sculacciate che mi lasciavano il culo rosso, il chiamarmi “troia” mille volte al giorno… era tutto teatro. Io recitavo la parte della troia, loro recitavano quella dei padroni giovani e affamati, e papà quella del regista calmo. Ma sotto c’era affetto, rispetto, voglia di giocare insieme. Nessuno mi ha mai fatto sentire meno di quello che sono. Loro hanno imparato a separare perfettamente le due me, con una precisione che mi stupisce ancora. Non c’è mai sovrapposizione, mai un momento in cui i confini si confondono. È come se avessero due interruttori distinti, e sanno esattamente quando azionarne uno o l’altro.
C’è la madre che si alza per prima al mattino e prepara la colazione, che li sgrida se lasciano le scarpe in giro o se in bagno sembra sia passato un tornado, che li ha cresciuti e che li ascolta quando parlano di scuola o di ragazze e ride alle loro battute stupide. E poi c’è la troia: quella che si apre senza esitare, che si inginocchia subito pronta a prendere il loro cazzo in bocca, che geme i loro nomi come una litania mentre la riempiono, che si lascia scopare ovunque – bendata e legata all’anta dell’armadio, o sul letto con uno dei due che le tiene le gambe tirate indietro fin quasi sopra la testa mentre l’altro le martella il culo come una furia. Quella che adora il loro sperma che cola piano lungo le cosce, che trema quando la penetrano insieme e si sente piena fino all’inverosimile...
Ma il confine è netto, chirurgico. Finito il sesso – quando i respiri si calmano, quando i corpi si separano piano e il sudore si raffredda sulla pelle – tornano immediatamente i ragazzi affettuosi.
Due Manuela. Due ruoli netti, precisi, complementari. Non c’è gerarchia tra le due, non c’è vergogna né conflitto. La prima non giudica la seconda, la seconda non umilia la prima. Si alternano con naturalezza, come il giorno e la notte, e io le vivo entrambe senza sforzo. Anzi: le amo entrambe. Perché in fondo è proprio questa duplicità che mi fa sentire intera. Desiderata come troia, amata come madre. E loro – Lorenzo e Fabio – lo capiscono perfettamente. Non mi chiedono di scegliere.
Il rumore dei bagagli che toccano il pavimento del corridoio è l’unico suono per un secondo. Un rumore di valigie buttate lì, senza cura, come se non importasse più niente se non quello che sta per succedere.
Fabio si muove silenzioso, come un predatore che non vuole spaventare la preda. Sento il suo respiro caldo sulla nuca prima ancora di sentire le sue mani. Mi arriva da dietro, il petto contro la mia schiena, e con un gesto lento, quasi cerimonioso, mi mette al collo il collare. Lo stringe quel tanto che basta per farmi sentire la pressione, ma non troppo da far male. Contemporaneamente preme il cazzo duro contro il mio culo, sfregandolo piano attraverso i vestiti, un movimento lento, possessivo, che mi fa chiudere gli occhi dal piacere.
“Sono ore che ce l’ho duro, mamma.” sussurra contro il mio orecchio. “Se ti fermavi in quell’autogrill ti avrei scopato nei cessi come una puttana.”
Io sorrido, girando appena la testa verso di lui. “Perché non me l’hai detto?”
La mia voce è leggera, maliziosa, ma dentro sento già il calore che sale. Il collare è chiuso. Il gioco è ricominciato.
Mi volto verso Lorenzo. È inginocchiato vicino al mio beauty case, sta tirando fuori il tubetto del lubrificante. Alza lo sguardo su di me. I nostri occhi si incontrano. Gli sorrido – un sorriso vero, d’amore, di gratitudine, di felicità. Lui ricambia, ma con gli occhi che brillano di desiderio.
Fabio mi afferra per l’anello del collare, tira piano ma deciso. “Andiamo di là, troia.”
Mi porta in camera da letto. Lorenzo ci segue dietro, silenzioso, il tubetto di lubrificante ancora in mano. Mentre camminiamo nel corridoio mi molla una sculacciata secca. Lo schiocco riempie l’aria, il culo brucia subito. Fabio ride, tira l’anello del collare per farmi accelerare il passo.
Il letto ci aspetta con le lenzuola ancora sgualcite dall’ultima volta che ci ho dormito. Fabio si avvicina da dietro, le mani sull’orlo del vestito leggero. Lo tira su piano, me lo sfila dalla testa. Io alzo le braccia per aiutarlo, il tessuto scivola via, lasciandomi nuda, il collare al collo come unico indumento.
Mi sdraio sulla schiena, le gambe leggermente divaricate. Fabio si china su di me e mi prende per le cosce tirandomi a sé di colpo. Il mio culo arriva proprio sul bordo del materasso, le gambe spalancate in aria, la fica esposta, bagnata, aperta per lui. Lui si slaccia i pantaloni, il cazzo duro salta subito fuori. Me lo punta contro, spinge piano all’inizio – la cappella apre le labbra, poi l’asta scivola dentro, profonda, fino in fondo. Inizia a scoparmi così, ritmico, profondo, le mani che mi tengono le cosce aperte, i pollici che premono sulla pelle, quasi a tenermi ferma per godere meglio. Ogni affondo mi manda scariche di piacere. La fica lo accoglie tutto, affamata: si contrae intorno a lui a ogni uscita e rientro. Gemo senza ritegno, la voce rotta, le mani che afferrano le lenzuola.
Lorenzo sale sul letto e si inginocchia accanto alla mia testa. Mi gira il viso verso di lui, il cazzo duro mi sfiora le labbra. Io apro subito la bocca e inizio a succhiarlo, famelica. La lingua gira intorno al glande, le labbra gli si chiudono attorno in un bacio umido. Lui spinge piano, all’inizio, poi sempre più deciso. Le mani nei miei capelli guidano il ritmo.
Sotto, Fabio continua a scoparmi con colpi secchi e profondi, i nostri corpi sbattono tra loro, il letto cigola. Sono piena da entrambi i lati. Il piacere sale veloce, il corpo trema, le cosce si contraggono intorno ai fianchi di Fabio, la gola si stringe intorno al cazzo di Lorenzo.
Non credo di essermi mai sentita così viva.
Restiamo sdraiati sul letto. Io in mezzo, nuda, sudata, il respiro ancora corto. Con una mano stringo il cazzo di Fabio, ancora mezzo duro, caldo e bagnato della mia fica e della sua sborra. Lorenzo è dietro di me, il suo cazzo semiduro è ancora dentro il mio culo, non spinge più, resta lì, come se non volesse uscire del tutto. Mi abbraccia da dietro, il petto contro la mia schiena, il braccio intorno alla vita.
Mi sussurra all’orecchio: “Tutto ok, mamma?”
“Sì” rispondo, girando appena la testa per baciarlo sulla guancia. “Tutto ok.”
Fabio apre gli occhi, quasi assonnati, innocenti, come un ragazzo che si è appena svegliato da un pisolino. Mi guarda con un mezzo sorriso sulle labbra, poi, con un gesto lento, quasi distratto, le dita scendono sul mio seno, lo sfiorano, come per accertarsi che io sia davvero lì.
“Noi ti vogliamo bene, lo sai, vero?”
Io chiudo gli occhi un attimo, sento il cazzo di Lorenzo pulsare piano dentro di me, la mano che stringe quello di Fabio.
“Sì” sussurro. “Lo so benissimo.”
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