Il proibito (Figlio)

di
genere
incesti

Era passato quasi un mese da quando avevo scopato mia madre. Da allora mi ignorava praticamente, cercava di vedermi il meno possibile. Mi salutava al mattino con un veloce bacio sulla guancia, inventava qualche scusa sul motivo per cui non poteva esserci a cena, e poi mi dava la buonanotte sbrigativamente quando rientrava. Non girava più per casa con la sua vestaglia da notte mezza trasparente, o con magliette scollate, e quando io ero in boxer, cercando di provocarla, sembrava non notarmi nemmeno.
Qualche volta l’avevo sentita fare sesso con Paolo, il suo fidanzato. Pensava che dormissi già e lo invitava a casa di nascosto, come una ragazzina, si chiudeva in camera e io li sentivo. O meglio, sentivo lui, sentivo il letto cigolare, ma non sentivo neanche uno dei gemiti che era solita fare mia madre, quelli che le avevo provocato io. Non godeva con lui, o almeno non come godeva con me.
Provai a rispettare la sua decisione di dimenticarmi di quella sera e non ripeterla mai più, uscii con almeno una decina di ragazze, ma tutto sembrava inutile: non riuscivo a non pensare alle sue tette grandi e morbide, alla sua figa depilata, stretta, calda, a quella bocca umida che mi aveva divorato il cazzo e quello sguardo da porca che non avrei mai immaginato sul suo volto.
Avevo ancora bisogno di lei. Avevo bisogno di riaverla.

Quella notte, come tutte le altre, avevo provato a distrarmi con il solito video di incesto sul computer, ma ormai sapevo cosa si provava a farlo davvero e un porno su uno schermo non mi soddisfaceva più. Quello, le altre donne, il solo immaginare, non mi facevano più venire. C’era solo un modo per appagare quella incessante voglia.
Mi alzai, tirai su i boxer che avevo in fondo alle gambe e arrivai davanti alla stanza di mia madre che, ormai, dormiva sempre con la porta chiusa.
La aprii, cercando di non fare troppo rumore. La luce del corridoio illuminò mamma che se ne stava sdraiata a letto, supina, con il lenzuolo fino a metà busto e la braccia ai lati del corpo. Era bellissima: i capelli lunghi sparsi sul cuscino, le labbra arricciate in una smorfia beata, il seno che le usciva in due palle perfette dalla scollatura della vestaglia, un po’ troppo estiva per il periodo. Adesso che la avevo così vicina, potevo immaginare ancora la sua pelle liscia sotto le dita, la sua lingua attorno alla mia, le sue grandi labbra strusciare sulla mia asta.
Sentivo il cazzo premere contro i boxer provocandomi una sensazione bella e dolorosa allo stesso tempo, pensavo che sarebbe scoppiato se non l’avessi tirato fuori. Approfittai del sonno pesante di mamma e presi la sua mano, la portai sulle mie mutande, sul rigonfiamento ormai eccessivo, e la spostai avanti ed indietro per farglielo accarezzare. Intanto, anche io con il bacino mi muovevo per accompagnare i movimenti della sua mano guidata da me.
Poi, fu il momento di tirarlo fuori e farlo svettare davanti a lei. Peccato che non potesse vederlo, so quanto le sarebbe piaciuta la cappella grossa, gonfia, dura, bagnata. Mi lasciai sfuggire un sospiro di liberazione quando le sue dita furono finalmente sulla mia pelle nuda. Chiusi la mia mano attorno alla sua e le sue dita chiuse afferrarono, finalmente, la mia erezione. Il proibito, finalmente non lo era più così tanto.
Facevo su e giù piano, mentre l’altra mano aveva già abbassato la scollatura per fare uscire quelle meravigliose mammelle e quei capezzoli scuri che avrei voluto mordere, succhiare, leccare e torturare. La mia mano, guidando la sua, iniziò ad essere sempre più veloce, più rabbiosa, mentre non potevo fare a meno di grugnire soffocatamente.
«Mamma…» sfuggì dalle mie labbra, «Brava mamma, così.»
Lei si mosse, ed io immediatamente mi bloccai, sperando che non si svegliasse. Si girò su un fianco, sempre con gli occhi chiusi, e io aspettai ancora un momento per essere sicuro che non si sarebbe svegliata. Lasciai la sua mano, mi avvicinai ancora di più, e passai la cappella attorno al suo capezzolo, battendolo delicatamente su quei bei puntini ormai turgidi. Poi, fu il turno delle labbra. La strofinai e lei le aprì un po’ di più. Feci pressione per infilarglielo in bocca, ma avevo troppa paura che si svegliasse. Non perché si sarebbe arrabbiata, ma perché mi avrebbe costretto a smettere. Ed io, non avevo alcuna intenzione di smettere.
Con lentezza, tirai indietro le coperte per scoprire le sue gambe nude e lisce e i suoi piedini curati. Sollevai un po’ la vestaglia, fino a rivelare mutandine di pizzo bianche che coprivano a malapena la grandi labbra. Sfiorai il dito sulla stoffa sottile e rimasi sbalordito nel sentirle bagnate. Era possibile che, anche dormendo, si stesse eccitando?
«Che puttana Mà, sei proprio una troia…» sussurrai, mentre le mie dita premettero di più proprio sul clitoride, per poi iniziare ad accarezzarlo circolarmente.
Spostai gli slip e finalmente le mie dita furono bagnate dai suoi umori. Toccavo la figa di mia madre mentre segavo potentemente il mio cazzo. Sapevo che era questione di attimi prima di venire.
Un mugolio uscì dalla bocca di mia madre, lei si dimenò appena, poi aprì gli occhi. Cazzo!
«Giacomo! Ma cosa fai?» brontolò, tirandosi su appena con un occhio mezzo aperto e l’altro ancora chiuso.
Cercai di riflettere il più velocemente possibile. Potevo pregarla di farmi venire, potevo scusarmi ed andarmene via e, invece, provai a dire solo: «Stai sognando, è solo un sogno.»
Subito sembrò dubbiosa, alzò un sopracciglio in confusione, poi si rimise giù e richiuse gli occhi. Poteva, davvero, averci creduto? Rimasi un attimo immobile, senza capire cosa avrei dovuto fare, ma il mio uccello chiedeva pietà e io avevo bisogno di lei. Le aprii le gambe e lei se lo lasciò fare. Mi abbassai, baciai l’interno coscia, e lei se lo lasciò fare. Puntai il cazzo proprio davanti alla sua figa, lo strusciai sulle pronunciate grandi labbra e lei se lo lasciò fare e, infine, mi permise anche di entrarle dentro.
Un colpo secco, deciso, mi bastò inginocchiarmi sul materasso, alzarle entrambe le gambe sulle mie spalle e affondare dentro di lei con tutta la forza che avevo. Felicità: è l’unica cosa che provai in quel momento. Ero uscito da lì quando ero nato, e ora stavo di nuovo entrando dentro.
«Giacomo… Oddio…» Mugolava lei, dimenandosi sotto il mio peso mentre io la scopavo come un forsennato.
«Sì mamma, brava, godi!» le ordinavo, «Guarda quanto sei puttana. Sogni tuo figlio che ti scopa? Sogni che ti venga a chiavare nella notte mentre dormi? Che ti usi come una puttana?» le parole uscivano liberamente, ed anche io uscivo ed entravo con una velocità tremenda, colpi forti, come se potessi arrivarle fino all’intestino.
Lei aveva appoggiato le mani alle mie natiche e guidava i movimenti come se non le bastasse, come se volesse sempre di più. Lasciai una scia di saliva sulle sue tette, lungo il suo collo, sulle sue labbra quando la baciai. Avevo perso qualsiasi lucidità, grugnivo al suo orecchio come un animale preso dal suo istinto più primordiale, le stringevo il collo, le tette, la faccia, la baciavo e mordevo ovunque. Era mia, di nuovo.
Uscii completamente da lei, poi rientrai, poi uscii di nuovo e con un colpo secco rientrai. Lei aveva iniziato a toccarsi il clitoride con le dita, a stuzzicarlo velocemente. Indice e medio passavano da una parte all’altra, poi circolarmente, poi a destra e a sinistra.
«Mi sei mancato amore mio, mi sei mancato tantissimo…» gemeva lei, e mi sembrò più sveglia che mai, ormai aveva perso anche lei qualsiasi freno e ogni morale.
«Non ti basta Paolo?»
«No! Lui non mi fa godere così, non è come te. Nessuno mi scopa così, nessuno ha un cazzo così giovane ed è così bello e prestante!» urlava, anche se io avevo rallentato i miei movimenti.
Ricominciai più forte di prima e lei venne, sotto di me, tremando e urlando il mio nome mentre sentivo che mi inondava il cazzo sempre di più: «Oh Giacomo sì, bimbo mio… Che maiale che sei… Fammi venire, sì, sì, sì, fai venire la tua mamma… Così…» e si scosse sotto di me, stringendomi a lei.
Uscii dalla sua figa, le feci aprire la bocca e glielo infilai in gola appena prima di sborrare. Fiotti potenti le riempirono la bocca, venni come non ero mai venuto in vita mia, neanche la prima volta che l’avevo riempita. Fu la sensazione migliore del mondo, mi sentii libero, appagato, felice.

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scritto il
2026-02-01
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