Eva e il boss
di
Pesca Succosa
genere
dominazione
Dimitri e io ci vediamo di nascosto dei miei ormai da qualche settimana.
Da quando si è trasferito in città per i suoi affari, non riesco più a togliermelo dalla testa, soprattutto da quando mi ha baciata.
Cazzo se solo ci ripenso mi si drizzano i capelli dietro al collo. Se chiudo gli occhi e mi concentro, riesco ancora a sentire le sue labbra sulle mie, calde e morbide, la sua lingua dentro la mia bocca che mi cerca avidamente. Sento la sua mano sul mio fianco che mi stringe intrappolandomi. Se tutte le trappole fossero così, ah! Dio! Cosa non mi farei fare da quell’uomo?!
Lo aspetto per strada, un po’ più lontano da casa, in modo da non farmi vedere dai miei. Avere diciannove anni è inutile se a casa hai due genitori iperprotettivi che ti rompono il cazzo in continuazione perché sei attratta da uno dieci anni più grande di te che con tutta probabilità è un boss della Bratva, la mafia russa.
Beh, sai cosa mammina? Impallidiresti se sapessi cosa c’è dentro la testolina della tua figlioletta con un visino così pulito e innocente. Ah, papà! Se solo sapessi quanto vorrei farmi scopare da un uomo fatto e finito… E pericoloso, per giunta. Che non so perché, ma tu odi con tutto te stesso.
I fari della Mercedes di Dimitri mi illuminano proiettando una gigantesca ombra nel muro alle mie spalle. Sento le labbra incurvarsi spontanee in un sorriso e mi rendo conto di essere davvero felice di essere qui. Di salire sulla sua auto lussuosa e di farmi dare un bel bacio sulle labbra da lui.
«Ciao Eva», mi saluta per poi tornare con le mani tatuate sul volante e riprendere la marcia immediatamente.
Mi allaccio la cintura e poso lo sguardo su di lui, concentrato sulla strada davanti a noi. È bellissimo anche di profilo. Di solito di profilo facciamo sempre tutti schifo, ma lui no. Lui ha lo stesso profilo di un dio pagano, perfetto e… nient’altro, perché può essere solo dannatamente perfetto.
Dimitri si volta a guardarmi mentre siamo fermi a un semaforo.
«Avrei voluto portarti a vedere il tramonto, ma ho fatto tardi», mi dice quasi rimproverandosi, in un moto di romanticismo che non mi sarei aspettata da uno come… lui.
Scuoto la testa.
«Non c’è problema, a me va benissimo così», rispondo e lui mi appoggia una mano sulla coscia nuda. Non ho indossato altro che un mini dress bianco e intimo di pizzo sottilissimo. La sua mano è grande, con una rosa tatuata sul dorso e alcune lettere sulle dita. Solo a guardarle, la mia mente contorta manda delle scariche elettriche alla mia fica che già inizia a pulsare al pensiero di poterle avere dentro e sentirle muoversi.
Siamo usciti dalla città, Dimitri ha preso la strada per le zone balneari, diretto chissà dove.
«Gira la prossima a destra», gli dico.
«Perché?», mi domanda lui con una punta di curiosità nella voce.
«Tu gira» e metto la mia mano sulla sua, piccola e insignificante in confronto, invitandola a stringermi la gamba. Spero che Dimitri non sia uno di quelli che ha bisogno del disegnino per capire che ho voglia di farmi sbattere come si deve. E non me ne frega niente se dovrà farlo sui sedili posteriori della sua auto, anche perché questa cosa mi fa eccitare ancora di più!
Dimitri fa come gli dico e svolta l’angolo, prendendo una strada abbandonata dove c’è solo una piccola radura col rudere di un casolare abbandonato da anni.
«Parcheggia dietro», dico ancora e lui esegue, andando a nascondere la macchina dietro la vecchia costruzione di pietra. Spegne il motore e si gira a guardarmi interrogativo.
«Stai bene?»
«Non vorrai mica davvero il disegnino?», lo osservo allibita. Davvero non riesce a capire?
Non gli lascio il tempo di replicare ancora che mi slaccio la cintura e salgo a cavalcioni sulle sue gambe, cogliendolo alla sprovvista.
Lo guardo negli occhi e inizio a giocherellare con la sua cravatta nera, facendo finta di sistemargliela, ma in realtà vorrei solo che la usasse per legarmi e obbligarmi a stare ferma sotto di lui.
«Ti faccio il disegnino?», chiedo alla fine sussurrandogli all’orecchio. Lo sento ridacchiare.
All’improvviso mi afferra per i fianchi e mi solleva buttandomi, letteralmente, di nuovo sul sedile del passeggero. Gli basta premere un bottone per far si che il sedile si abbassi completamente e subito il panorama esterno viene coperto alla mia vista dal suo corpo robusto.
Sorrido.
«No, non mi serve il foglio delle istruzioni, ma potevi dirmelo e saremmo andati a casa mia», la sua voce si sta facendo più rauca.
Senza darmi la possibilità di controbattere mi bacia avidamente mettendo un ginocchio in mezzo alle mie gambe, costringendomi ad allargarle.
Dalla bocca scende sul collo, lasciando una scia umida con la lingua.
Nel frattempo le sue mani vagano sui miei fianchi, risalendo su fino al seno, palpandolo e stringendolo come a rivendicarne la proprietà. Non indosso il reggiseno e se ne accorge subito. I miei capezzoli diventano duri e spingono sulla stoffa sottile dell’abito. Dimitri ne approfitta e ne pizzica uno tra pollice e indice, facendomi sussultare ed eccitare allo stesso tempo.
Con una mossa che neanche un lottatore professionista si sognerebbe mai, le posizioni si invertono: lui è sdraiato sul sedile e io sono scivolata sopra di lui.
Continuiamo a baciarci e messa a cavalcioni sul suo bacino cerco di farlo sollevare tirandogli la cravatta. Nel momento in cui Dimitri si mette a sedere, sotto di me sento qualcosa di duro premere sulla mia intimità.
Non perdo altro tempo e inizio a strusciarmi sul suo cazzo anche se siamo entrambi ancora vestiti. Per fortuna indossa pantaloni neri, altrimenti sai che bella chiazza uscirebbe?
«Sei degna del tuo nome, cazzo», dice Dimitri tra un mugugno e un altro, evidentemente eccitato quanto lo sono io.
«Vuoi dire che ti sto tentando?», gli chiedo sbeffeggiandolo. «Non mi vuoi, Dimitri?», insisto sussurrandogli all’orecchio senza smettere di oscillare sulle sue gambe.
A sentire le mie parole mi afferra per le braccia spostandomi e apre la portiera dell’auto.
«Scendi»
«Ma che cazzo fai?!»
«Ho detto scendi! Ora», ringhia guardandomi in cagnesco.
Faccio come dice e scendo, sistemandomi il vestito. Dimitri mi segue, scendendo anche lui.
«In ginocchio», dice autoritario. Non l’ha ancora capito che così mi fa solo eccitare di più.
Pendo dalle sue labbra e mi metto in ginocchio ai suoi piedi. Si slaccia la cintura di pelle scura, poi apre il bottone dei pantaloni e tira giù la zip e con una semplice mossa tira fuori il suo cazzo dalle mutande.
E che cazzo. In tutti i sensi.
«Prendilo tutto in bocca. O vuoi il disegnino?», mi sfotte con un ghigno sulla faccia.
Eseguo i suoi ordini senza dire mezza parola, perché mi è venuta ancora più fame di prima.
Avvicino la bocca alla cappella lucida e la apro, accogliendolo duro e grosso dentro le mie fauci.
Inizio ad andare su e giù, facendo vorticare la lingua attorno all’asta rigida ma non riesco a prenderlo tutto, è troppo lungo per me.
La porzione che non riesco a infilarmi in bocca la ricopro con la mano ma Dimitri la schiaffeggia, allontanandola.
«Ho detto in bocca», dice iniziando a muoversi verso di me, ma mi allontano.
«Non ce la faccio», dico riprendendo un po’ di fiato. Dimitri dall’alto del suo metro e ottanta alza un sopracciglio, dopodiché inizia a sciogliersi il nodo della cravatta.
«Apri la bocca», comanda col suo accento russo marcato e io eseguo, senza fiatare.
Mi infila di nuovo il cazzo in bocca e contro ogni mia aspettativa, usa la sua cravatta per fare in modo di spingermi la testa ancora più avanti e ci riesce.
Il suo cazzo enorme entra tutto e inizia a muoversi fottendomi la bocca arrivando fino in gola, senza alcuna dignità.
Sento le lacrime uscirmi dagli occhi e bagnarmi le guance, ma a nessuno dei due importa, è chiaro che va bene così a entrambi.
Gli afferro le cosce e stringo e per quanto sia possibile lui aumenta il ritmo.
Respirare è difficile, quasi impossibile e tutto quello che esce dalla mia bocca sono suoni inconsulti e rumori da premio Oscar dei film porno.
Sento le mutandine di pizzo completamente bagnate dall’eccitazione. Allungo una mano e inizio a toccarmi ma Dimitri mi dà un leggero calcio alla mano, costringendomi a spostarla dalle mie zone intime.
«Non toccarti, non voglio che vieni oggi», e io obbedisco, anche questa volta, come un cane ai suoi ordini.
Come se volesse punirmi, molla leggermente la presa e sposta la cravatta che tiene fra le mani, avvolgendomela al collo un paio di volte per poi stringere, creando una specie di guinzaglio.
Ricomincia subito a pompare velocemente e con violenza dentro la mia bocca dolorante e arrossata dalle spinte rudi.
Riporto entrambe le mani sulle sue gambe.
Mi fanno male le ginocchia.
Mi fa male la bocca.
Respiro a malapena.
Non me ne frega un cazzo.
Continuo a farmi scopare come vuole lui, perché in questo preciso momento non sono in grado di fare nient’altro che questo.
Il mio cervello non riesce più a fare nessun ragionamento e più Dimitri stringe la cravatta attorno al mio collo, che è talmente esile che sono convinta potrebbe spezzarlo a mani nude, più sento delle scosse elettriche al basso ventre farsi sempre più minacciose.
Le pompate di Dimitri si fanno sempre più forti e veloci finché all’improvviso si tira indietro, uscendo completamente, lasciandomi con un vuoto.
«Tira fuori la lingua», ha la voce completamente arrochita ed è ancora più sexy del solito.
Apro la bocca e tiro fuori la lingua, consapevole di quello che farà da un momento all’altro.
Raggiunge l’orgasmo con l’aiuto di una mano, mentre con l’altra ancora mi tiene stretta al mio nuovo guinzaglio di seta nera, dandomi uno strattone in avanti per avvicinarmi di più.
Ringhiando esplode sulla mia lingua, ricoprendomi anche la faccia del suo liquido bianco e salato.
Occorre qualche secondo perché si scarichi completamente, ma sono pronta a scommettere che sarebbe in grado di ricominciare subito.
«Pulisci», dice ancora, e in silenzio lecco bene la sua punta come se fosse un gelato ricoperto di panna montata, ingoiando fino all’ultima goccia.
Dimitri si ricompone senza dire una parola ma io sono ancora in ginocchio davanti a lui.
Mi accarezza il viso, o almeno così credevo, finché non mi rendo conto che con le dita ha raccolto altro liquido dalla mia guancia.
Mi avvicina le dita alla bocca e alza di nuovo il sopracciglio, dimostrandomi la sua impazienza.
Inizio a leccargli le dita e lui me le infila in bocca, simulando ciò che ho appena fatto col suo cazzo.
«Tutto, malýshka».
Questa frase fa scattare in me qualcosa e come per magia sento la mia intimità formicolare pericolosamente e senza neanche sfiorarmi, vengo nel mio intimo di pizzo bianco come una fottuta adolescente.
Sento la fica contrarsi dal piacere e sgocciolarmi sulle cosce e con ancora le dita di Dimitri dentro la bocca mugolo di piacere.
Chiudo gli occhi e ansimo sulla sua mano, sulle sue dita tatuate che mi acchiappano la lingua e ci giocano maliziose.
Quando mi riprendo, mi accarezza le labbra con le dita ancora bagnate dalla mia saliva e mi toglie la cravatta dal collo, aiutandomi ad alzarmi.
Ho le ginocchia sbucciate come una bambina che è appena caduta con i pattini a rotelle e non so perché, ma non riesco a dire una parola.
Dimitri si sistema di nuovo la cravatta facendosi un nodo impeccabile come al solito e resta immobile a guardarmi, per poi aprire lo sportello della Mercedes e invitarmi a salire.
Salgo in auto, il sedile è ancora ribaltato.
Lui sale dall’altra parte, risolleva il sedile e mi guarda freddo come il ghiaccio.
«Che ho fatto?», gli chiedo quasi indispettita. Mi ha appena sfondato la trachea e si permette pure di guardarmi così? Ma chi si crede di essere?!
Senza degnarmi di una risposta mi afferra alla nuca e mi tira verso di lui, baciandomi così forte da farmi girare la testa.
«Sei stata brava», mi dice dopo aver ripreso fiato. «Ma ti avevo detto che non potevi venire»
«E cosa posso farci? Dovresti sentire in che condizioni sono per colpa tua…», questa volta sono io ad ammiccare alzando le sopracciglia.
«Ah sì?», Dimitri fa un sorrisetto ambiguo. «Allora in questo caso ti meriti una punizione per la tua disobbedienza», conclude sorridendo più con i suoi occhi azzurri che con le labbra.
Mette in moto la macchina e riparte ripercorrendo la strada a senso inverso.
«Dove volevi andare prima?»
«Volevo fare una passeggiata con te, ma è andata meglio del previsto», ammicca tenendo gli occhi fissi sulla strada, poi riporta la sua mano tatuata, che fino a qualche minuto fa era dentro la mia bocca, sulla mia coscia.
Quando torniamo in città è ormai buio pesto, anche se non è tardi.
Dimitri insiste per accompagnarmi fin sotto casa, nonostante sappia che non voglio avere i miei in mezzo ai piedi quando siamo insieme.
Ci fermiamo poco lontano dal portone d’ingresso del palazzo d’epoca in cui vivo.
«Posso chiamarti qualche volta?», mi chiede lui, e per un attimo sembra che abbia perso tutta la sicurezza di cui è dotato.
«Certo che puoi, quando vuoi».
In un moto di tenerezza improvvisa mi avvicino e lo bacio, dolcemente, posandogli una mano sulla guancia liscia e perfettamente rasata, priva di qualsiasi accenno di barba.
Lui ricambia, perdendo tutta la bramosia che ha impiegato nel baciarmi solo pochi minuti fa.
«E comunque quando godi sei ancora più bella», mi soffia all’orecchio, provocandomi una risata sincera. «Ma ho ancora voglia di punirti come si deve», conclude pizzicandomi la coscia.
Scendo dalla macchina e lo saluto un’ultima volta, prima di sparire dietro la porta dell’androne di casa.
Da quando si è trasferito in città per i suoi affari, non riesco più a togliermelo dalla testa, soprattutto da quando mi ha baciata.
Cazzo se solo ci ripenso mi si drizzano i capelli dietro al collo. Se chiudo gli occhi e mi concentro, riesco ancora a sentire le sue labbra sulle mie, calde e morbide, la sua lingua dentro la mia bocca che mi cerca avidamente. Sento la sua mano sul mio fianco che mi stringe intrappolandomi. Se tutte le trappole fossero così, ah! Dio! Cosa non mi farei fare da quell’uomo?!
Lo aspetto per strada, un po’ più lontano da casa, in modo da non farmi vedere dai miei. Avere diciannove anni è inutile se a casa hai due genitori iperprotettivi che ti rompono il cazzo in continuazione perché sei attratta da uno dieci anni più grande di te che con tutta probabilità è un boss della Bratva, la mafia russa.
Beh, sai cosa mammina? Impallidiresti se sapessi cosa c’è dentro la testolina della tua figlioletta con un visino così pulito e innocente. Ah, papà! Se solo sapessi quanto vorrei farmi scopare da un uomo fatto e finito… E pericoloso, per giunta. Che non so perché, ma tu odi con tutto te stesso.
I fari della Mercedes di Dimitri mi illuminano proiettando una gigantesca ombra nel muro alle mie spalle. Sento le labbra incurvarsi spontanee in un sorriso e mi rendo conto di essere davvero felice di essere qui. Di salire sulla sua auto lussuosa e di farmi dare un bel bacio sulle labbra da lui.
«Ciao Eva», mi saluta per poi tornare con le mani tatuate sul volante e riprendere la marcia immediatamente.
Mi allaccio la cintura e poso lo sguardo su di lui, concentrato sulla strada davanti a noi. È bellissimo anche di profilo. Di solito di profilo facciamo sempre tutti schifo, ma lui no. Lui ha lo stesso profilo di un dio pagano, perfetto e… nient’altro, perché può essere solo dannatamente perfetto.
Dimitri si volta a guardarmi mentre siamo fermi a un semaforo.
«Avrei voluto portarti a vedere il tramonto, ma ho fatto tardi», mi dice quasi rimproverandosi, in un moto di romanticismo che non mi sarei aspettata da uno come… lui.
Scuoto la testa.
«Non c’è problema, a me va benissimo così», rispondo e lui mi appoggia una mano sulla coscia nuda. Non ho indossato altro che un mini dress bianco e intimo di pizzo sottilissimo. La sua mano è grande, con una rosa tatuata sul dorso e alcune lettere sulle dita. Solo a guardarle, la mia mente contorta manda delle scariche elettriche alla mia fica che già inizia a pulsare al pensiero di poterle avere dentro e sentirle muoversi.
Siamo usciti dalla città, Dimitri ha preso la strada per le zone balneari, diretto chissà dove.
«Gira la prossima a destra», gli dico.
«Perché?», mi domanda lui con una punta di curiosità nella voce.
«Tu gira» e metto la mia mano sulla sua, piccola e insignificante in confronto, invitandola a stringermi la gamba. Spero che Dimitri non sia uno di quelli che ha bisogno del disegnino per capire che ho voglia di farmi sbattere come si deve. E non me ne frega niente se dovrà farlo sui sedili posteriori della sua auto, anche perché questa cosa mi fa eccitare ancora di più!
Dimitri fa come gli dico e svolta l’angolo, prendendo una strada abbandonata dove c’è solo una piccola radura col rudere di un casolare abbandonato da anni.
«Parcheggia dietro», dico ancora e lui esegue, andando a nascondere la macchina dietro la vecchia costruzione di pietra. Spegne il motore e si gira a guardarmi interrogativo.
«Stai bene?»
«Non vorrai mica davvero il disegnino?», lo osservo allibita. Davvero non riesce a capire?
Non gli lascio il tempo di replicare ancora che mi slaccio la cintura e salgo a cavalcioni sulle sue gambe, cogliendolo alla sprovvista.
Lo guardo negli occhi e inizio a giocherellare con la sua cravatta nera, facendo finta di sistemargliela, ma in realtà vorrei solo che la usasse per legarmi e obbligarmi a stare ferma sotto di lui.
«Ti faccio il disegnino?», chiedo alla fine sussurrandogli all’orecchio. Lo sento ridacchiare.
All’improvviso mi afferra per i fianchi e mi solleva buttandomi, letteralmente, di nuovo sul sedile del passeggero. Gli basta premere un bottone per far si che il sedile si abbassi completamente e subito il panorama esterno viene coperto alla mia vista dal suo corpo robusto.
Sorrido.
«No, non mi serve il foglio delle istruzioni, ma potevi dirmelo e saremmo andati a casa mia», la sua voce si sta facendo più rauca.
Senza darmi la possibilità di controbattere mi bacia avidamente mettendo un ginocchio in mezzo alle mie gambe, costringendomi ad allargarle.
Dalla bocca scende sul collo, lasciando una scia umida con la lingua.
Nel frattempo le sue mani vagano sui miei fianchi, risalendo su fino al seno, palpandolo e stringendolo come a rivendicarne la proprietà. Non indosso il reggiseno e se ne accorge subito. I miei capezzoli diventano duri e spingono sulla stoffa sottile dell’abito. Dimitri ne approfitta e ne pizzica uno tra pollice e indice, facendomi sussultare ed eccitare allo stesso tempo.
Con una mossa che neanche un lottatore professionista si sognerebbe mai, le posizioni si invertono: lui è sdraiato sul sedile e io sono scivolata sopra di lui.
Continuiamo a baciarci e messa a cavalcioni sul suo bacino cerco di farlo sollevare tirandogli la cravatta. Nel momento in cui Dimitri si mette a sedere, sotto di me sento qualcosa di duro premere sulla mia intimità.
Non perdo altro tempo e inizio a strusciarmi sul suo cazzo anche se siamo entrambi ancora vestiti. Per fortuna indossa pantaloni neri, altrimenti sai che bella chiazza uscirebbe?
«Sei degna del tuo nome, cazzo», dice Dimitri tra un mugugno e un altro, evidentemente eccitato quanto lo sono io.
«Vuoi dire che ti sto tentando?», gli chiedo sbeffeggiandolo. «Non mi vuoi, Dimitri?», insisto sussurrandogli all’orecchio senza smettere di oscillare sulle sue gambe.
A sentire le mie parole mi afferra per le braccia spostandomi e apre la portiera dell’auto.
«Scendi»
«Ma che cazzo fai?!»
«Ho detto scendi! Ora», ringhia guardandomi in cagnesco.
Faccio come dice e scendo, sistemandomi il vestito. Dimitri mi segue, scendendo anche lui.
«In ginocchio», dice autoritario. Non l’ha ancora capito che così mi fa solo eccitare di più.
Pendo dalle sue labbra e mi metto in ginocchio ai suoi piedi. Si slaccia la cintura di pelle scura, poi apre il bottone dei pantaloni e tira giù la zip e con una semplice mossa tira fuori il suo cazzo dalle mutande.
E che cazzo. In tutti i sensi.
«Prendilo tutto in bocca. O vuoi il disegnino?», mi sfotte con un ghigno sulla faccia.
Eseguo i suoi ordini senza dire mezza parola, perché mi è venuta ancora più fame di prima.
Avvicino la bocca alla cappella lucida e la apro, accogliendolo duro e grosso dentro le mie fauci.
Inizio ad andare su e giù, facendo vorticare la lingua attorno all’asta rigida ma non riesco a prenderlo tutto, è troppo lungo per me.
La porzione che non riesco a infilarmi in bocca la ricopro con la mano ma Dimitri la schiaffeggia, allontanandola.
«Ho detto in bocca», dice iniziando a muoversi verso di me, ma mi allontano.
«Non ce la faccio», dico riprendendo un po’ di fiato. Dimitri dall’alto del suo metro e ottanta alza un sopracciglio, dopodiché inizia a sciogliersi il nodo della cravatta.
«Apri la bocca», comanda col suo accento russo marcato e io eseguo, senza fiatare.
Mi infila di nuovo il cazzo in bocca e contro ogni mia aspettativa, usa la sua cravatta per fare in modo di spingermi la testa ancora più avanti e ci riesce.
Il suo cazzo enorme entra tutto e inizia a muoversi fottendomi la bocca arrivando fino in gola, senza alcuna dignità.
Sento le lacrime uscirmi dagli occhi e bagnarmi le guance, ma a nessuno dei due importa, è chiaro che va bene così a entrambi.
Gli afferro le cosce e stringo e per quanto sia possibile lui aumenta il ritmo.
Respirare è difficile, quasi impossibile e tutto quello che esce dalla mia bocca sono suoni inconsulti e rumori da premio Oscar dei film porno.
Sento le mutandine di pizzo completamente bagnate dall’eccitazione. Allungo una mano e inizio a toccarmi ma Dimitri mi dà un leggero calcio alla mano, costringendomi a spostarla dalle mie zone intime.
«Non toccarti, non voglio che vieni oggi», e io obbedisco, anche questa volta, come un cane ai suoi ordini.
Come se volesse punirmi, molla leggermente la presa e sposta la cravatta che tiene fra le mani, avvolgendomela al collo un paio di volte per poi stringere, creando una specie di guinzaglio.
Ricomincia subito a pompare velocemente e con violenza dentro la mia bocca dolorante e arrossata dalle spinte rudi.
Riporto entrambe le mani sulle sue gambe.
Mi fanno male le ginocchia.
Mi fa male la bocca.
Respiro a malapena.
Non me ne frega un cazzo.
Continuo a farmi scopare come vuole lui, perché in questo preciso momento non sono in grado di fare nient’altro che questo.
Il mio cervello non riesce più a fare nessun ragionamento e più Dimitri stringe la cravatta attorno al mio collo, che è talmente esile che sono convinta potrebbe spezzarlo a mani nude, più sento delle scosse elettriche al basso ventre farsi sempre più minacciose.
Le pompate di Dimitri si fanno sempre più forti e veloci finché all’improvviso si tira indietro, uscendo completamente, lasciandomi con un vuoto.
«Tira fuori la lingua», ha la voce completamente arrochita ed è ancora più sexy del solito.
Apro la bocca e tiro fuori la lingua, consapevole di quello che farà da un momento all’altro.
Raggiunge l’orgasmo con l’aiuto di una mano, mentre con l’altra ancora mi tiene stretta al mio nuovo guinzaglio di seta nera, dandomi uno strattone in avanti per avvicinarmi di più.
Ringhiando esplode sulla mia lingua, ricoprendomi anche la faccia del suo liquido bianco e salato.
Occorre qualche secondo perché si scarichi completamente, ma sono pronta a scommettere che sarebbe in grado di ricominciare subito.
«Pulisci», dice ancora, e in silenzio lecco bene la sua punta come se fosse un gelato ricoperto di panna montata, ingoiando fino all’ultima goccia.
Dimitri si ricompone senza dire una parola ma io sono ancora in ginocchio davanti a lui.
Mi accarezza il viso, o almeno così credevo, finché non mi rendo conto che con le dita ha raccolto altro liquido dalla mia guancia.
Mi avvicina le dita alla bocca e alza di nuovo il sopracciglio, dimostrandomi la sua impazienza.
Inizio a leccargli le dita e lui me le infila in bocca, simulando ciò che ho appena fatto col suo cazzo.
«Tutto, malýshka».
Questa frase fa scattare in me qualcosa e come per magia sento la mia intimità formicolare pericolosamente e senza neanche sfiorarmi, vengo nel mio intimo di pizzo bianco come una fottuta adolescente.
Sento la fica contrarsi dal piacere e sgocciolarmi sulle cosce e con ancora le dita di Dimitri dentro la bocca mugolo di piacere.
Chiudo gli occhi e ansimo sulla sua mano, sulle sue dita tatuate che mi acchiappano la lingua e ci giocano maliziose.
Quando mi riprendo, mi accarezza le labbra con le dita ancora bagnate dalla mia saliva e mi toglie la cravatta dal collo, aiutandomi ad alzarmi.
Ho le ginocchia sbucciate come una bambina che è appena caduta con i pattini a rotelle e non so perché, ma non riesco a dire una parola.
Dimitri si sistema di nuovo la cravatta facendosi un nodo impeccabile come al solito e resta immobile a guardarmi, per poi aprire lo sportello della Mercedes e invitarmi a salire.
Salgo in auto, il sedile è ancora ribaltato.
Lui sale dall’altra parte, risolleva il sedile e mi guarda freddo come il ghiaccio.
«Che ho fatto?», gli chiedo quasi indispettita. Mi ha appena sfondato la trachea e si permette pure di guardarmi così? Ma chi si crede di essere?!
Senza degnarmi di una risposta mi afferra alla nuca e mi tira verso di lui, baciandomi così forte da farmi girare la testa.
«Sei stata brava», mi dice dopo aver ripreso fiato. «Ma ti avevo detto che non potevi venire»
«E cosa posso farci? Dovresti sentire in che condizioni sono per colpa tua…», questa volta sono io ad ammiccare alzando le sopracciglia.
«Ah sì?», Dimitri fa un sorrisetto ambiguo. «Allora in questo caso ti meriti una punizione per la tua disobbedienza», conclude sorridendo più con i suoi occhi azzurri che con le labbra.
Mette in moto la macchina e riparte ripercorrendo la strada a senso inverso.
«Dove volevi andare prima?»
«Volevo fare una passeggiata con te, ma è andata meglio del previsto», ammicca tenendo gli occhi fissi sulla strada, poi riporta la sua mano tatuata, che fino a qualche minuto fa era dentro la mia bocca, sulla mia coscia.
Quando torniamo in città è ormai buio pesto, anche se non è tardi.
Dimitri insiste per accompagnarmi fin sotto casa, nonostante sappia che non voglio avere i miei in mezzo ai piedi quando siamo insieme.
Ci fermiamo poco lontano dal portone d’ingresso del palazzo d’epoca in cui vivo.
«Posso chiamarti qualche volta?», mi chiede lui, e per un attimo sembra che abbia perso tutta la sicurezza di cui è dotato.
«Certo che puoi, quando vuoi».
In un moto di tenerezza improvvisa mi avvicino e lo bacio, dolcemente, posandogli una mano sulla guancia liscia e perfettamente rasata, priva di qualsiasi accenno di barba.
Lui ricambia, perdendo tutta la bramosia che ha impiegato nel baciarmi solo pochi minuti fa.
«E comunque quando godi sei ancora più bella», mi soffia all’orecchio, provocandomi una risata sincera. «Ma ho ancora voglia di punirti come si deve», conclude pizzicandomi la coscia.
Scendo dalla macchina e lo saluto un’ultima volta, prima di sparire dietro la porta dell’androne di casa.
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