Alice e il muratore

di
genere
dominazione

Me ne stavo tranquilla a sistemare i centinaia di libri nella mia nuovissima libreria nel corridoio di casa. Avevo appena traslocato con mia madre e stavamo ultimando dei piccoli lavoretti e finendo di svuotare gli scatoloni.
Era da qualche giorno che mi sentivo molto eccitata, quando andavo in bagno mi trovavo sempre le mutandine bagnate. Pensavo che fosse colpa dei romanzi zozzi e piccanti che mi leggevo tutte le notti prima di addormentarmi e in effetti capitava spesso dopo aver finito di leggere un capitolo bollente, di infilarmi dentro il mio dildo e masturbarmi fino all’orgasmo. In fondo, non mi dispiaceva essere sempre un fiume in piena di umori.
Quello che mi faceva molto ridere era che ogni volta pensavo a mia madre se mi avesse scoperta, la notte, a trastullarmi con un cazzo di gomma vibrante che mi faceva schizzare ovunque nella stanza. Mi faceva ridere perché era convinta che fossi la figlia perfetta, la santarellina, quella che dopo una delusione d’amore non voleva più né vedere, né farsi toccare da un’uomo. Se solo avesse saputo quanto facevo la troia online e quando le dicevo che avrei finito il turno in ufficio più tardi. Il mio diavoletto personale che tengo sempre sulla spalla destra, tutt’oggi, è estremamente fiero di me!
Comunque, sistemavo i libri quando mia madre si avvicinò dicendomi che sarebbe uscita per andare a sistemare alcune scartoffie di cui non mi fregava un cazzo. Annuii e la lasciai perdere e lei se ne andò, se non per tornare indietro ad avvisarmi che di lì a pochi minuti sarebbe arrivato Manuel, il muratore, per rifinire le ultime cose.
Ero scocciata, volevo starmene da sola per godere in santa pace, ma quando suonò il campanello e andai ad aprire, pensai che forse forse, non tutto era perduto.
Manuel era un bel ragazzone giovanissimo, sulla trentina, al tempo io avevo solo ventidue anni. Era alto, magro e con i muscoli delle braccia e del petto messi bene in evidenza dalla maglietta attillata che indossava. Pelle abbronzata, capelli neri e occhi nerissimi.
Mi salutò dicendomi che avrebbe fatto in fretta perché non mancava molto. Mi pentii subito di non aver chiesto dei giorni di permesso al lavoro solo per godere di quella vista divina.
Invece di tornare alla mia libreria lo seguii. Lui iniziò a frugare tra pennelli e chissà cos’altro e io restai a osservarlo alle sue spalle, appoggiata allo stipite della porta. Dopo circa mezz’ora, disse che aveva terminato, ma dentro la mia testa non era neanche ancora cominciata, così giocai la mia prima carta.
«Senti posso chiederti una cortesia?» Gli domandai innocente e lui fece un cenno di assenso con la testa. «Potresti controllare se la mia nuova libreria è ancorata bene al muro? Non vorrei che mi cadesse addosso!» Conclusi. Lui mi seguì in silenzio e controllò per bene che il lavoro fosse in sicurezza.
«Qui è tutto a posto» mi disse, ma mi accorsi subito che l’occhio gli cadde sulla mia scollatura. Era ottobre, ma ancora bel tempo per vestirmi in modo provocante.
Lo guardai alzando un sopracciglio e lui subito distolse lo sguardo. Mi offesi. Volevo essere guardata. Desiderata. Scopata fino a perdere i fottuti sensi. E l’avrei ottenuto.
Manuel fece per allontanarsi ma lo afferrai per il polso e lui si fermò senza fare alcuna resistenza.
«Ti ho visto guardarmi le tette» dissi, ammiccando. Feci scivolare la mano sulla sua e gliela presi, portandola su uno dei miei seni gonfi e tondi. Lui non se lo fece ripetere due volte e subito lo strinse, facendomi diventare i capezzoli di pietra. Sotto non indossavo mai il reggiseno, soprattutto a casa, e i piercing e i bottoncini duri subito sollevarono la stoffa del maglioncino.
Senza perdere tempo gli presi anche l’altra mano e lo incitai a strizzarle entrambe.
«Stringile bene» gli dissi guidandolo e iniziando a strusciarmi su di lui come una cagna in calore.
I suoi occhi diventarono scuri come il carbone e brillanti di lussuria. All’improvviso mi abbassò la scollatura e liberò le due pesche sode che nascondevo e iniziò a succhiare i capezzoli, alternandosi a palpate e strizzate. Iniziai ad ansimare e allungai le mani a slacciargli i pantaloni da lavoro, ma lui mi fermò.
«Sei una grandissima troia» disse stringendomi il collo con una delle sue grandi mani callose. «Ti ho riconosciuto, sei quella che fa la puttana sul sito di webcam, vero?» Domandò prima di leccarmi la bocca. Era vero e tutto questo non fece che eccitarmi ulteriormente.
«Mmmmh sì, sono io» risposi con la fica che già mi pulsava nelle mutande fradice.
«La cagna che si è fatta scopare dal tipo con la maschera» disse stringendomi il collo con più forza e iniziando a toccarmi la fica da sopra i jeans, prima di sbottonarli.
Gli risposi con un mugugno di piacere provocato dalle sue dita che facevano sbattere la cucitura dei pantaloni sul mio clitoride gonfio e duro.
«E cosa sei disposta a fare per farti scopare adesso da me, troia?» Chiese, iniziando a sbottonarmi e abbassarmi i jeans.
«Tutto cazzo, fammi quello che ti pare basta che mi fai schizzare!» Ormai ero troppo eccitata per controllarmi, non sarei riuscita a fermarmi neanche se mi avessero infilato dentro una vasca di ghiaccio.
In tutta risposta, con uno strattone violento mi tolse i jeans e mi strappò, letteralmente, le mutandine, portandosele vicino alla bocca per annusarle e succhiarle.
Quando finì di assaporarle mi prese per i capelli biondi e lunghi e mi fece inginocchiare. Pensai subito che volesse farsi succhiare il cazzo, quindi allungai le mani ma mi strattonò forte, strappandomi alcuni capelli.
«Tieni giù quelle cazzo di mani» disse picchiandole con la mano che aveva ancora libera. «Allarga le gambe e strusciati la fica sulla mia scarpa» concluse guardandomi dall’alto in basso.
Abbassai lo sguardo e notai che ai piedi portava delle scarpe da lavoro, completamente sporche di chissà che cosa. La verità? Mi fece schifo, all’inizio, ma stavo gocciolando dalla fica sul pavimento, quindi non riuscii a fermarmi neanche così.
Mi accovacciai di più e iniziai a sfregare la fica bagnata sulla scarpa. La frizione dei legacci sul clitoride mi fece urlare subito di piacere. Manuel mi guidava tirandomi la coda di capelli. Continuai così per un periodo indefinito finché lui non alzò il piede sul tallone e iniziò a spingere la punta della scarpa sulla mia apertura. Voleva forse infilarmi la punta della scarpa dentro la fica? L’idea mi eccitò da matti, quindi mi misi in posizione e tentai di cavalcarla, ma purtroppo con scarsi risultati. Per quanto fossi infradiciata, la mia fica sembrava sempre quella di una troia vergine.
Evidentemente stanco di questo gioco lurido mi tirò su, per poi piegarmi il collo all’indietro e costringermi ad aprire la bocca stringendomi le guance con la mano.
«Quanto tempo abbiamo?» Mi chiese. Scossi la testa, facendogli capire che non lo sapevo. Quindi mi trascinò prima in cucina, afferrò un raschietto e poi mi trascinò fino alla mia camera da letto. Probabilmente si ricordava dov’era perché aveva tinteggiato i muri di tutta la casa mentre io ero a lavorare perdendomi questo pazzoide schizzato che mi stava usando come un giocattolo da rompere e buttare nel bidone.
Mi lanciò a sbattere contro il letto e mi costrinse a mettermi a pecora, allargando le gambe in modo osceno. Non era di molte parole, pensava di più all’azione e mi andava benissimo così. Velocemente mi sputò sulla fica, lasciando colare un mix di umori e saliva sulla coperta nuova creando un grande alone più scuro. Con una mano premette sulla parte bassa della schiena, obbligandomi a sollevare di più il culo e con l’altra mi allargò la fica usando le dita.
«Hai proprio una bella fichetta stretta. Sembri una cazzo di bambina» disse, alludendo forse anche al fatto che oltre ad avere una fica minuscola e stretta, ero anche completamente depilata. «Adesso questa fichetta la rompiamo, che ne dici?» Chiese, ma senza aspettare risposta infilò dentro direttamente due delle sue dita lunghe e spesse, facendomi sobbalzare di goduria.
«Aaahng» mugugnai muovendo i fianchi.
«Stai zitta troia, non urlare» mi ordinò e cercai di obbedire, ma continuai a muovermi languidamente, cercando di ottenere di più. E quel di più non tardò ad arrivare.
Improvvisamente sentii un vuoto e poi qualcosa di ruvido sfregarsi sulle mie labbra. Nonostante fossi fradicia potevo sentire la ruvidezza: era il manico di legno del raschietto che aveva preso e di cui mi ero già dimenticata!
In pochi secondi il manico di legno, che aveva una leggera forma fallica, fu dentro di me. Lo muoveva in fretta, facendolo entrare e uscire.
Poco dopo lo sentii armeggiare con i suoi pantaloni, mi voltai e mi resi conto che si era tirato fuori il cazzo dalle mutande e si stava segando mentre mi infilzava con quell’arnese da lavoro sporco.
«Lo vuoi, puttana?» Domandò sbattendomi il suo cazzo duro sulla coscia. Annuii freneticamente. Quindi senza indugiare si avvicinò, tolse il raschietto senza prestare troppa attenzione e mi aprì la fica con le dita di entrambe le mani sputandoci dentro.
«Bella larga, ma io voglio romperla!» esclamò infilando di nuovo il manico e questa volta ci aggiunse anche un dito, facendomi urlare. Voleva davvero spaccarmi in due?
Come se avesse sentito i miei pensieri, aggiunse un altro dito e iniziò a muovere tutto ritmicamente. Stavo godendo come una matta ma non riuscivo ad arrivare all’orgasmo.
«Fammi venire» implorai con la voce spezzata e la faccia e la fica in fiamme. Ma lui non aveva ancora finito.
Tolse le dita e pochi secondi dopo sentii la punta del suo cazzo toccare la mia fica e allargarla: dentro avevo ancora il manico di legno. Voleva scoparmi con il raschietto e il suo cazzo insieme. Sentivo la pelle allargarsi sempre di più, fino a strapparsi e accogliere entrambi i falli dentro la mia fica che si stava distruggendo.
Manuel iniziò a pompare veloce, con il cazzo e con la mano con cui teneva lo strumento da lavoro.
«Ti piace troia? Dimmelo quanto ti piace farti rovinare da uno sconosciuto!» Urlò sculacciandomi forte.
«Sìì mi piace cazzo!» Urlai a mia volta. Ormai ero vicina all’orgasmo, ma lo stronzo non era ancora soddisfatto.
«L’ho visto puttana che ti piace prenderlo anche nel culo» disse, infilandomi il pollice della mano dentro il buco del culo. Mi sentivo già piena così, ma Manuel aggiunse anche un altro dito, allargandomi il buco e aprendolo per poi sputarci sopra.
Ansimavo e urlavo di scoparmi fino a farmi svenire, nel culo e nella fica. E lui lo faceva.
Dopo una quantità di tempo che non conosco, finalmente riuscii a venire, squirtando tanto di quel liquido da dissetare chiunque ne volesse assaggiare un po’.
Con uno strattone mi tolse prima le dita dal culo, poi il cazzo e il raschietto restò dentro. Il suo cazzo però andò a infilarsi di prepotenza dentro al culo. Con il cazzo pompava il culo e con la mano mi trastullava la fica che avevo in fiamme. Bastò veramente poco perché lui mi sborrasse dentro facendomi squirtare una seconda volta.
Quando finì di venirmi dentro si tolse.
«Accovacciati per terra» disse tornando a prendermi per i capelli. «Voglio vedere la mia sborra che ti cola dal buco del culo» ordinò, e così feci.
Presi a masturbarmi con il raschietto, perché no, ancora non mi bastava, la mia ninfomania aveva raggiunto livelli esasperanti quel giorno, e mi accovacciai. Iniziai a spingere e piano piano feci colare fuori tutta la sua sborra calda che stavo trattenendo. Non so come, ma mi pisciai addosso. Non era squirt, sentivo l’odore della piscia e non avevo avuto un orgasmo.
Immediatamente, senza perdere neanche un secondo, Manuel mi strattonò e mi fece sbattere la faccia sul pavimento sporco. «Lecca tutto, piscia e sborra, pulisci» disse, e io obbedii, leccando le piastrelle fredde e ingoiando tutto.
Quando ebbi finito Manuel mi lasciò andare i capelli, si rivestì e uscì dalla mia stanza.
«Ciao puttana» disse soltanto, poi sentii il portone d’ingresso aprirsi e richiudersi.
scritto il
2026-01-11
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