Playa Desnuda - Capitolo 2
di
chiarathewriter
genere
incesti
Papà esitò un attimo, cercando le nostre cose con lo sguardo, come se la sabbia potesse inghiottirle da un momento all’altro. «Dai, raccogliamo tutto e torniamo all’albergo,» propose, la voce un po’ rotta, «qui si fa tardi.»
«Neanche per sogno,» replicai, voltandomi verso di lui con un sorriso che sapeva di sfida e di zucchero filato insieme. Allungai la mano e afferrai la crema solare ancora mezza piena; il tubo era caldo, unto di residue impronte ditate. «Mi sta piacendo troppo.»
Gli porsi il flacone senza smettere di fissarlo. Per un istante il suo sguardo si perse sul mio seno, poi risalì fino alla mia bocca. Alla fine allargò le spalle e schioccò il tappo.
Mi voltai lentamente, sentendo la sabbia calda cedere sotto i miei piedi. Lo seguii con lo sguardo mentre si inginocchiava dietro di me: la pancia prominente gli nascondeva parzialmente l’ombelico, ma le anche erano solide, maschili. Una goccia di sudore gli colava lungo il fianco.
Le sue mani — grandi, vellutate di peli scuri — scivolarono sulle mie spalle con una lentezza studiata. Prima la crema solare, poi la pelle, poi il calore del suo palmo che spingeva l’olio dentro i pori. Restai immobile, quasi trattenendo il respiro, mentre il pollice mi sfiorava il bordo dell’ascella e scendeva, piano, lungo la scapola.
Alle mie spalle sentii Alessia bofonchiare. «Ora tocca a me,» disse, afferrando il tubo dalle dita di papà.
Mi voltai, la pelle luccicante, e la vidi tendere il braccio verso di me. Mi inginocchiai dietro di lei e versai una striscia di crema sulla sua schiena. Con il palmo aperto la spalmai in cerchi larghi, accarezzando le sue spalle sotto il velo di latte protettivo.
Mi alzai, la mano ancora appoggiata alle sue spalle. «Andiamo a fare una passeggiata, vi va?» proposi, sperando di far passare l'imbarazzo.
Papà alzò le spalle. Lo guardai: il suo pene era ancora al suo posto, tra le cosce cespugliose, addormentato tra le gambe, anche se non riusciva a distogliere gli occhi da noi.
Camminammo verso ovest, là dove la sabbia si faceva più chiara e l’acqua si rompeva in crepitii gioiosi. Nessun ostacolo, solo alghe odorose e qualche pettine di conchiglia. Le nostre ombre si tagliavano a zig-zag; il sole ci colpiva le natiche deliziandoci con un pizzico bruciante. Papà procedeva un passo dietro, le mani agganciate casualmente daventi, ma bastava guardare i suoi polsi per capire che stava cercando di tenere sotto controllo l’erezione.
Ed eccoli lì: a una quindicina di metri da noi, sulla riva stessa, un uomo e una donna erano distesi su un telo. Lei a cavalcioni, lui supino; i due corpi si muovevano in un ritmo antico, con un’allegria quasi brutale. Le sue dita affondavano nei glutei tesi di lei, i suoi gemiti arrivavano sospesi nell’aria come risate.
Alessia si irrigidì; un brivido mi attraversò le spalle, poi un tremito mi discese lungo la schiena. Sentii la voglia crescere.
«Guarda quelli!» disse Alessia, la voce rotta dall'emozione.
Vidi papà inciampare sulla sabbia e protendere istintivamente le mani in avanti. Il suo pene si era alzato di colpo, una linea rosa scura contro la pancia. Si portò una mano a proteggerlo, ma la copertura era ridicola; bastava spostarsi di lato per vedere tutto.
«Torniamo a nuoto?» domandai, afferrando di slancio il polso di Alessia.
Corremmo nudi verso il mare, tre silenziose sagome. Quando l’acqua ci lambì le ginocchia, Alessia si voltò un istante: «Troppo tardi, ormai ti abbiamo visto,» gridò a Giovanni. Lui arrossì fino alle orecchie, ma il sorriso che accompagnò quel rossore sembrava puro desiderio.
Nuotammo senza dire altro, bocche piene di sale, braccia che si intrecciavano di tanto in tanto. Sotto la superficie dell’acqua la mia vulva pulsava viva.
Ritornammo al nostro ombrellone con il fiato corto e la pelle brillante di gocce. Mi buttai sul telo a pancia in giù, le cosce appena divaricate perché il sole entrasse ovunque. Alessia si distese al mio fianco, anche lei, come me, a pancia sotto.
«Pa’,» dissi piano, «Un po' di crema sulla schiena per favore?»
Appoggiai la guancia sulla mano e lo vidi avvicinarsi.
Inginocchiato al mio fianco, versò quantità generose di crema sulle mie spalle. Le dita, enormi, scivolavano sulla pelle con delicatezza ma convinzione. Usò il palmo, ma avvertivo il polso che tremava. Ogni spostamento mi accendeva un fremito dentro la pancia. Alla fine la mano si fermò sul mio coccige, quel triangolino di pelle che divide glutei e schiena, e lì premette con reverenza.
«Così va bene?» chiese, la voce spezzata dall'emozione.
«Così va benissimo,» risposi, desiderando in cuor mio di invitarlo a spalmarmi la crema anche sul culo. Accanto a me Alessia teneva gli occhi chiusi, ma il suo piede si mosse con lentezza, finché il suo tallone non si appoggiò al mio piede. Ci scambiammo qualche pressione: battiti nascosti.
Dopo qualche minuto fingendo di dormire, aprii leggermente gli occhi. Papà si era seduto di fronte a me sotto l'ombrellone, le ginocchia larghe, la pancia prominente che gli faceva ombra sul pene: adesso non cercava più di coprirsi. Restava mezzo eretto, il glande pallido che sbirciava fuori dal cappuccio. Mi scostai appena i capelli dalla guancia e lo guardai con intenzione.
Lui non si scompose; anzi, affondò le dita dei piedi nella sabbia e rimase lì. I nostri occhi si incontrarono, i miei con i suoi, e provai un desiderio mai sentito dentro di me.
Mi si mozzò il respiro. Mi accorsi di aver aperto leggermente le cosce, invitando senza compromessi la luce del sole a entrare.
Mi sedetti sul telo. Pochi minuti dopo, li vidi avanzare con il passo leggero di chi non ha nulla da nascondere: lui alto, la pelle color caffè, lei mora, capelli raccolti in uno chignon scomposto. Entrambi nudi. Entrambi lucidi di salsedine e di un’esibizione che non ammetteva pudore. Era la stessa coppia che avevamo visto scopare, prima della nuotata.
«Ciao, belli» disse la donna, aprendo le braccia come per abbracciare l’intero orizzonte. «Stiamo radunando gente per stasera. Spiaggia libera, falò, musica. Zero regole, solo nudismo. Vi va di partecipare?»
Il suo sguardo si posò su di me, poi scivolò lento sul mio seno, infine si appoggiò al viso di papà.
Mi sentii stringere dentro. Non era paura, nemmeno semplice eccitazione: era la consapevolezza che quella domanda, pronunciata lì, tra l’acqua e il cielo, poteva spaccarci la vacanza in due. Prima e dopo.
Girai la testa, papà mi guardava, occhi castani, sopracciglia arcuata. Vide la mia labbra socchiudersi in un mezzo sorriso e capì.
«Ci saremo» rispose lui, la voce più gracile di quanto avrebbe voluto.
Continua...
Se volete fare due chiacchiere o raccontarmi le vostre impressioni sul capitolo, scrivetemi pure per email: chiarathewriter@gmail.com
«Neanche per sogno,» replicai, voltandomi verso di lui con un sorriso che sapeva di sfida e di zucchero filato insieme. Allungai la mano e afferrai la crema solare ancora mezza piena; il tubo era caldo, unto di residue impronte ditate. «Mi sta piacendo troppo.»
Gli porsi il flacone senza smettere di fissarlo. Per un istante il suo sguardo si perse sul mio seno, poi risalì fino alla mia bocca. Alla fine allargò le spalle e schioccò il tappo.
Mi voltai lentamente, sentendo la sabbia calda cedere sotto i miei piedi. Lo seguii con lo sguardo mentre si inginocchiava dietro di me: la pancia prominente gli nascondeva parzialmente l’ombelico, ma le anche erano solide, maschili. Una goccia di sudore gli colava lungo il fianco.
Le sue mani — grandi, vellutate di peli scuri — scivolarono sulle mie spalle con una lentezza studiata. Prima la crema solare, poi la pelle, poi il calore del suo palmo che spingeva l’olio dentro i pori. Restai immobile, quasi trattenendo il respiro, mentre il pollice mi sfiorava il bordo dell’ascella e scendeva, piano, lungo la scapola.
Alle mie spalle sentii Alessia bofonchiare. «Ora tocca a me,» disse, afferrando il tubo dalle dita di papà.
Mi voltai, la pelle luccicante, e la vidi tendere il braccio verso di me. Mi inginocchiai dietro di lei e versai una striscia di crema sulla sua schiena. Con il palmo aperto la spalmai in cerchi larghi, accarezzando le sue spalle sotto il velo di latte protettivo.
Mi alzai, la mano ancora appoggiata alle sue spalle. «Andiamo a fare una passeggiata, vi va?» proposi, sperando di far passare l'imbarazzo.
Papà alzò le spalle. Lo guardai: il suo pene era ancora al suo posto, tra le cosce cespugliose, addormentato tra le gambe, anche se non riusciva a distogliere gli occhi da noi.
Camminammo verso ovest, là dove la sabbia si faceva più chiara e l’acqua si rompeva in crepitii gioiosi. Nessun ostacolo, solo alghe odorose e qualche pettine di conchiglia. Le nostre ombre si tagliavano a zig-zag; il sole ci colpiva le natiche deliziandoci con un pizzico bruciante. Papà procedeva un passo dietro, le mani agganciate casualmente daventi, ma bastava guardare i suoi polsi per capire che stava cercando di tenere sotto controllo l’erezione.
Ed eccoli lì: a una quindicina di metri da noi, sulla riva stessa, un uomo e una donna erano distesi su un telo. Lei a cavalcioni, lui supino; i due corpi si muovevano in un ritmo antico, con un’allegria quasi brutale. Le sue dita affondavano nei glutei tesi di lei, i suoi gemiti arrivavano sospesi nell’aria come risate.
Alessia si irrigidì; un brivido mi attraversò le spalle, poi un tremito mi discese lungo la schiena. Sentii la voglia crescere.
«Guarda quelli!» disse Alessia, la voce rotta dall'emozione.
Vidi papà inciampare sulla sabbia e protendere istintivamente le mani in avanti. Il suo pene si era alzato di colpo, una linea rosa scura contro la pancia. Si portò una mano a proteggerlo, ma la copertura era ridicola; bastava spostarsi di lato per vedere tutto.
«Torniamo a nuoto?» domandai, afferrando di slancio il polso di Alessia.
Corremmo nudi verso il mare, tre silenziose sagome. Quando l’acqua ci lambì le ginocchia, Alessia si voltò un istante: «Troppo tardi, ormai ti abbiamo visto,» gridò a Giovanni. Lui arrossì fino alle orecchie, ma il sorriso che accompagnò quel rossore sembrava puro desiderio.
Nuotammo senza dire altro, bocche piene di sale, braccia che si intrecciavano di tanto in tanto. Sotto la superficie dell’acqua la mia vulva pulsava viva.
Ritornammo al nostro ombrellone con il fiato corto e la pelle brillante di gocce. Mi buttai sul telo a pancia in giù, le cosce appena divaricate perché il sole entrasse ovunque. Alessia si distese al mio fianco, anche lei, come me, a pancia sotto.
«Pa’,» dissi piano, «Un po' di crema sulla schiena per favore?»
Appoggiai la guancia sulla mano e lo vidi avvicinarsi.
Inginocchiato al mio fianco, versò quantità generose di crema sulle mie spalle. Le dita, enormi, scivolavano sulla pelle con delicatezza ma convinzione. Usò il palmo, ma avvertivo il polso che tremava. Ogni spostamento mi accendeva un fremito dentro la pancia. Alla fine la mano si fermò sul mio coccige, quel triangolino di pelle che divide glutei e schiena, e lì premette con reverenza.
«Così va bene?» chiese, la voce spezzata dall'emozione.
«Così va benissimo,» risposi, desiderando in cuor mio di invitarlo a spalmarmi la crema anche sul culo. Accanto a me Alessia teneva gli occhi chiusi, ma il suo piede si mosse con lentezza, finché il suo tallone non si appoggiò al mio piede. Ci scambiammo qualche pressione: battiti nascosti.
Dopo qualche minuto fingendo di dormire, aprii leggermente gli occhi. Papà si era seduto di fronte a me sotto l'ombrellone, le ginocchia larghe, la pancia prominente che gli faceva ombra sul pene: adesso non cercava più di coprirsi. Restava mezzo eretto, il glande pallido che sbirciava fuori dal cappuccio. Mi scostai appena i capelli dalla guancia e lo guardai con intenzione.
Lui non si scompose; anzi, affondò le dita dei piedi nella sabbia e rimase lì. I nostri occhi si incontrarono, i miei con i suoi, e provai un desiderio mai sentito dentro di me.
Mi si mozzò il respiro. Mi accorsi di aver aperto leggermente le cosce, invitando senza compromessi la luce del sole a entrare.
Mi sedetti sul telo. Pochi minuti dopo, li vidi avanzare con il passo leggero di chi non ha nulla da nascondere: lui alto, la pelle color caffè, lei mora, capelli raccolti in uno chignon scomposto. Entrambi nudi. Entrambi lucidi di salsedine e di un’esibizione che non ammetteva pudore. Era la stessa coppia che avevamo visto scopare, prima della nuotata.
«Ciao, belli» disse la donna, aprendo le braccia come per abbracciare l’intero orizzonte. «Stiamo radunando gente per stasera. Spiaggia libera, falò, musica. Zero regole, solo nudismo. Vi va di partecipare?»
Il suo sguardo si posò su di me, poi scivolò lento sul mio seno, infine si appoggiò al viso di papà.
Mi sentii stringere dentro. Non era paura, nemmeno semplice eccitazione: era la consapevolezza che quella domanda, pronunciata lì, tra l’acqua e il cielo, poteva spaccarci la vacanza in due. Prima e dopo.
Girai la testa, papà mi guardava, occhi castani, sopracciglia arcuata. Vide la mia labbra socchiudersi in un mezzo sorriso e capì.
«Ci saremo» rispose lui, la voce più gracile di quanto avrebbe voluto.
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