Playa Desnuda - Capitolo 1
di
chiarathewriter
genere
incesti
Il rumore del motore sotto di noi era un ronzio continuo, come un insetto d’estate che non sapeva far altro se non vibrare. Guardavo la strada che si apriva davanti a noi, ma ogni tanto lo sguardo scivolava sul riflesso del finestrino: la mia pelle lucida di sudore, il prendisole color senape incollato al seno, il tessuto che seguiva le forme del mio corpo senza davvero riuscire a contenerle. Il caldo non era solo intorno, ce l’avevo addosso. Forse, era persino dentro di me, mimetizzato da sensazione insolita che non riuscivo bene a inquadrare. Avevo iniziato a provarla pochi mesi prima dell’inizio di queste vacanze estive, non molto tempo dopo il mio ventisettesimo compleanno.
Papà, un omone di sessantuno anni, dai capelli bianchi e con il ventre prominente, guidava con la mano sinistra sul volante, l’altra appoggiata al cambio; ogni tanto muoveva il pollice, come se stesse contando i chilometri a uno a uno.
Alessia era seduta dietro, gambe incrociate e cuffiette nelle orecchie; batteva le dita sulle gambe seguendo una musica che io non sentivo.
«Mancano dieci minuti», disse papà.
Annuii senza rispondere. Avevo paura che parlare rendesse esplicito un pensiero che da giorni mi accompagnava: il desiderio vago che quelle vacanze riuscissero a spostare qualcosa, a cambiare il modo in cui mi sentivo dentro. Che riuscissero a saziare quel “prurito” viscerale che era ormai diventato un compagno inseparabile.
L’albergo apparve all’improvviso, basso e bianco, con le persiane verdi socchiuse. Il vialetto di ghiaia scricchiolò sotto le gomme, poi l’ombra del portico ci accolse con un po’ di fresco. Scesi dall’auto e sentii il sudore lungo la schiena; mentre mi chinavo a prendere la borsa dal sedile posteriore, una goccia mi scivolò tra le scapole per finire dritta tra le natiche.
Alessia mi superò di slancio, i jeans cortissimi con un taglio giro-culo.
«Facciamo il check-in io e te, Chià?»
Accettai, poi salimmo in camera a cambiarci.
La camera che avrei diviso con mia sorella era al secondo piano, vista giardino. Entrammo insieme, mentre papà apriva la porta della camera attigua, la 204. Alessia lasciò cadere lo zaino sulla sedia e indicò il bagno.
«Vado io per prima», disse, chiudendosi dentro.
Rimasi sola. L’aria condizionata mi colpì il viso e mi fece tirare un respiro profondo. Spinsi la porta con il fianco e mi trovai davanti allo specchio a tutta parete.
Il riflesso restituiva un’immagine stanca di viaggio: la pelle arrossata, il prendisole scollato e appiccicato al seno prosperoso, i capezzoli evidenti come due ciliegie sotto la seta. Mi osservai senza fretta, come se stessi facendo l’inventario di me stessa. Mi fissai nei profondi occhi nocciola e poi, dopo aver tolto gli infradito, con un gesto secco lasciai scivolare il prendisole e gli slip verdi a terra.
La stoffa mi sfiorò le cosce lasciandomi nuda in mezzo alla stanza. Il mio seno si sollevava veloce; il ventre era teso, la pancia piatta, la pelle sopra il pube velata da un sottile strato di peluria castana. Mi voltai: il mio sedere, regolarmente allenato negli ultimi mesi, era tondo e sodo. Rimasi lì un secondo di più, affondando i piedi scalzi nella moquette chiara, ammirandomi senza vergogna, poi scostai la valigia e tirai fuori il costume.
Era un due pezzi, slip nero e fascia color sabbia. Lo indossai con gesti semplici, sistemando il tessuto finché non smise di tirare sul seno. Mi legai i capelli in una coda e, nello specchio, notai che il viso aveva ripreso colore.
Quando Alessia uscì era già pronta, con un bikini scuro che le stava addosso come se fosse nato per lei.
«Andiamo!», disse.
In corridoio incontrammo papà: costume lungo blu, maglietta ancora addosso.
«Scendo tra cinque minuti.»
La hall profumava di caffè e cioccolata. Alcuni ospiti ci osservarono distrattamente. Alessia si chinò sul banco informazioni e chiese indicazioni per la spiaggia.
«Cinque minuti a piedi, attraversate il viale delle palme.»
Papà ci raggiunse subito dopo, togliendosi la maglietta per il gran caldo; la pelle chiara portava i segni di vecchie estati, i capelli bianchi erano mossi dal venticello. Nessuno parlava.
Poi apparve la spiaggia: una duna bassa, il mare piatto come metallo, una fila di ombrelloni bianchi e, tutt’intorno, corpi nudi. Un cartello indicava l’obbligo di nudità totale. Un attimo di esitazione mi attraversò il cervello.
Guardai papà: i suoi occhi cercavano una soluzione. Alessia, invece, sorrise.
«È perfetta.»
«Forse abbiamo sbagliato…» disse papà, senza convinzione.
Alessia si sfilò il reggiseno senza esitazioni, lasciandolo cadere sulla sabbia. Il suo seno piccolo e sodo scattò in alto come un soldato sull’attenti. Senza battere ciglio spinse giù anche lo slip (mi accorsi che, a differenza mia, mia sorella preferiva la depilazione integrale) e corse verso il mare con un grido che era un miscuglio di risate e di libertà. La vidi allontanarsi sempre di più mostrandoci le chiappe chiare, e poi tuffarsi e sparire nella schiuma.
Restammo fermi, io e papà. Intorno a noi nessuno sembrava farci caso. Sentii la sua mano cercare la mia.
«Chiara…»
Inspirai a fondo. La salsedine mi riempì il naso. Mi feci forza.
Infilai il pollice dietro la cinghietta del mio costume già zuppo di sudore, che mi si era attaccato alla pelle come una seconda scorza. Lo feci cadere deliberatamente, liberando il mio seno pesante. Un passo indietro, un altro ancora, come per proteggermi. Sentivo la sabbia calda penetrarmi tra le dita dei piedi. Allo stesso tempo provai un’euforia nuova, quasi elettrica. Mi voltai: papà rimase lì, occhi socchiusi, bocca semiaperta. Quell’espressione – smarrita, forse un po’ eccitata, colpevole – mi fece venire voglia di mostrargli di più, di farmi guardare. Strinsi i gomiti ai fianchi, percepii i miei capezzoli – duri, sensibili – saziarsi della stessa euforia che mi stava pervadendo, e gonfiarsi. Una fitta mi attraversò le cosce, il piacere pulsò lì dove le labbra si stringevano. Rimossi anche il pezzo di sotto, rimanendo totalmente nuda. Raccolsi il costume di Alessia e aspettai che anche papà si spogliasse, voltandomi dall’altro lato, più per mostrargli il mio sedere sodo (spinta da una versione di me che ancora non riconoscevo ma che mi piaceva), che per dargli un po’ di privacy. Dopo qualche secondo mi voltai di nuovo verso di lui, mantenendo fisso lo sguardo sul suo viso e costringendomi a forza a non guardare tra le sue cosce. La curiosità, dentro di me, infuriava come una bufera.
«Andiamo anche noi?» proposi, la voce spezzata dall’eccitazione improvvisa.
Sulla battigia l’acqua mi sembrò fredda. Forse ero solo io ad essere accaldata, esternamente ma soprattutto dentro.
Restammo lì a pochi passi dalla riva, immobili e in piedi, evitando di guardarci negli occhi, mentre Alessia nuotava poco distante, felice come una paperella.
Mi voltai. Gli occhi di papà incontrarono i miei. In quel silenzio c’era tutto ciò che eravamo stati.
Rivolsi lo sguardo al mare. «E ora?» sussurrai.
Alessia riemerse rivolta verso di noi, fresca dei suoi ventidue anni. Aveva i capelli appiattiti sulla fronte. Sollevò un braccio e agitò la mano, invitante. Le gocce le colavano dal mento sul petto, scivolavano sul seno, e piombavano infine nel mare dai capezzoli turgidi. Il suo sorriso era una sfida: “Apritevi, entrate, guardatemi”, sembrava dirci.
La domanda che avevo fatto prima rimase sospesa, come l’aria ferma prima di un tuffo. L’estate ci stava già guardando carica di promesse e, come ci accorgemmo poco dopo, di erotismo e tensione sessuale. E noi la stavamo aspettando come meglio potevamo: nudi ed eccitati.
Continua...
Se volete fare due chiacchiere o raccontarmi le vostre impressioni sul capitolo, scrivetemi pure per email: chiarathewriter@gmail.com
Papà, un omone di sessantuno anni, dai capelli bianchi e con il ventre prominente, guidava con la mano sinistra sul volante, l’altra appoggiata al cambio; ogni tanto muoveva il pollice, come se stesse contando i chilometri a uno a uno.
Alessia era seduta dietro, gambe incrociate e cuffiette nelle orecchie; batteva le dita sulle gambe seguendo una musica che io non sentivo.
«Mancano dieci minuti», disse papà.
Annuii senza rispondere. Avevo paura che parlare rendesse esplicito un pensiero che da giorni mi accompagnava: il desiderio vago che quelle vacanze riuscissero a spostare qualcosa, a cambiare il modo in cui mi sentivo dentro. Che riuscissero a saziare quel “prurito” viscerale che era ormai diventato un compagno inseparabile.
L’albergo apparve all’improvviso, basso e bianco, con le persiane verdi socchiuse. Il vialetto di ghiaia scricchiolò sotto le gomme, poi l’ombra del portico ci accolse con un po’ di fresco. Scesi dall’auto e sentii il sudore lungo la schiena; mentre mi chinavo a prendere la borsa dal sedile posteriore, una goccia mi scivolò tra le scapole per finire dritta tra le natiche.
Alessia mi superò di slancio, i jeans cortissimi con un taglio giro-culo.
«Facciamo il check-in io e te, Chià?»
Accettai, poi salimmo in camera a cambiarci.
La camera che avrei diviso con mia sorella era al secondo piano, vista giardino. Entrammo insieme, mentre papà apriva la porta della camera attigua, la 204. Alessia lasciò cadere lo zaino sulla sedia e indicò il bagno.
«Vado io per prima», disse, chiudendosi dentro.
Rimasi sola. L’aria condizionata mi colpì il viso e mi fece tirare un respiro profondo. Spinsi la porta con il fianco e mi trovai davanti allo specchio a tutta parete.
Il riflesso restituiva un’immagine stanca di viaggio: la pelle arrossata, il prendisole scollato e appiccicato al seno prosperoso, i capezzoli evidenti come due ciliegie sotto la seta. Mi osservai senza fretta, come se stessi facendo l’inventario di me stessa. Mi fissai nei profondi occhi nocciola e poi, dopo aver tolto gli infradito, con un gesto secco lasciai scivolare il prendisole e gli slip verdi a terra.
La stoffa mi sfiorò le cosce lasciandomi nuda in mezzo alla stanza. Il mio seno si sollevava veloce; il ventre era teso, la pancia piatta, la pelle sopra il pube velata da un sottile strato di peluria castana. Mi voltai: il mio sedere, regolarmente allenato negli ultimi mesi, era tondo e sodo. Rimasi lì un secondo di più, affondando i piedi scalzi nella moquette chiara, ammirandomi senza vergogna, poi scostai la valigia e tirai fuori il costume.
Era un due pezzi, slip nero e fascia color sabbia. Lo indossai con gesti semplici, sistemando il tessuto finché non smise di tirare sul seno. Mi legai i capelli in una coda e, nello specchio, notai che il viso aveva ripreso colore.
Quando Alessia uscì era già pronta, con un bikini scuro che le stava addosso come se fosse nato per lei.
«Andiamo!», disse.
In corridoio incontrammo papà: costume lungo blu, maglietta ancora addosso.
«Scendo tra cinque minuti.»
La hall profumava di caffè e cioccolata. Alcuni ospiti ci osservarono distrattamente. Alessia si chinò sul banco informazioni e chiese indicazioni per la spiaggia.
«Cinque minuti a piedi, attraversate il viale delle palme.»
Papà ci raggiunse subito dopo, togliendosi la maglietta per il gran caldo; la pelle chiara portava i segni di vecchie estati, i capelli bianchi erano mossi dal venticello. Nessuno parlava.
Poi apparve la spiaggia: una duna bassa, il mare piatto come metallo, una fila di ombrelloni bianchi e, tutt’intorno, corpi nudi. Un cartello indicava l’obbligo di nudità totale. Un attimo di esitazione mi attraversò il cervello.
Guardai papà: i suoi occhi cercavano una soluzione. Alessia, invece, sorrise.
«È perfetta.»
«Forse abbiamo sbagliato…» disse papà, senza convinzione.
Alessia si sfilò il reggiseno senza esitazioni, lasciandolo cadere sulla sabbia. Il suo seno piccolo e sodo scattò in alto come un soldato sull’attenti. Senza battere ciglio spinse giù anche lo slip (mi accorsi che, a differenza mia, mia sorella preferiva la depilazione integrale) e corse verso il mare con un grido che era un miscuglio di risate e di libertà. La vidi allontanarsi sempre di più mostrandoci le chiappe chiare, e poi tuffarsi e sparire nella schiuma.
Restammo fermi, io e papà. Intorno a noi nessuno sembrava farci caso. Sentii la sua mano cercare la mia.
«Chiara…»
Inspirai a fondo. La salsedine mi riempì il naso. Mi feci forza.
Infilai il pollice dietro la cinghietta del mio costume già zuppo di sudore, che mi si era attaccato alla pelle come una seconda scorza. Lo feci cadere deliberatamente, liberando il mio seno pesante. Un passo indietro, un altro ancora, come per proteggermi. Sentivo la sabbia calda penetrarmi tra le dita dei piedi. Allo stesso tempo provai un’euforia nuova, quasi elettrica. Mi voltai: papà rimase lì, occhi socchiusi, bocca semiaperta. Quell’espressione – smarrita, forse un po’ eccitata, colpevole – mi fece venire voglia di mostrargli di più, di farmi guardare. Strinsi i gomiti ai fianchi, percepii i miei capezzoli – duri, sensibili – saziarsi della stessa euforia che mi stava pervadendo, e gonfiarsi. Una fitta mi attraversò le cosce, il piacere pulsò lì dove le labbra si stringevano. Rimossi anche il pezzo di sotto, rimanendo totalmente nuda. Raccolsi il costume di Alessia e aspettai che anche papà si spogliasse, voltandomi dall’altro lato, più per mostrargli il mio sedere sodo (spinta da una versione di me che ancora non riconoscevo ma che mi piaceva), che per dargli un po’ di privacy. Dopo qualche secondo mi voltai di nuovo verso di lui, mantenendo fisso lo sguardo sul suo viso e costringendomi a forza a non guardare tra le sue cosce. La curiosità, dentro di me, infuriava come una bufera.
«Andiamo anche noi?» proposi, la voce spezzata dall’eccitazione improvvisa.
Sulla battigia l’acqua mi sembrò fredda. Forse ero solo io ad essere accaldata, esternamente ma soprattutto dentro.
Restammo lì a pochi passi dalla riva, immobili e in piedi, evitando di guardarci negli occhi, mentre Alessia nuotava poco distante, felice come una paperella.
Mi voltai. Gli occhi di papà incontrarono i miei. In quel silenzio c’era tutto ciò che eravamo stati.
Rivolsi lo sguardo al mare. «E ora?» sussurrai.
Alessia riemerse rivolta verso di noi, fresca dei suoi ventidue anni. Aveva i capelli appiattiti sulla fronte. Sollevò un braccio e agitò la mano, invitante. Le gocce le colavano dal mento sul petto, scivolavano sul seno, e piombavano infine nel mare dai capezzoli turgidi. Il suo sorriso era una sfida: “Apritevi, entrate, guardatemi”, sembrava dirci.
La domanda che avevo fatto prima rimase sospesa, come l’aria ferma prima di un tuffo. L’estate ci stava già guardando carica di promesse e, come ci accorgemmo poco dopo, di erotismo e tensione sessuale. E noi la stavamo aspettando come meglio potevamo: nudi ed eccitati.
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