Passione Anale – Bologna
di
stendhal
genere
feticismo
Era una tappa piuttosto frequente in quel periodo. Bologna, la dotta, non che le nostre tappe avessero molto di “dotto”. Ci si incontrava per stare insieme e il fuggevole tempo trascorso insieme passava tra lunghe chiacchierate e sesso assoluto. Quel sesso che ti fa davvero dimenticare il mondo fuori, che ti assorbe completamente e ti fa dimenticare chi sei per concentrarti totalmente sull’altro. Lo scopo diventa maggiormente dare piacere piuttosto che riceverlo, proprio perché il fine è vedere l’abbandono dell’altro nell’orgasmo.
Questa tappa occorse durante il nostro periodo anale.
L’hotel era familiare nel centro di Bologna. Persone accoglienti che ci tenevano a fare sentire gli ospiti a loro agio. La mattina dopo insistettero per portarci la colazione in camera anche se noi avevamo comunicato che non scesi. In realtà volevamo goderci la nostra intimità fino all’ultimo istante. La nostra sorpresa nel vedere la cameriera presentarsi alla porta con il vassoio fu cosa da nulla rispetto al suo volto quando entrò in camera. La stanza era un vero campo di battaglia (come capirete più avanti), ma soprattutto l’aria era umida e appiccicosa per gli umori che fluivano ancora dai nostri corpi.
Ma torniamo al nostro arrivo.
Non appena entrammo nella stanza vidi subito l’oggetto del mio desiderio. No, non l’amore della mia vita, ma una panca senza schienale, lunga un metro e mezzo, ricoperta in pelle chiara. Troppo stretta per sedersi e troppo corta per sdraiarsi. Ma il suo uso mi fu subito chiaro.
Avevamo tempo prima della cena. Iniziammo subito a baciarci ed accarezzarci, ma io ero impaziente di usare quella panca. La mia mano destra andò dietro la sua nuca, una leggera stretta ai capelli e dissi: “Leccami le palle”. Una leggera pressione della mia mano la incoraggiò ad inginocchiarsi davanti a me. Assecondò il mio gesto. Molto tempo mi confesserà che quel gesto, che ripetevo spesso, le dava piacere. Si inginocchiò, io rimasi nudo ed iniziò a fare correre la sua lingua sulle mie palle. Lappate lunge e lente che avvolgevano i miei testicoli. La sua lingua scorreva calda e la sua espressione estatica mi dava un piacere che durava ben oltre quel momento. Lasciai che leccasse e succhiasse per un longo tempo prima di un altro ordine: “Adesso succhiami il cazzo”. Ubbidì prontamente e il mio membro scomparve nella sua bocca. Gemevo, il piacere saliva a vampate, la sua lingua che scorreva su e giù era una lama di fuoco, il suo sguardo concentrato sul mio uccello una gratificazione sublime. Volevo dilatare quel momento all’infinito. Ma il pensiero del suo corpo in attesa mi attraeva irresistibilmente.
La scostai, le dissi di alzarsi e mi allontanai per andare a prendere in valigia una borsa piena delle mie piccole perversioni: manette, corde, falli, bende…. Lei scoppiò a ridere quando mi vede aprire la borsa e commentò: “Non posso crederci”. Ma, naturalmente, non batté ciglio quando mi vide prendere manette e lacci. Stesi un asciugamano sulla panca e le chiesi di spogliarsi. Nuda, davanti a me ed in attesa era una tentazione assoluta. L’avrei presa così con una penetrazione violenta e fulminea, ma, nonostante l’erezione che già mi doleva, mantenni il controllo sufficiente per continuare in quello che stavo facendo.
La feci stendere prona sulla panca, con il viso ad una estremità. Le sue gambe si allungavano ben oltre la fine della panca. Con un paio di manette assicurai il suo polso sinistro ad una gamba della panca. Durante questa operazione lei portò furtivamente la mano sinistra sotto il suo corpo ed iniziò ad accarezzarsi tra le gambe; con decisione mi impossessai del suo braccio, lo strappai da ciò che stava facendo e lo assicurai con un cordino all’altra gamba della panca. Non si lamentò, il gesto non faceva che aumentare la sua voglia.
Quindi “appesi” le gambe a mezza altezza fissandole alle gambe posteriori della panca. La sua posizione era perfetta. Sdraiata, impossibilitata a muoversi e soprattutto senza potere usare le gambe che erano prive di qualunque appoggio. Solo un’altra cosa, una benda nera perché non potesse vedere che cosa le stava succedendo.
MI fermai a guardarla per un lungo momento. Pensai che fosse davvero mia e l’avrei voluta tenere così per sempre. Non perché fosse inerme, ma perché “voleva” abbandonarsi alle mie mani. Sapeva quali fossero le mie intenzioni, volevo sodomizzarla avendo tutto il tempo per farlo. Presi un dildo sottile, lungo trenta centimetri e sagomato a spirale. Mi accostai ed inizia a spingerlo nel suo orifizio molto lentamente. Era sottile, ma il suo sfintere è un piccolo forellino molto stretto e ci vuole tempo per dilatarlo. Un centimetro alla volta il dildo penetrava dentro di lei, quando fu dentro per la maggior parte, inizia ad estrarlo. Naturalmente questa manovra la stimolava e il suo respiro cominciava a diventare pesante. Continua così per un po’, quando lo sfintere iniziò a non offrire più resistenza aumentai il ritmo del movimento ed il suo respiro diventò un piccolo rantolo. Non potevo vedere la sua fica, perché la posizione la obbligava a tenere le gambe abbastanza serrate, ma immaginavo quanto fosse bagnata.
Mi arresi però presto al mio desiderio. Estrassi il dildo con un movimento netto per apprezzare il suo forellino che rimaneva dischiuso. Mi misi a cavalcioni della panca, all’altezza del suo bacino, appoggiai il mio pene tra le sue cosce ed inizia a dirigermi dentro di lei. Ansimò, finalmente sentiva la mia voglia oltre alla sua. La strada si apriva con facilità, ben presto potei appoggiare il mio bacino ai suoi glutei, la riempivo bene. Movimenti precisi, lenti e lineari, il mio cazzo era di marmo dopo tanto tempo di attesa. La stavo sodomizzando facendola strusciare sull’asciugamano steso sulla panca. Uno strusciare che sicuramente stimolava il suo clitoride, costretto a qual contatto dal mio cazzo che la teneva inchiodata a contatto con la superficie della panca.
Non ricordo quanto durò, forse poco, forse a lungo, ma nella mia mente rimane per sempre l’istantanea de suo abbandono a me. Il momento in cui mi disse con il suo corpo che era mia.
Ci volle tempo per riprenderci entrambi e prepararci per la cena. Quando la cercai di nuovo nel letto mi disse solo con un sorriso: “Ho fame, andiamo a cena”.
La mattina dopo le forze tornarono ad entrambi e, invece della colazione, ci nutrimmo della soddisfazione del nostro desiderio. Almeno finché non bussò la cameriera.
Questa tappa occorse durante il nostro periodo anale.
L’hotel era familiare nel centro di Bologna. Persone accoglienti che ci tenevano a fare sentire gli ospiti a loro agio. La mattina dopo insistettero per portarci la colazione in camera anche se noi avevamo comunicato che non scesi. In realtà volevamo goderci la nostra intimità fino all’ultimo istante. La nostra sorpresa nel vedere la cameriera presentarsi alla porta con il vassoio fu cosa da nulla rispetto al suo volto quando entrò in camera. La stanza era un vero campo di battaglia (come capirete più avanti), ma soprattutto l’aria era umida e appiccicosa per gli umori che fluivano ancora dai nostri corpi.
Ma torniamo al nostro arrivo.
Non appena entrammo nella stanza vidi subito l’oggetto del mio desiderio. No, non l’amore della mia vita, ma una panca senza schienale, lunga un metro e mezzo, ricoperta in pelle chiara. Troppo stretta per sedersi e troppo corta per sdraiarsi. Ma il suo uso mi fu subito chiaro.
Avevamo tempo prima della cena. Iniziammo subito a baciarci ed accarezzarci, ma io ero impaziente di usare quella panca. La mia mano destra andò dietro la sua nuca, una leggera stretta ai capelli e dissi: “Leccami le palle”. Una leggera pressione della mia mano la incoraggiò ad inginocchiarsi davanti a me. Assecondò il mio gesto. Molto tempo mi confesserà che quel gesto, che ripetevo spesso, le dava piacere. Si inginocchiò, io rimasi nudo ed iniziò a fare correre la sua lingua sulle mie palle. Lappate lunge e lente che avvolgevano i miei testicoli. La sua lingua scorreva calda e la sua espressione estatica mi dava un piacere che durava ben oltre quel momento. Lasciai che leccasse e succhiasse per un longo tempo prima di un altro ordine: “Adesso succhiami il cazzo”. Ubbidì prontamente e il mio membro scomparve nella sua bocca. Gemevo, il piacere saliva a vampate, la sua lingua che scorreva su e giù era una lama di fuoco, il suo sguardo concentrato sul mio uccello una gratificazione sublime. Volevo dilatare quel momento all’infinito. Ma il pensiero del suo corpo in attesa mi attraeva irresistibilmente.
La scostai, le dissi di alzarsi e mi allontanai per andare a prendere in valigia una borsa piena delle mie piccole perversioni: manette, corde, falli, bende…. Lei scoppiò a ridere quando mi vede aprire la borsa e commentò: “Non posso crederci”. Ma, naturalmente, non batté ciglio quando mi vide prendere manette e lacci. Stesi un asciugamano sulla panca e le chiesi di spogliarsi. Nuda, davanti a me ed in attesa era una tentazione assoluta. L’avrei presa così con una penetrazione violenta e fulminea, ma, nonostante l’erezione che già mi doleva, mantenni il controllo sufficiente per continuare in quello che stavo facendo.
La feci stendere prona sulla panca, con il viso ad una estremità. Le sue gambe si allungavano ben oltre la fine della panca. Con un paio di manette assicurai il suo polso sinistro ad una gamba della panca. Durante questa operazione lei portò furtivamente la mano sinistra sotto il suo corpo ed iniziò ad accarezzarsi tra le gambe; con decisione mi impossessai del suo braccio, lo strappai da ciò che stava facendo e lo assicurai con un cordino all’altra gamba della panca. Non si lamentò, il gesto non faceva che aumentare la sua voglia.
Quindi “appesi” le gambe a mezza altezza fissandole alle gambe posteriori della panca. La sua posizione era perfetta. Sdraiata, impossibilitata a muoversi e soprattutto senza potere usare le gambe che erano prive di qualunque appoggio. Solo un’altra cosa, una benda nera perché non potesse vedere che cosa le stava succedendo.
MI fermai a guardarla per un lungo momento. Pensai che fosse davvero mia e l’avrei voluta tenere così per sempre. Non perché fosse inerme, ma perché “voleva” abbandonarsi alle mie mani. Sapeva quali fossero le mie intenzioni, volevo sodomizzarla avendo tutto il tempo per farlo. Presi un dildo sottile, lungo trenta centimetri e sagomato a spirale. Mi accostai ed inizia a spingerlo nel suo orifizio molto lentamente. Era sottile, ma il suo sfintere è un piccolo forellino molto stretto e ci vuole tempo per dilatarlo. Un centimetro alla volta il dildo penetrava dentro di lei, quando fu dentro per la maggior parte, inizia ad estrarlo. Naturalmente questa manovra la stimolava e il suo respiro cominciava a diventare pesante. Continua così per un po’, quando lo sfintere iniziò a non offrire più resistenza aumentai il ritmo del movimento ed il suo respiro diventò un piccolo rantolo. Non potevo vedere la sua fica, perché la posizione la obbligava a tenere le gambe abbastanza serrate, ma immaginavo quanto fosse bagnata.
Mi arresi però presto al mio desiderio. Estrassi il dildo con un movimento netto per apprezzare il suo forellino che rimaneva dischiuso. Mi misi a cavalcioni della panca, all’altezza del suo bacino, appoggiai il mio pene tra le sue cosce ed inizia a dirigermi dentro di lei. Ansimò, finalmente sentiva la mia voglia oltre alla sua. La strada si apriva con facilità, ben presto potei appoggiare il mio bacino ai suoi glutei, la riempivo bene. Movimenti precisi, lenti e lineari, il mio cazzo era di marmo dopo tanto tempo di attesa. La stavo sodomizzando facendola strusciare sull’asciugamano steso sulla panca. Uno strusciare che sicuramente stimolava il suo clitoride, costretto a qual contatto dal mio cazzo che la teneva inchiodata a contatto con la superficie della panca.
Non ricordo quanto durò, forse poco, forse a lungo, ma nella mia mente rimane per sempre l’istantanea de suo abbandono a me. Il momento in cui mi disse con il suo corpo che era mia.
Ci volle tempo per riprenderci entrambi e prepararci per la cena. Quando la cercai di nuovo nel letto mi disse solo con un sorriso: “Ho fame, andiamo a cena”.
La mattina dopo le forze tornarono ad entrambi e, invece della colazione, ci nutrimmo della soddisfazione del nostro desiderio. Almeno finché non bussò la cameriera.
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